Alba.

62 rigo musicaleTema musicale, R. Pinna.

Al mattino la piazza è una stanza con la luce accesa. Chi vive ancora sogna. Silenzioso ascolta l’affiorare di un nuovo giorno, sistemando le proprie cose. Tutto è da farsi, come se l’ieri l’avesse disfatto la notte. Penelope è un’idea che sfila la trama a pelo d’acqua, lo fa mimando le mosse del giorno prima; vive d’astuzia, sparge ovunque la traccia del presente a tema libero.

Manuela.

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Quando il Tempo incontra il tempo.

IMG_0694[1]Quando il Tempo incontra il tempo casa tua è il luogo più bello del mondo. I riflessi mutano l’ambiente, rapiscono lo sguardo intento nel fare quotidiano. I muri accolgono il Tempo infinito nel tempo fuggevole. Campanelli risuonano nelle stanze del cuore, aperte e scaldate all’improvviso. La casa è riparo dalla monotonia e dal vuoto di senso, dall’assenza di sentimento, dalla pelle che non s’increspa per alcuna gioia né per il minimo dolore. ‘La bellezza esiste ancora’, dice una voce lì fuori. ‘Io sono ciò che ha mille e una parola per essere. Quando il sole sta per compiere il suo giro, il giorno è maturo e poi scompare, al culmine del canto, io proietto sul muro il disegno nascosto nel fondo dell’anima: il passato di promesse e speranze, il tuo viso sorridente che adesso vedi nei riflessi arancio e rosa. Non aver paura di perdermi, perché ritornerò spesso, come ho sempre fatto e tu lo sai. Ti rammento chi sei, non voglio perderti e tu non mi perderai. Senti il garrito delle rondini? Esso accompagna il mio passaggio nel cielo di tutti, ma arriva a ciascuno in modo diverso. Sereno è il tempo, tutto è a posto. Ora il tumulto del scorrere degli anni è in un cerchio di fuoco e la velocità dentro ti agita, mentre la lentezza di fuori arreca sollievo. Finito e infinito si dicono inseparabili, fatti per essere racconti di una o di cento vite’.  Al richiamo rispondo, ma che posso fare se non sbrigarmi ad afferrare tutto in uno scatto: l’istante magico, evanescente, come i pensieri indistinti da dirsi poi.

 

Manuela.

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Luce.

IMG_0681[1]Nelle stanze

splendenti di sole,

cavato il buio dall’oblio,

l’attesa ravviva l’animo

come i fiori sulle vesti

in primavera.

Chiome agghindate celebrano

la felicità.

Sui tetti corrono

i raggi fatti come mele.

Ed io verso casa.

Chi conta i miei giorni?

Rivoglio il mio tempo,

la giostra delle stelle sparse

in apparente casualità.

 

Manuela.

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La nonna di Atlante.

scala-mobile-e1526053987986.jpgUno, due, tre, mille gradini schiacciati e poi ingoiati dalla scala mobile. Se da allora avessi contato il saliscendi quotidiano, sarei arrivata in cima all’Everest. Io non sono diversa dagli altri, forse, anche questi altri si fanno le stesse mie domande. Oppure, accettano il fatto di sbatacchiarsi, lo accettano come una realtà ineludibile. La scala mobile è un attrezzo calpestato da tutti i viaggiatori pigri, dunque, dalla maggior parte. E’ il tramite che conduce da sotto a sopra. Attraverso la scala mobile emergi in superficie, come in una risalita dal cuore della terra o da una discesa negli inferi o anche nell’inconscio. E’ solo un mezzo e, sebbene i saggi dicano il contrario, per i più non conta. Conta l’arrivo, non il viaggio. Primo problema: le biblioteche e le università sono estranee al mondo di fuori; i mezzi di trasporto, scale mobili comprese, sono considerati solo un tramite. Secondo problema: gli ambienti non sono separati, ma c’è intercomunicabilità. Il percorso per raggiungerli non è come tutti gli altri percorsi.

Appoggiata al corrimano, che non corre mai alla stessa velocità dei gradini, ma va sempre un po’ più lento, penso che il viaggio è formativo a suo modo. Una rampa come questa potrebbe misurare la distanza che ti separa da una scoperta. Tra dieci minuti al massimo sarai in sala lettura, nella biblioteca centrale e saprai, finalmente, qualcosa che ora ignori. Per questa ragione la fermata della metro ‘castro pretorio’ è veggenza, sicurezza del futuro, un punto fermo nell’universo. Il mondo è ancora il luogo dove tutto è possibile e, stavolta, ci puoi scommettere che il possibile prenderà per mano l’impossibile, suo fratello e si compirà.

Sono disposta a sentirmi dire che va tutto bene, anche un’ora ogni tanto, pagando 40/60 euro l’ora per un massaggio shiatzu, ovvero per  la versione adulta delle carezze di mia nonna. Alcuni hanno sostenuto che è cosa del tutto diseducativa elargire carezze ai bambini molto piccoli, l’hanno paragonato al ciuccio, insomma a qualsiasi consolazione o momento di benessere transitorio con cui gli adulti cooptano le menti dei piccoli al loro mondo falso e cinico. Io non sono d’accordo, a parer mio anche Atlante aveva una nonna che da bambino gli faceva le carezze. Per questo la mia, avendo capito già allora ciò che gravava sulle mie spalle, trovò il rimedio. L’impresa titanica può anche fallire e spesso lo fa, l’importante è ricevere una carezza, un abbraccio. Noi siamo eroi, così ci piace immaginare; forse, anche dèi, ma abbiamo bisogno di conforto. Sfogliamo le pagine dei libri con lo scopo di raddrizzare il mondo, di metterci a posto l’animo, così come lo sciroppo ci mette a posto il fegato. Senza rassicurazioni non potremmo vivere, l’importante è saperlo e non vergognarsene. Anche questo è passato attraverso le carezze di mia nonna. Io mi figuro quella di Atlante. Quando il piccolo titano chiude i libri e il mondo ricomincia a prendere la storta postura di prima, allora lui li riapre con notevoli sforzi e ricomincia a rimettere tutto per dritto. Chissà che sia davvero così anche per noi. Occhi fissi su una pagina, all’improvviso un suggeritore ti spinge a sgobbare, a sostenere palazzi e spostare masse assiepate male. “Forza, riparati dai venti contrari facendoti scudo con la mano”, dice. E, mentre la pelle del viso invecchia alla fatica, tu spendi soltanto il tempo a tua disposizione. Consumandoti non avrai rimpianti, che t’importa dell’immortalità? È un mito sovrastimato e non è affar nostro. Naturalmente, il suggeritore lo consiglia per non suscitare invidia né tracotanza, atteggiamento biasimato da tutti gli dèi del mondo. Nel mondo sovrumano accade qualcosa di simile. Il piccolino è curioso e vuole comunicare con i mortali un po’ troppo spesso. Perciò, per scongiurare il rischio di emulazione,  la nonna fa vedere ad Atlante la vita standard di un umano. In questo modo il bimbo capisce che la nostra mente dimentica chi si è stati, non sapendo ancora chi diventeremo. L’oblio, il ricordo frammentario e, soprattutto, il cambiamento inducono il titanino a comprendere che gli esseri umani non saranno mai dèi né titani come lui e si rallegra un po’. Ma la passione per noi non gli passa e tenta di comunicare in tutti i modi possibili e immaginabili, specialmente nei luoghi come biblioteche e università. Sarà per questo che quando siamo lì, dèi e titani ci prendono nel petto e ci portano in alto.

Manuela.

 

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Scelgo l’estate.

IMG_0679[1]Amo l’estate allo stremo delle forze, dopo tour e prove d’abilità mirabolanti: test d’oggettivazione del reale, in cui fare a gara a chi capisce di più del mondo in cui si trova. Amo l’estate, perché non gli devo rendere conto.  Nel vago sentimento del tutto, entusiasta, scandaglio il fondo per dirlo bene. Qui mi ritrovo e rispondo: ‘No, grazie, non chiedo di oggettivarmi, mi basta sentirmi’. Questa sono io. Chi sono? Vuoi che te lo dica adesso e che valga per sempre? Accontentati di un bagliore, di un fiore, una serata di stelle nell’aria interrotta dal verso dei grilli in estate. Non chiedermi di più.

E’ la società liquida, dirai. Soldi facili, vita facile, biografie in costruzione: tutto è possibile, farlo da soli si può. La società della comunicazione, dove non è possibile comunicare. Ogni cosa che fai viene interpretata dagli altri come un atto comunicativo, di cui devi precisare il significato per non essere fraintesa. Ecco, vedi non tutto è possibile. Comunicabilità vs espressione di sé. Stridente. La concretezza, il più delle volte sovrastimata, è un tubo di scarico tappato, sbotta l’acqua ferma dei travagli quotidiani appuntiti come spilli. Dovrei scegliere cosa? Credermi Re Mida e giurare fedeltà all’infinita malleabilità dell’esistente o abbracciare l’amara realtà. Piuttosto che una bella cartolina, sarei tentata dalla materia dura, tenace della corrente avversa, che non vuole piegare la testa e, a volte, mi fa da specchio. Perciò, non so davvero se esiste lei perché esisto anch’io o se le sono indifferente. Forse scelgo la gioia più vera, in cui s’acquatta la malinconia e il senso di inutilità che è nel fondo di ogni felicità. Così scelgo l’estate che declinerà nell’autunno, per poi tornare al disgelo, come un’illusione che non delude mai.

 

Manuela Grillo Spina.

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Ragazzini.

“The words of the prophets are written on the subway walls And tenement halls And whispered in the sound of silence”

Sento. Credo tu senta come me, ci credo e lo dico: eccomi! Poi non ci sei più, mi sono sbagliata ancora. Non ti curavi di me, non sapevi quello che scorreva dentro. Non ti piace, non lo capisci. Ehi, scusa, sai io sento la musica e canto, con un ritmo mio seguo le note, mettendo parole come i colori nei quadri, perché così è. Sono compiuta, sono qui; poi non ci sono più. Lo devi intuire non te lo posso spiegare. Il movimento dei pianeti che non hai mai sospettato avessi dentro. Ce l’ho, invece. Ma i sogni se ne stanno nel cantuccio, escono nel momento sbagliato. Questa musica la sento solo io, non posso dirla a nessuno. Rischio, lo faccio. Mi prendono in giro. Me ne vado. Lo vedi? Lacrime. Adesso ho più chiaro che questa sono io, ma non ho chiesto di oggettivarmi, mi bastava che qualcuno fosse felice con me, come me.

Manuela.

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City in love.

Voglio il grigio metropolitano.
Voglio occhi vispi, bocche in primo piano.
Voglio la musica, della radio il fiato,
la voglio che s’unisce al giorno spaiato,
quello sghembo, messo per errore
nella scatola dei giorni di sole.
Voglio sentire lontano nel cuore
il goffo indugiare, il lento esitare,
i giorni spaesati, i vetri bagnati,
i piccoli passi sulle orme dei grandi,
esordi intimoriti da luci arroganti.
Per sapere che la gente porta con sé
il discreto lume in cucina nell’ora del caffè.
Voglio il salotto elegante, dove il guru
prepara l’atteso rito pagante.
Voglio il vociare cose che durano un giorno,
rughe che affiorano e chiosano il racconto.
E’ sottocute del caos noioso. E’ tondo.
L’anemone schiuso, pupilla del mondo.
E’ l’affondo su zucchero a velo,
tazzine sonanti, ombrelli goccianti.
E’ la coda di una nota
e fa volare i passanti.
Nelle vie in tumulto, aleggia un motivo,
sembra un viso mosso al sorriso.
Sfiora tetti, palazzi e antenne che
s’aprono l’abito a toccare la pelle.
Liberati dal sonno,muovono i fianchi,
sul grigio il groviglio di corpi danzanti.
Confortevole è il ventre metropolitano,
che ci accompagna, allungando la mano
e sorride ammiccando tuttavia,
a quando colpirà al cuore la nostalgia.

 

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