Novità

Prima pubblicazione di un breve racconto, si trova su Amazon.

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Il regalo di Medusa

La vita non è un gioco ad essere i più potenti, più ricchi o chissà che altro. Quindi ora basta, lasciatemi in pace. La vita è una sfida? Boh! Ci vuole coraggio, però. A guardare il dolore in faccia, voglio dire. Non che ti sia indifferente, come potrebbe essere altrimenti, ti chiama. Eccome se ti chiama. Fai capire che non gradisci il suo interesse, voltandoti dall’altra parte. Ti richiama, ma non hai orecchie per sentire. Poi ti giri di scatto: “Che diavolo vuoi da me?”, rispondi piena di paura e rabbia, nient’altro. Non ce la fai, pensi. La tristezza del mondo trova quasi sempre il modo di raggiungerci, diceva uno scrittore, così anche la sofferenza, che bussa alla spalla di sorpresa, come un passante, facendo finta di chiederti un’informazione. Perciò, girandoti per cortesia, lo vedi, occhi negli occhi. Ci vuole coraggio, sì. Altro non so.

Non so perché rimango a guardare il dolore che ha un volto di donna. In confronto sono grande come una mollica, eppure non abbasso lo sguardo. Non potrei, neanche se lo volessi. Sto qui per curiosità, per quale motivo? Sospetto che qualcosa di quegli occhi sia anche nei miei, da prima, non da ora che li fisso.

Io non ti taglierò la testa, innanzitutto perché un po’ di te è anche in me. Soprattutto vorrei sapere qualcosa in più. Di che? Ma di questo dolore insostenibile, per esempio. Io ci provo a fronteggiarlo, non per molto ci riesco. Ho bisogno di fuggire, andare via. Cerco un conforto, che è effimero, certo. D’altronde non posso fare di meglio. Ho bisogno di rifugiarmi nel cuore della notte, quando il silenzio culla le paure e si trova quasi sempre una carezza nei ricordi, nei pensieri. Allora, se dovessi incontrarlo ancora e se si piazzasse di fronte in pianta stabile, io andrò ad abitare su un faro, da sola, lontana da tutto e tutti. Inizierei così uno sciopero dalla vita, senza soluzione di continuità. Quindi, il piano B ce l’ho.

Il mostro mi guarda dirigendo il dolore, che diventa una verità assoluta. Rimesta nelle viscere, come l’aquila di Prometeo, reo di tracotanza per aver donato il fuoco agli umani. Bisognerebbe precisare che tanto mostro non è. Comunque, sono pigra e pacifista, soprattutto pigra, anche per questo non mi sogno di tagliargli neanche un serpentello dei suoi capelli. Mi confonde le idee, smantella i pregiudizi, intendo quelli che le attribuiscono il peggio. Secondo me si avvale della capacità di suscitare malia e orrore, ambiguità di fondo che le ha fatto guadagnare una brutta nomea.

Adesso guardo in fondo agli occhi di Medusa e lei mi ripaga così, pensando di farmi un bel regalo!

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Modalità vacanza

– Astronave Andromeda chiama Terra. Passo.

– Ti sentiamo Andromeda, cosa vedi? Passo. 

– Senza dubbio da qui la vita è molto bella. Passo.

– Riesci a capire come può accadere? Passo.

– Posso dire che è semplice. Vedo il cielo turchino e ascolto le fronde degli alberi, i panni stesi al sole muoversi al capriccio di un refolo di vento. Passo.

– Ti riferisci alla nostra dimensione? Passo.

– Non esattamente, perchè ho un’allegra percezione del futuro. Passo.

– Ah, capisco. Intendi dire che ti muovi tra più dimensioni? Passo.

– Sì, sento un’attrazione forte per la musica sudamericana, che mi porta a pensare di iscrivermi a un corso di ballo a settembre.

– Quindi, un ottimismo alla vecchia maniera, fatto di grandi progetti. Passo.

– Esatto, ma vedo anche i momenti vissuti. Da qui soddisfano anche gli animi più esigenti. Passo.

– Andromeda non ti sento più. Ti stiamo perdendo, cosa succede? Passo.

– Nessun problema, io vi sento. Provate a spostarvi nella mia dimensione. Passo.

– Dammi le coordinate giuste. Passo.

– Va bene, ma state attenti c’è un’interferenza molto forte.

– A cosa ti riferisci Andromeda? Passo.

– Da qui si capisce molto bene, è un meccanismo ripetitivo, ci rende simili a galline giocattolo. Ogni tanto curviamo la testa e guardiamo di sbieco, chiedendoci cosa accade, poi ricominciamo a beccare nella totale inconsapevolezza. Passo.

– E che altro vedi? Passo.

– Vedo il luccichio del mare, ha un sapore argentino. Il tempo si distende e procede benevolente, anzi, direi rassicurante. Tutto sembra vada per il meglio. Passo.

– Grazie, Andromeda, noi ci siamo resettati e abbiamo calcolato che farai rientro nella dimensione giusta. Passo.

– Meraviglioso, pianeta Terra. Ricevuto e confermato, passo e chiudo.

mgs

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Stabilità

Presenze stabili svettano accarezzate dai raggi del sole, formano una struttura immaginaria, un tempio da abitare. Un qualcosa che allude all’ordine unito all’eleganza garbata. E’ bellezza, non dovere o obbedienza. Quelli sono i templari, gli alberi. Custodiscono il santo graal. Ma cos’è? Scoprire che siamo parte di tutto, da sempre e che c’è qualcuno che protegge questo mistero? E’ un luogo in cui trovarsi. Ci vogliono occhi per sentire, non basta vedere. C’è bisogno di cercare e si trova, in luoghi inaspettati. Qualcosa di sacro sta lì, tra i guardiani, ti cattura. Poi fugge via e chissà dove riapparirà, ma c’è.

mgs

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Sisifo è anche femmina

Io devo insistere, dire e ridire le cose per essere capita. Se non basta e quasi mai basta, ho bisogno di affinare la comunicazione, cambiare le parole, cosicché arrivino giuste agli altri. Seppure spesso volatile, vorrei essere incisiva, ma ora non con quella o quell’altra persona, lo vorrei essere nei confronti della vita. Questa entità spartita tra di noi, frantumata come un prisma in tante vite. La vita è molteplice, al tempo stesso rimane unica. Direi che fa poca fatica ad essere originale, dato che il suo genere è inimitabile. Siamo amiche dispettose io e lei. Io spezzetto la materia, disperdendomi al di fuori e capita pure che mi perdo. Lei non ha ripensamenti, almeno così pare. “Dai facciamo a braccio di ferro”, le dico spavalda. Lei è forte, non c’è dubbio. Vorrei incidere sul suo volto una ruga, di quelle che ha inciso più o meno dolcemente sul mio. Vorrei dire: “Ecco!”, indicando qualcosa di compiuto che lasci il segno. Figuriamo se le chiedo uno sconticino sulla fatica morale e/o fisica in quanto donna. Nessuno deve farsi male, ci tengo a dirlo, per rimarcare un’accortezza che forse lei non ha. Cerco di farla sentire un po’ in difetto, ma non so se ci riesco. Vorrei solo un corpo a corpo per sentire la sua verità, il suo essere vera, come quando alcuni fanno sport estremi o cose pericolose per sentirsi vivi. Quando sento dire che l’esistenza è una maratona, non i 100 metri, penso sia esatto. Infatti, prendo atto che un’azione non è mai lineare, forma piuttosto un arzigogolo, portando con sé uno sciame di azioni tortuose, complicate, utili per arrivare al risultato. Sì, a volte l’esito è scarso, direi irrilevante, se ragionassi nella logica dell’incisività. D’altronde il mio compito è innanzitutto prendere atto. Dire, fare, aspettare e soprattutto ragionare, per ponderare le azioni e le reazioni. Con il righello valuto la mia posizione. Ah, lei è anche più abile di me. Quando mi interroga a sorpresa, inizia con indolenza: “Vediamo cos’hai fatto di rilevante in questi anni …”. Ed io giù a snocciolare le prodezze per farla contenta. Ma, se ci penso bene, potrei rispondere che ho voluto consumarla, perché lei non consumasse me, senza che potessi fare niente. Due respiri, un unico respiro, ma anche in questo caso lei è di più. E’ sempre di più.

Sogno di volare innalzarmi e svolazzare leggera, provando l’emozione dell’altezza. E così, potente e leggera, assecondo la vertigine di cadere per riprendere quota. Voglio superare i limiti, volare come un uccello, valicare i confini fisici tipici della mia piccola dimensione fisica e morale. Anche lei è grande, grandissima, a tratti meschina, in ogni caso s’impone come titolare di estrosità. Io non ho il patentino, non me lo posso permettere, eppure la imito. Sisifo è anche femmina, nel coraggio, nella sfrontatezza mista a incoscienza, che si esprime in un gioco a sfidare la vita e a divertirsi con lei, quando è possibile. Rinnegarla no, questo sarebbe un peso troppo grande da portare.

mgs

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Intermezzo

Il cielo dicembrino bianco e grigio di nuvole compatte si porta a spasso l’aria natalizia come amica. Insieme annunciano il ritorno di qualcosa di bello da rivivere a breve. Le stagioni, questo cielo con la sua atmosfera passano, ritornano, non cambiano, ci sono. Le amiamo in quanto certezze necessarie, oppure le amiamo e basta, perché ne siamo dentro. Aspetto che facciano il loro corso. Come si fa al luna-park guardo la giostra che va su e torna giù, seguo il giro con la testa e un sorriso trionfante nella risalita.

mgs

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Le regole del gioco

Foto Parco S. Maria della Pietà – Roma

Togliere tutti e stare con tutti.

Serve una serranda,

ci vuole una spazzola e un secchio?

Dicono bene del distacco, invece.

Devo stare dalla mia parte

e dall’altra, ma come?

Dalla mia parte sempre,

poi tendere verso l’altra parte.

Va bene. No, abbandonare la postazione

di partenza non c’entra.

Qualcuno ha capito?

A parte l’equivoco della trincea,

dove si tendono archi e frecce, intendo.

Ma no, è un gioco.

C’è chi lo dice e che però

sfugge di mano e diventa grave.

Allora, si faccia avanti

un tecnico capace di spiegare

le regole. Su, forza!

Cerco un porto franco

con le palme, la piscina e tutto.

Guardo il cielo, le sue nuvole bianche.

Non so se esisto veramente.

Che vado pensando …

Segui il filo rosso, troverai il tesoro,

il senso della vaghezza,

leggera e cruda come la vita.

Mia è la stoffa, la stessa

di cui sono fatti i sogni.

La stessa, per me, per voi.

Questo lo capisco.

mgs

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L’arrivo dell’estate

Maggio e giugno non chiamateli mesi, sono troppo brevi per essere pensati come si deve. Li trovo modesti, perché in silenzio rigenerano attese, promesse e speranze, simili a rivoli d’origine carsica. Nel tempo dato loro, che irradia le ore del vivere quotidiano, ruscelletti vengono alla luce, per tuffarsi nel lago che s’espande nel petto. Chi le ferma più la luce del giorno e le neonate acque rigogliose! E’ voglia di vivere che dura, finchè dura l’arrivo dell’estate. Se fuggono e maggio e giugno fuggono, bisogna aspettare i prossimi. E’ questo il fascino e l’inquietudine del desiderio non ancora realizzato. La forma definita della vita vissuta e i bordi immaginati della forma che avrà.

mgs

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Tutta un’altra connessione

Al mattino mi alzo e so che devo andare da qualche parte, non proprio correndo. Benché le differenze tra Roma e la Savana siano minime, soprattutto nel periodo estivo, qui non ci sono i leoni. Comunque, devo agire, c’è solo da decidere in quale direzione. Penso alla traiettoria dell’’elettrone, che ho compreso in questo modo: se lo vedo muoversi, c’è la luce che interferisce sulla traiettoria. Se non c’è la luce, non vedo l’elettrone. Io mi identifico nelle particelle, qualcuno o qualcosa interferisce nel determinare la mia direzione. Se mi rivedessi in un tutto, avrei un ‘centro di gravità permanente’ e cadrei sempre a piombo, come la mela. Rimarrei ben salda nelle mie convinzioni, non mi lascerei condizionare da nessuno, né dagli eventi. Ma la scelta spetta a me, che sono più particella o più mela? Sono l’infinitesima parte del tutto o il tutto?

Le domande poste alle particelle e a noi umani presentano delle somiglianze. Cosa ci muove, quanta spinta abbiamo e dove andiamo? In base all’esperienza dell’elettrone, non si possono sapere tutte e due le cose, ne so una o ne so un’altra. E’ anche vero che, se salto, poi ricado a terra, quindi la legge di gravità vale anche per me. Secondo un modo di pensare ci sarebbero diverse scelte possibili, secondo l’altro una sola.

Metto tra parentesi l’enigma e cerco un divano non standard. Dice, che centra? Niente, non c’è nessuna consequenzialità, è solo che le incombenze offuscano sovente i grandi quesiti. Dunque, nella stringa del motore di ricerca scrivo le dimensioni, ma non trovo il divano. Invece, se scrivo il colore, tipo “divano bianco e nero”, trovo il link e visualizzo il divano, proprio quello che volevo. L’algoritmo mi aiuta, lui c’è. Io trovo tutto e il gioco è fatto. Magari ci fosse sempre il santo algoritmo, mi dico, alzando gli occhi al cielo. Subito s’insinua un dubbio. Infatti, le dimensioni sono la caratteristica principale degli oggetti, la tonalità gliela dà la presenza di qualcuno che li definisce. Cioè, il divano non si pensa come bianco e nero, più che altro come un 100x170cm. E’ così che cadono gli dèi, in questo caso l’algoritmo.

Succede spesso di perdersi negli ingranaggi dei motori di ricerca. Nel web prevale una visione troppo autoreferenziale, che pone al centro l’individuo e non il mondo circostante in cui vive e con cui si rapporta. Mi perdo in un labirinto di sensi unici, in cui è difficile scegliere la direzione da prendere. Solitudine e smarrimento si intrecciano alla sensazione di essere su un pianeta deserto. Insomma, mi serve una guida, altrimenti rimango imprigionata nel paese dei balocchi, incastonato in un eterno presente.

Mentre aspetto l’autobus per andare al lavoro, mi chiedo che tipo di rapporto esista tra il mondo reale e quello virtuale. Oggi tutto appare interamente accessibile, scaricato in download e apparecchiato per i nostri appetiti. La mia è una vita, in mezzo ad altre 8 miliardi di vite. Si tratta di un organismo enorme, in cui ciascuno ha un po’ dell’altro. Per rendere l’idea, una persona pratica farebbe una bella rappresentazione grafica di intersezioni di insiemi. Vogliamo muoverci, scegliere da che parte andare. Ci mancano le risposte, spesso, le domande, soprattutto quelle giuste. Che tipo di connessione ci serve? E’ arrivato il momento di trovare le risposte e/o le domande.

‘Arriverà’, ripetiamo riferendoci al bus. Lo diciamo noi, cioè il gruppetto svantaggiato e in balìa degli eventi e recitiamo il mantra. Attesa 10 minuti, è il pronostico emesso dalle divine app. Loro ci offrono la possibilità di aspettare qualcosa: il bus, una risposta o altro, dicendo quando arriverà.

La giornata è bella, il che rende l’attesa più sopportabile. Da lontano arriva una musica trasportata dal vento. All’improvviso una nota suonata da una chitarra e tutto va a posto, la mia vita è magicamente ordinata, concentrata e raccolta in un sacchetto di bilie. Finalmente, penso, ce l’ho in pugno. Mi sento libera, perché sono ritornata in me. Sbatacchiarmi di qua e di là ha agito come una strana forza centrifuga, portandomi lontana dal centro, che sono io. Il sole mi splende sulla faccia. Guardo l’albero di mimosa. Il rametto sul tavolo di casa richiama l’immagine originale, ciò che affascina è la nostalgia che ha dell’insieme. Lui fa la sua parte, ma allude alla pianta, così come i pensieri più grandi del trambusto quotidiano sconfinano dal contingente, unendosi ai pezzi sparsi di tutta una vita. Similmente le giornate austere s’ammorbidiscono al profumo degli alberi in fiore e sembra che volino alto assieme agli uccelli. Il mio stato d’animo assorbe il verso di una poesia, anch’io posso affermare di contenere moltitudini. Non vedevo l’ora di poterlo fare. Sì, contengo uno squarcio di cielo, le onde del mare, le montagne e le nuvole sparse e poi le piazze del centro al sole del mattino, un parco di quartiere nel sonnolento pomeriggio estivo. Sono vasta, voglio contenere quante più albe e tramonti io riesca ad osservare, per fare in modo che il mondo circostante mi abiti, oltre ad abitarlo.

Intanto ho preso l’autobus. Scorgo al volo la fermata in cui devo scendere, perché leggendo mi sono distratta: partecipavo alla battaglia di Alamo ed ora sono a piazza dei Giuochi Delfici. Il salto spazio-temporale è notevole, eppure sento di avere posto in un mondo pienissimo, con la mia faccia, che è sempre la stessa, ma cambia al passare del tempo. Mi faccio trovare, per mezzo di una connessione speciale. Se la persona pratica farebbe una bella ma fredda rappresentazione grafica, il poeta, invece, scatterebbe un selfie di gruppo da mettere nell’album, per starci tutti e 8 miliardi.

Quando il sacchetto si romperà e sembrerà che la vita mi sia sfuggita dalle mani, mi aiuterà qualcun altro. Le bilie saranno sparse alla rinfusa, i momenti perderanno l’ordine ritrovato. Allora la super connessione mi consentirà di trovare anche quello che vorrei vedere e non vedo: un’attesa senza speranza, l’esistenza a pelo d’acqua senza leggerezza. Quando tutto sarà immobile, rimarrò perché sfinita, ad aspettare. Sarò priva della forza per muovermi e preda di una gravità pesante. Il selfie non servirà, perché, quando uno perde il bandolo della matassa, non sa di averlo perso. Ci vuole lo sguardo di qualcun altro. Per vedersi, lo smarrimento come l’armonia dovrebbero essere il focus di altri.

Quando i rari momenti di grazia si mescoleranno al caos, accetterò lo smarrimento e il vuoto di senso come il dolore delle ossa, facendo mie queste sensazioni, cosicché il caos diventerà ordine. Già mi intenerisco a vedermi danzare tra ironia e amarezza, come Vladimiro ed Estragone. Ora sono parte del gruppo delle anime belle, poi sarò parte del gruppo delle anime belle e clownesche. Loro arrivano, portati dalla connessione di base, quella che serve.

mgs

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Icaro al tramonto

Fare mio il mio tempo. Nell’agenda dove scrivo quello che devo fare, quello che vorrei fare e pure quello che vorrei dire, a volte, capita di tirare una linea. “E tu da dove sbuchi?”, le chiedo. Mentre penso alla domanda che mi sono posta, la osservo e la lascio dove sta, perché, tutto sommato, va bene così com’è. Poi rifletto. Quella linea nel foglio è un concetto importante, serve a porre fine a qualcosa, delineando un prima e un dopo. E’ la conclusione di un periodo difficile o di uno stato d’animo confuso, che si è protratto nel tempo. Facciamo che i mesi siano frasi e i giorni siano parole. Allora, la linea che cade tra il 20 e il 21 dicembre, perché da quel giorno il sole tramonta alle 16,40 anziché alle 16,38, vuol dire che le giornate vanno allungandosi molto lentamente. Eh, quando uno dice di fare proprio il proprio tempo… Intanto va chiarito che, se lo devo ancora fare mio, non è poi così scontato che lo sia da subito. Va be’, non è cosa facile, ma, di tutte le complicazioni inutili cui sono sottoposta nella quotidianità, questa mi pare abbia almeno un senso.

Le stagioni. La luce dona un colore particolare alle cose. A settembre il cielo e il mare sono di un azzurro intenso. In quegli ultimi giorni d’estate sulla spiaggia l’assenza del clamore estivo ne rinforza i colori e i silenzi evocano pulizia, in modo che si veda meglio il paesaggio marino. I gabbiani in volo e le poche barche a vela in lontananza diffondono un senso di riposo, sono la preparazione per qualcosa di nuovo.

Sole alias nonna. La luce pare mia nonna, fa del suo meglio anche con scarse risorse. A novembre il sole ha poco tempo a disposizione, eppure infiamma i tramonti come fossero una consolazione. Rimanere in attesa ed essere sospesi sono da sempre considerati motivo di gioia. Quel fugace momento di felicità consiste nella possibilità di guardare oltre, come se nella routine sparisse e adesso, invece, si palesasse tutta davanti a me nella sua semplicità. Nella vita c’è bisogno di un dove verso cui guardare per andare oltre. Un orizzonte fiammeggiante fa sperare che oltre quella linea vi siano cose molte belle e tutte per te. Poi non arrivano e si pensa che sia tutto un’illusione, infatti lo è. La vita illude, ma davvero con stile. Si tratta, a mio avviso, di un’illusione da tenersi stretta, perché è una delle poche certezze che abbiamo.

A dicembre accade di nuovo. E’ lui il mese incaricato di recapitare le illusioni al destinatario sognatore. Inizia qui la sua missione, alla quale non può sottrarsi. La luce ritorna, sempre di più, sino a dilagare nelle sconfinate giornate di giugno. La certa illusione di questo ripetersi all’infinito, nell’avvicendarsi delle stagioni e nell’alternarsi della notte e del mattino, è il ritmo del grande respiro che pervade corpi, animali e piante. Per questo posso vedere la promessa nascosta in uno spettacolare inabissarsi del sole. Lo guardo, fermandomi un attimo e mi sento vivere.

Che fine farà tutto questo quando scomparirò? Smetterà di esistere perché non ci sarò io a guardarlo? Se ora facessi le analisi, troverei un alto tasso di egocentrismo nel sangue. La bellezza del mondo è uno scampanellio di immortalità e può inebriare oltre ogni limite. Forse sono influenzata dalla ricerca della forma persistente da dare in pasto al dover insistere in un eterno presente. In ogni caso, bisogna saper prendere lo scampanellio per il verso giusto. Allora, osservo ogni cosa per farne un scorpacciata e vivo forte forte, senza perdermi neanche un minuto. In alternativa o in aggiunta esprimo il bene che voglio a tutte le persone che conosco, con il cuore grande come una casa. Per tanto tempo ho creduto fosse questo il modo giusto. Stavolta, però, ne penso un’altra. Mi arrampico su un albero e ce ne metto un altro sopra, per salire sempre più su. E da lì faccio come Icaro, ma al tramonto. Viaggio con il sole invincibile, seguo i paralleli e poi rinasco con lui, all’altro capo del mondo, nel giorno nuovo.

mgs

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