
La domenica è definita tempo libero, in modo decisamente troppo approssimativo. E’ il principio a rendere sbagliata la definizione, prima di tutto perché contribuisce a creare delle aspettative da soddisfare in poco tempo, in più fa pensare a delle gabbie, che si aprono per lo svago e poi si richiudono. Però, questo caso è diverso, la domenica di giugno prelude all’incontro con il mare. Si inizia a pensare al ricongiungimento, come di due persone che sono rimaste divise per mesi, la cui presenza per entrambe è sopita e nascosta nelle pieghe dell’ordinario. Il percorso verso lo svelamento non è affatto lineare, proprio come nei romanzi.
In alternativa ci sarebbe un bell’evento di quartiere, un’iniziativa interessante, senza dubbio, soprattutto la visita ad una masseria mal ridotta per incuria, ma ancora piena di fascino. L’orario dell’incontro non invoglia, troppo presto. Se devo svegliarmi di buon’ora, allora vado al mare. Questo ragionamento ha il sopravvento. Non mi meraviglia tanto il riprodursi dello schema consolidato per evitare code snervanti, quanto il suo sbocciare all’improvviso, come un fiore che ieri non c’era e oggi c’è.
Viaggio di buon mattino, all’arrivo trovo qualcosa di azzurro che non è andato perso, l’umore si rasserena spingendo via le poche nubi rimaste. “Ah, sei qui”, vorrei dire. Si anticipa così il caloroso abbraccio nel momento di rivedere una persona cara dopo tanto tempo. Sistemo l’asciugamano, come al solito mi avvicino alla riva. Cammino, fendendo l’acqua. E’ freddissima. Esco e poi rientro. Immergo anche le braccia, facendo dei gesti semplici, per gioco. Scopro il tempo mio ed io vi faccio ritorno. Tutto acquista senso. Improvvisamente vedo il tempo esterno, quello delle cose da fare: è vuoto, in uno spazio dilatato, si misura in settimane, quando va bene, ma più che altro in mesi o in anni. Il tempo esterno prende il sopravvento sul tempo personale, che è più circoscritto, pieno, vero, al punto che avevo dimenticato di averne uno. I mesi consumati e svuotati dai doveri da compiere sono estranei alla vita che li circonda comunque.
I miei movimenti riempiono la durata della mia mini vacanza, sottraendola per un po’ al cieco e inesorabile movimento delle lancette dell’orologio. Insomma, il momento è solenne. Questo lo capisco dopo, però. Infatti, nei giorni successivi, continuo a sguazzare fuori dell’acqua per afferrare degli attimi del passato. Quando li tocco, evaporano, spargendo nell’aria migliaia di particelle liquide. Era d’estate che la nonna, dopo aver lavato per terra, socchiudeva le persiane, per lasciare fresche le stanze. Lo sventolio delle tende bianche riempiva il fluire delle ore. Tutto il paesaggio, apparentemente statico, si muoveva sotto i raggi battenti del sole.
Nella domenica di giugno il papà e la bimba ballano a riva, sulle note di una canzone alla radio. La vita si risveglia, l’aura avvolge i bagnanti. Le giornate di luce infinita di questo mese sincronizzano il tempo biologico di ciascuno. Noi lo seguiamo a modo nostro, secondo un denominatore comune.
mgs







