Blu cobalto.

blu

Sono io che ti chiamo

da una terra arsa e desolata.

Passano gli anni.

Al ritmo del tempo,

attraverso infinite

distanze, risalendo ere,

strati di acque profonde e blu cobalto

di bolle cristalline: il pulviscolo

degli oceani. Volo poi,

su pianure assolate

e fiori rossi.

Non ho fatto che cadere, ultimamente.

Sono arrivata nelle profondità

della terra per riemergere,

zampillando come una vena

d’acqua allo stato brado.

Ho accorciato le distanze

con la felicità, che mi siede accanto,

finalmente, in un giorno

scintillante di mare.

Sono brava a riemergere,

compenso la condizione

che non ho scelto.

Negli anni non ho fatto che andare giù

e tornare in superficie,

come certe stelle lontane

milioni di chilometri.

Adesso sono stanca,

la felicità è più vicina

la posso sentire,

ne ho voglia.

Il richiamo dei gabbiani al mattino,

fermo immagine sui tavolini

dei bar all’aperto,

dove la vita s’organizza a caso,

interpreta una scena all’improvviso.

Il corpo invecchia,

con il bagaglio di cose andate.

Come quella volta che piovve

in un pomeriggio di giugno.

E poi uscì il sole.

 

 

Manuela Grillo Spina

Advertisements
Posted in Uncategorized | Leave a comment

All’estate

IMG_0786[1]T’avevo detto di non lasciarmi,

di fermarti un po’ di più.

Anzi, non te l’ho detto.

Te lo dico adesso, chè a ricordarti

mi viene nostalgia.

E t’aspettavo, guardando

attraverso la finestra.

I vetri bagnati rimarcavano

la tua assenza.

Un giorno t’ho vista arrivare da lontano,

come un bambino che spunta dalla collina,

in un campo di primavera.

Sei la gioia mia,

bella d’ineguagliabile bellezza.

Sei la luce delle giornate più lunghe,

e spargi felcità,

come un incantesimo che passerà.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Dalla ciclabile alla Balduina a nuoto (come un pesce fuori dall’acqua)

IMG_0753Mi fido del ricordo delle foglie rosse d’autunno, delle labbra che splendono al sole come i sorrisi. Guardo all’inverno, mentre cammino con abiti pesanti nelle strade e nelle piazze, che sono simili alla città ideale nascosta nella giacca. Muovo i primi passi: le ruote del meccanismo totale, la fabbrica della vita dell’oggi e mi chiedo se, ciò che vedo ora, dalla terrazza sulla ciclabile, in un pomeriggio qualsiasi, diventerà un ricordo. Mi fido dei ricordi: importanti testimoni di attimi di vita vissuta. Allora ero viva, per questo ricordo. Scommetto sui nuovi, quelli che verranno e saprò solo dopo se la vita di oggi l’ho vissuta davvero. Mi ricordo di quella giornata, non saprei dire quando, in cui anche con i pensieri andavo forte. Essi scorrevano nello schermo della mente, come nuvole nel cielo limpido ed io immaginavo di non essere sola. Insieme a quegli altri, che ho sempre desiderato vedere con me, aspettavamo la prossima stagione, il domani, come a moltiplicare la meraviglia implicita nel fatto di sentirsi vivi.

La gente scatta parecchie foto, ma c’è un non so che di particolare che ti spinge a fermarti, a guardarti intorno, per memorizzare un momento, come un’istantanea che tieni dentro di te. Bisognerebbe chiedersi più spesso se si vive davvero. Bisognerebbe cercare le prove quando la risposta è incerta. Il tuo io ti vuole mettere con le spalle al muro, allora ti appigli a una bella serata, a un film visto spassosissimo, ma non è quella la prova che vuole. Infatti, continua a tormentarti, finché non lo accontenti. Per cavartela tiri fuori attimi vissuti intensamente come il mago con il coniglio dal cappello. A volte, è come cercare un ago in un pagliaio. Per questo guardare alla finestra potrebbe essere molto appagante. A tale proposito, ci si trastulla con il gioco dell’osservazione delle coppie attempate che si aggirano nelle sale d’aspetto dei cinema o nella strada. Lei si guarda intorno distrattamente, tenendo in mano i biglietti appena acquistati, come a farci credere che l’ordine e la pulizia del suo aspetto siano casuali e non il frutto di un’enorme fatica. Qui sta il fascino che emana alla stregua di una ballerina classica. La coppia osservata riproduce il suo piccolo mondo nel mondo che è più grande, lo fa seguendo la consuetudine, come se stesse in salotto. L’uomo e la donna ci mostrano quello che hanno imparato conoscendosi negli anni trascorsi insieme: sanno che all’affermazione di uno, l’altra risponderà in sintonia, alla loro maniera, rafforzando quel mondo che li protegge e li identifica. La coppia trasmette il contenuto di un’opera d’arte mostrando l’essenza, ma non lo fa cogliendo l’attimo, bensì sciorinando momenti apparentemente insignificanti al passaggio del tempo. Però, quegli attimi tutti insieme compongono il quadro in cui hanno voce le cose spesso taciute. Se c’è vita o non c’è vita sulla Terra, questo emerge insieme a me, che vengo su dalla ciclabile, come un nuotatore dall’acqua.

Amo il potere rassicurante della parola ‘naturalmente’, un avverbio che ti fa respirare tra un’affermazione e l’altra. Naturalmente non è facile starsene a guardare l’abisso sotto di sé, rimanere attaccati alla colonna vuota dell’anima come un koala all’albero, come uno spermatozoo all’ovulo, per fecondarsi e darsi ancora vita risalendo su.

Manuela Grillo Spina

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Alzati!

IMG_0744[1]‘E alzati’, dico tra me e me. Ce l’ho con quella che mi sta seduta davanti, lei indica con il dito qualcosa di importante fuori dal finestrino del tram. Una volta di qua, una volta di là, fa per alzarsi, ma non si alza. Che nervi! E’ pure straniera, forse inglese. Dunque, nemmeno il gusto di incazzarsi. Vorrei che il tram corresse nella direzione in cui devo andare io, senza fermate, senza tutta questa gente. Dove sei? E’ questa la domanda che deve avere una risposta. Poi, quella si alza, finalmente mi metto seduta. Il tram non accelera, anzi, scricchiola e stride ad ogni curva. Sembra un ferraccio vecchio, mi somiglia un po’. Eppure cammina. Il coraggio, l’amore, roba da giovani lontana anni luce dall’imbuto cosmico del tran tran quotidiano. Il tram, il tran tran. Non riesco a stare con te, ma non posso vivere senza di te. Lo so che bisogna scegliere. Te ne sei andato, anche se sei sempre con me come un pensiero che sta attaccato alla testa. Nel tran tran non c’è spazio per quello che vivo in questo tram. L’ansia di arrivare, di vederti e parlarti. Lo so, bisogna scegliere. Io scelgo il tram.

Dentro avevo un drago, adesso che ci penso lo sento ancora. Basta, non lo voglio il chihuahua che m’hanno rifilato. La moglie tradizionale è un chihuahua, la donna-persona un potenziale drago. E’ triste la prima, indefinibile la seconda. La donna-drago non ha contorni netti, preferisce lasciarli al vento, fatti d’acqua. Azzurra, viola, d’argento, è creatura misteriosa, viva e silenziosa. E’ un respiro grande che scandisce il ritmo vitale, impercettibile e al tempo stesso indispensabile. Impossibile strapparlo al flusso della vita. Nel tran tran è dormiente, schiude l’occhio di drago nel tram. Dunque, vivo. La prima pioggia di settembre apre la porta all’universo buio, in un altro tempo dal nostro. D’un tratto appaiono i vetri bagnati e i banchi di scuola illuminati dalla luce al neon, che arrivavano come bagliori di stelle da lassù. I pensieri più belli faticavano a prendere il volo, erano pioggia che s’appaiava ai temi, scandiva le ore negli uffici arrampicati sui piani dei palazzi. Pozzanghere e fermate del bus, rumore di clacson e gente con la faccia china sotto l’ombrello a ripararsi dalle gocce che cadono, ma non toccano i visi. Illusioni. Passerà, sembra che dicano gli altri. La pioggia d’inverno turbava i miei giorni di gioventù, non passava, perché allora tutto era senza tempo. La pioggia è un’eco dell’universo immenso e buio, in attesa di essere rischiarato dalle parole. La donna che venne dopo aveva occhi grandi, in cui s’imprimevano facilmente le nuvole bianche e rosa del tramonto. Io nel piumino rosso e nel bus assimilavo a strati le nuvole sfilacciate di forma, diventando vaga anche nel contenuto. L’aria del tramonto era placida come una madre che allatta, conteneva tutto. Era così allora, non come ora che il tutto vago fatica ad entrare nei bulbi oculari. Li meraviglia ancora, questo è certo, ma, gli stessi occhi, miei testimoni, aspettano a destarsi al gioco della vita. Troppi i pensieri inutili, avvertiti come limiti invalicabili, non come l’orizzonte che preannuncia l’infinito. Cerco la donna che aveva tutto negli occhi. L’incontro per caso alla fine di una via silenziosa e illuminata dal sole pomeridiano. Una macchina arriva e parcheggia nell’unico posto che c’è. E’ la fortuna che gira in questo angolo di mondo e poi se ne và, come la donna che ero. Nell’età che ho adesso, passa il tempo e passano le cose.

La gente vuole certezze, cose ben classificabili, in cambio rinuncia a tutta questa potenza. Ho smesso di avere 20 anni quando mi sono sposata, l’ho fatto all’età di 43 anni. La bella notizia è che ci si può sentire forti come un animale selvaggio anche dopo, fiere come lui e ciò è bene saperlo. Se avessi due carte da cambiare, cederei quelle con brutte vestaglie, cioè l’attrezzatura perfetta dell’immaginario muliebre. Baratterei i capelli sciatti, rivelatori  di arrendevolezza e occhi spenti, con la magnifica illusione giovanile di sentirsi eterni. Guardo con sgomento colei che, aspettando il treno, legge attentamente le offerte dei supermarket nel depliant.  Io ne prendo alcuni dalla cassetta della posta condominale per farne tappetini del bagno. Poi, ogni tanto, do un’occhiata. Al supermarket preferisco improvvisare. Uno degli effetti dell’illuminazione tramviaria è quello di sentirsi di nuovo nel mondo, a partecipare a tutto quello che c’è, stridendo e spalancando la bocca, dicendo: ‘Io sono’. Posso piegare l’acciaio, volare sopra le vette più elevate, ammiccare al sole, scivolare nelle profondità del mare. Non m’importa più del futuro, non mi preoccupa. L’animale che è in me gonfia il petto e sputa fuoco, soffia, torcendo la testa, ha l’occhio vivo ad annusare il mondo di lato. Assorbe l’attimo opportuno, per alzare lo sguardo, ricominciare con la bocca spalancata verso l’alto e le ali aperte. Ci sono le condizioni per amare la mia ombra ora che ne ho nostalgia; la preferisco all’ipotesi di perfezione, di una donna perfetta in una famiglia perfetta, ovvero un tritato di ‘devo’ e di ‘non fa niente’. ‘Alzati e cammina!’, dico tra me e me. No, non mi credo Dio. E’ che, parafrasando Woody Allen, bisogna pur avere dei modelli da imitare, per riportarci in vita e vincere sulla morte. E poi, che cos’è la propria ombra se non quello che interrompe il sorriso degli altri come una nuvola che passa nel cielo limpido. La vedo nel viso-specchio di Angelica, la signora anziana che osserva la mia ingenuità infantile simile alla sua. L’ombra è la malizia d’ordinanza, che spunta a sproposito sui volti non più giovani. Sguardi, volti come specchi, restituzioni, rimandi tessono la trama della verità. Nei volti femminili è minore lo scarto tra ciò che si crede di vedere e ciò che c’è. Si gioca di sponda, con lo sdoppiamento, moltiplicando le dimensioni del reale, nella luce che attraversa il prisma e fa succedere le cose.

Manuela Grillo Spina

Posted in Uncategorized | Leave a comment

C’è dell’altro.

bolleDio è solo Dio, la morte è solo la morte. Noi siamo un po’ Dio, un po’ la morte, poi c’è dell’altro. ‘Tu non parli’, mi diceva la mia amica delle scuole medie, quando veniva al mare con mia madre e mio fratello. Stavamo a Civitanova, nella riviera adriatica. Non ero di compagnia e lei si annoiava. Non parlavo neanche in comitiva, dove ero certamente meno popolare di lei. Le altre tutte brillanti e un po’ bulle. Mi ricordo che ce ne era una con la fronte alta, si truccava molto e s’aspettava sempre un ‘ohhhh’ di meraviglia quando faceva la sua apparizione. Chissà che fa adesso. Si chiamava Nicoletta, ora ricordo. Io vivevo nell’invisibilità, tranne quando nevicò a Roma, il 6 gennaio 1985. Allora mi truccai anch’io, più del solito e misi degli orecchini pendenti: bianchi con dei disegni colorati. Un ragazzo mi disse che ero bella. Sono così anche adesso, se penso non parlo. Parlo quando sono in vena e ho da dire qualcosa. ‘Tu non parli’, diceva l’amica mia ed era vero. Quelle parole mi sono rimaste dentro. Di cose ne avevo da dire, ma il pensarle e il dirle erano due cose differenti. Pensare e dire sono azioni compiute, come Dio e la morte: una volta agite rimangono lì. Allora esse non erano affatto legate da fattori di causa ed effetto, né dipendenti l’una dall’altra, ma separate, superbe e un po’ spocchiose, arrampicate sulla torre a braccia conserte. Almeno le mie. Incompatibilità ambientale, per questo fuggivano, più che per un mero capriccio. Le parole se ne andavano in luoghi introvabili e non era affatto facile riprenderle, così come ora non è scontato riprendere il filo del discorso interrotto della mia felicità perduta. So per esperienza dell’emozione dell’alba e mi dico: ‘Vabe’, ridivento quella che ero’. Ciò risulta in pratica più complicato, perché, tra l’affermare qualcosa ed esserlo, devi ritrovarti scandagliando il fondo.

Rimediare, mettere una pezza al cambiamento non voluto della mia prospettiva sul mondo e sulle cose. Quando ero ragazzina non sapevo che stessi cercando la felicità, ma adesso mi appare evidente nei risultati raggiunti e nel casino combinato per raggiungerli.  Quella colonna vuota al centro di me, che è l’anima, nel tempo s’è illuminata formando ombre e luci di forme più o meno veritiere. La gente è ipocrita, è metà e metà. C’è dell’altro, dunque, oltre la facciata smaltata. Le luci colorate e le ombre che prendono vita in quel cilindro vuoto mutano per forma e contenuto, scambiandosi ironicamente di posto. Non è il fare convenzionale del gioco sociale, è qualcosa di sfuggente, vivo come la vita del mare. La gente non sente nemmeno della musica di sottofondo ed è sbrigativo dire che bisogna stare in pace con se stessi per stare bene con gli altri. Io non sapevo che, per starmene in pace, avrei dovuto parlare di cose che sembravano non pensate da nessuno. C’è una specie di affinità tra queste e me, un tacito accordo di autoesclusione dalla realtà ufficiale come se fluttuassimo nell’aria come bolle di sapone: io e loro, le cose non pensate da nessuno. L’odore di resina, la pineta, l’altalena sono elementi d’affezione col mondo, è come avere indosso la spensieratezza e una maglietta a maniche corte. Per stare in pace con il mondo ho bisogno di sentire la musica, dove gli altri vedono solo cose: gli alberi, il cielo cittadino, il sole del mattino, la gente, uno sguardo. Ma il vero travaglio è trovare il modo di dirle queste cose, come le domeniche d’agosto cui l’inverno regala un cielo nuvoloso. Domeniche in cui ti svegli principessa, un essere annegata nel sonno e domani risvegliarti nell’ordinario lunedì dell’essere donna ordinaria. Incanto e disincanto. Forse, per alcuni vivere è più facile, dicono: ‘E’ tutto qui’. Per me no, c’è sempre dell’altro.

Manuela Grillo Spina

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Divieti e permessi.

Anche Roma appare insicura alle prime luci del mattino. Come una creatura nel suo letto, la città ha la pelle morbida e stropicciata dal sonno, che vi imprime la sua forma astrale. Il piccolo bar nella via della scuola lo chiamano ‘il bar dei tossici’, eppure è molto carino. Stamattina è aperto, ha lo stereo a palla, perciò mi viene facile sentire George Michael che canta ‘Jesus to a child’. Le note si spandono come un alito che accarezza l’aria e si diffonde sui marciapiedi puzzolenti di pipì, sulle erbacce ai bordi della strada, su edifici fatiscenti e su quelli nuovi. C’è poca gente in giro. Ora è facile cacciare via le definizioni. Mentre io e Orlando camminiamo prende vita ciò che siamo sempre stati. Posso sentire le parole della piazza, scoppiettanti come luci di Natale: una di qua, una di là, simili a pezzi del puzzle del qui ed ora, cosa che il tempo disfa nell’usanza dei monaci Zen. E’ in mio potere avvertire gli strati di pelle che scompaiono, lasciando una superficie liscia e splendente di luci colorate. Mi sento una salamandra spaziale, invece di vedermi scorticata e dolorante. Perché lo stare davanti all’altro senza pelle è un rischio che uno non può scegliere di correre. E’ così. A meno che, un giorno, l’animo graffiato fa un’impennata equestre e dice basta. Allora ti vedi come un S. Sebastiano dal martirio inutile; esposta a tutti, tutte le volte che lo sei stata.  Eccomi, colpisci! Pare che tu abbia sempre detto così. Perché? Perché nel fondo qualcosa bruciava. Questo qualcosa era nascosto dalle ferite inferte senza ragione. Eppure la muta improvvisa scopre una pelle magica, che si difende con la luce e il colore, manifestando la fragilità.

In questo giardino incantato non c’è nessuno e ne sono contenta, poiché ricordo tanti giorni messi in fila come perle di una collana ed io stranita da qualcosa che ancora non sapevo. Allora rispondevo a mezza bocca nei dialoghi convenzionali, che si fanno per dare agli altri l’impressione di esserci. Questo luogo è denso di profumi e pervaso dai colori vivi dei fiori. E’ un giardino segreto, forse poco originale a dirsi, assai più interessante a starci dopo una lunga separazione. Non è troppo distante dal tempo di tutti, inoltre si difende bene per mezzo di siepi e rose dalle spine taglienti. L’erba è dispettosa come l’ortica. Essa indica che lo spazio di fuori non è proibito.

Essendo le parole il mio alter ego, ultimamente mi sono sentita un po’ morta e la cosa mi fa anche ridere per l’abitudine presa a minimizzare tutto ciò che mi riguarda anche nel caso di un decesso, che è l’unico momento, oltre alla nascita, in cui non ci sono mezze misure o sei vivo o sei morto, non un po’ di tutto questo. Le vie del linguaggio sono infinite, ma, a volte, tra il pensiero e la parola c’è un vuoto, che le parole colmano come giullari pazzi, sbucando all’improvviso. Ti stupisci e ti chiedi se siano giuste. Poi, non ci pensi più. Pensi al sole, che varca i nostri cieli da millenni. Allo stesso modo capita il ricordo frammentario di attimi di vita pervasi di luce calda e rapiti non si sa quando nè perché, scomparsi. E’ stato l’altra sera, d’un tratto mi sono tornati in mente, come scene scompaginate di un sogno.

Nel giardino segreto il tempo è mio, ci sono i miei passi, le azioni compiute, il viso attento. Ci sono i pensieri più arditi e quelli volti alla soluzione dei quiz del quotidiano, che si mischiano al fracasso, agli sguardi senza pietà della gente. Altrove è il tempo degli altri, qui è il mio. Altrove è il tempo di tutti, dove ci buttano come in un calderone a farci bollire. Nel parco si trova la mia strada: un corridoio tappezzato dai pensieri che ho avuto, dalle immagini di me restituite alla memoria come stanze senza il soffitto.

Le cose splendenti al sole fluiscono dentro di me,  dalle retine ingoio tutti i colori del mondo circostante. Mi sono svegliata dal letargo con la mia nuova pelle di salamandra spaziale, perciò, a causa di una certa familiarità, provo solidarietà per il drago che non sarà ucciso da nessun santo e nei confronti di tutte le bestialità da domare. Non ci sono guerre o spedizioni punitive contro gli insorti, né impurità da depurare. Ecco tutto. Nella realtà non c’è nessun cartello: non entrare nella tana dell’orso, non addentrarti nella foresta. Dunque, figuriamoci se c’è l’avvertimento di uccidere o no un drago che non esiste.

Sento l’odore della resina degli abeti dopo la pioggia in una mattina macchiata dal grigio e dal bianco delle nuvole. La pelle accoglie raggi di sole, che filtrano attraverso le nuvole scontornate nel tardo mattino. Il cielo azzurro, del colore della pelle di salamandra, mi porta nel viaggio verso il mondo di chi inventa, dove le cose sono come gli oggetti di legno colorato con cui giocano i bambini. Sento qualcosa, ne gioisco dopo il letargo dei sentimenti. Sento un pensiero, un pizzicotto, una cantonata, un viso sgrugnato, che mi riporta le mie sensazioni. In fondo ad esse s’acquatta la gioia di vivere, da lì mi guarda tenera.

 

Manuela Grillo Spina.

Posted in Uncategorized | Leave a comment

Alba.

62 rigo musicaleTema musicale, R. Pinna.

Al mattino la piazza è una stanza con la luce accesa. Chi vive ancora sogna. Silenzioso ascolta l’affiorare di un nuovo giorno, sistemando le proprie cose. Tutto è da farsi, come se l’ieri l’avesse disfatto la notte. Penelope è un’idea che sfila la trama a pelo d’acqua, lo fa mimando le mosse del giorno prima; vive d’astuzia, sparge ovunque la traccia del presente a tema libero.

Manuela.

Posted in Uncategorized | Leave a comment