Vivere in una favola

Le signore ingioiellate, ben truccate e ben vestite, raccontano a tutti di cucine sopraffine. In casa sfacchinano come matte, ma quando escono sembrano Grace Kelly. Te le immagini a mani unte, sudate, in tuta e grembiule impataccato, a spadellare per gratificare il palato dei cari. Come per magia, si trasformano in principesse. S’aggirano tra di noi, parlando con i conoscenti delle loro fatiche culinarie, senza lasciar trapelare lo sforzo. In quei momenti m’appaiono simili a ballerine sulle punte. Sono perfette quando escono, tanto è vero che non pare vera la loro versione casalinga. Dal fruttivendolo se ne vanno verso casa, con enormi buste di verdura, indossano completi di lino e collane appariscenti, rossetto, smalto e tutto. A volte, caricano un’enorme spesa in macchina, con il solo aiuto del commesso del negozio, lasciandoti ancor di più a bocca aperta a causa dell’impiego della tecnica che loro sanno condurre, il che le fa moderne e forti due volte. Cosa indosseranno quando laveranno le verdure e quando le cucineranno? Saranno le stesse, oppure si impadronirà di loro lo spirito di un donnone di altri tempi? E’ questa la loro essenza e quella che portano in giro solo una maschera? E’ possibile che abbiano consultato gli esperti della vita altrui, coloro che sanno come dovresti vivere la tua, cosa dovresti fare e non fare. Questa fortuna di regola andrebbe anche apprezzata, cioè la fortuna di conoscere gente dalla genialità indiscussa. ‘Dovresti essere un po’più così e un po’ meno cosà…’, è il monito. Teste scrollate in atteggiamento di diniego. Che pazienza, sembra dicano. Che infinita bontà devono aver avuto quegli individui speciali, per metà uomini e per l’altra metà divini, a tenermi in vita lo stesso.

E’ meglio mostrarsi d’acciaio ed evitare accuratamente fastidiose intromissioni. Così devono aver pensato le signore principesse fuori casa e cenerentole dentro e, negandosi l’aiuto che avrebbero desiderato, non hanno pagato il pesante dazio. Non hanno dovuto abdicare a favore del soccorritore, perché, in fondo, una donna non è mai veramente padrona della propria vita. Se una donna forte chiede aiuto una volta, significa che non sa fare niente. Se una donna non è forte, è normale, dunque, va aiutata volentieri. Con tutta tranquillità uno direbbe che  i cari di queste amazzoni della spesa potrebbero accontentarsi di uno yogurt a cena o di un panino, per vivere tutti felici e contenti. Ma le cose non vanno così nella vita vera, dove esistono più personaggi in tinta con l’azzurro che nelle fiabe. Principi e principesse, fate turchine e cavalieri fanno cose grandiose, degne del plauso dei mortali. Non metto in dubbio che ci siano persone del tutto inadeguate a seguire le orme dei grandi e a compiere gesta memorabili. Se trovassi per caso un mantello azzurro, me lo metterei su e poi si vedrà. Certamente è innegabile, una volta indossato l’abito fatato, la persona risplende di luce propria e compie azioni eccezionali, che vengono valutate diversamente in base a chi le compie. Se sei donna il fatto di occuparsi della famiglia è qualcosa che ti fa entrare nell’empireo delle grandi e se fosse quotata in borsa diventerebbe l’occupazione principale degli uomini. Invece, lavorare duramente rientra nella ruotine. E’ un eroismo invisibile, come ce ne sono molti. Se a ciò aggiungi il fatto che sei disposta a metterti in macchina col sol leone per macinare un centinaio di chilometri ed arrivare ad innaffiare le piante dell’orto, poi la mattina non hai voglia di temperare le matite del trucco, la mostra dei muscoli non è nient’altro che una gaffe.  Ciò ha l’effetto di una forte stonatura e addio empireo delle grandi. Sei solo una persona normale che fa una cosa da dio e un’altra mossa da inerzia. E’ così, ma per fortuna siamo born to be alive. Io ho un mantello usato, credo sia appartenuto a mia nonna, la quale aveva ben chiaro ciò che fanno gli uomini e ciò che fanno le donne, ma spaccava la legna che sembrava wonder woman. L’autodeterminazione femminile deve essere inversamente proporzionale agli etti di unghie finte che si mettono, mia nonna la praticava senza saperlo.

Le cose che succedono nelle favole, quando accadono nella realtà, sono tutte un po’ sbilenche. In sogno mi è apparso un principe da cui mi facevo prendere in braccio. Si vedeva chiaramente che il suo status principesco era frutto di improvvisazione e, constatato l’affanno che il portami a zonzo gli causava, gli ho chiesto di farmi scendere. Magari ci fosse sempre qualcuno che t’ama senza pensarci, così come gli viene, che non ti promette d’esser il migliore, di fare cose eccezionali. ‘Fiore rosso, petali a cuore, brilla il colore e l’amore. E’ giallo e arancio, fiore che brilla sulla vita e sul pianto’, è la filastrocca infantile che cantava un matto per strada.

Ma cos’è la felicità? Assenza di dolore, vivere nella natura, apprezzare il canto degli uccellini? Oppure la felicità è stare distesi al sole circondati da caimani e non accorgersene? La felicità è qualcuno che ti vuole bene, fare gruppo, avere soldi, realizzare i propri sogni, fare un figlio, correre con un cane, guardare un gatto negli occhi, rinunciare alla felicità d’ordinanza ed esserlo lo stesso? Potremmo percorrere il tragitto da cenerentola a principessa e ritorno convinte di vivere in una favola. C’è chi si trova bene nel territorio di mezzo tra finzione e realtà, chi viaggia gratis e senza sforzo leggendo un romanzo ambientato nelle Ande.

La vita non è un romanzo, dicono. E’ vero. Nei romanzi esiste una vasta gamma di personaggi con difetti: un’umanità di tutto rispetto, imperfetta e affascinante, come gli alberi nodosi, piegati dal vento. Gente mai esistita che dice di essere triste, stanca, di avere paura. Gente che ha voglia di scappare, cui manca qualcuno che la proteggeva in tenera età. Nei romanzi ci trovi gli imbroglioni, i criminali, i poveri diavoli. Ma ci sono anche personaggi di grande statura morale. E poi i gelosi, gli avidi, i lussuriosi e i traditori. Anime belle e brutte. Sulla carta esistono tante umanità, tutte valide. Nella vita non c’è pietà per tutte, ma estremo riguardo solo per alcune. E poi nei romanzi si parla di felicità. Nella vita no, la si esige senza nominarla.

Il catalogo degli stili di vita da acquistare comodamente da casa è pieno di modelli di donna e di giovinezza prêt à porter. Basta scegliere. Nella vita reale metti e togli maschere tutto il giorno. Una la togli rientrando in casa, un’altra la metti. Fare buon viso a cattivo gioco è da sottomessi, inoltre dai e dai non sai più quale sia la tua di faccia. La finzione delle favole non ha nulla a che vedere con quella della realtà. Infatti, principesse si nasce, ma nelle fiabe lo si può diventare. il bacio del principe è il colpo di scena, previsto alla fine, in cui capiamo tutto, ma in quel momento lo svelamento chiude il sipario e lo dimentichiamo. Quando la morte appare in ciò che comunemente definiamo realtà, l’amore s’addensa tutto insieme, in una stanza d’ospedale, in casa, per strada. Siamo migliori di come siamo mai stati e di come saremo. Accettiamo tutto dalla vita, anche il minimo sindacale di felicità. E’ come d’estate o a vent’anni, nel picco più alto del nostro vivere. Dopo, in autunno o d’inverno, durante i giorni qualsiasi, torniamo ad essere quelli di sempre. L’addensamento d’amore si disperde in atomi. Grumi d’energia fluttuano nell’aria, corrono come stormi di rondini per assieparsi ancora dove la bontà di un’azione è così lucente da dileguare le ambiguità fisiologiche della vita di tutti i giorni. Campi magnetici si formano laddove c’è uno contento di farti ridere, oppure nella strada vicino casa, ad ascoltare il vento con il quattrozampe tutto cuore. Anche questa è una favola e s’avvera a suo piacimento. Non è il mondo rutilante di paillettes, pieno di notizie tossiche, prodi cavalieri da due soldi e regine che tirano fuori la corona dal cassetto per farsi un selfie.

Su un muro campeggia questa scritta: ‘Chi ci salverà dai brutti pensieri, dai sentimenti neri? Un principe sul cavallo bianco o uno cui domandi: ‘Balliamo?’, e lui ti risponde: ‘Amo’ so’ stanco’. Nella realtà i brutti pensieri se li porta via il vento, che s’impenna e ridiscende in strade invisibili. Nella realtà c’è chi partecipa, non vince e s’inventa valide alternative.

In un film il protagonista cede titoli nobiliari in cambio di denaro. Ovviamente, si tratta di una truffa, viene denunciato e addirittura arrestato. Dalla finestra del carcere grida: ‘Ciao, principessa’, alla donna che ha ingannato come gli altri, ma di cui s’è innamorato. Il film è: ‘Durante l’estate’, di E. Olmi. Le vere favole sono così: ti illudono in modo furfantesco, ma, a volte, cadono nel loro stesso tranello. Ci sono favole e favole, il bello è poter credere, giocando, a quelle che la sparano grossa.

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Il volo dei gabbiani

Sarà che oggi le parole e le cose non corrispondono più tanto bene. Era bello quando le immagini prendevano vita, volavano nell’aria, si fermavano come farfalle sui fiori. Donavano un senso alle cose del mondo, a quelle che meritavano attenzione e che ora sembrano svanite.

L’adolescenza è acqua ruvida: è fresca, spumeggiante e ferisce. Ha tanti colori, come la verità e ha tante forme, in un momento esplode di gioia di vivere, in un altro affiora un pensiero che incupisce e stride. Maria, l’adolescente, ritorna a casa da scuola. E’ un fatto che succede tutti i giorni, sempre lo stesso percorso. La cittadina è piccola, perciò, conosce tutti e tutti la conoscono. In ogni sentiero, anche in quelli che percorriamo quotidianamente, c’è sempre qualcuno che non conosciamo. Una persona, un luogo, un accidente che si presenta, a volte, solo per il gusto di turbare quell’incedere da sonnambuli, un po’ saccenti ed esperti della nostra vita. ‘Ehi, bambina, potresti aiutarmi?’, grida una signora dal balcone. ‘Certo’, risponde Maria, ‘cosa posso fare per lei?’. ‘Mi sono cadute le mollette, saresti così gentile da raccoglierle e portarmele?’. Maria esaudisce la richiesta della vecchietta che si chiama Ersilia. La signora è piemontese di origine, tratta male tutti, poiché il suo orgoglio sabaudo la fa sentire superiore agli altri concittadini. Però, con Maria è gentile. Siccome la faccenda delle mollette succede spesso, Ersilia prepara delle pagnottelle dolci da regalare alla ragazzina. A volte, Maria le mangia durante il tragitto, quelle che avanzano le porta a casa.

Non diciamo che la famiglia sia povera, ma neanche che se la passa bene. Quel pane insospettisce la madre. Più che un sospetto è un rigurgito di dignità, cosa che ormai, cioè da quando le condizioni economiche sono peggiorate, mette ovunque, anche quando non ce n’è bisogno. Sono tanti i modi che la gente usa per  farti sentire una pezzente, rimugina tra sé. Dovrà mandarla all’inferno, prima o poi, perché con il pane non si compra nessuno, demonio di vecchia. Conclude così la ruminazione solitaria.

Dopo aver perso il lavoro da insegnante di danza, Marta s’è messa a cercare i famosi lavoretti. Passati i 50 ha perso lo smalto, come il piatto della doccia, su cui si sono formate tante piccole rughe. Nel suo viso spiccano gli occhi. Essi soli resistono al trascorrere del tempo, come se tutto il resto invecchiasse e gli occhi no. L’ultimo ricordo del suo mestiere è lo spettacolo ispirato a Pina Bausch:  Kontakthof, per gli over-65. Il marito, scenografo, ne era entusiasta. Aveva pensato di organizzare una serata gratuita, mettendo all’entrata un bel cartello: ‘Non meravigliatevi che il percorso sia accidentato, non avete pagato il biglietto’. ‘E’ una metafora della vita’, disse.

La Pasqua è attesa, come sempre. Ogni festa ha i suoi preparativi, a Natale si pensa agli addobbi, a Pasqua, invece, prevalgono incarichi da fine letargo come pulire la casa, il terrazzo o il giardino. In ogni caso i dolci si comprano, come a Natale. I palazzi alti della grande città sono pieni di cose: raccolte differenziate, vestiti, cambi di stagione, piumoni da portare in lavanderia, bollette, ricevute da conservare. Dentro i palazzi le persone, tantissime storie che hanno almeno un capitolo identico. E poi ci sono i pensieri di ciascuno. Questi pensieri non contano, visti così, chiusi in enormi edifici, incastonati in alveari di balconi, fiori e panni stesi.

Dato che uno attende, qualcosa di insolito s’avvera, magari stando in piedi, un po’ sbigottiti a rimirare il volo lunare delle ali dei gabbiani all’alba. L’arrivo della primavera anticipa il giorno e il chiarore che esso porta con sé, imitando il lenzuolo di un assonnato. Con il giorno e il chiarore affiorano dalla notte, con notevole anticipo rispetto all’inverno, le impressioni che la natura ancora ci regala. Così, dopo aver pulito casa, Marta si guarda intorno, controlla che tutte le cose siano a posto, che tutto sia pulito, affinché il mondo non vada fuori asse. Squilla il telefono. E’ la cognata che li invita al pranzo di Pasqua, ‘come sempre’, ci tiene a precisare. Cioè, visto che casa vostra è un buco, sono costretta a invitarvi nella mia.  Questo è il retropensiero. Irene, la cognata di Marta, ha due bambini. Va bene, l’invito. Ma non è questo l’evento atteso e neanche il fatto di aver pulito a fondo la casa.

Di solito chi regala l’uovo esclama: ‘Che stupidaggine ci sarà dentro?’, questo sia prima che durante lo scarto. Una volta aperto e vista la sorpresa, si può affermare che sì, è proprio una stupidaggine. Oggi come oggi tutto ciò si perde, un po’ a malincuore perché i convenevoli, tollerati dal giudice più spietato delle ipocrisie, danno sapore alle feste. Oggi, per l’appunto, il teatrino dei semplici ha lasciato il posto a certezze che non permettono a nessuno di avere dubbi durante lo scarto dell’uovo. Siccome costano parecchio,  la sorpresa non può e non deve essere una stupidaggine, perciò viene meno la commedia. Quanto detto è confermato dalla reazione della bambina, la quale, giunto finalmente il giorno di Pasqua, al suono del campanello, è corsa alla porta per accogliere gli zii e la cuginona. Ha agguantato l’uovo dalla busta, non si è limitata a scartarlo, bensì l’ha disintegrato per prendere la sorpresa. Una volta stretta nelle mani e rigirata a 360gradi, ha definitivamente gridato: ‘Che schifo!’.

La povertà è quella condizione che gli altri ti fanno capire quando, per esempio, c’è una borsa nelle vicinanze e loro corrono ad assicurarla. La povertà è una condizione degli altri, dunque, ma riguarda te. Così riflette Marta a seguito della consueta esplorazione sbrigativa e obbligatoria della stanza da letto del fratello. ‘Lasciate pure i giacconi sul letto’, strilla la cognata dalla cucina, durante le visite dei parenti. Così succede anche oggi. Sennonché, nel momento in cui vede Marta passare accanto alla sua borsa aperta con 50 euro in bella vista, lei si fionda per controllarla. Tristissima Marta impreca dentro e neanche può dirlo al fratello.  

Maria fa piroette a rotta di collo, così che i piccoli se la ridono di gusto. La gioventù è tutta fuori, è un andare incontro alla vita urlando di felicità, come quando si sta sulle giostre con i seggiolini detti anche calcinculo, forse un presentimento di ciò che avverrà. Invece l’età adulta è fatta di cretinate, scaramucce da poco. Maria si sussurra dentro la speranza di non diventare come loro. Il presente travolge ogni cosa, noi compresi. Marta guarda la figlia, indovinando i suoi pensieri. Stavolta li lascia stare, rispetta il sacrosanto diritto di sentirsi eterni. L’attimo vissuto trasforma anche la nostalgia della gioventù. S’accorge, infatti, che i suoi ricordi, come se fossero caduti per disattenzione nella betoniera, vengono amalgamati dal tempo che passa e tradotti nell’attualità scialba, fatta di piccole certezze. Insomma, diventano cose cui ripensare con ponderazione e saggezza. Una condizione decisamente dura da accettare.

‘Lega la piante dei piselli’ ha tuonato tuo padre giorni fa, racconta Ilde, la madre di Marta, al fratello sul balcone. E’ andata così: stavano nell’orto moglie e marito, a zappare. I piselli erano cresciuti, qualcuno s’era piegato e il bastoncino che lo teneva pure. ‘Sbrigati’, gridava Aldo come un matto. ‘Io mi agitavo, perché avevo i guanti e non riuscivo ad seguire le indicazioni, il filo mi sfuggiva dalle mani. Più gridava, più mi agitavo. Alla fine mi lancia il sacco degli attrezzi sul petto e se ne va’, Ilde s’aggiusta la camicia e sospira, come per rassettarsi l’anima. ‘Qualche giorno dopo tuo padre mi ha chiesto scusa’, conclude la donna con un sorriso di cortesia. La sera, davanti allo specchio del bagno, mentre lavava i denti, episodi di vita degli ultimi decenni hanno iniziato a scorrerle nella testa come treni veloci. Uscita dalla stanza s’è scrollata come i cani, per cominciare una nuova epoca. Questo, però, ai figli non lo dice.

Il pranzo di Pasqua è fatto di cose buone che tutti mangiano, mandando giù risentimenti, ricordi tristi e qualche attimo di gioia familiare. Per potersi accontentare nella vita basterebbe il pane che nutre, non uno qualsiasi. Dalla tv accesa risuona Titine. Maria avanza roteando il bacino: l’andatura tipica dello spettacolo in cui la gente scherza, si abbraccia, corre, ride, si fa i dispetti. Insomma, recita se stessa. I bambini litigano animatamente con lo zio per la cioccolata dell’uovo, poi corrono a imitarla. L’evento inatteso ha messo a posto le cose. Sembra il gesto compiuto a fine giornata da un giardiniere stanco, cui manca solo spostare un tantino l’asse del mondo, riporre gli attrezzi e tornare a casa. Un gesto semplice che ha riportato la serenità sul viso di Marta. I gesti infantili, i tic, le smorfie e i bisticci accontentano quella voglia di non dover dare giustificazioni, nè spiegazioni. E’ il non detto del quotidiano che emerge e che dice: ‘Non parlate di me. Non parlate di me se non capite, voglio restare un enigma’. Quello che non c’è bisogno dire, come se ci fosse un patto stabilito in un tempo lontanissimo, è che, davanti allo specchio al mattino, nessuno è obbligato definirsi, al fine di passare in rassegna, giorno dopo giorno, i punti di forza e di debolezza. Se ci sono tutti o se qualcuno s’è perduto e ha lasciato il posto ad altro. Nei colloqui di lavoro sei brava se ti definisci in poco tempo con 10 aggettivi, ma nella vita è inutile. Ci vuole altro per dirti chi sono: uno spettacolo, una musica, la pagina di un libro, una foto e anche così non è tutto quello che sono. Non posso sapere ogni cosa, a volte, improvviso, bisognerebbe rispondere così al colloquio. Di fatti, che ne so se desidero un contatto umano in mezzo a tanti impegni che la vita mi pone di fronte? Non lo so, finchè non provi ad abbracciarmi. Allora, mi sento come quando penso di avere fame, poi bevo e scopro che avevo sete. Ma, se ti avvicini troppo e in malo modo, tiro calci. Ecco tutto. Ma vaglielo a dire.

La famiglia ha un trucco. Veramente, ce ne ha tanti. Uno di questi consiste nel fatto di saper sciogliere i nodi e la complessità dei rapporti, agevolandosi dei ruoli di fratello, sorella, coniuge, padre o madre, figlia, cognata e su ciò stabilisce quando corre l’obbligo di volersi bene, quando è opportuno detestarsi. In questo conglomerato di persone, messe insieme dal destino, c’è sempre un anello debole, che incarna i pensieri degli altri su di sé e non esce facilmente da questo groviglio. Questo è un altro trucco. Il vantaggio di farne parte consiste nel sapere di avere un posto e che il tuo è quello dove ti trovi, cioè sai di non occupare il mondo abusivamente. Un’altra trovata è questa: fornirti di una barriera lì dove sei.  Una specie di bolla di vetro da azionare, capace di ricacciare un fatto brutto. I luoghi di contatto sono come i misteri del cosmo, invece. Marta e Maria ne sono attratte, senza esitazione portano a termine il compito improrogabile di andarseli a cercare. Vanno di qua, vanno di là, un giorno li trovano. Dell’esperienza di libertà che fanno? Marta non può che metterla nella bolla protettiva. Così l’equipaggio è al completo, può partire lontano dai fatti brutti. La custodisce nell’animo, come un’ispirazione, restituita al mondo sotto forma di danza. Sono fatti suoi, cui partecipano gli altri, che non la riconoscono come libertà. Solo così può nascere un’altra volta, sempre sola, s’intende. Perché da grandi la maggior parte non sa che farsene della libertà. La si porta in giro, su un vassoio d’argento, presentandola come il servizio buono della nonna. Io sono Marta e sono libera, fai caso che dica. Ecco a voi la mia libertà: una moneta fuori corso, qualcosa da scambiare sottobanco, da capirsi al volo con l’altro senza tante parole. Maria rimane a giocarci, l’età glielo permette. Beata lei che non sa cosa siano i compromessi e che della vita ha una così alta opinione, pensando che qui dentro c’entri tutto ciò che desideriamo essere.

L’evento atteso era questo.

mgs

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Attitudine

La ragazzina gioca

a nascondino col mondo.

Curva la schiena, ride

di grazia ingenua.

Fari accesi sulla vita

i suoi occhi

srotolano storie d’amore invincibili.

Lei se ne va,

lasciando canzoni dietro di sé

per tornare a casa.

Morde la vita,

s’immagina che tutti

muoiano dalla voglia di danzare.

Corre forte, in gara con il tempo

che passa.

Non parla mai d’amore,

ne parlano gli adulti, pare

ricordino un vecchio amico

di cui sanno poco.

La ragazzina ride forte

e piange per un tramonto

che non si fa prendere.

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La vita è sogno…

Ora appare più chiara

la striscia di terra tra le acque

del mare celeste.

Dervisci con le braccia alzate

ammirano la luce ad occhi chiusi,

danzando e sorridendo al sole,

come animali o fiori.

La gente ricalca le orme altrui

all’imbrunire, mentre impavida

s’accosta al desiderio di farne nuove

per non essere dimenticata.

Tutt’intorno è silenzio.

Una strada porta alla villa,

Un’altra la cinge e sai che devi

percorrere quella.

Il cancello aperto, il viale

alberato. Ti chiedi perché

si percorra la strada più lunga.

Poi, d’improvviso, risorge

il desiderio

prima che il sogno finisca. E s’avverano

mattini carichi di allegra curiosità

come chi scarta un regalo.

mgs

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Lo strano caso dell’essere troppo e non abbastanza

Giorgio de Chirico, ‘L’ora inquietante’

‘Sei esagerata’ è stato il rimprovero più frequente, glielo diceva la madre a Giada, con noncuranza sugli effetti, ogni volta che voleva sottolineare l’espressione di un’emozione fuori controllo da parte della sua bambina. Certo, avrebbe potuto essere anche più simpatica, oltre che non esagerata. Per farle capire come la voleva, le regalò un poster con rappresentato un ragazzetto rosso di capelli, lentigginoso, dagli occhioni languidi e ruffiani. Quello era simpatia, così diceva il poster e Giada avrebbe dovuto assomigliargli. Lo guardava con rabbia, era stato messo al centro del corridoio, appeso al muro a mo’ di promemoria. Lo doveva incrociare per forza, perché nel corridoio ci si passa sempre.

In seguito Giada si stancò di persone che mentivano. L’arte di predicare bene e razzolare male non voleva impararla. In definitiva si stancò degli adulti. Forse, giurò a se stessa che non sarebbe mai diventata come loro, che non sarebbe mai cresciuta. Come adesso anche allora le liti familiari particolarmente accese destavano l’attenzione dei vicini. Erano i tempi in cui a chiedere aiuto venivi presa per matta, soprattutto se i tuoi, complici omertosi, ti indicavano come quella che si inventa i drammi. Qualcosa di simile capitò a Giada. Una sera la vicina vide la scena dall’occhiolino. Era una studentessa, di quelle ligie, che non fanno casino tutti i giorni fino alle 3 di notte. Lei rappresentava ciò che Giada desiderava per se stessa: la libertà di pensare alle sue inclinazioni, inoltre aveva una vita più facile rispetto alla sua. Per tutto il tempo che abitò lì, quando si incontravano nell’ascensore, rimasero in silenzio, per ascoltare meglio l’una il cuore dell’altra. 

Di fatti di drammi Giada iniziò a inventarsene. Disse bugie anche a se stessa su quanto fosse lei inadatta al mondo e soprattutto su quanto fosse inadatto il suo sentire il mondo e se stessa. Iniziò inconsapevolmente a mettersi sul banco degli imputati. Così passava scrupolosamente al vaglio i fatti: era vero quello che sentiva lei o la realtà stava da un’altra parte? In questa confusione si perdeva. Avrebbe fatto bene a prendere per buona la visione del mondo materna e, una volta accettata interamente, non se ne sarebbe parlato più. Avrebbe abdicato a se stessa per scongiurare il rischio di sentirsi, allora tutti l’avrebbero approvata. Ma non ci riuscì.

L’informe esuberanza di vita dell’adolescenza andava a braccetto con il troppo sentire, soffrire, amare. Strizzava l’occhio al poco che temeva di essere: poco intelligente, brava, bella, capace. Giada rappresentava il dramma del doppio con abbuffate, seguite da estenuanti lezioni di ginnastica. Controllava il suo peso così come controllava i doppi eccessivi che aveva in sé, affinché rimanessero ciascuno per conto suo e l’uno contro l’altro, separati, divisi. Giada faceva attenzione ad evitare anche il minimo approccio di avvicinamento, il quale, se fosse avvenuto, sarebbe stato il preludio del difficile rapporto con se stessi che prevede accettazione, amore e arresa. Non aveva mai sperimentato la costruzione di una relazione, non aveva mai suscitato vero interesse nell’altro, cioè nei suoi genitori. Lei era al centro del mondo solo in quanto figlia della madre, la quale, nei lunghi anni di pantomima dell’amore materno riuscì a frenare l’impulso sincero, tranne le volte in cui Giada ebbe bisogno di lei e le disse di no. L’amore materno era sbandierato ai quattro venti, assieme alla presunta cattiveria della figlia quando le rispondeva a tono e lei faceva la faccia sconsolata della vittima. 

Le maschere riflettevano non solo la mancanza di amore, ma anche il germe di un odio spietato, senza cuore. Le menzogne nascondevano sentimenti spiacevoli, annidati nel nucleo familiare che dovrebbe proteggerti, dove i legami sono tesi, resi difficili dalle persone che vi partecipano o che rifiutano di partecipare. I genitori avevano una strana repulsione per quella figlia, come se li infastidisse. Agivano razionalmente, sapendo cosa convenisse loro fare, poi lo facevano. Non si preoccupavano di capirla, così come i membri della classe dominante non si curano di ascoltare le minoranze.

Giada avrebbe voluto sapere gli altri come vivevano in Nuova Zelanda, per esempio. Se c’erano gli stessi casi di ossessioni alimentari tra gli adolescenti in Nuova Zelanda, in cui i legami familiari non traboccavano di doveri da assolvere come qui. ‘Magari quelle come me sono dappertutto, siamo persone nate così’, si diceva.

Per descrivere il senso di incompletezza percepito e la smania del vuoto da riempire che ne scaturiva, Giada immaginava di avere dentro una colonna cava e lo confidò alla psicologa, cui la madre la spedì per risolvere il problema. Un Natale regalò un pigiama a quella donna che l’aveva messa al mondo. Sulla maglia era disegnata una mano con l’indice puntato verso la persona che lo indossava: “Tu sei ok”, si leggeva. Si pentì di quel gesto, l’ennesimo, con cui chiedeva indirettamente l’approvazione materna. Si pentì dei rari ‘no’ detti alla sua famiglia.

Giada era preda di raptus, come se qualcuno la controllasse da fuori e si impossessasse della sua volontà, facendole svuotare frigo e credenza. Poi, con la pancia gonfia che tirava, malediceva l’attimo fuori controllo e si dannava praticando attività fisica a rotta di collo, per smaltire tutto ciò che aveva trangugiato. Non era più se stessa in quei momenti, era preda della volontà di qualcun altro cui non poteva resistere. Quando tornava in sé, come fosse il dottor Jekyll, sapeva controllarsi, anzi si controllava parecchio. Benché, a volte, passando accanto ad una pasticceria, le bastava annusare l’odore dei dolci per sentirsi un’invasata. Aveva paura di darlo a vedere, quando mangiava insieme ad altri si sforzava di farlo lentamente affinché non trapelasse neanche lontanamente la bramosia di cibo che sentiva crescere dentro. Il desiderio smodato è giudicato sconveniente, soprattutto per una donna, essendo la bramosia di cibo indice di voluttà incontrollata e incontrollabile. Ai gruppi di autoaiuto le dicevano che la loro era una dipendenza come le altre. Chissà da quali fattori dipendono le dipendenze? Non era importante stabilirlo, l’importante era accettarle e non toccare la sostanza che ti fa scattare il raptus. Giusto, ma ti deve dire bene.  Un eroinomane è considerato feccia dalla società, un cocainomane lo stesso, se non è una star o un personaggio pubblico. I drogati sono persone deboli, non vanno compatiti, se volessero potrebbero smettere e, quando non lo fanno, è giusto che paghino le conseguenze. Il senso comune su queste faccende conta, ma chi s’abbuffa è ridicolo oltre che imperdonabile. Lo salva solo il fatto di non dover avere a che fare con la malavita né temere la polizia, tanto il cibo non è illegale. La gente che s’abbuffa ed espelle l’ingerito in tanto modi si nasconde, ha vergogna come ce l’hanno i drogati e gli alcolisti.  E’ come stare al principio e alla fine dell’esistenza contemporaneamente. E’ sicuramente troppa la vita che esplode tutta insieme al momento della nascita, formando un grumo di voglia e rabbia. Ed è non abbastanza, poiché mancano quei settanta o ottanta anni di vita procapite da vivere.

Giada vive adesso e le piace anche molto. Sente di più le stagioni che si susseguono, il tempo che passa e fa male, ma meno male che non viverlo. Negli anni ha abbassato il volume del frastuono interiore, modulando il rimbombo delle parole e dei gesti altrui, sul quale metro c’era da posizionarsi giorno per giorno per sapere l’indice di gradimento. Lei ora sa che non è facile avere qualche strato di pelle in meno.

Il fatto che ci siano soltanto 24 ore alla volta permette a tutti di ricominciare, a chi ha sempre vinto, come a chi ha sempre fallito. Per questo può svegliarsi e chiedersi come sarebbe il mondo, compresa la Nuova Zelanda, se quelle come lei tenessero per sé le qualità che hanno sempre ceduto agli altri. Anche così si cambia il mondo e si viaggia pure un bel po’.

mgs

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Quello che mi dice la testa

Ceslovas Cesnakevicius

La spesa non va scritta, va tenuta a mente come fosse un’acrobazia del pensiero, sferzante, adrenalinica e corroborante. Poi, al limite, si improvvisa. Dunque, nell’ordine: lenticchie in scatola = 0,69 centesimi, fagioli in scatola o ceci = 0,35 centesimi, bustina di parmigiano grattugiato = 0,99 centesimi, olio buono. Verificare la provenienza dell’olio, sottolineato più volte. Questa sezione si potrebbe intitolare: l’inps e l’olio. L’impiegata domanda cosa c’è nel terreno. ‘Piante di olivo’, rispondo. ‘Ah’, dice lei, si capisce dove vuole arrivare.’E che ci fai con l’olio?’, incalza l’altra.  ‘E’ per me’, spiego io con calma. ‘Tutto?’, insiste l’impiegata, sfoderando lo sguardo indagatore. ‘Tutto’, ribatto. Si sa che con l’olio buono è buono tutto. Allora, ritornando al pasto per due, più economico della soluzione minestrone pronto al costo di 2,89euro (un furto!), ‘potevi farlo tu’, dice. Una busta di minestrone pronto dal fruttivendolo egiziano costa 1,50. Però il suddetto fruttivendolo ce l’ha da ottobre, al massimo dalla fine di settembre. Ci vuole tempo per cuocerlo, eh già. Ma vedi, d’estate non è solo questione di tempo, la temperatura esterna di 35/36° scoraggia l’accensione del fornello. Perciò, la scusino lor signori se non vuole squagliarsi come una candela. Questa viene così, ci deve essere lo zampino dell’impiegata dell’inps a controllare che la gente non viva al di sopra delle proprie possibilità. Ma che ne sanno dei tour canonici nei supermercati in cerca di quella cosa che lì costa meno e di quell’altra che costa meno altrove. Il riciclo in questi casi non è un virtuosismo di cui parlare durante l’aperitivo, ma una missione. Il rivestimento interno dei pacchi di crackers possono essere riusati a mo’ di tovaglietta, da piazzare sotto la ciotola della gatta, l’acqua dei panni riutilizzata per lavare le copertine del cane. No, non è la vita in un campo rom, è casa di una donna di mezz’età. E’ casa mia.

Fuori si sente parlare dell’importanza di essere imprenditori di se stessi, di meritocrazia e di competenze. Ansia a gogò. Diventare imprenditori di se stessi è un must, ma ha dei lati positivi, come un calmante zittisce l’incessante bisogno di affermarsi, accompagnato alla frustrazione e alla paura di non farcela. E dai a sbracciarti: ’Io ci sono, io ci sono. Adesso ti dico quanto valgo’. Solo che l’imprenditore ha bisogno di un capitale da investire, anche quando si tratta della propria vita. La vita è un insieme di eventi, alcuni voluti altri capitati, dal sapore vago e dalla durata indefinita, su cui nessun imprenditore, viste le incertezze della riuscita, investirebbe tanto. Allora perché associare la statistica all’indeterminatezza che caratterizza l’esistenza? Una risposta non c’è, rimane soltanto il gioco d’azzardo. Intanto fuori spopola la propaganda sull’immigrazione. Strillano di restare umani. Comunque, nottetempo qui si spara ai cinghiali. E’ strano, questo mondo è strano. Partecipo alla manifestazione contro l’uccisione selvaggia degli animali, sento le testimonianze, soffro. Soffrire in certi momenti della vita risulta una novità, è un’opportunità data a noi stessi per dire: ‘Presente!’. Rispondiamo all’appello senza nasconderci. Ad un tratto ci si rende conto di aver usato l’obbligo di fare soldi e il bisogno indotto di dimostrare il proprio valore a mo’ di anestetici, per giunta con la prescrizione. E’ un modo per farsi di plastica, di non accorgersi di soffrire a causa dell’indifferenza di chi ti sta vicino per esempio. Lasci correre su tante cose della tua vita, perché altre hanno la priorità. Sento chiaramente l’obbligo di considerarmi una macchina per produrre e, soprattutto, consumare. Mi vengono a dire che dobbiamo restare umani, mi fanno vedere la gente a casa che fa il pane e si diverte con la famiglia. Però, c’è qualcosa che non torna riguardo al fatto che siamo un grande paese. Intanto che aspetto di realizzarmi in qualità di imprenditrice di me stessa cerco lavoro come dog sitter. Provo con una cooperativa che fornisce servizi alla persona. La stessa cooperativa cerca candidati. Alla fine del colloquio apprendo una cosa importante: per lavorare devo corrispondere una quota per coprire i costi del servizio fornitomi. Dietro la scrivania ci sono immigrate e si capisce perché, queste persone parlano la lingua giusta dei loro connazionali badanti, colf, operai. In una città come Roma, se sei in cerca di lavoro, basta prendere la metropolitana per capire la strada da percorrere. Ci sono quelli che parlando al cellulare, si esprimono con frasi del tipo: ‘Stasera ti giro la mail’ e sembrano fatti della stessa sostanza della parole dette. Essi/e (scritto politically correct) sono impiegati o liberi professionisti. Poi ci sono frotte di stranieri e straniere che puliscono le case dei primi, guardano i loro genitori, portano a spasso i loro cani. Questi gruppi di persone parlano anch’essi al cellulare, nella loro lingua. Ogni tanto fanno riferimento al loro lavoro. Ciò si intuisce perché infarciscono lo spagnolo, il rumeno, il filippino con parole italiane del tipo ‘signora’, oppure ‘signora arrivo’.

Girano troppi messaggi contrastanti e svianti, come quello che devi ascoltare il tuo corpo. Poi lo ascolti, diventi te stessa e vuoi cambiare vita, ma non è detto che gli altri ne siano contenti. E allora non dite che devo essere me stessa. Il fatto è che io voglio veramente la me che sono, gli altri vogliono che io sia quella vogliono loro. In ogni caso m’incanto dei sogni che faccio, belli davvero. Il mio inconscio è intelligente. A volte mi pare materico, tanto si fa sentire, fatto a forma di cubo sbilenco alla Picasso. Quello che mi dice la testa è la ricerca di un tondo fatto di cielo, azzurro con ali di uccelli in volo. E’ il cerchio verso cui fuggire ed è vero, più vero dei percorsi fatti dove corre l’obbligo d’amare. Nel frattempo mi nascondo. Vado alla fiera del libro, pieno di stands di case editrici, uno accanto all’altro. C’è tanta gente che sta bene. Passa, guarda, s’incuriosisce, parla. E’ colta e raffinata.  Probabilmente questi hanno tutti una bella casa, delle comodità, un buon lavoro e pochi grattacapi. Uno schermo proietta l’intervista fatta a una regista emergente. Osservo il suo viso, la faccia della gente riuscita, per cogliere quel nonsoché che la rende speciale. Sarà la piega agli angoli delle labbra, il modo di gesticolare convinto, partecipe e contenuto al tempo stesso. Deve essere lì che si nasconde la differenza.  Comunque, per questo motivo oscuro e per altri evidenti, io non sono come loro. Al ritorno a casa, infatti, mi avvilisco. La mia è piccola, fredda d’inverno e calda d’estate, si sta un po’ scomodi, ma la amo. Mi sembra di essere caduta dalle nuvole con un atterraggio di fortuna. Sono sempre più dell’idea che questa storia del grigio abbia stufato. Va bene su tutto, ma certe volte una cosa o è bianca o è nera. Dopo aver guardato per anni l’enorme cartellone pubblicitario di uomini e donne votati al successo, t’aspetti di trovare la chiave giusta che ti permetta di entrare nell’empireo delle persone speciali. Perciò, una cerca di non essere banale. Sìì speciale, ti raccomandano. Invocano la specialità che loro riescono a decifrare. Non uscire fuori dal seminato è fortemente consigliato. Ma sì, vivere è come recitare: se segui la partitura va bene. Se proprio vuoi esagerare devi premurarti di dare una forma armonica a questa esagerazione. Esagera con arte. Giusto. Ma che fatica. Mica sono Gassman.

Si avvicina un altro inverno ad asciugare panni appesi al bastone della tenda. Bisogna vedere le cose che riguardano tutti, come l’avvicendarsi delle stagioni, nella quotidianità di ciascuno. Allo stesso modo i ‘noi’ dovrebbero essere raccontati spiegando meccanismi unici dal funzionamento complesso. Per esempio, il passo indietro da fare per scongiurare una lite quando l’altro va in cerca solo di quella. La possibilità di accogliere il peggio e il meglio di noi stessi e delle persone che ci sono accanto. Del resto tutto è vanità, tutto passa e pure noi. Alla barista ci vuole che le faccia un complimento per spegnere quella smorfia offesa apparsa sul suo volto a seguito dell’exploit dell’elefantino che è in me. ‘Come sono belli i tuoi capelli e tanti’, ha detto lei. ‘Non me li pettino mai, chè sono ricci e non ho bisogno’, ho risposto, ‘se li avessi lisci sembrerebbero spettinati’. Lei li ha lisci e ci è rimasta male. Per rimediare ho aggiunto un’osservazione: i suoi stanno meglio perché sono più scuri dei miei. Lei ha detto che è vero, si sente vittoriosa e io sono contenta. Stare dietro agli spot istituzionali per contro è una gran rogna. Il posizionamento nella società dicono che sia molto importante. E giù a posizionarti. Se sei posizionato bene nessuno ti rompe le scatole (mi dici niente!). Dopo aver svolto un’accurata indagine, deduco che io non vivo nel lusso. Oddio, per me sarebbe un lusso coltivare la terra e vivere di quello (vedi diatriba me/inps a mo’ di esempio). Tuttavia, il cambio epocale non è favorevole alla condivisione di idee e al dispiego di forze in vista del raggiungimento di un fine comune. Checche ne dicano è così, non c’entra solo il capitale. Come accennavo, alcuni fatti mi hanno rischiarato le idee sulla mia condizione economica. Il feedback oggi come oggi è importantissimo, noi capiamo chi siamo anche dalle reazioni degli altri. Ecco, l’altro ieri la reazione della shampista ha contribuito a chiarire a me stessa la mia posizione sociale. L’ho incontrata al casalinghi, detto anche cinese sotto casa. La conobbi qualche mese fa, perché mi regalarono un buono da spendere dal parrucchiere dove lavora. All’inizio sorrisi e complimenti, la cliente è sacra. Ma io ero una cliente per caso, nel tempo lo hanno capito. Perciò adesso mi saluta con la puzza sotto al naso, forse imitando la titolare, la quale a sua volta porta avanti il lavoro di differenziazione sociale svolto incessantemente dalle clienti abbienti, quelle che si possono permettere il parrucchiere con cadenza settimanale. Io perlopiù semestrale. Sciolto un altro nodo, rimane il fatto di andare al bar in fondo al vialone a prendere un caffè con panna che per me rappresenta un lusso. La sequenza è questa: prendere il caffè, entrare in un grande magazzino per provare un profumo, poi ritornare a casa. Un po’ di gioia quasi gratis ci vuole.

A forza di raccomandarci di diventare imprenditori di noi stessi alla fine ci diventeremo, peccato che intanto i 30 sono arrivati a quota 50 e tutti insieme. Se fossi un’operatrice bancaria, sottopressione da parte del direttore, direi a me stessa, seduta dall’altra parte della scrivania, che serve una garanzia per giustificare il prestito. Innanzitutto c’è da capire chi ha investito in te in passato, trattasi di un investimento a lungo, medio o breve termine? Le probabilità di riuscire nell’intento sono considerate un po’ approssimativamente da fattori quali il capitale umano e sociale. Sempre di capitale si tratta. Il margine di rischio c’è, come in ogni avvio d’impresa. Quello che conta è ridurlo al minimo. Allora shakeriamo il livello di capitale umano e sociale, luogo di residenza, sesso, età. Il risultato completa lo studio di fattibilità dell’impresa, già iniziato prima di entrare nella banca immaginaria, dove sei l’utente, l’operatrice e il direttore. Dunque, calcolatrice alla mano, ti tocca promuovere te stessa nella pagine del mondo attuale, troppo grande e troppo piccolo al tempo stesso. La tua schienuccia che se ne va in giro a realizzare l’impresa, l’amore che senti per te stessa e che gli altri non sempre capiscono, l’accettazione docile di un imprevisto diventano pezzi in più di un puzzle già risolto. Eppure ci sono, andranno a completare un altro quadro del reale, più personale, ma poco condivisibile, a causa della solitudine e della sensazione che manchino parametri comuni in grado di farci capire dagli altri. Un bel paradosso in un mondo iperconnesso, in cui mancano i segni che rimandano alle cose più o meno bene, dove manca lo spazio per il mistero, quello spazio in cui ciascuno vede quello che vuole. Vagando a caso, altro che marinai ritti davanti al timone, il mondo c’illude che possiamo fare tutto e il suo contrario, in modalità no limits. Tanto nulla cambia, come se non esistessimo e fossimo solo fantasmi. Considerato che non c’è scampo all’illusione, mi piacerebbe scegliere l’illusionista. Non uno di marca, bensì sempre il solito caro corso dell’esistenza, perlopiù ingovernabile, nella cui sorte ci ritroviamo. Allora sì che staremmo tutti sulla stessa barca.

mgs

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L’amore fa i pallocchi

‘Io te vojo bene. Ma anche tanto bene’, disse Alessio al suo amico Simone. A settembre, ancor oggi, presenze sparute popolano la spiaggia. Sono i bambini. Essi arrivano alla spicciolata, come attori sulla scena di un film dove sta per succedere qualcosa. Il mattino appare strofinato con smalto turchese, il cielo emana una luce che non vuol finire. L’azzurro si specchia nel mare, finchè il tramonto si tinge di colori intensi, come se il sole si schiarisse la voce. Tanti anni fa, poco prima dell’inizio delle scuole, Simone ed Alessio, stavano per separarsi: ognuno sarebbe andato incontro alla sua vita fatta di scuola, compiti, lezioni di calcio. Quello forse era il momento giusto affinché avvenisse, ma chi lo sa qual è il momento giusto e se e quando avverrà. L’amore fa i pallocchi, si concentra in un punto del mondo, allo stesso modo della pasta dei dolci. Diventa una meringa grossa ma invisibile, un biscotto a forma di chiocciola. Da qualche parte c’è nonna Maria, dalle braccia robuste, che gira le forchette, sbatte le uova, amalgama il latte e la farina. Impasta, impasta. Aggiunge farina e rifà i pallocchi: quello è l’amore. Lei scioglie i grumi, girando velocemente le forchette. Poi ricomincia. Il pallocco d’amore sciolto, disperdendosi nell’aria, si comporta come gli atomi, posandosi e raggruppandosi a mo’ di uno stormo di uccelli nel cielo. Ma, nel momento che l’amore fa i pallocchi, il potenziale diventa energia come niente e tutto travolge in un’onda. Allora il marito guardò la moglie, sorridendo di dolcezza. In un cuore grande, disegnato sulla sabbia, ci si mise un bambino nella posa dell’uomo vitruviano. Insomma, bisogna farci caso a quello che accade quando l’amore fa i pallocchi.

Negli anni ’80, alle feste, echeggiavano canzoni intramontabili per i giovani di allora. A Natale le vacanze non erano le stesse della famiglia Covelli. “Moonlight shadow” la cantavano tutti, anche se non tutti sciavano dalle pendici delle Dolomiti imbiancate. Alla festa di pomeriggio di un compagno di scuola “Comanchero” si ballava eccome. Tutta la stanza da pranzo, attrezzata per l’occasione con tavoli stracolmi di cose da mangiare, risplendeva di nuove luci da discoteca, che pulsavano nel buio. Al centro della sala quella ragazzina ballava. Silenziosa e cicciottella, sembrava rinata a nuova vita. Le persone le dovresti capire nel loro habitat naturale, ma alle medie ti capivano in pochi. Alessio e Simone se ne stavano a chiacchierare e a mangiare patatine. Alessio la guardò distrattamente, giusto il tempo di appuntarsi nell’animo il monito di andare oltre le apparenze. Kaja googoo e Howard Jones andavano alla grande. L’estate iniziava sulle note di ‘Do you really want to hurt me’. La musica si srotolava al ritmo delle pedalate sulle strade di campagna. Quando i  genitori di Alessio si separarono, Simone costrinse l’amico a finire le superiori, andando tutti i giorni dell’ultimo anno a casa sua per studiare. Era l’89, il muro di Berlino era caduto, il mondo sarebbe cambiato, ma i due amici pensavano al loro temo come se sarebbe durato in eterno. Erano convinti che sarebbero rimasti tali e quali, per altri 100 anni. Il tempo passava. Trascorsero pure i sabato sera universitari nei pub, dove fare tardi e mettere i cappotti in macchina d’inverno, per non pagare il guardaroba. Dopo gli studi, Alessio aprì un ristorante innovativo, utilizzando prodotti naturali. Nell’aria c’era tanta ecologia e c’era anche chi era pronto a cavalcarne l’onda. Trovò un socio in affari, che poi fuggì con il ricavo. Ad aiutarlo ci fu Simone. I due ragazzi trovarono l’ex socio e gli diedero un sacco di botte, ma i soldi non li recuperarono tutti. Perciò, Simone divise il suo stipendio con Alessio, affinché pagasse i fornitori. 

Gli esseri umani quando ci si mettono a fare i seri ti dicono ‘te vojo bene’ e poi lo fanno. Chissà se ci sono ancora quei grumi d’amore sparsi dal vento a chilometri di distanza. Qualcuno li sentirà come si sente una specie di goccia cadere nell’occhio e alzerà la testa all’improvviso per vedere se piove. Forse, siamo qui per spargere atomi d’amore coagulanti.

Del Natale di qualche anno fa c’è una foto a ritrarre Simone e Alessio, in piedi, abbracciati e sorridenti, di fronte alla tavola imbandita. Simone aveva qualcuno dentro di sé, come ce l’abbiamo tutti, che non conosceva. Non era cattivo, faceva solo dei dispetti, ogni tanto si mostrava ritroso. Ma che ne sapeva lui e che ne sappiamo di tutto questo? Della gioia sì, perchè lei ti prende sottobraccio all’improvviso, anche se a volte guardi indietro. Nel sogno, oppure casualmente nella vita reale, di solito ci arriva un segno che tutto va bene. Qualcuno dice: ‘C’è un faro’, per esempio, allora tutti si tranquillizzano. Simone non sapeva di avere un vero di nemico: un cancro. Se possiamo ignorare i dispettosi che siamo a noi stessi, il tumore no, lui non gioca il gioco della vita. Se lo portò via in poco tempo. Ogni volta che Alessio guarda la foto, Simone gli manca come la milza, il fegato, un rene.

Intanto nonna ha impastato tonnellate di farina, uova e latte. Instancabile com’è aggiunge ancora farina, uova e latte, per fare pallocchi d’amore qua e là.

mgs

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Uno stato di grazia

I giovani non si rendono conto di quanto sia triste la vita degli adulti o forse sì. Laura fantastica su scene di vita familiare al supermercato. La moglie si è dimenticata di ricordare la mascherina al marito. Tra 10 o 15 anni, durante una cena, dirà che a lei non piace fare la domestica, la segretaria tuttofare, che detesta ricordare al marito di cambiarsi i pantaloni. Il coronavirus e le mascherine saranno un lontano ricordo. Il comportamento del marito, basato sul non sapere dove stanno le cose, affinché le cerchi la moglie, è un classico del genere. La sudditanza femminile cambia forma rimanendo nella sostanza sempre quella. Da giovani è un ever-green delle fantasie sul futuro. C’è una variante per spiriti raffinati ed è quella rappresentata dalla coppia dei calzini e mutande arrotolati nel cesto dei panni sporchi, per i quali occorre manodopera paziente e a buon mercato. A volte lei guarderà lui e penserà come sarebbe stata la vita con un altro. Mentre ciò succederà, si attaccherà di più al marito. Tutti gli amici saranno stupiti per finta dello sfogo, come quando uno dice una verità plateale e tutti a rispondere: ‘Ma noooo’. Alcuni sfodereranno lo sguardo più riprovevole e pietoso che avranno. Le donne di una certa età e anche qualche uomo faranno commenti sull’aspetto fisico della donna. ‘Ha le gambe grosse’, diranno. La gente si diverte a prenderti in giro, non gli importa se questo ti ferisce.

Come al solito, tutti dicono che non è vero, ma il mondo degli adulti fa schifo. E’ il mondo che hanno creato loro. Sarà che si fanno un po’ schifo da soli. Gli adulti, che gente! Tutti talmente imbottiti di frottole e contenti di esserlo, come nemmeno le scimmie sanno fare, che le bugie svelate diventano pallonate sulla faccia. Tutti è la parola più importante, si capisce dagli spot pubblicitari. Dobbiamo essere tutti, vederci e riconoscerci nella tuttaggine.

Laura ha un arcobaleno di emozioni negli occhi. Se chiede, gli altri non ascoltano, fanno finta di non vedere. Lei non c’è.  A volte scorge nel fidanzato un’espressione fugace, simile allo scodinzolio del cane. Se ne stupisce e un po’ la preoccupa, come se fosse troppo importante per lui. A volte, invece, ha l’impressione contraria. Sarà colpa del bisogno di monitorare costantemente l’indice di gradimento altrui. Per saperli pazzi di me è sufficiente che io li veda pazzi di me, si domanda. A casa accende la tv, durante un dibattito si parla di discriminazione. Il discorso si concentra sulla possibilità di accogliere gli stranieri, sembra il chiacchiericcio dei bar, ma più elegante. Subito ci stanno quelli che rizzano le orecchie e fanno mossette di disapprovazione, cercando tra sé e sé un cantuccio per sentirsi meglio, oltre a valide giustificazioni per continuare a discriminare in modalità politically correct. Questi qui fanno parte del gruppo dominante, non hanno bisogno di essere riconosciuti da nessuno. Sono loro che riconoscono. Nel frattempo la moglie fantasticata da Laura ha una vita triste, fitta fitta di obblighi. Da varie parti, vedi giornali, inchieste, manifestazioni, è giunto il modello di donna criticabile, che già da bambina controlla le altre, affinchè siano come le vogliono. La lei in questione è invidiosa e prevaricatrice, da grande vuole sposarsi e avere figli per esistere veramente. Una volta assolto al dovere sociale ed essere diventata madre, stilla gelosia e rivalità tra i figli, poi se ne compiace. Riceve forza dal rimprovero della figlia per una trascuratezza presunta o reale, fa lo stesso. Questo le dà la sensazione di avere il controllo sulla vita dei suoi figli. Tale versione viene scartata per esautorazione: il c’è ma non si vede, il metti-leva, con cui non si va da nessuna parte. La sua di moglie da piccola aveva le idee più chiare su ciò che sentiva di essere, per questo gliele intorbidarono. Lei voleva diventare un’insegnante, di quelle insegnanti che insegnano, evitando di imporre agli altri cose, idee o altro. Laura tifa per la sua versione, quella che poi le cose hanno preso tutt’altra piega. Allora dà per certo che lei vorrà cantare, ma avrà paura che le parole le si smorzeranno in gola. Farà lo stesso l’entusiasmo. Quando riderà, non andrà fino in fondo, la bocca s’asciugherà, stendendosi in una linea orizzontale, neutra. Affacciarsi allo specchio le farà venire in mente quella volta che aveva aperto le finestre della casa al mare, sul blu. Allora entrava aria e salsedine. Questo sarà il ricordo di un fatto accaduto più o meno in quel modo, cambiato dal tempo, adattato allo stato d’animo attuale e che poi misericordiosamente salterà fuori.

‘Nella vita non ti aiuta nessuno’, dice la madre. Laura ha sempre avuto paura di crescere, è terrorizzata dagli adulti. Una volta raggiunta la maggiore età ha dovuto scegliere se continuare ad essere libera, oppure se rinunciarci e dare la colpa ad altri facendo loro del male. Con tutta probabilità aveva appreso il modello darwiniano dell’esistenza, pur non essendo convinta della validità degli argomenti. ‘Mi limiterò a nascondermi sotto le pieghe di un atteggiamento naif per non fare torto a nessuno’, pensava, ‘mio marito era cattivo per educazione. Lo avevano cresciuto così e lui non mise mai veramente in dubbio il valore di tale insegnamento’.

Fateci sognare, stupiteci! Quello che i giovani non dicono agli adulti. Laura spulcia gli annunci di lavoro. E se a 56 anni risponderò a questo: cercasi personale per pulizie allo stabilimento X di Ostia lido? E’ un nascente mattino d’estate, quando il sole va a braccetto con noi di quaggiù. Lei si trova da sola in mezzo a piazza Sirio come nel deserto, tra macchine sporadiche che sfrecciano sulla strada. Il cielo veglia col suo bagliore mattutino, l’aria trasporta da lontano giochi da spiaggia e voci sotto gli ombrelloni. Appesantita dal tempo che passa, un tantino dimessa, si avvicina allo stabilimento. Un rapido colloquio decreta l’imminente assunzione a trascinare carrelli nei corridoi dello stabilimento, indossando un grembiule e scarpe da lavoro. Per festeggiare scappa in spiaggia. Si fa un bagno veloce tra bandanti e anziani a riposo e torna a casa.

Da giovani si gioca con i sogni, sicuri di poter riavvolgere il nastro e imprimerlo di nuovo con nuove immagini. Il movente di Laura è fuggire dal recinto di doveri da assolvere, oppure un bisogno al pari di mangiare, dormire, vestirsi. Che fanno le altre? Non avendo il coraggio di rivendicare un posto nel mondo, cercano di occupare spazio nella vita degli altri, come per esempio la compagna di scuola che tagga per primo Claudio, il suo fidanzato e ci mette pure un cuore, oppure come la tentacolare zia Carla, moglie del fratello della madre, la quale raggiungerebbe per telefono tutti gli appartenenti all’albero genealogico del consorte per controllarli meglio. Il prototipo di donna acculturata incarnato dalla dirimpettaia parla ad alta voce sul terrazzo, sicché la devi sentire per forza. Subisce la tentazione di uscire fuori dal seminato e canta Bella ciao al nipote, come se si trattasse di una canzone da villaggio turistico: ‘Bella ciao, ciao, ciao. Su le mani, tutti insieme’. Laura vorrebbe urlarle che è una deficiente.

Il fratello Gianni è andato via di casa 2 anni prima, a 19 anni. Nessuno ha avuto notizie di lui. Allora ha fatto scalpore, se ne sono occupati anche i giornali, poi niente più. Non una voce, uno sguardo di comprensione: ognuno per la sua strada e fa che la mia sia migliore della tua, questo è stato il tacito messaggio della gente. Laura da allora ha dimenticato la sua infanzia. I ricordi non sono più stati come bolle di sapone che a bucarle rivivi quel momento. Assomigliano invece alle foto, incastrati da una cornice per non dilagare nel presente. E’ un sistema che hanno inventato gli adulti quello delle foto incorniciate e messe sui mobili. In fondo sono presenze che non disturbano l’indifferente quiete dei signori perbene.

All’inizio dell’estate si fa colazione col sole che splende alto nel cielo. Laura pensa alle cose stupide che fanno gli adulti. La gara a sembrare brave persone raggiunge il top della classifica. La casa dello zio è in aperta campagna, la cui soave tranquillità è spazzata da fattarelli avvilenti. Di quello, per dirne uno, che ha venduto un terreno con un piccolo difetto. ‘Ma basta non andare troppo per il sottile’, parole criptiche del tizio, ‘tanto qui c’è gente che ruba le pere dall’albero’. A sua volta, quello che le ruba, potrebbe indicare altre diavolerie e via dicendo.

Laura sognando può scegliere. L’estate le è complice, nessuno si sognerà mai di giudicare l’estate. Claudio, invece, sogna l’estate di quando era bambino. Siccome spesso si incastrano dimensioni temporali, epoche, pezzi di vita diversissimi che accadono simultaneamente, nella stanza accanto sta per entrare in scena il problema della riparazione del chiavistello della cantina condominiale. La madre ha chiesto un intervento, poiché da lì è facile salire ai piani, in particolare al suo appartamento. La madre, letta la mail dell’amministratore, che comunica il parere negativo espresso da alcuni a sostituirla, regola a stento la rabbia mentre si prepara per uscire. Chi chiede mette in luce l’altrui carognaggine e ciò rappresenta un problema. Infatti, se non ci fosse chi chiede, non esisterebbe neanche la carogna. Nello stabile ci sono parecchi schiacciasassi vestiti bene. Diana, la madre, non riesce a farsi scudo delle cattiverie altrui. Vorrebbe prendere a calci il chiavistello e mettere tutti davanti a un fatto compiuto come riesce ai prepotenti. Vorrebbe sfondare la porta dell’aldilà e chiedere se hanno visto il figlio passare di lì. Anche questo vorrebbe. Deve essere un mondo in cui loro ci vedono e vedono le cose che succedono. Tuttavia, il loro intervento è affidato al caso, come chi prende il fiocco nella giostra di paese. Ma neanche d questo c’è certezza.

Laura prepara lo zaino per andare al mare. Sulla spiaggia libera semi affollata di gente s’affacciano i balconi delle fantastiche case al mare. Le case al mare sono leggende, fanno sognare più i grandi che i piccolini, poiché le loro finestre s’aprono sempre su mattini d’estate e meravigliosi giorni futuri. Le stanze delle case al mare sono inondate di blu e di luce ad ogni ora del giorno. I panni stesi testimoniano le sere all’aperto, le lenzuola dicono di comodi e lunghi soggiorni fatti di quotidianità: bicicletta, giornale e fornaio. I giorni sono tutti felici quelli che nascono lì dentro, hanno il sapore delle vacanze anche d’inverno, di chi la vita la prende per il lato buono, si rilassa e non sbaglia quasi mai. La casa in cui abitare è come un vestito a fiori da tirare fuori nel momento giusto.

E’ un sogno da adulti la casa al mare. Ma non s’intende gli adulti seriali quelli alla Mazzarò, attaccati alla roba, no. Si parla di adulti che sognano come ragazzini. ‘L’estate somiglia a un gioco, è stupenda, ma dura poco’, dice la radio. La madre la guarda prepararsi. Pensa a quando d’estate andava a spasso con la canotta e si vedevano le forme. A vent’anni il corpo è bello sempre. Per lei la povertà è una goccia: stilla dentro, scava. La povertà è un pensiero fisso, ti irrigidisce, a volte, ti porta via con la mente in vincite improvvise che ti cambiano la vita. Al ritorno dal trip è come cadere dall’aeroplano. Più che la ricchezza vorrebbe il potere di far fare alla gente quello che vuole. Diana ha bussato a centinaia di porte: chi non ha aperto, chi gliel’ha sbattuta in faccia e chi ha aperto per approfittarsene. Su di sé ci sono i segni di tutte le tribolazioni. Fare soldi è stato il suo pensiero fisso per anni, un’ossessione imposta da fuori, che neanche è lavoro, è fare soldi, cosa assai diversa. La madre ha avuto paura di non averne, la brama di averne tanti e al tempo stesso la paura che, se ciò fosse accaduto, qualcuno, che so, con la falce in mano le avrebbe chiesto la vita indietro, la salute, un medico criminale le avrebbe asportato il fegato per sbaglio. Vite, centinaia di migliaia di vite sacrificate sull’altare dei dio denaro, simile a un rito antico con le vesti moderne, smart. Vite con indosso il costume di scena 5.0, quello delle macchine che interpretano le emozioni umane. Fighissimo! Per facilitare il compito delle macchine che le stana è opportuno provare emozioni il più possibile standard. Non bisogna avere segreti per l’e-commerce. Adesso la madre lavora in una università privata, orienta i fanciulli e fanciulle su cosa faranno da grandi, insomma taglia il folto fogliame al passaggio dei bambini nell’età adulta.  

‘Domani dico a mia madre che voglio andare in America’, pensa Laura, ‘dove non ci sono chiavistelli da riparare né gente che non lo vuole fare per principio’. ‘Andrò in un posto in cui esistono tribù che cantano canzoni, in cui le amiche non ti taggano il fidanzato mettendoci il cuoricino. Voglio andare sulla luna e poi su marte, come la canzone della donna cannone sparata nel cielo’, dice girandosi verso Claudio. C’è la spiaggia di notte e miliardi di stelle. ‘Quella ieri non era lì’, osserva il ragazzo sdraiato fuori della tenda. ‘Noi giriamo, ieri era prima di adesso’, risponde Laura. ‘Ah, è vero’, commenta ammirato il giovane. Lei sa sempre cosa dire sule piccole cose che accadono. Perciò, quando lui si lamenta di non vedere stelle cadenti, lei gli suggerisce di spostare la testa velocemente a destra e a sinistra, così pare di vederle.

I giovani procedono lungo il cammino verso un domani. Chi guarda il cielo notturno lo sa che domani è un luogo oltre che un tempo. Un poi dotato di dimensioni spaziotemporali, annunciato dalla luce, ancora spento nella notte. Pare l’assaggio di eterno. Le stelle cadenti infuocate illuminano percorsi notturni in fiamme. Laura sprofonda nel Natale dell’anno 2056. Il fratello siede con tutta la famiglia intorno al tavolo e lei non deve più spiegare agli altri ciò di cui ha bisogno o desidera.

Mentre la popolazione si scaglia contro quello o quell’altro, obbedendo a una megaideologia invisibile abile a nascondersi e a farsi più grande di quello che è: divide et impera, cioè nulla di nuovo, è la verità che rimane semplice, limpida, un qualcosa di materico, munito di un dove e un quando. Gli adulti mettono maschere, sono così strette che alla fine pensano sia la loro vera faccia, scrive Laura a bordo del libro. Lei osserva la madre quando parla con gli altri. Non sempre esce la sua brillantezza, come una gemma opaca e stanca, non splende. Invece la madre spesso splende, ma la devi cogliere nel momento giusto, come la stella del cielo, la cui luce attraversa spazi immensi per raggiungerti e ciò sembra che accada in un attimo. Anche il baluginio interiore di sua madre è qualcosa che ha impiegato anni per nascere e crescere. Sembrano i cerchi degli alberi a indicare gli anni, così quel guizzo è una stalattite del cuore. Ci sono segni lenti a rilasciare la loro giusta luce, non sai mai se ce la faranno, ma tu li guardi formarsi. Uno di questi cerchi l’ha formato il compagno della madre. I due stanno sempre insieme, ma, quando lui deve partire per andare al paese, pare spinga un pulsante e viva un’altra vita, catapultandosi altrove. Saluta Diana al telefono dicendole ‘cara’, con un distacco caldo fuori e freddo dentro, tipico dei benestanti, il che la disorienta come un vento dispettoso. Questo la fa gridare al pericolo. Aziona velocemente la leva e chiude il portellone appena in tempo per sgusciare dentro. Il vento è invece amico della sorella, la zia di Laura. Una donna sui 50, romantica, che ama stare per i fatti suoi, mentre con la mente esplora sempre nuovi modi di stare al mondo, al fine da rendere la quotidianità meno noiosa di quello che è. Ad esempio, ultimamente il suo desiderio è di creare un laboratorio sul riciclo creativo: a che può servire una vaschetta della mozzarella, i lacci delle buste di plastica e il rotolino della buste della cacca dei cani? Domande queste che, se poste alla scolaresca, potrebbero dare interessanti sorprese nelle soluzioni proposte. Al momento è occupata a raccogliere conchiglie sul litorale romano, per guarnire una rosa dei venti. Ma non una qualsiasi figurina decorativa, no. Trattasi di un progetto di abbellimento della parete esterna della casa, circondata dal terrazzo e sotto il sole osservatore, muto, come un occhio sempre aperto sulla realtà nostra. Questo perché, se si troverà, un giorno, per caso, in balia delle onde, su un mezzo di fortuna, saprà esattamente quale vento la starà per travolgere. E’ come giocare d’anticipo con il destino, tirare la slot-machine e figurarsi le combinazioni che usciranno.

Se tu non ci sei più, allora il male esiste. Vorrei scappare via. Le parole prima di addormentarsi.

Al mattino sulla spiaggia non c’è quasi nessuno. Solo le case aspettano con docile pazienza una storia nuova. Da lì, dai loro balconi, è facile vedere una ragazza che corre in una limonaia con il suo cane. Le corse pazzesche nelle strade, con la musica in testa, gridando e ridendo. E gli amici dalle facce aperte alla vita. La gioventù è uno stato di grazia. Il riverbero lontano di ciò si ha negli ultimi giorni d’agosto, tanto per fare un esempio. Quando la quiete e il silenzio separano gli individui, i fatti brutti e quelli belli gli uni dagli altri. Calma e silenzio sono due arbitri di pugilato, si muovono con destrezza facendoti presagire che possa avvenire qualcosa di buono. Allora leggi i segni: l’incontro con l’impiegata che dice di avere un’amica che ti assomiglia tantissimo, una parola da te pronunciata e l’espressione di lei come se la stesse pensando uguale uguale. Gioco al tennis con i pronostici, i buoni propositi pronti a prendere al balzo il segnale favorevole a cominciare un’impresa.  La magia, a volte, si fa sentire ancora. Certo, in forma contenuta, non come in gioventù allora hai la vita davanti e infinite possibilità. Hai la forza, un po’ di follia per credere che tutto sarà realizzabile. Quello che accade dopo è solo una copia sbiadita.

Qualcuno penserà che negli anni Laura e Claudio si sono persi di vista, quei discorsi sulle stelle cadenti siano diventati un ricordo lontano e che, magari, grazie al potere indiscusso dei social si siano scambiati un saluto formale su messenger. Gli anni, precisamente 36 da allora, hanno travolto la gioventù, cambiando i loro volti, i pensieri, lasciando un’eco nostalgica per un tempo denso di vigore, di corse, di musica e canzoni spensierate, glorificando senza saperlo l’età più splendida che un essere umano possa vivere.  Con il senno di poi si può ben dire che la rosa dei venti voluta dalla zia abbia avuto una qualche ragione di esistere. Laura e Claudio sono diventati rispettivamente una sarta di abiti teatrali e una guida locale specializzata in itinerari enogastronomici. Lei, nel suo atelier, circondata da abiti indossati da manichini silenziosi, fa rivivere la sua donna delle pulizie, che ora si sente Tosca, ora Carmen. Una volta le ha donato le vesti di Antigone, indicando nelle pieghe cosa avrebbe voluto fare. Claudio nelle sere d’estate invita gli ospiti dei Resort a gustare l’essenza dei luoghi. Vivono assieme da tanto tempo. Hanno realizzato: prima di trovarsi bene l’uno accanto all’altra e poi di volersene. Laura non ha mai potuto smettere definitivamente di dire ciò che desidera o di cui ha bisogno, soprattutto a se stessa.

E poi, un giorno di dicembre, ha bussato alla porta un ragazzone striminzito, con gli occhi colmi di cose viste. Era Gianni, mancavano pochi giorni al Natale.

mgs

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Il saluto al sole

Assertività, corse nelle strade

della città. 

Le panchine nel parco,

i tavolini dei bar all’aperto.

Mano nella mano

a vincere su bagliori obliqui

e sulla malinconia del tardo pomeriggio

che vola via dai finestrini dei bus.

Raggi sghembi

ci prendono fuori fuoco.

La scena giusta

sulla mappa dell’esistenza

è il quadrato di luce,

riverbero delle faccende sue

e dei suoi fratelli.

Gli astri proiettano

da lontano.

Un raggio dritto

ci colpisce per caso,

lucida la mente,

siamo ancora vivi.

Ingrati, soprattutto.

Sputiamo su ciò che amiamo,

come una pianta

che cresce storta,

fautori del bene di trincea,

distratti inseguitori

della ribalta.

Il sole cade giù a caso,

come punte di spillo

fa male.

Una goccia d’euforia

stilla nel cuore,

è il primo respiro

di una nuova era.

mgs

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Il permesso di circolare

Dopo venti giorni di quarantena spuntarono dei messaggi sui social, che esortavano a cambiare prospettiva. ‘Voi non siete reclusi in casa’, dicevano, ‘siete protetti in casa’. Io non volli cambiare prospettiva. ‘E’ un incubo’, pensavo dopo una settimana. Alle 19,00 giocai con la gatta, tutti i giorni. Cambiai i vasi alle piante, dando loro la giusta attenzione. Le piante non si muovono, muoiono o vivono, crescono, si riproducono. Non se ne vanno, non ti rimproverano. Dopo 10 giorni avevo sistemato il terrazzo, pulito casa, letto libri, scoprii che la mia vita non faceva tanto schifo come a volte pensavo. Mi aggiornai di continuo, anche per verificare se c’era o no un’apertura per chi aveva un orto e doveva andarci. Mi aggiornai di continuo e seppi che il governo aiutava gli svantaggiati, cioè coloro che a causa del virus erano rimasti a casa. Va bene, decisi di partecipare, unendomi alla frotta di mendicanti. Io la vedevo così, ma non potevo fare altrimenti. Più o meno nell’immediato emerse una considerazione: io non cercherò più lavori di merda, aspetterò che arrivi quello che voglio fare e non deve essere di merda. Be’, ci stava. Però, c’era un però. La corsa ai buoni spesa&company mi deprimeva. ‘Siete dei poveracci’, ci dicevano sotto sotto. ‘Lo facciamo per aiutarvi’, aggiungevano. Ah! Prima del coronavirus eravamo invisibili, ora visibili. Mi aggiornai sulla libertà di scegliere e seppi che non c’era limitazione in situazioni di emergenza sanitaria. Comunque, la nostra libertà l’avevamo limitata da prima per salvaguardare la nostra salute, cioè per mangiare. Perciò, questo concetto lo padroneggiavo bene. Loro dov’erano durante queste importanti conquiste del pensiero? Altrove, ma non faceva niente.

‘Dopo non tornerà nulla come prima’, dicevano. Questa suonava come una promessa. Allora ripartii con brio e con un pizzico di imbarazzo per il fatto di mettermi davanti a qualcuno che non m’aveva cercato, non mi conosceva né m’avrebbe conosciuto se non avesse avuto bisogno di me. Bisogna reinventarsi, esprimere capacità e rendersi utile: fai la spesa a quella, porti i cani a quell’altra. E vai, a varcare porte, per entrare nella stanza dei desideri, delle tue aspirazioni e delle tue paure, ma rigorosamente della misura giusta. Chissà se puoi circolare e tornare a casa? Questo scherzetto m’è costato una decina di me che mi sono lasciate alle spalle. L’ho fatto per adattarmi alla vita che cambia. Cercavo un ragionamento logico per raccapezzarmi, è venuto fuori questo: la voglia di vivere mi ha permesso di adattarmi. E vai, a cambiare forma e contenuto. Poi quest’altro: la saggezza porta con sé l’equilibrio. Tutto sommato, preferivo l’incoscienza, l’arroganza e gli sbagli delle età passate. Benessere, gioia, salute erano le scritte che campeggiavano sopra la farmacia del quartiere della signora. Portavo a spasso le due cagnette, guardando con occhi diversi una scena nota che, ad un tratto, mi appariva insolita. Dunque, diverse ere fa c’era la gioia, ma non il benessere. L’equilibrio manco lo cercavo. C’era l’energia, non sempre la salute. Un essere perfetto, con tutte queste cose dentro mi suonava triste. Poi la scritta niente, cioè buio, fine. La luce dell’insegna sulle parole cura e vita non funzionava. Non era tanto per la seconda, che ha sempre avuto il suo fascino e un posto di rilievo nella canzoni di Vasco Rossi. Era per la prima, la parola cura, molto rivalutata alla fine del millennio, anche dalla magnifica canzone di Battiato e svuotata di significato da altri come una coscia di pollo disossata. Non avevo ancora voltato l’angolo, che vidi in fila: vitalità, equilibrio, serenità, vigore e forma. Stesso principio: vitalità e serenità fanno a cazzotti. Equilibrio potrebbe andare d’accordo con vigore e per quanto riguarda forma è una parola troppo vaga. Si intende forma fisica? Oppure forma vs contenuto? O, ancora, forma e sostanza?

‘Chissà che vogliono da noi’, pensavo. Che ci vogliamo bene perché mettiamo la crema sul viso tutte le mattine e che abbiamo energia, cioè un movimento tutto sconclusionato, come un pallone grande in una scatola piccola. Punto A: l’energia si affloscia se ti metti la crema tutte le mattine, così come prescritto dall’ordinamento pubblicitario. Punto B: se ti metti a sorseggiare la tisana sul divano con la coperta sulle gambe rasenti l’esistenza di una pianta. Ora, pare brutto se un giorno ti svegli e ti senti la Marianna che guida il popolo rivoluzionario e l’altro ripassi la lista della spesa a tappe, nell’interesse economico e morale della famiglia. Un altro ancora ti svegli, ignorando sia il sole, sia le promesse che fa, oltre ai pochi che ancora se ne invaghiscono come pazzi. Il discorso filava, finché a maggio la luce maturò sempre più e sempre prima. Il sole ormai era superman, non potevo ignorarlo. Al mattino apriva il petto, lasciando schizzare fuori i suoi raggi che, velocissimi, alla velocità della luce avviluppavano il mondo con un bagliore potente. Per fortuna aprivo ancora la finestra, vedendo le cose un po’ diverse da come erano. Ma come erano le cose? Aprivo la finestra e scendevo in strada, la percorrevo in direzione di una nuova avventura. Andavo con le mie borse sulle spalle, dentro e fuori. Facevo questo, facevo quello. Lavoravo per un prestito, macinavo chilometri a piedi. Il Prof. in tv diceva che la vita non è come siamo abituati a viverla, noi siamo troppo comodi, troppo bisognosi di cure. L’avevo intuito, non sapevo dirlo e neanche se dirlo. Sì, aveva ragione il Prof., poiché, percorrendo quelle strade, con le borse sulle spalle, intanto qualcuno cambiava scenario senza farmi vedere nulla. In testa avevo la corsa a ostacoli per raggiungere l’obiettivo. Consideriamo che il cittadino/a medio, di età tra i 18 e i  55 anni, ne deve avere sempre uno in tasca di obiettivo, anche se, con o senza di esso, fa comunque il criceto nella ruota. Intanto prendeva spazio la realtà degli altri nella mia. La realtà degli altri era ingiusta? E io percorrevo la mia strada. La realtà degli altri era folle, senza senso? Io sempre camminavo. Insomma io percorrevo la mia strada e, di quel farsi nero come il cielo di ‘Ghostbusters’ e gonfio del precipitare di eventi, non ne sapevo niente. Con quel macchinista bislacco ancora ci devo parlare.

Comunque, l’amore è un mistero e su questo non ci piove. La vicina della signora cui portavo a spasso i cani era sprovvista di mistero. Era una snob, finta umile, paranoica, ipernormalizzata, svezzata a colpi di istituti formativi di prestigio, musei e cultura con funzione decorativa. Il risultato da laboratorio era un coacervo di superstizione e pregiudizio. La tizia era arrogante q.b. per renderla parte della sua classe sociale. Invece la signora era solo spirito, di corporatura robusta. Esponeva la nostra provvisorietà all’aria e al tempo che la corrodono. La signora aveva tante cose in casa, ma si vedeva che non gliene importa un fico secco. Lei aveva anche tanti pensieri, messi uno sopra all’altro. Quando gliene scappava uno dalla bocca, questo era la sintesi sconclusionata di tutti, come una goccia d’essenza, una verso ermetico. Lei spizzicava da un pensiero una parola, un’altra da quello successivo. Sapeva essere simpatica, il suo interesse consisteva nel conquistarti e fare in modo che tu facessi quello che diceva lei. Una volta andammo al parco, con i cani. Lei raccoglieva le margherite, io seguivo i segugi. A casa le mise in un vaso, ognuna in uno. Voleva realizzare l’analisi comparata dei petali, con l’obiettivo di scegliere il fiore che ne aveva di più, per spiluccarlo nel classico m’ama non m’ama. Asseriva che, all’aumentare delle probabilità, aumentava l’efficacia del test. Io replicai che le probabilità si basavano sul 50% dei si e sul 50% dei no, cioè le ipotesi che l’amava o non l’amava erano tutte e due vere al 50%. Siccome l’amore è un mistero e non il frutto di un calcolo matematico, l’elevato numero di petali era già una garanzia d’amore, se non di quello dell’altro certamente del suo. No, non era normale la signora, lei diceva la verità. Era per questo che trovavo facilmente la strada di casa. Tornavo con le cose sue, semplici come le margherite che raccoglieva. Io le lasciavo andare nel dirle e non pesavano mai, volavano via. In quel periodo riuscii a prendere un appuntamento dal dentista, per colpa di un ponte rotto. E’ un fatto assodato che i ponti sono utili, se rotti servono solo a far spendere soldi. Il dentista guardò la protesi, rigirandola tra le dita ed esclamò che era un gran bel ponte. Lui diceva che era fatto di zirconia, spiegandomi il motivo per il quale, se non rientrava al suo posto, non si poteva modificare facilmente. E ti pareva. Io mi immaginavo zirconia: un pianeta tra le stelle, popolato da esseri brillanti. Poco originale davvero. La cosa bella, però, era che anche da zirconia si poteva tornare facilmente indietro. Infatti, io e il dentista andammo su zirconia, come i ragazzi sul muretto a raccontarsi e scherzare e da lì tornammo a casa. Alla fine ci lasciammo, non pretendemmo il dazio: una mano, la milza, un pezzo di fegato, a mo’ di riscatto. Invece, niente, non prendemmo nulla l’uno dell’altra. Lui mi intendeva, facendo attenzione a non fraintendermi ed io facevo altrettanto.

La quarantena finì, non fece altro che porre un limite al rapporto materico con il mondo. Sembrava che tutto si fosse voltato dall’altra parte, con le braccia conserte e il broncio. Pretendere l’aderenza esagerata con le cose è un nostro difetto, ad alcuni, però, questo quasi li risucchia in altri mondi: quello degli insetti, delle piante e dei fiori, dei raggi di luce e delle stelle, a cercare la magia oltre la materia.

Voglio tornare ad essere gente di mondo, ad accontentarmi delle piccole cose, come quando il pomeriggio incontra la sera e tutto si fa calmo. L’aria profuma di fiori e di siepi. I vestiti leggeri promettono bene, sulle braccia nude svettano mani che afferrano coni gelato e sulla testa gli occhiali da sole. Nelle sere di primavera l’aria addolcita dal tempo sfiora la pelle, chiamando a stare fuori come una musica. E noi, seduti sulle panchine o davanti ai portoni, ci lasciamo guidare, inconsapevoli come animali che vivono senza saperlo. Desideravo questo quando finì la quarantena.

Poi sei andata via ed io varcai la soglia, entrai nello spazio del mistero della morte: una dimensione immensa, dallo spessore e densità che spariscono e ci sono al tempo stesso. Visti da lì eravamo tutti piccolissimi e quello che ci circondava era vano. I cartelli pubblicitari lungo la strada assomigliavano a scudi ridicoli, messi lì dal genere umano disperato. In quel luogo, non solo nel ricordo, ti ho trovata. E da lì tornai indietro, poiché nessuno riesce a sostenere a lungo la vista dell’eternità, durissima per la realtà che si manifesta. Avevo il tempo, la contingenza, il moto della terra che ci porta con sé. Essa mi risucchiava nel suo girare, come Orfeo dal regno dei morti per Euridice. Della nostra condizione mi rimase solo il permesso di circolare.

mgs

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