Sisifo è anche femmina

Io devo insistere, dire e ridire le cose per essere capita. Se non basta e quasi mai basta, ho bisogno di affinare la comunicazione, cambiare le parole, cosicché arrivino giuste agli altri. Seppure spesso volatile, vorrei essere incisiva, ma ora non con quella o quell’altra persona, lo vorrei essere nei confronti della vita. Questa entità spartita tra di noi, frantumata come un prisma in tante vite. La vita è molteplice, al tempo stesso rimane unica. Direi che fa poca fatica ad essere originale, dato che il suo genere è inimitabile. Siamo amiche dispettose io e lei. Io spezzetto la materia, disperdendomi al di fuori e capita pure che mi perdo. Lei non ha ripensamenti, almeno così pare. “Dai facciamo a braccio di ferro”, le dico spavalda. Lei è forte, non c’è dubbio. Vorrei incidere sul suo volto una ruga, di quelle che ha inciso più o meno dolcemente sul mio. Vorrei dire: “Ecco!”, indicando qualcosa di compiuto che lasci il segno. Figuriamo se le chiedo uno sconticino sulla fatica morale e/o fisica in quanto donna. Nessuno deve farsi male, ci tengo a dirlo, per rimarcare un’accortezza che forse lei non ha. Cerco di farla sentire un po’ in difetto, ma non so se ci riesco. Vorrei solo un corpo a corpo per sentire la sua verità, il suo essere vera, come quando alcuni fanno sport estremi o cose pericolose per sentirsi vivi. Quando sento dire che l’esistenza è una maratona, non i 100 metri, penso sia esatto. Infatti, prendo atto che un’azione non è mai lineare, forma piuttosto un arzigogolo, portando con sé uno sciame di azioni tortuose, complicate, utili per arrivare al risultato. Sì, a volte l’esito è scarso, direi irrilevante, se ragionassi nella logica dell’incisività. D’altronde il mio compito è innanzitutto prendere atto. Dire, fare, aspettare e soprattutto ragionare, per ponderare le azioni e le reazioni. Con il righello valuto la mia posizione. Ah, lei è anche più abile di me. Quando mi interroga a sorpresa, inizia con indolenza: “Vediamo cos’hai fatto di rilevante in questi anni …”. Ed io giù a snocciolare le prodezze per farla contenta. Ma, se ci penso bene, potrei rispondere che ho voluto consumarla, perché lei non consumasse me, senza che potessi fare niente. Due respiri, un unico respiro, ma anche in questo caso lei è di più. E’ sempre di più.

Sogno di volare innalzarmi e svolazzare leggera, provando l’emozione dell’altezza. E così, potente e leggera, assecondo la vertigine di cadere per riprendere quota. Voglio superare i limiti, volare come un uccello, valicare i confini fisici tipici della mia piccola dimensione fisica e morale. Anche lei è grande, grandissima, a tratti meschina, in ogni caso s’impone come titolare di estrosità. Io non ho il patentino, non me lo posso permettere, eppure la imito. Sisifo è anche femmina, nel coraggio, nella sfrontatezza mista a incoscienza, che si esprime in un gioco a sfidare la vita e a divertirsi con lei, quando è possibile. Rinnegarla no, questo sarebbe un peso troppo grande da portare.

mgs

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Intermezzo

Il cielo dicembrino bianco e grigio di nuvole compatte si porta a spasso l’aria natalizia come amica. Insieme annunciano il ritorno di qualcosa di bello da rivivere a breve. Le stagioni, questo cielo con la sua atmosfera passano, ritornano, non cambiano, ci sono. Le amiamo in quanto certezze necessarie, oppure le amiamo e basta, perché ne siamo dentro. Aspetto che facciano il loro corso. Come si fa al luna-park guardo la giostra che va su e torna giù, seguo il giro con la testa e un sorriso trionfante nella risalita.

mgs

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Le regole del gioco

Foto Parco S. Maria della Pietà – Roma

Togliere tutti e stare con tutti.

Serve una serranda,

ci vuole una spazzola e un secchio?

Dicono bene del distacco, invece.

Devo stare dalla mia parte

e dall’altra, ma come?

Dalla mia parte sempre,

poi tendere verso l’altra parte.

Va bene. No, abbandonare la postazione

di partenza non c’entra.

Qualcuno ha capito?

A parte l’equivoco della trincea,

dove si tendono archi e frecce, intendo.

Ma no, è un gioco.

C’è chi lo dice e che però

sfugge di mano e diventa grave.

Allora, si faccia avanti

un tecnico capace di spiegare

le regole. Su, forza!

Cerco un porto franco

con le palme, la piscina e tutto.

Guardo il cielo, le sue nuvole bianche.

Non so se esisto veramente.

Che vado pensando …

Segui il filo rosso, troverai il tesoro,

il senso della vaghezza,

leggera e cruda come la vita.

Mia è la stoffa, la stessa

di cui sono fatti i sogni.

La stessa, per me, per voi.

Questo lo capisco.

mgs

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L’arrivo dell’estate

Maggio e giugno non chiamateli mesi, sono troppo brevi per essere pensati come si deve. Li trovo modesti, perché in silenzio rigenerano attese, promesse e speranze, simili a rivoli d’origine carsica. Nel tempo dato loro, che irradia le ore del vivere quotidiano, ruscelletti vengono alla luce, per tuffarsi nel lago che s’espande nel petto. Chi le ferma più la luce del giorno e le neonate acque rigogliose! E’ voglia di vivere che dura, finchè dura l’arrivo dell’estate. Se fuggono e maggio e giugno fuggono, bisogna aspettare i prossimi. E’ questo il fascino e l’inquietudine del desiderio non ancora realizzato. La forma definita della vita vissuta e i bordi immaginati della forma che avrà.

mgs

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Tutta un’altra connessione

Al mattino mi alzo e so che devo andare da qualche parte, non proprio correndo. Benché le differenze tra Roma e la Savana siano minime, soprattutto nel periodo estivo, qui non ci sono i leoni. Comunque, devo agire, c’è solo da decidere in quale direzione. Penso alla traiettoria dell’’elettrone, che ho compreso in questo modo: se lo vedo muoversi, c’è la luce che interferisce sulla traiettoria. Se non c’è la luce, non vedo l’elettrone. Io mi identifico nelle particelle, qualcuno o qualcosa interferisce nel determinare la mia direzione. Se mi rivedessi in un tutto, avrei un ‘centro di gravità permanente’ e cadrei sempre a piombo, come la mela. Rimarrei ben salda nelle mie convinzioni, non mi lascerei condizionare da nessuno, né dagli eventi. Ma la scelta spetta a me, che sono più particella o più mela? Sono l’infinitesima parte del tutto o il tutto?

Le domande poste alle particelle e a noi umani presentano delle somiglianze. Cosa ci muove, quanta spinta abbiamo e dove andiamo? In base all’esperienza dell’elettrone, non si possono sapere tutte e due le cose, ne so una o ne so un’altra. E’ anche vero che, se salto, poi ricado a terra, quindi la legge di gravità vale anche per me. Secondo un modo di pensare ci sarebbero diverse scelte possibili, secondo l’altro una sola.

Metto tra parentesi l’enigma e cerco un divano non standard. Dice, che centra? Niente, non c’è nessuna consequenzialità, è solo che le incombenze offuscano sovente i grandi quesiti. Dunque, nella stringa del motore di ricerca scrivo le dimensioni, ma non trovo il divano. Invece, se scrivo il colore, tipo “divano bianco e nero”, trovo il link e visualizzo il divano, proprio quello che volevo. L’algoritmo mi aiuta, lui c’è. Io trovo tutto e il gioco è fatto. Magari ci fosse sempre il santo algoritmo, mi dico, alzando gli occhi al cielo. Subito s’insinua un dubbio. Infatti, le dimensioni sono la caratteristica principale degli oggetti, la tonalità gliela dà la presenza di qualcuno che li definisce. Cioè, il divano non si pensa come bianco e nero, più che altro come un 100x170cm. E’ così che cadono gli dèi, in questo caso l’algoritmo.

Succede spesso di perdersi negli ingranaggi dei motori di ricerca. Nel web prevale una visione troppo autoreferenziale, che pone al centro l’individuo e non il mondo circostante in cui vive e con cui si rapporta. Mi perdo in un labirinto di sensi unici, in cui è difficile scegliere la direzione da prendere. Solitudine e smarrimento si intrecciano alla sensazione di essere su un pianeta deserto. Insomma, mi serve una guida, altrimenti rimango imprigionata nel paese dei balocchi, incastonato in un eterno presente.

Mentre aspetto l’autobus per andare al lavoro, mi chiedo che tipo di rapporto esista tra il mondo reale e quello virtuale. Oggi tutto appare interamente accessibile, scaricato in download e apparecchiato per i nostri appetiti. La mia è una vita, in mezzo ad altre 8 miliardi di vite. Si tratta di un organismo enorme, in cui ciascuno ha un po’ dell’altro. Per rendere l’idea, una persona pratica farebbe una bella rappresentazione grafica di intersezioni di insiemi. Vogliamo muoverci, scegliere da che parte andare. Ci mancano le risposte, spesso, le domande, soprattutto quelle giuste. Che tipo di connessione ci serve? E’ arrivato il momento di trovare le risposte e/o le domande.

‘Arriverà’, ripetiamo riferendoci al bus. Lo diciamo noi, cioè il gruppetto svantaggiato e in balìa degli eventi e recitiamo il mantra. Attesa 10 minuti, è il pronostico emesso dalle divine app. Loro ci offrono la possibilità di aspettare qualcosa: il bus, una risposta o altro, dicendo quando arriverà.

La giornata è bella, il che rende l’attesa più sopportabile. Da lontano arriva una musica trasportata dal vento. All’improvviso una nota suonata da una chitarra e tutto va a posto, la mia vita è magicamente ordinata, concentrata e raccolta in un sacchetto di bilie. Finalmente, penso, ce l’ho in pugno. Mi sento libera, perché sono ritornata in me. Sbatacchiarmi di qua e di là ha agito come una strana forza centrifuga, portandomi lontana dal centro, che sono io. Il sole mi splende sulla faccia. Guardo l’albero di mimosa. Il rametto sul tavolo di casa richiama l’immagine originale, ciò che affascina è la nostalgia che ha dell’insieme. Lui fa la sua parte, ma allude alla pianta, così come i pensieri più grandi del trambusto quotidiano sconfinano dal contingente, unendosi ai pezzi sparsi di tutta una vita. Similmente le giornate austere s’ammorbidiscono al profumo degli alberi in fiore e sembra che volino alto assieme agli uccelli. Il mio stato d’animo assorbe il verso di una poesia, anch’io posso affermare di contenere moltitudini. Non vedevo l’ora di poterlo fare. Sì, contengo uno squarcio di cielo, le onde del mare, le montagne e le nuvole sparse e poi le piazze del centro al sole del mattino, un parco di quartiere nel sonnolento pomeriggio estivo. Sono vasta, voglio contenere quante più albe e tramonti io riesca ad osservare, per fare in modo che il mondo circostante mi abiti, oltre ad abitarlo.

Intanto ho preso l’autobus. Scorgo al volo la fermata in cui devo scendere, perché leggendo mi sono distratta: partecipavo alla battaglia di Alamo ed ora sono a piazza dei Giuochi Delfici. Il salto spazio-temporale è notevole, eppure sento di avere posto in un mondo pienissimo, con la mia faccia, che è sempre la stessa, ma cambia al passare del tempo. Mi faccio trovare, per mezzo di una connessione speciale. Se la persona pratica farebbe una bella ma fredda rappresentazione grafica, il poeta, invece, scatterebbe un selfie di gruppo da mettere nell’album, per starci tutti e 8 miliardi.

Quando il sacchetto si romperà e sembrerà che la vita mi sia sfuggita dalle mani, mi aiuterà qualcun altro. Le bilie saranno sparse alla rinfusa, i momenti perderanno l’ordine ritrovato. Allora la super connessione mi consentirà di trovare anche quello che vorrei vedere e non vedo: un’attesa senza speranza, l’esistenza a pelo d’acqua senza leggerezza. Quando tutto sarà immobile, rimarrò perché sfinita, ad aspettare. Sarò priva della forza per muovermi e preda di una gravità pesante. Il selfie non servirà, perché, quando uno perde il bandolo della matassa, non sa di averlo perso. Ci vuole lo sguardo di qualcun altro. Per vedersi, lo smarrimento come l’armonia dovrebbero essere il focus di altri.

Quando i rari momenti di grazia si mescoleranno al caos, accetterò lo smarrimento e il vuoto di senso come il dolore delle ossa, facendo mie queste sensazioni, cosicché il caos diventerà ordine. Già mi intenerisco a vedermi danzare tra ironia e amarezza, come Vladimiro ed Estragone. Ora sono parte del gruppo delle anime belle, poi sarò parte del gruppo delle anime belle e clownesche. Loro arrivano, portati dalla connessione di base, quella che serve.

mgs

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Icaro al tramonto

Fare mio il mio tempo. Nell’agenda dove scrivo quello che devo fare, quello che vorrei fare e pure quello che vorrei dire, a volte, capita di tirare una linea. “E tu da dove sbuchi?”, le chiedo. Mentre penso alla domanda che mi sono posta, la osservo e la lascio dove sta, perché, tutto sommato, va bene così com’è. Poi rifletto. Quella linea nel foglio è un concetto importante, serve a porre fine a qualcosa, delineando un prima e un dopo. E’ la conclusione di un periodo difficile o di uno stato d’animo confuso, che si è protratto nel tempo. Facciamo che i mesi siano frasi e i giorni siano parole. Allora, la linea che cade tra il 20 e il 21 dicembre, perché da quel giorno il sole tramonta alle 16,40 anziché alle 16,38, vuol dire che le giornate vanno allungandosi molto lentamente. Eh, quando uno dice di fare proprio il proprio tempo… Intanto va chiarito che, se lo devo ancora fare mio, non è poi così scontato che lo sia da subito. Va be’, non è cosa facile, ma, di tutte le complicazioni inutili cui sono sottoposta nella quotidianità, questa mi pare abbia almeno un senso.

Le stagioni. La luce dona un colore particolare alle cose. A settembre il cielo e il mare sono di un azzurro intenso. In quegli ultimi giorni d’estate sulla spiaggia l’assenza del clamore estivo ne rinforza i colori e i silenzi evocano pulizia, in modo che si veda meglio il paesaggio marino. I gabbiani in volo e le poche barche a vela in lontananza diffondono un senso di riposo, sono la preparazione per qualcosa di nuovo.

Sole alias nonna. La luce pare mia nonna, fa del suo meglio anche con scarse risorse. A novembre il sole ha poco tempo a disposizione, eppure infiamma i tramonti come fossero una consolazione. Rimanere in attesa ed essere sospesi sono da sempre considerati motivo di gioia. Quel fugace momento di felicità consiste nella possibilità di guardare oltre, come se nella routine sparisse e adesso, invece, si palesasse tutta davanti a me nella sua semplicità. Nella vita c’è bisogno di un dove verso cui guardare per andare oltre. Un orizzonte fiammeggiante fa sperare che oltre quella linea vi siano cose molte belle e tutte per te. Poi non arrivano e si pensa che sia tutto un’illusione, infatti lo è. La vita illude, ma davvero con stile. Si tratta, a mio avviso, di un’illusione da tenersi stretta, perché è una delle poche certezze che abbiamo.

A dicembre accade di nuovo. E’ lui il mese incaricato di recapitare le illusioni al destinatario sognatore. Inizia qui la sua missione, alla quale non può sottrarsi. La luce ritorna, sempre di più, sino a dilagare nelle sconfinate giornate di giugno. La certa illusione di questo ripetersi all’infinito, nell’avvicendarsi delle stagioni e nell’alternarsi della notte e del mattino, è il ritmo del grande respiro che pervade corpi, animali e piante. Per questo posso vedere la promessa nascosta in uno spettacolare inabissarsi del sole. Lo guardo, fermandomi un attimo e mi sento vivere.

Che fine farà tutto questo quando scomparirò? Smetterà di esistere perché non ci sarò io a guardarlo? Se ora facessi le analisi, troverei un alto tasso di egocentrismo nel sangue. La bellezza del mondo è uno scampanellio di immortalità e può inebriare oltre ogni limite. Forse sono influenzata dalla ricerca della forma persistente da dare in pasto al dover insistere in un eterno presente. In ogni caso, bisogna saper prendere lo scampanellio per il verso giusto. Allora, osservo ogni cosa per farne un scorpacciata e vivo forte forte, senza perdermi neanche un minuto. In alternativa o in aggiunta esprimo il bene che voglio a tutte le persone che conosco, con il cuore grande come una casa. Per tanto tempo ho creduto fosse questo il modo giusto. Stavolta, però, ne penso un’altra. Mi arrampico su un albero e ce ne metto un altro sopra, per salire sempre più su. E da lì faccio come Icaro, ma al tramonto. Viaggio con il sole invincibile, seguo i paralleli e poi rinasco con lui, all’altro capo del mondo, nel giorno nuovo.

mgs

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C’è trucco e trucco

Questo trucco non ci vuole stare sulla mia faccia, si sente estraneo, vuole staccarsene e tornare nella trousse o direttamente nel batuffolo di cotone, meta ultima del suo percorso giornaliero. Certe volte scivola sulla palpebra come se andasse da sé, perciò dovrebbe essere fiero di iniziare, invece ha voglia di fare tutt’altro. Ieri era silente, è rimasto ben saldo ai miei occhi. Oggi vuole dirmi qualcosa e gioca come quei trasferelli dai bordi ballerini che usavo da bambina.

Che abbia preso la matita sbagliata, penso. Senza offesa per le altre, lo dico con gentilezza, tanto so che tra loro non bisticciano, anzi stanno nel bel sacchetto, accettando una rimescolata di tanto in tanto. Per dire, se la matita verde capita in bella vista, le altre non protestano. Matita e rossetto rossi sanno di avere una corsia preferenziale, ma non ne approfittano. La sobrietà dei modi è quello che apprezzo di più in loro. In fondo fanno parte di una comunità pacifica di trucchi, gli unici a sapere quanto sia faticoso rendersi presentabile certe mattine.

Io ti capisco, caro mio trucco ribelle, compagno sempre presente nella quotidiana ristrutturazione dell’immagine accettabile da portare fuori da questo bagno con specchio. Capisco te e lo specchio, tuo fedele alleato, perché anch’io di fronte a voi non mento. Sono molto contenta del vostro bel carattere peculiare, poiché ho il piacere di avere con me il trucco che non inganna. Qualità che, diffondendosi nel cesto, al resto degli accessori, ha smussato i difetti di uno specchio per sua natura ambiguo, ha reso docile il pettine e non come si sarebbe aspettato i miei capelli a lui. Ha fatto in modo che lo spazzolino abbia stretto amicizia con il filo interdentale e che mi sia simpatico servirmene. La prossimità con la crema per il viso l’ha resa abile a rimettere a posto i miei lineamenti, stirando le pieghe un po’ sbilenche prese nel sonno. Se c’è qualcosa che mette a disagio i trucchi, questo qualcosa è il temperino. Le matite hanno poca simpatia per lui. Il temperino, peraltro chiuso in un armadietto, sta al trucco come noi all’orologio o a una clessidra logorroica che dice: ’Sta passando un attimo, ancora uno e poi un altro…’. Uno stillicidio. Ogni tanto la matita nera molle e leggermente glitterata si stravacca fuori dai bordi dell’occhio, cioè sconfina. Sembra ricordi un mestiere scomparso, quello dei guerrieri, quando si tingevano la faccia per andare a combattere. Allora il segni neri sparsi sul viso servivano a spaventare l’avversario, ad evocare un dio, o meglio, ad incarnare una forza e un coraggio sovrumani. Ora i trucchi rammentano i vecchi tempi, comprese le cerimonie e i rituali religiosi. Forse è per questo che adesso cercano di togliersi di mezzo e lasciare la mia faccia nuda davanti allo specchio.

La mia faccia appare quella della bambina che ero, la quale mi domanda cosa voglio. Subito penso agli ibiscus, al cielo azzurro sopra alla testa e all’aria leggera. Non so se esistono ancora desideri del genere. Le tante me che sono stata se ne sono andate via, lasciando il posto alla ragazzina degli ibiscus.  Tuttavia, lo specchio non abbandona mai la sua indole, cosicché davanti a lui non si è mai sicuri di ciò che si vede. E’ per questo che all’improvviso capita di sorprendersi, scorgendo un volto inatteso. Succede come quando ti giri sovrappensiero e vedi il tuo riflesso in una vetrina, sapendo solo in quel momento come ti senti davvero. Un’espressione fugace ai tuoi occhi e ben visibile a quelli degli altri, ma poco importa degli altri. L’unica cosa che ti chiedi è se sei così. Alla luce dei fatti, quei segni marcano lo sguardo di spavento, dapprincipio attributo del nemico. Dunque, ora il nemico e il guerriero sono la stessa persona. Allora, potrei essere una guerriera, oppure un essere spaventato di natura che si fa guerriero. La metafora bellica riduce gli attori a impersonare solo due ruoli e non funziona così, almeno non adesso. Nel garbuglio degli avvenimenti i miei alleati mi rincuorano. Ancora fa capolino la metafora bellica, lo so. So anche di non poter stabilire con chi si alleino di preciso, se con la guerriera o con quella che ha paura ma deve lottare lo stesso. Questi sono cavilli che hanno poca importanza. Conta invece constare di essere fortunata, poiché ho un cestino dove alloggiano i trucchi, che mi aiutano a sentirmi come mi sento e che mi accompagnano da una vita, come in un rituale che si rispetti. Sì, insomma, trattasi di quelle piccole cose che rendono speciale la vita di ciascuno.

mgs

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Bandierine

Contrappongo bandierine al vento a coloro che si collegano in modalità smart working nell’ambulatorio medico, mentre fingono di aspettare il turno per la visita del pargolo ventenne. Fingono, è chiaro, perché intanto che sostano nel corridoio si fanno vedere impegnati in conversazioni di lavoro in cui discutono di progetti, chiedono un confronto con i membri dello staff, nominano preventivi relativi alla regione ed enti vai. Insomma, ci dicono che qui abbiamo a che fare con i pilastri della vita pubblica del nostro paese. Il secondo atto di queste colonne portanti dal medico inizia marcando lo spazio, per questo assumono pose disinvolte, salutano medici e infermieri, per dare un chiaro segnale agli altri che pazienti e cioè che loro gli passeranno avanti.

Mostro la carta delle bandierine anche a quelli che indossano l’abito mentale all’ultima moda, cioè minimizzano le enormi tribolazioni altrui, accompagnandole con risolini di scherno e ad amplificano le disgrazie delle loro unghie spezzate. Il loro è un costume a forti tinte di menefreghismo esasperato, con venature di egoismo e ampie sfumature di indifferenza.

Quasi certa di compiere il reato di lesa maestà, sventolo le mie bandierine colorate anche davanti ai reali incompresi. Coloro che si mettono sul gradino più alto della scala, dove io non vedo nessuna scala e a quelli dei sarcastici riprova, fa’ la giravolta, poi falla un’altra volta.

Saranno gli spicchi al vento delle bandierine a chiamare le convinzioni, come il canto delle sirene. Sarà che, una volta acciuffate, le convinzioni, alla maniera di animale in vena di dolcezze, si mettono sottosopra, svelando un vuoto pieno di probabili smentite. Chi può dirlo. Comunque, bandierine sempre.

Ho visto dei monaci che appendevano bandierine per pregare. Trovando meraviglioso il gesto, ho pensato: “Perché no?”.

mgs

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Il freddo

Questo aprile mi è sfuggito tra le dita, penso. Così stabilito, faccio per rientrare. Dalla finestra guardo la grande luna di maggio, che si matura nel cielo serale colorato di blu. Il tempo dei giorni è vivo più di tutti i tempi conosciuti, sgorga da una fonte invisibile, ma ha un ritmo in battere. Con il suo fare rassicurante non imbroglia né si avvale del ricordo per cambiare le carte in tavola, com’è di consuetudine per il ritmo misto del tempo lungo degli anni.

Oggi il cespuglio di lavanda fiorito è baldanzoso, perché ha una vera e propria giostra di api che gli svolazzano intorno. Dalla macchina vedo la chioma dei pini cui fa da cornice il cielito lindo. La segnaletica stradale indica che questa è la strada giusta, sotto alla scritta generica, ma efficace, nella stessa direzione campeggia la via per ritrovare un amore sopito. Succede tutto insieme, inaspettatamente e, in disaccordo con quello che dovrebbe essere l’ordine cronologico degli eventi, si mantiene un’armonia speciale. Se esistesse il comandamento di possedere tutto e infatti esiste, anche il tempo sarebbe una legione da conquistare, non da vivere. Possederlo, per non sprecare neanche un attimo, spremerlo tutto fino al raggiungimento della completa affermazione di sè. Dopo un’attenta analisi dei compiti da portare a termine, potremmo procedere con la spunta.

Quando conta soltanto essere operativi h24, eseguire dei doveri, tenere tutto a mente, ritrovare la strada giusta significa che anche stavolta si è evitato ciò che si avverte come un pericolo, cioè il fatto di perdersi. Cosa che accade se, per esempio, scandagliando il fondo dei ricordi, emerge l’eterno fanciullo o fanciulla, dal cui incontro non tanto casuale intuiamo che non volevamo affatto quello che pensavamo di volere? Allora cominciamo a capire, prima di tutto che ci siamo persi da tempo, senza rendercene conto.

Le cose però non sono mai facili. Uno può pensare che facendo un fischio, si ritrovi il proprio bambino interiore, come fosse un cane che sta scorrazzando altrove. Una volta riacciuffato si può finalmente campare alla grande, rallegrandosi del contatto magico con le meraviglie del creato. A quelli che hanno l’abitudine fanciullesca di esprimere sul diario un loro desiderio, il giorno dopo, rileggendo, potrebbe venire da scrivere ‘confermo’, tanto il web li condiziona. Sempre loro, quelli con abitudini fanciullesche, forse credono che basti cliccare su ‘invio’ per avere la certezza di una risposta, ovviamente positiva, alla richiesta inoltrata. E magari ci provano, non si sa mai. Se pur con le tue abitudini frequenti per necessità uno di quei luoghi in cui si fa tutto da soli, come le lavanderie self service, potresti avere l’impressione di essere approdata in un porto franco, in cui, inebriata dal profumo intenso di bucato, le cose della tua vita ritrovano magicamente il loro ordine. Ma la realtà è un’altra, infatti.

Le persone che hanno difficoltà a diventare grandi si confondono, sono mascherate da grandi, indossano abiti impegnativi, finti trasandati, oppure proprio trasandati e si muovono nel mondo del quotidiano dissimulando la fatica o la riluttanza a crescere. Li immagino rapiti alla vita cui sono destinati da creature fatate: maghe e maghi bricconi, che li trattengono a sé, perché non vogliono perderli per sempre. Magari ce la mettono tutta, eppure stanno lì, sul loro albero o attorno a un falò come creature selvatiche, per decine di anni, mentre le famiglie dicono di cercarli e non li trovano mai. Vivono senza i confort cui erano abituati, spesso alla giornata, reinventandosi di continuo, con la paura e anche la voglia di realizzare se stessi, per infine diventare adulti.

Penso a ciascuno di questa moltitudine, nel momento in cui rievoca il tempo precedente al rapimento e sente distintamente il freddo che faceva allora.

mgs

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Ti conosco

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Il primo pomeriggio, di un giorno di metà marzo, il sole irrompe esuberante nelle nostre vite, ancora assopite dallo scorso inverno. L’aria è calda. Siccome ho dovuto fare una corsa per prendere l’autobus, provo la stizza degli opportunisti nei confronti del mio giubbino imbottito: buono quando fa freddo, ma noioso se il freddo non c’è più. Salgo sul bus e mi siedo. Dopo un po’ arriva una ragazza con il suo fidanzato e si siede davanti a me. Mi guarda, anzi cerca qualcosa nei miei occhi. Il fidanzato mi siede accanto. Ad occupare i quattro posti ci siamo noi e c’è una signora, che siede vicino alla ragazza. La donna ha circa 70 anni, non ci guarda, o meglio, ci sente, guardando fuori dal finestrino. Il suo atteggiamento suggerisce un carattere contraddistinto da una serietà vaga e mesta al tempo stesso. Mi volto verso di lei infastidita. Smetto quando lo scambio di sguardi prende i toni della polemica. Giunta a destinazione, la signora anziana scende. La osservo dal finestrino togliersi la mascherina e mostrare un sorriso disteso. Mi accorgo che indossa dei jeans e una camicia a fiori, sono un po’ dispiaciuta di non aver conversato in silenzio con lei. Poiché si è liberato il posto, la ragazza fa cenno al fidanzato di spostarsi. Parlano tra loro, ma lei continua a guardarmi con i suoi occhi verdi. Ha 22 o 23 anni. Lui è un broccolo, che si finge sicuro di sé. In realtà, è la compagna a spiegargli il tragitto da fare e i mezzi da prendere.

Ho la sensazione che la giovane vorrebbe dirmi qualcosa. Dal suo sguardo trapela una curiosità non banale, poco incline a porre domande del tipo: dove abiti e quanti anni hai. No, vuole andare alla sostanza, chiedere come ho vissuto in questi 51 anni, chi sono stata e chi sono ora. Intanto un gruppo di liceali prende la scena. Le ragazzine parlano a voce alta, raccontando della verifica di greco. Apprendiamo che una di loro ha ottenuto un buon voto e ora lo dice alla madre per telefono. Si capisce che la donna, dall’altra parte della cornetta, vuole conoscere i risultati di tutti gli altri compagni di classe, per sapere se è stata fatta giustizia. Concetto ripreso più volte anche dalle ragazzine, le quali, leggendo i messaggi dei compagni, gioiscono se Tizio e Caio hanno preso un votaccio. Io e l’altra ci guardiamo e ridiamo. Le ragazzine continuano a chattare e ad esultare per i fallimenti altrui. Sui loro visetti vispi non c’è traccia del passaggio del tempo. Ritengo che questa variante della specie umana sia davvero pericolosa, questo vorrei dire alla mia dirimpettaia, anche per suscitare ilarità, affinché mi consideri spiritosa, oltre che interessante da osservare. Io e lei abbiamo poco in comune, sia per quanto riguarda l’età sia per le fattezze. Escludo un paragone con l’aspetto che ho adesso, parlo di quando avevo la sua età. Eppure mi ha riconosciuta. Sarà per quello che dovrà essere, non per quello che è stata. Forse le rimando la sua immagine tra 30 anni. Scrutando i miei occhi, vorrebbe sapere cosa le accadrà, se sarà felice, quali pensieri le impediranno di dormire e, se ne avrà, di che entità saranno i dispiaceri. In prossimità della fermata il fidanzato allunga il collo, si gira verso di lei e le dice che devono scendere, dando una prova, almeno una, della sicurezza che ha sfoggiato prima. Scendono. Lei si volta per guardarmi, io faccio finta di non aver notato il suo saluto, ma sono compiaciuta. Però, non ho saputo rispondere alle sue domande.

Una volta tornata a casa ho ripassato nella mente la conversazione muta avuta nell’autobus 223, direzione la Giustiniana. Per me oggi è stato un giorno speciale, uno di quei giorni che mi piacciono. Dovrebbe succedere più spesso. Tra poco, invece, passerà la mega domestica e pulirà, senza lasciare traccia del vissuto delle persone che hanno abitato il presente. Lo trasformerà in giorni che si susseguono nel calendario, riportando tutto alla normalità. Il donnone strapperà una pagina perchè sarà passato un mese e così via. Come pulisce una casa, togliendo gli odori, la patina di unto dalla cucina, risultato di pietanze calde preparate con amore, così la mega domestica generale elimina i segni personalissimi del nostro vivere in questo mondo. Lo fa in nome di una norma esemplare che dobbiamo osservare scrupolosamente. Non che una casa sporca sia il riflesso di una vita felice, ma ricordarsi di ciò che eravamo mentre la sporcavamo, questo si che rischia di andare perduto.

Poiché suona falso quel giudizio di valore tarato sull’assenza di ogni macchia e di ogni odore che rileva la presenza umana, ridotta così al rango di fronzolo dell’esistenza di ciascuno. Questa è la risposta. La domanda, invece, rimane vaga, non ben formulata. Al mattino apro il cassetto, in cui trovo le solite cose da mettere per andare a lavoro. Insieme con loro indosso una lingua fatta di convenevoli per dire tutto e niente. In questo tutto e in questo niente si dimentica di respirare. Un bel respiro, di quelli profondi che muovono le fronde degli alberi. In fondo cos’è un respiro? E’ un gesto scontato, semplice. Qualcosa che abbiamo nel cassetto, in un angolo, come una foto in bianco e nero. Un respiro grande è simile a quell’incontro sul bus nel tran tran quotidiano: una risposta chiara a una domanda che si inabissa sul limite della coscienza, come un sole ardente pronto a rinascere.

mgs

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