Il saluto al sole

Assertività, corse nelle strade

della città. 

Le panchine nel parco,

i tavolini dei bar all’aperto.

Mano nella mano

a vincere su bagliori obliqui

e sulla malinconia del tardo pomeriggio

che vola via dai finestrini dei bus.

Raggi sghembi

ci prendono fuori fuoco.

La scena giusta

sulla mappa dell’esistenza

è il quadrato di luce,

riverbero delle faccende sue

e dei suoi fratelli.

Gli astri proiettano

da lontano.

Un raggio dritto

ci colpisce per caso,

lucida la mente,

siamo ancora vivi.

Ingrati, soprattutto.

Sputiamo su ciò che amiamo,

come una pianta

che cresce storta,

fautori del bene di trincea,

distratti inseguitori

della ribalta.

Il sole cade giù a caso,

come punte di spillo

fa male.

Una goccia d’euforia

stilla nel cuore,

è il primo respiro

di una nuova era.

mgs

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Il permesso di circolare

Dopo venti giorni di quarantena spuntarono dei messaggi sui social, che esortavano a cambiare prospettiva. ‘Voi non siete reclusi in casa’, dicevano, ‘siete protetti in casa’. Io non volli cambiare prospettiva. ‘E’ un incubo’, pensavo dopo una settimana. Alle 19,00 giocai con la gatta, tutti i giorni. Cambiai i vasi alle piante, dando loro la giusta attenzione. Le piante non si muovono, muoiono o vivono, crescono, si riproducono. Non se ne vanno, non ti rimproverano. Dopo 10 giorni avevo sistemato il terrazzo, pulito casa, letto libri, scoprii che la mia vita non faceva tanto schifo come a volte pensavo. Mi aggiornai di continuo, anche per verificare se c’era o no un’apertura per chi aveva un orto e doveva andarci. Mi aggiornai di continuo e seppi che il governo aiutava gli svantaggiati, cioè coloro che a causa del virus erano rimasti a casa. Va bene, decisi di partecipare, unendomi alla frotta di mendicanti. Io la vedevo così, ma non potevo fare altrimenti. Più o meno nell’immediato emerse una considerazione: io non cercherò più lavori di merda, aspetterò che arrivi quello che voglio fare e non deve essere di merda. Be’, ci stava. Però, c’era un però. La corsa ai buoni spesa&company mi deprimeva. ‘Siete dei poveracci’, ci dicevano sotto sotto. ‘Lo facciamo per aiutarvi’, aggiungevano. Ah! Prima del coronavirus eravamo invisibili, ora visibili. Mi aggiornai sulla libertà di scegliere e seppi che non c’era limitazione in situazioni di emergenza sanitaria. Comunque, la nostra libertà l’avevamo limitata da prima per salvaguardare la nostra salute, cioè per mangiare. Perciò, questo concetto lo padroneggiavo bene. Loro dov’erano durante queste importanti conquiste del pensiero? Altrove, ma non faceva niente.

‘Dopo non tornerà nulla come prima’, dicevano. Questa suonava come una promessa. Allora ripartii con brio e con un pizzico di imbarazzo per il fatto di mettermi davanti a qualcuno che non m’aveva cercato, non mi conosceva né m’avrebbe conosciuto se non avesse avuto bisogno di me. Bisogna reinventarsi, esprimere capacità e rendersi utile: fai la spesa a quella, porti i cani a quell’altra. E vai, a varcare porte, per entrare nella stanza dei desideri, delle tue aspirazioni e delle tue paure, ma rigorosamente della misura giusta. Chissà se puoi circolare e tornare a casa? Questo scherzetto m’è costato una decina di me che mi sono lasciate alle spalle. L’ho fatto per adattarmi alla vita che cambia. Cercavo un ragionamento logico per raccapezzarmi, è venuto fuori questo: la voglia di vivere mi ha permesso di adattarmi. E vai, a cambiare forma e contenuto. Poi quest’altro: la saggezza porta con sé l’equilibrio. Tutto sommato, preferivo l’incoscienza, l’arroganza e gli sbagli delle età passate. Benessere, gioia, salute erano le scritte che campeggiavano sopra la farmacia del quartiere della signora. Portavo a spasso le due cagnette, guardando con occhi diversi una scena nota che, ad un tratto, mi appariva insolita. Dunque, diverse ere fa c’era la gioia, ma non il benessere. L’equilibrio manco lo cercavo. C’era l’energia, non sempre la salute. Un essere perfetto, con tutte queste cose dentro mi suonava triste. Poi la scritta niente, cioè buio, fine. La luce dell’insegna sulle parole cura e vita non funzionava. Non era tanto per la seconda, che ha sempre avuto il suo fascino e un posto di rilievo nella canzoni di Vasco Rossi. Era per la prima, la parola cura, molto rivalutata alla fine del millennio, anche dalla magnifica canzone di Battiato e svuotata di significato da altri come una coscia di pollo disossata. Non avevo ancora voltato l’angolo, che vidi in fila: vitalità, equilibrio, serenità, vigore e forma. Stesso principio: vitalità e serenità fanno a cazzotti. Equilibrio potrebbe andare d’accordo con vigore e per quanto riguarda forma è una parola troppo vaga. Si intende forma fisica? Oppure forma vs contenuto? O, ancora, forma e sostanza?

‘Chissà che vogliono da noi’, pensavo. Che ci vogliamo bene perché mettiamo la crema sul viso tutte le mattine e che abbiamo energia, cioè un movimento tutto sconclusionato, come un pallone grande in una scatola piccola. Punto A: l’energia si affloscia se ti metti la crema tutte le mattine, così come prescritto dall’ordinamento pubblicitario. Punto B: se ti metti a sorseggiare la tisana sul divano con la coperta sulle gambe rasenti l’esistenza di una pianta. Ora, pare brutto se un giorno ti svegli e ti senti la Marianna che guida il popolo rivoluzionario e l’altro ripassi la lista della spesa a tappe, nell’interesse economico e morale della famiglia. Un altro ancora ti svegli, ignorando sia il sole, sia le promesse che fa, oltre ai pochi che ancora se ne invaghiscono come pazzi. Il discorso filava, finché a maggio la luce maturò sempre più e sempre prima. Il sole ormai era superman, non potevo ignorarlo. Al mattino apriva il petto, lasciando schizzare fuori i suoi raggi che, velocissimi, alla velocità della luce avviluppavano il mondo con un bagliore potente. Per fortuna aprivo ancora la finestra, vedendo le cose un po’ diverse da come erano. Ma come erano le cose? Aprivo la finestra e scendevo in strada, la percorrevo in direzione di una nuova avventura. Andavo con le mie borse sulle spalle, dentro e fuori. Facevo questo, facevo quello. Lavoravo per un prestito, macinavo chilometri a piedi. Il Prof. in tv diceva che la vita non è come siamo abituati a viverla, noi siamo troppo comodi, troppo bisognosi di cure. L’avevo intuito, non sapevo dirlo e neanche se dirlo. Sì, aveva ragione il Prof., poiché, percorrendo quelle strade, con le borse sulle spalle, intanto qualcuno cambiava scenario senza farmi vedere nulla. In testa avevo la corsa a ostacoli per raggiungere l’obiettivo. Consideriamo che il cittadino/a medio, di età tra i 18 e i  55 anni, ne deve avere sempre uno in tasca di obiettivo, anche se, con o senza di esso, fa comunque il criceto nella ruota. Intanto prendeva spazio la realtà degli altri nella mia. La realtà degli altri era ingiusta? E io percorrevo la mia strada. La realtà degli altri era folle, senza senso? Io sempre camminavo. Insomma io percorrevo la mia strada e, di quel farsi nero come il cielo di ‘Ghostbusters’ e gonfio del precipitare di eventi, non ne sapevo niente. Con quel macchinista bislacco ancora ci devo parlare.

Comunque, l’amore è un mistero e su questo non ci piove. La vicina della signora cui portavo a spasso i cani era sprovvista di mistero. Era una snob, finta umile, paranoica, ipernormalizzata, svezzata a colpi di istituti formativi di prestigio, musei e cultura con funzione decorativa. Il risultato da laboratorio era un coacervo di superstizione e pregiudizio. La tizia era arrogante q.b. per renderla parte della sua classe sociale. Invece la signora era solo spirito, di corporatura robusta. Esponeva la nostra provvisorietà all’aria e al tempo che la corrodono. La signora aveva tante cose in casa, ma si vedeva che non gliene importa un fico secco. Lei aveva anche tanti pensieri, messi uno sopra all’altro. Quando gliene scappava uno dalla bocca, questo era la sintesi sconclusionata di tutti, come una goccia d’essenza, una verso ermetico. Lei spizzicava da un pensiero una parola, un’altra da quello successivo. Sapeva essere simpatica, il suo interesse consisteva nel conquistarti e fare in modo che tu facessi quello che diceva lei. Una volta andammo al parco, con i cani. Lei raccoglieva le margherite, io seguivo i segugi. A casa le mise in un vaso, ognuna in uno. Voleva realizzare l’analisi comparata dei petali, con l’obiettivo di scegliere il fiore che ne aveva di più, per spiluccarlo nel classico m’ama non m’ama. Asseriva che, all’aumentare delle probabilità, aumentava l’efficacia del test. Io replicai che le probabilità si basavano sul 50% dei si e sul 50% dei no, cioè le ipotesi che l’amava o non l’amava erano tutte e due vere al 50%. Siccome l’amore è un mistero e non il frutto di un calcolo matematico, l’elevato numero di petali era già una garanzia d’amore, se non di quello dell’altro certamente del suo. No, non era normale la signora, lei diceva la verità. Era per questo che trovavo facilmente la strada di casa. Tornavo con le cose sue, semplici come le margherite che raccoglieva. Io le lasciavo andare nel dirle e non pesavano mai, volavano via. In quel periodo riuscii a prendere un appuntamento dal dentista, per colpa di un ponte rotto. E’ un fatto assodato che i ponti sono utili, se rotti servono solo a far spendere soldi. Il dentista guardò la protesi, rigirandola tra le dita ed esclamò che era un gran bel ponte. Lui diceva che era fatto di zirconia, spiegandomi il motivo per il quale, se non rientrava al suo posto, non si poteva modificare facilmente. E ti pareva. Io mi immaginavo zirconia: un pianeta tra le stelle, popolato da esseri brillanti. Poco originale davvero. La cosa bella, però, era che anche da zirconia si poteva tornare facilmente indietro. Infatti, io e il dentista andammo su zirconia, come i ragazzi sul muretto a raccontarsi e scherzare e da lì tornammo a casa. Alla fine ci lasciammo, non pretendemmo il dazio: una mano, la milza, un pezzo di fegato, a mo’ di riscatto. Invece, niente, non prendemmo nulla l’uno dell’altra. Lui mi intendeva, facendo attenzione a non fraintendermi ed io facevo altrettanto.

La quarantena finì, non fece altro che porre un limite al rapporto materico con il mondo. Sembrava che tutto si fosse voltato dall’altra parte, con le braccia conserte e il broncio. Pretendere l’aderenza esagerata con le cose è un nostro difetto, ad alcuni, però, questo quasi li risucchia in altri mondi: quello degli insetti, delle piante e dei fiori, dei raggi di luce e delle stelle, a cercare la magia oltre la materia.

Voglio tornare ad essere gente di mondo, ad accontentarmi delle piccole cose, come quando il pomeriggio incontra la sera e tutto si fa calmo. L’aria profuma di fiori e di siepi. I vestiti leggeri promettono bene, sulle braccia nude svettano mani che afferrano coni gelato e sulla testa gli occhiali da sole. Nelle sere di primavera l’aria addolcita dal tempo sfiora la pelle, chiamando a stare fuori come una musica. E noi, seduti sulle panchine o davanti ai portoni, ci lasciamo guidare, inconsapevoli come animali che vivono senza saperlo. Desideravo questo quando finì la quarantena.

Poi sei andata via ed io varcai la soglia, entrai nello spazio del mistero della morte: una dimensione immensa, dallo spessore e densità che spariscono e ci sono al tempo stesso. Visti da lì eravamo tutti piccolissimi e quello che ci circondava era vano. I cartelli pubblicitari lungo la strada assomigliavano a scudi ridicoli, messi lì dal genere umano disperato. In quel luogo, non solo nel ricordo, ti ho trovata. E da lì tornai indietro, poiché nessuno riesce a sostenere a lungo la vista dell’eternità, durissima per la realtà che si manifesta. Avevo il tempo, la contingenza, il moto della terra che ci porta con sé. Essa mi risucchiava nel suo girare, come Orfeo dal regno dei morti per Euridice. Della nostra condizione mi rimase solo il permesso di circolare.

mgs

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Preparativi per Natale

albero nataleIl Natale sta arrivando. Si festeggia la rinascita della luce, che ferma il tumulto cittadino, le fabbriche e gli uffici. La gente vestita bene alza lo sguardo. Esseri ibridi vagano in completo griffato, attrezzati con accessori  tecnologici, un po’ cyborg, un po’umani. Essi salutano il ritorno della luce, anche se non lo sanno. La gente vive sotto un gigantesco orologio che segna le ore, scandite dalla curva del sole. A cercarlo nelle giornate nuvolose è un cerchio di luce soffusa. La gente vede solo il cielo sopra la sua testa, ma c’è tanto altro. La luce torna e con essa l’energia, disinnescando il big bang al contrario: un potenziale che si comprime e diventa un puntino nell’universo. Noi non sempre riprendiamo vita con una nuova esplosione, perciò vaghiamo compressi, dimenticando ciò di cui siamo fatti. E l’amore rimane nascosto. Un po’ per paura, un po’ per pigrizia, non facciamo l’inventario. L’amore si desta al suono della sveglia, a volte rimane a letto, mentre i nostri corpi vanno via.

Tonino ha tra le mani il bigliettino di Bianca, sua sorella. Le è caduto dalla giacca ieri sera, quando cenavano a casa sua. Lui se l’è tenuto in tasca, c’ha pensato come si pensa a un bacio perugina da scartare all’ultimo. L’immagine che ha di Bianca è filtrata da quella fornitagli dalla madre. Si è spesso chiesto se il suo sangue puzzasse di crudeltà, sensazione cui ha sempre rimediato consolandosi con una provvidenziale trasfusione del puro e buono sangue materno. Ora i dubbi lo intrigano, d’altronde cambiare punto di vista è un’impresa ardua e ha un prezzo. Se felicità fa rima con sincerità, allora tanto vale ascoltarla questa coscienza. Il conto si presenterà all’ultimo. Sarà sempre meglio di grattare e non vincere. Magari non è felice nemmeno quello che abita in una casa con vista Circo massimo. Questa è la Tonino way, per lui le cose non hanno profondità ragguardevoli.

L’amore è il bagliore che ha la gente negli occhi quando lo vuole per sé. E’ una richiesta, non un’offerta. Si mescola, come nei siti di annunci di lavoro e non capisci più niente. Piero ha paura dell’amore e anche dell’altezza e si capisce perché, stando su un ponteggio edile senza protezioni. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e noi nasciamo poeti, dunque, Piero è italiano.  Il ragazzo interroga il cielo rossiccio e calmo del litorale romano, lo guarda distendersi dietro le chiome dei pini marittimi, allineati all’orizzonte. Piero e Tonino, suo compagno di lavoro, fanno parte di un mondo che va al contrario rispetto a dove vanno loro. I ragazzi sono in piedi, su tavole di legno, a 20 metri dal suolo. Anche se non sanno dove stanno andando, implorano quel cielo affinché inizi a raccontare un’altra storia, quella che vorrebbero ascoltare, come facevano un tempo. Le storie di allora scaturivano come bolle da pozze d’acqua chiara, spinte da energia del sottosuolo, i sogni le visioni del futuro erano reali, stavano lì davanti per essere presi con le mani. Cosa faremo da grandi, guarda quello lì. Ecco, cose così. Aspettavano senza saperlo la nascita del nuovo giorno, da scartare come il regalo di Natale. Piero e l’amico hanno l’impalcatura a coprirli, che a sua volta è coperta da un telo raffigurante un’elegante foto pubblicitaria. E’ questa la realtà che piace, come le merendine senza olio di palma, va per la maggiore. Meno male che Piero è un po’ poeta, un po’ operaio, se no come farebbe a riconoscersi in un paese nascosto sotto un telo.

Tonino s’accosta a Piero, tira fuori lo smartphone, poi scatta una foto al cartellone di fronte, il quale suggerisce di acquistare da loro un funerale a soli 1250euro, precisando che è un’offerta e che non si può rifiutare. Il ragazzo la manda alla moglie, la quale gli risponde di andare affanculo. Piero l’aveva detto al capo, a mo’ di battuta. Il capo, che s’era appartato, pure lui gli aveva risposto allo stesso modo.

Qui non c’è nessuno. L’allegria di Piero è tipica della gente un po’ malinconica, è qualcosa di incontenibile, lo fa vibrare come una canna al vento, poi finisce. L’allegria improvvisa è la trama delle vite fatte così, va nel cesto delle cose dimenticate, a comporre il mosaico del domani. Tonino lo sa e fa il pagliaccio per rallegrare l’amico come faceva goffamente da piccolo con la sorella. Piero ha vent’anni e non sa cosa vuole fare nella vita. Non sa nemmeno perché si ritrova a lavorare per uno sfruttatore come Ciro, il capo. Sa che vorrebbe studiare ingegneria edile, per questo ha cercato un lavoro da muratore, per cominciare dalle basi, come dice lui. Piero non sa che il tempo passa, o meglio, non sa come passa il tempo. ‘Che passa accanto alla vita della gente o dentro la vita della gente e ne porta via un pezzo. E, mentre credi di avere ancora vent’anni, scopri che ne hai quaranta’. Nel bar echeggia: ‘You’re free to do what you want to do’, Camilla, la zia, ricorda se stessa ballarla nei locali di sera. Prova a rifarlo nella mente, ma si sente a disagio. Per fortuna i ritmi non passano mai di moda. Basta un attimo, con l’atmosfera giusta è subito ‘you’re freee’. ‘La libertà è una ciambella di salvataggio luminosa e colorata, quando gli altri si adagiano e seguono i pensieri sciagurati, tu, che sei libero, cerchi bei pensieri, per necessità più che per virtù. Ma è la libertà a permetterlo’, conclude la donna. Piero, col viso sulla tazzina del caffè, ascolta della zia il racconto di quando era grande, come dicono i bambini. Si volta verso la vetrata per salutare l’amico alla fermata della metro. Tonino abita in periferia, nella parte nord della Capitale. A La Storta ci vive anche Bianca, sua sorella gemella, che fa la restauratrice di auto d’epoca. La sua famiglia in verità è un disastro totale, i genitori Alfio e Lia hanno preso dei vizi radical-chic come la moda di fare i figli, ma di non prestare loro attenzioni, al contempo hanno mantenuto un atteggiamento rispettosissimo dei valori piccolo borghesi. Essendo strenui difensori della famiglia tradizionale, non ammetterebbero mai i loro errori. I genitori di Piero, Corrado e Cloe, fanno parte della classe operaia, gli piace il lavoro manuale, ma anche assecondare la tentazione di acquistare case e macchine per migliorare il loro status sociale. Fin qui non ci sarebbe niente di strano. Il problema è che, invece di cedere alla tentazione o di correre dal tabaccaio per comprare un gratta e vinci, loro iniziano a litigare, dandosi la colpa a turno per aver desiderato un acquisto imprudente. La tentazione di voler essere ciò che non si vuole essere sta zitta fuori e parla dentro, risiede nei buchi delle coscienze sconquassate, ma per fortuna ancora abbastanza limpide.

Cosimo, il fratello di Alfio, è in pensione, ogni tanto gira con un taccuino per annotare le cose della natura, come un Leonardo Da Vinci del XXI secolo. L’alba svela i suoi segreti detti in lingua comprensibile da chi vive in eterno, noi possiamo solo coglierne il senso. Il futuro del mondo è in questo dicembre che nasconde la primavera, come la bellezza si nasconde nelle cose. Volersi bene significa avvicinarsi per guardare meglio e farlo di continuo, come chi ha la convinzione di aver perso qualcosa. Questo è il pensiero di oggi, 20 dicembre 2019.

Sono le 18,30, è l’ora in cui il cerchio sta per chiudersi in cucina per la cena. Ma è anche quasi natale, la cui imminente venuta crea un vortice di gente nelle strade, di ricordi, di immagini e aspettative che s’affollano a casaccio. Corrado e Cloe sono in un negozio a provare delle scarpe. E’ un posto dove si fa da soli: si scelgono e si provano le calzature, il tutto avviene sotto le luci accecanti che piovano dal soffitto, come fossero un prolungamento degli occhi dei commessi. Le scarpe quest’anno sono il regalo che uno fa all’altra e viceversa. Cloe guarda il marito, intento a guardarsi i piedi, per essere sicuro dell’acquisto da fare. Cloe non può non notare che un paio di scarpe nuove non bastano a togliere quell’aria che ha la gente che s’è sempre arrangiata. Sui vestiti pesa qualche annetto di troppo e i visi sono consumati dai pensieri e dal tempo. Le scarpe nuove sono un modo per dire che le cose non stanno così. Esse rappresentano il dettaglio che spiazza l’abitudine e la logica del vedersi riflessi poveri, di coloro che sospirano scarpe e vestiti di lusso e non possono permetterseli. Certe cose non passano.

Tina e Lorenzo rappresentano il domani su una panchina vicino casa. ‘Non so come dirgli che siamo senza protezioni, che siamo vulnerabili. Dobbiamo pensare a noi stessi’, pensa Tina guardando con amore il fidanzato. E lui intento a cercare il Natale di quando era bambino, in cui tutto era magia. La bontà la potevi palpare con mano, l’aria sembrava densa di una materia evanescente. La delizia s’attaccava ai corpi, ai muri dei palazzi e sul selciato. Lorenzo cerca il suo Natale, perché l’ha perso, malauguratamente, nel tempo. Peccato!

‘Ciao, Pie’’, Tina e Lorenzo salutano l’amico . ‘Ciao’, risponde lui, mentre scansa la sciarpa dalla bocca e li saluta con la mano. L’essenziale eccolo qui, passa, portandosi via mille altri pensieri. Piero e i suoi amici si dirigono verso casa. “Ciao nipote”, sussurra Camilla, la zia di Piero, avviandosi alla macchina.  Lei vive in centro con Dario, il suo compagno. Giunta sotto casa, si fermerà dal fornaio, un bel negozio all’angolo con tanto di strisce pedonali di fronte, messe apposta per farci parcheggiare un’ex sessantottina con la smart. In quell’angolo le persone sono diverse da quelle che incontra quando accompagna la sua amica al reparto oncologia dell’ospedale. Anche se sono le stesse, sono diverse. Lì hanno un’espressione di sicurezza e prepotenza, più che altro di prepotenza. Al reparto sembrano pezzetti di carne vestita, sono fragili, misere delle stessa miseria che abbiamo tutti. Camilla vive in un palazzo bianco ed elegante, il suo rossetto è sempre di coloro rosso vivo. Lei ha 50 anni, è la sorella di Corrado. Da piccoli facevano a gara su tutto. Hanno smesso quando, il 21 marzo 1978, il giorno della primavera, videro un nido di uccelli, in cui c’era la madre con i piccoli. Stavano tutti insieme, sicuri e protetti dall’amore materno. Allora qualcosa si aggiustò e rimase intatto. La zia di Piero ama il prossimo sufficientemente, è rimasta umana, è solidale ed ecocompatibile, però non è una stronza. Lei ha conosciuto la lotta per la sopravvivenza e non se ne è dimenticata. Soffrire prima, incarognirsi dopo e dire cose giuste sempre dopo è facile e lo fanno in troppi. Camilla ha sofferto e non si è incarognita, perciò, non solo dice cose sensate, le fa pure. Con i suggerimenti che dà al nipote, mantiene intatta la freschezza tipica della giovane età, scongiurando un eventuale assalto predatorio, perché lo sa che è un attimo a dargli del bamboccione. Invece Piero ha l’antidoto, la caparbietà con cui si è offerto per fare l’operaio ne è la prova adeguata a dimostrare al mondo di non esserlo.  Camilla conosce la lunga lista delle critiche appropriate ad ogni target, il bello è che non la usa.

Bianca ha appena chiuso l’officina, poi entra in un bar per un caffè. Si sofferma ad ascoltare imbambolata e divertita il racconto di un signore. Questi confida al barista di aver perso l’assegno di un cliente danaroso, il quale era debitore da circa un mese. Quando il cliente ha saldato il conto, lui ha perso l’assegno. ‘E’ che i soldi sospirati uno non li vuole più, ha detto l’inconscio di quello’, pensa Bianca. Poi ha cercato meglio e l’ha trovato l’assegno. A proposito di cose scritte, Bianca fruga nelle tasche per cercare il suo biglietto. L’inconscio agisce in modo imprevedibile, si sa. Ti fa perdere i biglietti a casa di quel fratello caro, cui manca la profondità e la sensibilità, scappa come una scimmia ribelle e dispettosa. Uno che prende quello che capita, chissà cosa salva della realtà. Bianca sente un moto di affetto, nuovo e sincero, verso quell’essere gemello, che deve sopravvivere, gioisce di poco, s’annuvola per cose che non saprà mai. Tonino e Bianca sono piante, per loro l’amore è luce, un processo di fotosintesi.

Alfio e Lia stanno partecipano ad un vernissage, cioè ad una inaugurazione di una mostra di quadri di artisti più o meno famosi. La mostra, nota per le sue proprietà rinfrescanti e lenitive, agisce sulle menti stanche, infondendo il giusto ristoro dalle fatiche e dalle preoccupazioni. L’umidità danza intorno ai lampioni di luce giallastra, bagna le strade, annuncia la notte. Nel bistrot del centro, dove si consuma l’evento, la partecipazione è scandita da gesti rituali: l’omelia dopo la presentazione della mostra è un lungo affondo sulle condizioni dell’arte e della cultura in Italia. L’omelia si ascolta seduti. Ci si alza dopo, girovagando con lo sguardo fisso su un quadro e poi sull’altro. Si commenta sottovoce e ci si guarda le spalle. Poi si va al buffet, con cautela, per non passare da cafoni. Alcuni se ne fregano, azzuffandosi per accaparrare il più possibile. Tuttavia il buffet non discrimina abbastanza come vorrebbe la norma borghese. Meno male che c’è il rispetto dei convenevoli. Per esempio, ‘ciao cara/o’ è d’obbligo. Per i più veraci c’è anche il saluto, simile al gesto di pace. Autentico o no, il gesto di pace fa sempre il suo effetto. Bisogna guardare oltre la gente stretta nei cappottini dai 2.000euro in su, oltre le pellicce finte, sovrastate da gioielli appariscenti, per accorgersi che quella gente elemosina calore umano, tradita dai sorrisi mesti, dalle troppe noie quotidiane che emergono dai segni sui visi e dagli occhi rassegnati, talvolta vuoti. Di questi benestanti, che in fondo stanno bene, nessuno scriverà il vuoto che gli rimane in gola: un groppo che non va né su né giù. L’articolo del giornalista presente, di sicuro ce n’è uno, includerà l’elogio dell’artista. Te lo immagini lui o lei in piedi sulla sedia, per la recita della poesia la notte di Natale. ‘Peccato aver avuto sempre bisogno di qualcosa o di qualcuno’, sussurra Lia nell’orecchio del marito, ‘perché m’ha resa fragile’. Sperando che di lui non abbia mai avuto bisogno, Alfio avvolge la moglie nella giacca. Entrambi prendono la porta per fumare una sigaretta. Sanno a memoria le reciproche forme sgraziate, esteriori e interiori, sono vicini di cuore e si guardano con quello. Uno starsi accanto così inclassificabile e inutile non s’era mai visto. La famiglia è un concetto sopravvalutato, sponsorizzato da tutti gli enti governativi perché fa sistema, tranne nei casi in cui sfugge alle categorizzazioni, alle pubblicità e ai mutui. La famiglia è un fenomeno di particelle calamitate che si raggruppano tutte al centro, se lontane cercano altre calamite.

Alle 20,00 sciamano tutti a casa: Corrado e Cloe con i loro regali, Piero, Alfio e Lia, Bianca, Camilla e Dario, Tina e Lorenzo, Cosimo, Tonino e la moglie. Mancano 5 giorni a Natale. In tv sta per iniziare un un gioco a quiz confortante, il quale culla e tiene la popolazione unita sotto lo stesso tetto nazionale. E’ giunto il tempo di divagarsi: un’onda azzurra, i soliti sospetti, fumo di Londra, traguardo e fatica, se sei bravo ce la fai, un attore offese un altro e adesso fa la parte del cattivo nel film in uscita nelle sale.

D’estate, invece, a raccontare un’altra storia sono le passeggiate al chiaro di luna, l’astro che ora entra dalla finestra, posa il suo raggio chiarissimo su un lembo della coperta e rimane da qualche parte della mente, nel ricordo mai sopito che fa bene. La luna dentro casa entra senza bussare, parla una lingua di cui si comprende solo il senso. Il suo tempo non scandisce le ore, ma appare infinito, sfiora i nostri limiti come l’onda bagna i piedi a riva e poi scappa. Le buche di quartiere sono l’ultimo pensiero della giornata di Cosimo, solleticano la sua fantasia, tant’è che s’immagina di trovarci un vaso antico e di mandare in giro la voce della maledizione che aleggia sul reperto. Cosimo, archeologo furbo, scrive già la notizia da dare al giornale di quartiere, tanto, prima o poi, se ne troverà uno.

MGS

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Poco e spesso.

lampioni

Settembre. E’ svanita la malinconia dei tempi della scuola e il bagaglio d’inquietudine nel fare a chi è più alla moda. Le giornate sono una sbaffatura dell’estate. A settembre il sole è stanco di ardere, per questo si riposa sul cielo limpido. Al mattino l’aria è fresca, ché poi si sta bene al mare, sulla spiaggia senza quasi nessuno, a guardare intorno quel che si farà. I progetti iniziano ogni autunno, le passioni stemperano e lo sguardo si disperde ovunque. Non si sa dove andare, eppure si va. L’autunno dice il vero alle nostre coscienze mai chiarissime. Io amo l’estate, che illude. Detesto l’inverno, quando sfianca le forze. Lo amo, però, nelle giornate brillanti di sole come vetri lisci e lucidi.

Il nostro tempo è lineare, ma le stagioni si susseguono ciclicamente. La spirale in cui siamo presi non ci fa capire con esattezza cosa succederà. Può essere che un giorno dirò: ‘Questa è la stagione più bella della mia vita’. C’è stato un tempo in cui ho desiderato essere come quell’amica di una mia amica, che lasciò il fidanzato perché non l’amava più. Perciò, lasciai il fidanzato e il lavoro, che non ho mai amato, per cercarne un altro da amare, sia di lavoro che di fidanzato. Oggi mi ritrovo a desiderare di essere come la signora Anna, che passeggia sulla ciclabile per tenersi in forma. Anna vive in un palazzo abbracciato da una gigantesca bouganville. Immagino anche la sua soddisfazione nel dedicarsi a cose che le piacciono, senza stancarsi troppo per il resto. Insomma, può essere che mi sia scocciata di farmi il mazzo per nulla.

Giusto il tempo di scendere le scale e sono in strada con Orlando, il mio cane. I lampioni sono fari guida per un viaggio insolito nella sera cittadina. Dall’alto vedono più di noi. Quello che emana una luce giallognola ammicca. Sembra un invito, il dare di gomito raffinato di uno abituato a mantenere il controllo di sé. Lo raggiungo, lui appena mi vede vuota il sacco, inizia a raccontare la strana storia della signora che definisce la ladyhawke  dei nostri tempi. Incuriosita seguo la vicenda. C’è una donna, che abita al secondo piano, terza serranda da sinistra. E’ sposata, ma condannata a non incontrare mai il suo amato. Uomo e donna sono entrambi vittime di una maledizione, sostiene il romantico lampione, che li obbliga a litigare da svegli e di notte, invece, a sognare di amarsi. Riflettendo su uno tra i tanti epiloghi felici della storia, giro l’angolo. Avverto un senso di trepidazione, come chi sta per salpare sfilando di tasca un biglietto anonimo con su scritta la meta, che, per adesso, è il prossimo lampione, a dire il vero più moderno. Esso risplende di luce bianca, discreta. Questo suo modo di fare spegne i pensieri strampalati, mentre la luce del primo ne aumentava il potenziale visionario. Ora, non so se sono gli anni della giovinezza ad essere passati o è il clima triste che si respira nell’epoca attuale, in cui la gente volta la testa altrove rispetto a dove guardo io. Non so. Fatto sta che manca la musica di allora, quella dei jukebox, che allagava il mondo, trasformandolo in una piazza gigantesca. Oggi pomeriggio, dal bar all’angolo, suonava quella musica e tutto sapeva di familiare. Il sole entrava di sbieco nella via, portando per attimo qualcosa che assomigliava al senso della vita. Lì si respirava dentro la giustezza delle cose che, stando tutte al loro posto, non richiedevano l’intervento immediato dell’essere umano atto a trasformarle, per renderle idonee e utili a se stesso. No, in quel momento non c’era nulla da cambiare: né il luogo né se stessi. E’ durato poco, solo che quel poco dovrebbe succedere più spesso. Questa è la storia che il lampione dalla luce discreta non poteva sapere.

Io e il mio cane siamo dritti davanti ad un’altra meta. Io guardo il nuovo lampione da lontano: un affare stanco e ricurvo, con dei trascorsi non proprio allegri. Lo possono comprendere i suoi compagni, quelli che illuminano le piazze deserte nei paesetti d’inverno. Il lampione è abituato alla solitudine, si vede. Non richiede compagnia, infatti è taciturno, sebbene abbia storie da dire: fatti e aneddoti accaduti sotto di lui da chissà quanto tempo. Come in quegli anni che illuminava le gesta di una comitiva di ragazzi e ragazze, tutti stretti stretti intorno alla sua luce, come pulcini, nelle sere della gioventù, a raccontare versioni abnormi e grottesche della realtà di cui si facevano beffe. Ridevano come cuccioli di animale e avevano progetti. Non come i progetti degli adulti, sfoderati dalle tasche alla maniera dei soldi. Lo fanno dimostrare di avere moneta spendibile nel loop dei doveri in cui si cacciano. Idee giuste, si capisce. Gli adulti sono pieni di idee brillanti e progetti da realizzare per sentirsi vivi. I giovani sono vivi, perciò hanno progetti da realizzare. Gli adulti devono andare avanti a tutti i costi, superando il proprio tempo, così facendo lo ingannano. Passano sopra a tutto e tutti come uno schiacciasassi. Se si sentono arrivati, parcheggiano dove c’è scritto di non parcheggiare, poi vanno al bar, a gustare una pastarella divinaaa… Fanno i complimenti al barista, domandando dove l’ha presa e lui risponde una cosa così, tanto che cacchio ne sanno e, soprattutto, che cacchio gliene frega. I giovani non hanno di questi problemi.

Procedo nella mia avventura a due passi da casa, avvicinandomi al prossimo faro nella tempesta casalinga. Posata la mano sul palo che lo sorregge, sento che mi offre sostegno e riposo. Non me lo aspettavo, indifferente come appare. Posso scagionarlo, infondo è solo rassegnato. In una stagione della sua vita s’era posto il fine di illuminare i volti di quella coppia che, di sera, stazionava sotto di lui. Le fronde degli alberi, però, coprivano la luce, tratteggiando i volti dell’uomo e della donna di ghirigori, forme vegetali, contorni fogliari, come fossero esseri sovrannaturali, metà umani e metà piante. I due parlavano a lungo, senza capirsi. Lei spiegava accuratamente i suoi sentimenti, lui aveva sempre una risposta adatta, impeccabile, di quelle risposte che concludono i discorsi. Lui non riusciva ad andare oltre le parole di lei, ad intuirvi una richiesta di attenzione e d’amore. Dopo numerosi tentativi fallimentari, il lampione concluse che la colpa era la sua, non era riuscito ad illuminarli come avrebbe voluto. Successivamente iniziò il suo periodo di stanca, sfociato nella rassegnazione di ora, che si manifesta nell’alone confuso della sua luce.

Da qui avanzo fino al mio portone. Esso è incorniciato da lampade soffuse, che annunciano la notte e di fare piano, perché la gente riposa. L’avventura rocambolesca del giro dell’isolato si conclude con il rientro all’ovile. Giro la chiave nella toppa. Entro nel portone, poi salgo le scale. Al primo piano c’è una signora che vive con il marito. Lei pulisce scrupolosamente il bagno tutte le mattine, da trent’anni. Al secondo una famiglia con due bambini di 4 e 7 anni, che tornano a casa alle 18,oo, poi fanno il bagno, mentre i genitori preparano la cena. La vita si ripete, perché nella continuità trova conforto al passaggio del tempo. Eppure queste certezze non soffrono di presunzione, gli basta sapere di offrire calore e compagnia. Tutto il contrario dei discorsi che facciamo, sempre gli stessi, con le stesse parole, per non dire altro. E, così, la musica dalle radio, le notizie dei mezzi di comunicazione, anche loro restringono il mondo in un cortiletto angusto. Poi disegniamo l’otto rovesciato,  parliamo di infinito.

Al terzo piano, un’altra signora accende la tv alle 6,30 del mattino, l’ora del tg. Mentre lo speaker annuncia le notizie, lei gira lentamente in casa, aggiungendo alla cronaca i suoi pensieri su come il mondo vorrebbe che fosse, rimestando dentro se stessa, per cogliere un sentimento affine al luce rosata del sole che sta per nascere. Di fronte e oltre la sua porta, un signore cicciotto, dai capelli impomatati e la faccia rossa, sistema i panni per la pulizia sotto al lavello della cucina, accanto ai detersivi. Si veste, apre la finestra per far prendere aria alle coperte, poi rifà il letto. Va in cucina, con il taccuino in mano. Una volta seduto al tavolo, segna le cose da fare nella giornata. Vive solo, ripara piccoli elettrodomestici, ma anche scaldabagni e lavatrici. Ha meno lavoro da quando li fanno per rompersi irrimediabilmente dopo la garanzia. Perciò, di tanto in tanto, impartisce lezioni di chitarra classica, la sua passione dai tempi della gioventù. Qualche ragazzino bussa alla porta vestito da nerd, per suonare accordi e trovarne altri: con se stesso e i propri sogni. Quelli che rimangono, mutando forma, come piante falciate, ma dalle radici forti.

Io abito al quarto piano, il bello di casa mia è che di notte si vedono le stelle, di giorno la luce. Comunque, sempre di stelle si tratta. Sui muri ho scritto versi di poesie e frasi di libri. Ogni frase o verso rappresenta una storia come l’ho vissuta io.

 

Manuela Grillo Spina

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Blu cobalto.

blu

Sono io che ti chiamo

da una terra arsa e desolata.

Passano gli anni.

Al ritmo del tempo,

attraverso infinite

distanze, risalendo ere,

strati di acque profonde e blu cobalto

di bolle cristalline: il pulviscolo

degli oceani. Volo poi,

su pianure assolate

e fiori rossi.

Non ho fatto che cadere, ultimamente.

Sono arrivata nelle profondità

della terra per riemergere,

zampillando come una vena

d’acqua allo stato brado.

Ho accorciato le distanze

con la felicità, che mi siede accanto,

finalmente, in un giorno

scintillante di mare.

Sono brava a riemergere,

compenso la condizione

che non ho scelto.

Negli anni non ho fatto che andare giù

e tornare in superficie,

come certe stelle lontane

milioni di chilometri.

Adesso sono stanca,

la felicità è più vicina

la posso sentire,

ne ho voglia.

Il richiamo dei gabbiani al mattino,

fermo immagine sui tavolini

dei bar all’aperto,

dove la vita s’organizza a caso,

interpreta una scena all’improvviso.

Il corpo invecchia,

con il bagaglio di cose andate.

Come quella volta che piovve

in un pomeriggio di giugno.

E poi uscì il sole.

 

 

Manuela Grillo Spina

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All’estate

IMG_0786[1]T’avevo detto di non lasciarmi,

di fermarti un po’ di più.

Anzi, non te l’ho detto.

Te lo dico adesso, chè a ricordarti

mi viene nostalgia.

E t’aspettavo, guardando

attraverso la finestra.

I vetri bagnati rimarcavano

la tua assenza.

Un giorno t’ho vista arrivare da lontano,

come un bambino che spunta dalla collina,

in un campo di primavera.

Sei la gioia mia,

bella d’ineguagliabile bellezza.

Sei la luce delle giornate più lunghe,

e spargi felcità,

come un incantesimo che passerà.

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Dalla ciclabile alla Balduina a nuoto (come un pesce fuori dall’acqua)

IMG_0753Mi fido del ricordo delle foglie rosse d’autunno, delle labbra che splendono al sole come i sorrisi. Guardo all’inverno, mentre cammino con abiti pesanti nelle strade e nelle piazze, che sono simili alla città ideale nascosta nella giacca. Muovo i primi passi: le ruote del meccanismo totale, la fabbrica della vita dell’oggi e mi chiedo se, ciò che vedo ora, dalla terrazza sulla ciclabile, in un pomeriggio qualsiasi, diventerà un ricordo. Mi fido dei ricordi: importanti testimoni di attimi di vita vissuta. Allora ero viva, per questo ricordo. Scommetto sui nuovi, quelli che verranno e saprò solo dopo se la vita di oggi l’ho vissuta davvero. Mi ricordo di quella giornata, non saprei dire quando, in cui anche con i pensieri andavo forte. Essi scorrevano nello schermo della mente, come nuvole nel cielo limpido ed io immaginavo di non essere sola. Insieme a quegli altri, che ho sempre desiderato vedere con me, aspettavamo la prossima stagione, il domani, come a moltiplicare la meraviglia implicita nel fatto di sentirsi vivi.

La gente scatta parecchie foto, ma c’è un non so che di particolare che ti spinge a fermarti, a guardarti intorno, per memorizzare un momento, come un’istantanea che tieni dentro di te. Bisognerebbe chiedersi più spesso se si vive davvero. Bisognerebbe cercare le prove quando la risposta è incerta. Il tuo io ti vuole mettere con le spalle al muro, allora ti appigli a una bella serata, a un film visto spassosissimo, ma non è quella la prova che vuole. Infatti, continua a tormentarti, finché non lo accontenti. Per cavartela tiri fuori attimi vissuti intensamente come il mago con il coniglio dal cappello. A volte, è come cercare un ago in un pagliaio. Per questo guardare alla finestra potrebbe essere molto appagante. A tale proposito, ci si trastulla con il gioco dell’osservazione delle coppie attempate che si aggirano nelle sale d’aspetto dei cinema o nella strada. Lei si guarda intorno distrattamente, tenendo in mano i biglietti appena acquistati, come a farci credere che l’ordine e la pulizia del suo aspetto siano casuali e non il frutto di un’enorme fatica. Qui sta il fascino che emana alla stregua di una ballerina classica. La coppia osservata riproduce il suo piccolo mondo nel mondo che è più grande, lo fa seguendo la consuetudine, come se stesse in salotto. L’uomo e la donna ci mostrano quello che hanno imparato conoscendosi negli anni trascorsi insieme: sanno che all’affermazione di uno, l’altra risponderà in sintonia, alla loro maniera, rafforzando quel mondo che li protegge e li identifica. La coppia trasmette il contenuto di un’opera d’arte mostrando l’essenza, ma non lo fa cogliendo l’attimo, bensì sciorinando momenti apparentemente insignificanti al passaggio del tempo. Però, quegli attimi tutti insieme compongono il quadro in cui hanno voce le cose spesso taciute. Se c’è vita o non c’è vita sulla Terra, questo emerge insieme a me, che vengo su dalla ciclabile, come un nuotatore dall’acqua.

Amo il potere rassicurante della parola ‘naturalmente’, un avverbio che ti fa respirare tra un’affermazione e l’altra. Naturalmente non è facile starsene a guardare l’abisso sotto di sé, rimanere attaccati alla colonna vuota dell’anima come un koala all’albero, come uno spermatozoo all’ovulo, per fecondarsi e darsi ancora vita risalendo su.

Manuela Grillo Spina

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Alzati!

IMG_0744[1]‘E alzati’, dico tra me e me. Ce l’ho con quella che mi sta seduta davanti, lei indica con il dito qualcosa di importante fuori dal finestrino del tram. Una volta di qua, una volta di là, fa per alzarsi, ma non si alza. Che nervi! E’ pure straniera, forse inglese. Dunque, nemmeno il gusto di incazzarsi. Vorrei che il tram corresse nella direzione in cui devo andare io, senza fermate, senza tutta questa gente. Dove sei? E’ questa la domanda che deve avere una risposta. Poi, quella si alza, finalmente mi metto seduta. Il tram non accelera, anzi, scricchiola e stride ad ogni curva. Sembra un ferraccio vecchio, mi somiglia un po’. Eppure cammina. Il coraggio, l’amore, roba da giovani lontana anni luce dall’imbuto cosmico del tran tran quotidiano. Il tram, il tran tran. Non riesco a stare con te, ma non posso vivere senza di te. Lo so che bisogna scegliere. Te ne sei andato, anche se sei sempre con me come un pensiero che sta attaccato alla testa. Nel tran tran non c’è spazio per quello che vivo in questo tram. L’ansia di arrivare, di vederti e parlarti. Lo so, bisogna scegliere. Io scelgo il tram.

Dentro avevo un drago, adesso che ci penso lo sento ancora. Basta, non lo voglio il chihuahua che m’hanno rifilato. La moglie tradizionale è un chihuahua, la donna-persona un potenziale drago. E’ triste la prima, indefinibile la seconda. La donna-drago non ha contorni netti, preferisce lasciarli al vento, fatti d’acqua. Azzurra, viola, d’argento, è creatura misteriosa, viva e silenziosa. E’ un respiro grande che scandisce il ritmo vitale, impercettibile e al tempo stesso indispensabile. Impossibile strapparlo al flusso della vita. Nel tran tran è dormiente, schiude l’occhio di drago nel tram. Dunque, vivo. La prima pioggia di settembre apre la porta all’universo buio, in un altro tempo dal nostro. D’un tratto appaiono i vetri bagnati e i banchi di scuola illuminati dalla luce al neon, che arrivavano come bagliori di stelle da lassù. I pensieri più belli faticavano a prendere il volo, erano pioggia che s’appaiava ai temi, scandiva le ore negli uffici arrampicati sui piani dei palazzi. Pozzanghere e fermate del bus, rumore di clacson e gente con la faccia china sotto l’ombrello a ripararsi dalle gocce che cadono, ma non toccano i visi. Illusioni. Passerà, sembra che dicano gli altri. La pioggia d’inverno turbava i miei giorni di gioventù, non passava, perché allora tutto era senza tempo. La pioggia è un’eco dell’universo immenso e buio, in attesa di essere rischiarato dalle parole. La donna che venne dopo aveva occhi grandi, in cui s’imprimevano facilmente le nuvole bianche e rosa del tramonto. Io nel piumino rosso e nel bus assimilavo a strati le nuvole sfilacciate di forma, diventando vaga anche nel contenuto. L’aria del tramonto era placida come una madre che allatta, conteneva tutto. Era così allora, non come ora che il tutto vago fatica ad entrare nei bulbi oculari. Li meraviglia ancora, questo è certo, ma, gli stessi occhi, miei testimoni, aspettano a destarsi al gioco della vita. Troppi i pensieri inutili, avvertiti come limiti invalicabili, non come l’orizzonte che preannuncia l’infinito. Cerco la donna che aveva tutto negli occhi. L’incontro per caso alla fine di una via silenziosa e illuminata dal sole pomeridiano. Una macchina arriva e parcheggia nell’unico posto che c’è. E’ la fortuna che gira in questo angolo di mondo e poi se ne và, come la donna che ero. Nell’età che ho adesso, passa il tempo e passano le cose.

La gente vuole certezze, cose ben classificabili, in cambio rinuncia a tutta questa potenza. Ho smesso di avere 20 anni quando mi sono sposata, l’ho fatto all’età di 43 anni. La bella notizia è che ci si può sentire forti come un animale selvaggio anche dopo, fiere come lui e ciò è bene saperlo. Se avessi due carte da cambiare, cederei quelle con brutte vestaglie, cioè l’attrezzatura perfetta dell’immaginario muliebre. Baratterei i capelli sciatti, rivelatori  di arrendevolezza e occhi spenti, con la magnifica illusione giovanile di sentirsi eterni. Guardo con sgomento colei che, aspettando il treno, legge attentamente le offerte dei supermarket nel depliant.  Io ne prendo alcuni dalla cassetta della posta condominale per farne tappetini del bagno. Poi, ogni tanto, do un’occhiata. Al supermarket preferisco improvvisare. Uno degli effetti dell’illuminazione tramviaria è quello di sentirsi di nuovo nel mondo, a partecipare a tutto quello che c’è, stridendo e spalancando la bocca, dicendo: ‘Io sono’. Posso piegare l’acciaio, volare sopra le vette più elevate, ammiccare al sole, scivolare nelle profondità del mare. Non m’importa più del futuro, non mi preoccupa. L’animale che è in me gonfia il petto e sputa fuoco, soffia, torcendo la testa, ha l’occhio vivo ad annusare il mondo di lato. Assorbe l’attimo opportuno, per alzare lo sguardo, ricominciare con la bocca spalancata verso l’alto e le ali aperte. Ci sono le condizioni per amare la mia ombra ora che ne ho nostalgia; la preferisco all’ipotesi di perfezione, di una donna perfetta in una famiglia perfetta, ovvero un tritato di ‘devo’ e di ‘non fa niente’. ‘Alzati e cammina!’, dico tra me e me. No, non mi credo Dio. E’ che, parafrasando Woody Allen, bisogna pur avere dei modelli da imitare, per riportarci in vita e vincere sulla morte. E poi, che cos’è la propria ombra se non quello che interrompe il sorriso degli altri come una nuvola che passa nel cielo limpido. La vedo nel viso-specchio di Angelica, la signora anziana che osserva la mia ingenuità infantile simile alla sua. L’ombra è la malizia d’ordinanza, che spunta a sproposito sui volti non più giovani. Sguardi, volti come specchi, restituzioni, rimandi tessono la trama della verità. Nei volti femminili è minore lo scarto tra ciò che si crede di vedere e ciò che c’è. Si gioca di sponda, con lo sdoppiamento, moltiplicando le dimensioni del reale, nella luce che attraversa il prisma e fa succedere le cose.

Manuela Grillo Spina

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C’è dell’altro.

bolleDio è solo Dio, la morte è solo la morte. Noi siamo un po’ Dio, un po’ la morte, poi c’è dell’altro. ‘Tu non parli’, mi diceva la mia amica delle scuole medie, quando veniva al mare con mia madre e mio fratello. Stavamo a Civitanova, nella riviera adriatica. Non ero di compagnia e lei si annoiava. Non parlavo neanche in comitiva, dove ero certamente meno popolare di lei. Le altre tutte brillanti e un po’ bulle. Mi ricordo che ce ne era una con la fronte alta, si truccava molto e s’aspettava sempre un ‘ohhhh’ di meraviglia quando faceva la sua apparizione. Chissà che fa adesso. Si chiamava Nicoletta, ora ricordo. Io vivevo nell’invisibilità, tranne quando nevicò a Roma, il 6 gennaio 1985. Allora mi truccai anch’io, più del solito e misi degli orecchini pendenti: bianchi con dei disegni colorati. Un ragazzo mi disse che ero bella. Sono così anche adesso, se penso non parlo. Parlo quando sono in vena e ho da dire qualcosa. ‘Tu non parli’, diceva l’amica mia ed era vero. Quelle parole mi sono rimaste dentro. Di cose ne avevo da dire, ma il pensarle e il dirle erano due cose differenti. Pensare e dire sono azioni compiute, come Dio e la morte: una volta agite rimangono lì. Allora esse non erano affatto legate da fattori di causa ed effetto, né dipendenti l’una dall’altra, ma separate, superbe e un po’ spocchiose, arrampicate sulla torre a braccia conserte. Almeno le mie. Incompatibilità ambientale, per questo fuggivano, più che per un mero capriccio. Le parole se ne andavano in luoghi introvabili e non era affatto facile riprenderle, così come ora non è scontato riprendere il filo del discorso interrotto della mia felicità perduta. So per esperienza dell’emozione dell’alba e mi dico: ‘Vabe’, ridivento quella che ero’. Ciò risulta in pratica più complicato, perché, tra l’affermare qualcosa ed esserlo, devi ritrovarti scandagliando il fondo.

Rimediare, mettere una pezza al cambiamento non voluto della mia prospettiva sul mondo e sulle cose. Quando ero ragazzina non sapevo che stessi cercando la felicità, ma adesso mi appare evidente nei risultati raggiunti e nel casino combinato per raggiungerli.  Quella colonna vuota al centro di me, che è l’anima, nel tempo s’è illuminata formando ombre e luci di forme più o meno veritiere. La gente è ipocrita, è metà e metà. C’è dell’altro, dunque, oltre la facciata smaltata. Le luci colorate e le ombre che prendono vita in quel cilindro vuoto mutano per forma e contenuto, scambiandosi ironicamente di posto. Non è il fare convenzionale del gioco sociale, è qualcosa di sfuggente, vivo come la vita del mare. La gente non sente nemmeno della musica di sottofondo ed è sbrigativo dire che bisogna stare in pace con se stessi per stare bene con gli altri. Io non sapevo che, per starmene in pace, avrei dovuto parlare di cose che sembravano non pensate da nessuno. C’è una specie di affinità tra queste e me, un tacito accordo di autoesclusione dalla realtà ufficiale come se fluttuassimo nell’aria come bolle di sapone: io e loro, le cose non pensate da nessuno. L’odore di resina, la pineta, l’altalena sono elementi d’affezione col mondo, è come avere indosso la spensieratezza e una maglietta a maniche corte. Per stare in pace con il mondo ho bisogno di sentire la musica, dove gli altri vedono solo cose: gli alberi, il cielo cittadino, il sole del mattino, la gente, uno sguardo. Ma il vero travaglio è trovare il modo di dirle queste cose, come le domeniche d’agosto cui l’inverno regala un cielo nuvoloso. Domeniche in cui ti svegli principessa, un essere annegata nel sonno e domani risvegliarti nell’ordinario lunedì dell’essere donna ordinaria. Incanto e disincanto. Forse, per alcuni vivere è più facile, dicono: ‘E’ tutto qui’. Per me no, c’è sempre dell’altro.

Manuela Grillo Spina

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Divieti e permessi.

Anche Roma appare insicura alle prime luci del mattino. Come una creatura nel suo letto, la città ha la pelle morbida e stropicciata dal sonno, che vi imprime la sua forma astrale. Il piccolo bar nella via della scuola lo chiamano ‘il bar dei tossici’, eppure è molto carino. Stamattina è aperto, ha lo stereo a palla, perciò mi viene facile sentire George Michael che canta ‘Jesus to a child’. Le note si spandono come un alito che accarezza l’aria e si diffonde sui marciapiedi puzzolenti di pipì, sulle erbacce ai bordi della strada, su edifici fatiscenti e su quelli nuovi. C’è poca gente in giro. Ora è facile cacciare via le definizioni. Mentre io e Orlando camminiamo prende vita ciò che siamo sempre stati. Posso sentire le parole della piazza, scoppiettanti come luci di Natale: una di qua, una di là, simili a pezzi del puzzle del qui ed ora, cosa che il tempo disfa nell’usanza dei monaci Zen. E’ in mio potere avvertire gli strati di pelle che scompaiono, lasciando una superficie liscia e splendente di luci colorate. Mi sento una salamandra spaziale, invece di vedermi scorticata e dolorante. Perché lo stare davanti all’altro senza pelle è un rischio che uno non può scegliere di correre. E’ così. A meno che, un giorno, l’animo graffiato fa un’impennata equestre e dice basta. Allora ti vedi come un S. Sebastiano dal martirio inutile; esposta a tutti, tutte le volte che lo sei stata.  Eccomi, colpisci! Pare che tu abbia sempre detto così. Perché? Perché nel fondo qualcosa bruciava. Questo qualcosa era nascosto dalle ferite inferte senza ragione. Eppure la muta improvvisa scopre una pelle magica, che si difende con la luce e il colore, manifestando la fragilità.

In questo giardino incantato non c’è nessuno e ne sono contenta, poiché ricordo tanti giorni messi in fila come perle di una collana ed io stranita da qualcosa che ancora non sapevo. Allora rispondevo a mezza bocca nei dialoghi convenzionali, che si fanno per dare agli altri l’impressione di esserci. Questo luogo è denso di profumi e pervaso dai colori vivi dei fiori. E’ un giardino segreto, forse poco originale a dirsi, assai più interessante a starci dopo una lunga separazione. Non è troppo distante dal tempo di tutti, inoltre si difende bene per mezzo di siepi e rose dalle spine taglienti. L’erba è dispettosa come l’ortica. Essa indica che lo spazio di fuori non è proibito.

Essendo le parole il mio alter ego, ultimamente mi sono sentita un po’ morta e la cosa mi fa anche ridere per l’abitudine presa a minimizzare tutto ciò che mi riguarda anche nel caso di un decesso, che è l’unico momento, oltre alla nascita, in cui non ci sono mezze misure o sei vivo o sei morto, non un po’ di tutto questo. Le vie del linguaggio sono infinite, ma, a volte, tra il pensiero e la parola c’è un vuoto, che le parole colmano come giullari pazzi, sbucando all’improvviso. Ti stupisci e ti chiedi se siano giuste. Poi, non ci pensi più. Pensi al sole, che varca i nostri cieli da millenni. Allo stesso modo capita il ricordo frammentario di attimi di vita pervasi di luce calda e rapiti non si sa quando nè perché, scomparsi. E’ stato l’altra sera, d’un tratto mi sono tornati in mente, come scene scompaginate di un sogno.

Nel giardino segreto il tempo è mio, ci sono i miei passi, le azioni compiute, il viso attento. Ci sono i pensieri più arditi e quelli volti alla soluzione dei quiz del quotidiano, che si mischiano al fracasso, agli sguardi senza pietà della gente. Altrove è il tempo degli altri, qui è il mio. Altrove è il tempo di tutti, dove ci buttano come in un calderone a farci bollire. Nel parco si trova la mia strada: un corridoio tappezzato dai pensieri che ho avuto, dalle immagini di me restituite alla memoria come stanze senza il soffitto.

Le cose splendenti al sole fluiscono dentro di me,  dalle retine ingoio tutti i colori del mondo circostante. Mi sono svegliata dal letargo con la mia nuova pelle di salamandra spaziale, perciò, a causa di una certa familiarità, provo solidarietà per il drago che non sarà ucciso da nessun santo e nei confronti di tutte le bestialità da domare. Non ci sono guerre o spedizioni punitive contro gli insorti, né impurità da depurare. Ecco tutto. Nella realtà non c’è nessun cartello: non entrare nella tana dell’orso, non addentrarti nella foresta. Dunque, figuriamoci se c’è l’avvertimento di uccidere o no un drago che non esiste.

Sento l’odore della resina degli abeti dopo la pioggia in una mattina macchiata dal grigio e dal bianco delle nuvole. La pelle accoglie raggi di sole, che filtrano attraverso le nuvole scontornate nel tardo mattino. Il cielo azzurro, del colore della pelle di salamandra, mi porta nel viaggio verso il mondo di chi inventa, dove le cose sono come gli oggetti di legno colorato con cui giocano i bambini. Sento qualcosa, ne gioisco dopo il letargo dei sentimenti. Sento un pensiero, un pizzicotto, una cantonata, un viso sgrugnato, che mi riporta le mie sensazioni. In fondo ad esse s’acquatta la gioia di vivere, da lì mi guarda tenera.

 

Manuela Grillo Spina.

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