Icaro al tramonto

Fare mio il mio tempo. Nell’agenda dove scrivo quello che devo fare, quello che vorrei fare e pure quello che vorrei dire, a volte, capita di tirare una linea. “E tu da dove sbuchi?”, le chiedo. Mentre penso alla domanda che mi sono posta, la osservo e la lascio dove sta, perché, tutto sommato, va bene così com’è. Poi rifletto. Quella linea nel foglio è un concetto importante, serve a porre fine a qualcosa, delineando un prima e un dopo. E’ la conclusione di un periodo difficile o di uno stato d’animo confuso, che si è protratto nel tempo. Facciamo che i mesi siano frasi e i giorni siano parole. Allora, la linea che cade tra il 20 e il 21 dicembre, perché da quel giorno il sole tramonta alle 16,40 anziché alle 16,38, vuol dire che le giornate vanno allungandosi molto lentamente. Eh, quando uno dice di fare proprio il proprio tempo… Intanto va chiarito che, se lo devo ancora fare mio, non è poi così scontato che lo sia da subito. Va be’, non è cosa facile, ma, di tutte le complicazioni inutili cui sono sottoposta nella quotidianità, questa mi pare abbia almeno un senso.

Le stagioni. La luce dona un colore particolare alle cose. A settembre il cielo e il mare sono di un azzurro intenso. In quegli ultimi giorni d’estate sulla spiaggia l’assenza del clamore estivo ne rinforza i colori e i silenzi evocano pulizia, in modo che si veda meglio il paesaggio marino. I gabbiani in volo e le poche barche a vela in lontananza diffondono un senso di riposo, sono la preparazione per qualcosa di nuovo.

Sole alias nonna. La luce pare mia nonna, fa del suo meglio anche con scarse risorse. A novembre il sole ha poco tempo a disposizione, eppure infiamma i tramonti come fossero una consolazione. Rimanere in attesa ed essere sospesi sono da sempre considerati motivo di gioia. Quel fugace momento di felicità consiste nella possibilità di guardare oltre, come se nella routine sparisse e adesso, invece, si palesasse tutta davanti a me nella sua semplicità. Nella vita c’è bisogno di un dove verso cui guardare per andare oltre. Un orizzonte fiammeggiante fa sperare che oltre quella linea vi siano cose molte belle e tutte per te. Poi non arrivano e si pensa che sia tutto un’illusione, infatti lo è. La vita illude, ma davvero con stile. Si tratta, a mio avviso, di un’illusione da tenersi stretta, perché è una delle poche certezze che abbiamo.

A dicembre accade di nuovo. E’ lui il mese incaricato di recapitare le illusioni al destinatario sognatore. Inizia qui la sua missione, alla quale non può sottrarsi. La luce ritorna, sempre di più, sino a dilagare nelle sconfinate giornate di giugno. La certa illusione di questo ripetersi all’infinito, nell’avvicendarsi delle stagioni e nell’alternarsi della notte e del mattino, è il ritmo del grande respiro che pervade corpi, animali e piante. Per questo posso vedere la promessa nascosta in uno spettacolare inabissarsi del sole. Lo guardo, fermandomi un attimo e mi sento vivere.

Che fine farà tutto questo quando scomparirò? Smetterà di esistere perché non ci sarò io a guardarlo? Se ora facessi le analisi, troverei un alto tasso di egocentrismo nel sangue. La bellezza del mondo è uno scampanellio di immortalità e può inebriare oltre ogni limite. Forse sono influenzata dalla ricerca della forma persistente da dare in pasto al dover insistere in un eterno presente. In ogni caso, bisogna saper prendere lo scampanellio per il verso giusto. Allora, osservo ogni cosa per farne un scorpacciata e vivo forte forte, senza perdermi neanche un minuto. In alternativa o in aggiunta esprimo il bene che voglio a tutte le persone che conosco, con il cuore grande come una casa. Per tanto tempo ho creduto fosse questo il modo giusto. Stavolta, però, ne penso un’altra. Mi arrampico su un albero e ce ne metto un altro sopra, per salire sempre più su. E da lì faccio come Icaro, ma al tramonto. Viaggio con il sole invincibile, seguo i paralleli e poi rinasco con lui, all’altro capo del mondo, nel giorno nuovo.

mgs

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C’è trucco e trucco

Questo trucco non ci vuole stare sulla mia faccia, si sente estraneo, vuole staccarsene e tornare nella trousse o direttamente nel batuffolo di cotone, meta ultima del suo percorso giornaliero. Certe volte scivola sulla palpebra come se andasse da sé, perciò dovrebbe essere fiero di iniziare, invece ha voglia di fare tutt’altro. Ieri era silente, è rimasto ben saldo ai miei occhi. Oggi vuole dirmi qualcosa e gioca come quei trasferelli dai bordi ballerini che usavo da bambina.

Che abbia preso la matita sbagliata, penso. Senza offesa per le altre, lo dico con gentilezza, tanto so che tra loro non bisticciano, anzi stanno nel bel sacchetto, accettando una rimescolata di tanto in tanto. Per dire, se la matita verde capita in bella vista, le altre non protestano. Matita e rossetto rossi sanno di avere una corsia preferenziale, ma non ne approfittano. La sobrietà dei modi è quello che apprezzo di più in loro. In fondo fanno parte di una comunità pacifica di trucchi, gli unici a sapere quanto sia faticoso rendersi presentabile certe mattine.

Io ti capisco, caro mio trucco ribelle, compagno sempre presente nella quotidiana ristrutturazione dell’immagine accettabile da portare fuori da questo bagno con specchio. Capisco te e lo specchio, tuo fedele alleato, perché anch’io di fronte a voi non mento. Sono molto contenta del vostro bel carattere peculiare, poiché ho il piacere di avere con me il trucco che non inganna. Qualità che, diffondendosi nel cesto, al resto degli accessori, ha smussato i difetti di uno specchio per sua natura ambiguo, ha reso docile il pettine e non come si sarebbe aspettato i miei capelli a lui. Ha fatto in modo che lo spazzolino abbia stretto amicizia con il filo interdentale e che mi sia simpatico servirmene. La prossimità con la crema per il viso l’ha resa abile a rimettere a posto i miei lineamenti, stirando le pieghe un po’ sbilenche prese nel sonno. Se c’è qualcosa che mette a disagio i trucchi, questo qualcosa è il temperino. Le matite hanno poca simpatia per lui. Il temperino, peraltro chiuso in un armadietto, sta al trucco come noi all’orologio o a una clessidra logorroica che dice: ’Sta passando un attimo, ancora uno e poi un altro…’. Uno stillicidio. Ogni tanto la matita nera molle e leggermente glitterata si stravacca fuori dai bordi dell’occhio, cioè sconfina. Sembra ricordi un mestiere scomparso, quello dei guerrieri, quando si tingevano la faccia per andare a combattere. Allora il segni neri sparsi sul viso servivano a spaventare l’avversario, ad evocare un dio, o meglio, ad incarnare una forza e un coraggio sovrumani. Ora i trucchi rammentano i vecchi tempi, comprese le cerimonie e i rituali religiosi. Forse è per questo che adesso cercano di togliersi di mezzo e lasciare la mia faccia nuda davanti allo specchio.

La mia faccia appare quella della bambina che ero, la quale mi domanda cosa voglio. Subito penso agli ibiscus, al cielo azzurro sopra alla testa e all’aria leggera. Non so se esistono ancora desideri del genere. Le tante me che sono stata se ne sono andate via, lasciando il posto alla ragazzina degli ibiscus.  Tuttavia, lo specchio non abbandona mai la sua indole, cosicché davanti a lui non si è mai sicuri di ciò che si vede. E’ per questo che all’improvviso capita di sorprendersi, scorgendo un volto inatteso. Succede come quando ti giri sovrappensiero e vedi il tuo riflesso in una vetrina, sapendo solo in quel momento come ti senti davvero. Un’espressione fugace ai tuoi occhi e ben visibile a quelli degli altri, ma poco importa degli altri. L’unica cosa che ti chiedi è se sei così. Alla luce dei fatti, quei segni marcano lo sguardo di spavento, dapprincipio attributo del nemico. Dunque, ora il nemico e il guerriero sono la stessa persona. Allora, potrei essere una guerriera, oppure un essere spaventato di natura che si fa guerriero. La metafora bellica riduce gli attori a impersonare solo due ruoli e non funziona così, almeno non adesso. Nel garbuglio degli avvenimenti i miei alleati mi rincuorano. Ancora fa capolino la metafora bellica, lo so. So anche di non poter stabilire con chi si alleino di preciso, se con la guerriera o con quella che ha paura ma deve lottare lo stesso. Questi sono cavilli che hanno poca importanza. Conta invece constare di essere fortunata, poiché ho un cestino dove alloggiano i trucchi, che mi aiutano a sentirmi come mi sento e che mi accompagnano da una vita, come in un rituale che si rispetti. Sì, insomma, trattasi di quelle piccole cose che rendono speciale la vita di ciascuno.

mgs

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Bandierine

Contrappongo bandierine al vento a coloro che si collegano in modalità smart working nell’ambulatorio medico, mentre fingono di aspettare il turno per la visita del pargolo ventenne. Fingono, è chiaro, perché intanto che sostano nel corridoio si fanno vedere impegnati in conversazioni di lavoro in cui discutono di progetti, chiedono un confronto con i membri dello staff, nominano preventivi relativi alla regione ed enti vai. Insomma, ci dicono che qui abbiamo a che fare con i pilastri della vita pubblica del nostro paese. Il secondo atto di queste colonne portanti dal medico inizia marcando lo spazio, per questo assumono pose disinvolte, salutano medici e infermieri, per dare un chiaro segnale agli altri che pazienti e cioè che loro gli passeranno avanti.

Mostro la carta delle bandierine anche a quelli che indossano l’abito mentale all’ultima moda, cioè minimizzano le enormi tribolazioni altrui, accompagnandole con risolini di scherno e ad amplificano le disgrazie delle loro unghie spezzate. Il loro è un costume a forti tinte di menefreghismo esasperato, con venature di egoismo e ampie sfumature di indifferenza.

Quasi certa di compiere il reato di lesa maestà, sventolo le mie bandierine colorate anche davanti ai reali incompresi. Coloro che si mettono sul gradino più alto della scala, dove io non vedo nessuna scala e a quelli dei sarcastici riprova, fa’ la giravolta, poi falla un’altra volta.

Saranno gli spicchi al vento delle bandierine a chiamare le convinzioni, come il canto delle sirene. Sarà che, una volta acciuffate, le convinzioni, alla maniera di animale in vena di dolcezze, si mettono sottosopra, svelando un vuoto pieno di probabili smentite. Chi può dirlo. Comunque, bandierine sempre.

Ho visto dei monaci che appendevano bandierine per pregare. Trovando meraviglioso il gesto, ho pensato: “Perché no?”.

mgs

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Il freddo

Questo aprile mi è sfuggito tra le dita, penso. Così stabilito, faccio per rientrare. Dalla finestra guardo la grande luna di maggio, che si matura nel cielo serale colorato di blu. Il tempo dei giorni è vivo più di tutti i tempi conosciuti, sgorga da una fonte invisibile, ma ha un ritmo in battere. Con il suo fare rassicurante non imbroglia né si avvale del ricordo per cambiare le carte in tavola, com’è di consuetudine per il ritmo misto del tempo lungo degli anni.

Oggi il cespuglio di lavanda fiorito è baldanzoso, perché ha una vera e propria giostra di api che gli svolazzano intorno. Dalla macchina vedo la chioma dei pini cui fa da cornice il cielito lindo. La segnaletica stradale indica che questa è la strada giusta, sotto alla scritta generica, ma efficace, nella stessa direzione campeggia la via per ritrovare un amore sopito. Succede tutto insieme, inaspettatamente e, in disaccordo con quello che dovrebbe essere l’ordine cronologico degli eventi, si mantiene un’armonia speciale. Se esistesse il comandamento di possedere tutto e infatti esiste, anche il tempo sarebbe una legione da conquistare, non da vivere. Possederlo, per non sprecare neanche un attimo, spremerlo tutto fino al raggiungimento della completa affermazione di sè. Dopo un’attenta analisi dei compiti da portare a termine, potremmo procedere con la spunta.

Quando conta soltanto essere operativi h24, eseguire dei doveri, tenere tutto a mente, ritrovare la strada giusta significa che anche stavolta si è evitato ciò che si avverte come un pericolo, cioè il fatto di perdersi. Cosa che accade se, per esempio, scandagliando il fondo dei ricordi, emerge l’eterno fanciullo o fanciulla, dal cui incontro non tanto casuale intuiamo che non volevamo affatto quello che pensavamo di volere? Allora cominciamo a capire, prima di tutto che ci siamo persi da tempo, senza rendercene conto.

Le cose però non sono mai facili. Uno può pensare che facendo un fischio, si ritrovi il proprio bambino interiore, come fosse un cane che sta scorrazzando altrove. Una volta riacciuffato si può finalmente campare alla grande, rallegrandosi del contatto magico con le meraviglie del creato. A quelli che hanno l’abitudine fanciullesca di esprimere sul diario un loro desiderio, il giorno dopo, rileggendo, potrebbe venire da scrivere ‘confermo’, tanto il web li condiziona. Sempre loro, quelli con abitudini fanciullesche, forse credono che basti cliccare su ‘invio’ per avere la certezza di una risposta, ovviamente positiva, alla richiesta inoltrata. E magari ci provano, non si sa mai. Se pur con le tue abitudini frequenti per necessità uno di quei luoghi in cui si fa tutto da soli, come le lavanderie self service, potresti avere l’impressione di essere approdata in un porto franco, in cui, inebriata dal profumo intenso di bucato, le cose della tua vita ritrovano magicamente il loro ordine. Ma la realtà è un’altra, infatti.

Le persone che hanno difficoltà a diventare grandi si confondono, sono mascherate da grandi, indossano abiti impegnativi, finti trasandati, oppure proprio trasandati e si muovono nel mondo del quotidiano dissimulando la fatica o la riluttanza a crescere. Li immagino rapiti alla vita cui sono destinati da creature fatate: maghe e maghi bricconi, che li trattengono a sé, perché non vogliono perderli per sempre. Magari ce la mettono tutta, eppure stanno lì, sul loro albero o attorno a un falò come creature selvatiche, per decine di anni, mentre le famiglie dicono di cercarli e non li trovano mai. Vivono senza i confort cui erano abituati, spesso alla giornata, reinventandosi di continuo, con la paura e anche la voglia di realizzare se stessi, per infine diventare adulti.

Penso a ciascuno di questa moltitudine, nel momento in cui rievoca il tempo precedente al rapimento e sente distintamente il freddo che faceva allora.

mgs

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Ti conosco

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Il primo pomeriggio, di un giorno di metà marzo, il sole irrompe esuberante nelle nostre vite, ancora assopite dallo scorso inverno. L’aria è calda. Siccome ho dovuto fare una corsa per prendere l’autobus, provo la stizza degli opportunisti nei confronti del mio giubbino imbottito: buono quando fa freddo, ma noioso se il freddo non c’è più. Salgo sul bus e mi siedo. Dopo un po’ arriva una ragazza con il suo fidanzato e si siede davanti a me. Mi guarda, anzi cerca qualcosa nei miei occhi. Il fidanzato mi siede accanto. Ad occupare i quattro posti ci siamo noi e c’è una signora, che siede vicino alla ragazza. La donna ha circa 70 anni, non ci guarda, o meglio, ci sente, guardando fuori dal finestrino. Il suo atteggiamento suggerisce un carattere contraddistinto da una serietà vaga e mesta al tempo stesso. Mi volto verso di lei infastidita. Smetto quando lo scambio di sguardi prende i toni della polemica. Giunta a destinazione, la signora anziana scende. La osservo dal finestrino togliersi la mascherina e mostrare un sorriso disteso. Mi accorgo che indossa dei jeans e una camicia a fiori, sono un po’ dispiaciuta di non aver conversato in silenzio con lei. Poiché si è liberato il posto, la ragazza fa cenno al fidanzato di spostarsi. Parlano tra loro, ma lei continua a guardarmi con i suoi occhi verdi. Ha 22 o 23 anni. Lui è un broccolo, che si finge sicuro di sé. In realtà, è la compagna a spiegargli il tragitto da fare e i mezzi da prendere.

Ho la sensazione che la giovane vorrebbe dirmi qualcosa. Dal suo sguardo trapela una curiosità non banale, poco incline a porre domande del tipo: dove abiti e quanti anni hai. No, vuole andare alla sostanza, chiedere come ho vissuto in questi 51 anni, chi sono stata e chi sono ora. Intanto un gruppo di liceali prende la scena. Le ragazzine parlano a voce alta, raccontando della verifica di greco. Apprendiamo che una di loro ha ottenuto un buon voto e ora lo dice alla madre per telefono. Si capisce che la donna, dall’altra parte della cornetta, vuole conoscere i risultati di tutti gli altri compagni di classe, per sapere se è stata fatta giustizia. Concetto ripreso più volte anche dalle ragazzine, le quali, leggendo i messaggi dei compagni, gioiscono se Tizio e Caio hanno preso un votaccio. Io e l’altra ci guardiamo e ridiamo. Le ragazzine continuano a chattare e ad esultare per i fallimenti altrui. Sui loro visetti vispi non c’è traccia del passaggio del tempo. Ritengo che questa variante della specie umana sia davvero pericolosa, questo vorrei dire alla mia dirimpettaia, anche per suscitare ilarità, affinché mi consideri spiritosa, oltre che interessante da osservare. Io e lei abbiamo poco in comune, sia per quanto riguarda l’età sia per le fattezze. Escludo un paragone con l’aspetto che ho adesso, parlo di quando avevo la sua età. Eppure mi ha riconosciuta. Sarà per quello che dovrà essere, non per quello che è stata. Forse le rimando la sua immagine tra 30 anni. Scrutando i miei occhi, vorrebbe sapere cosa le accadrà, se sarà felice, quali pensieri le impediranno di dormire e, se ne avrà, di che entità saranno i dispiaceri. In prossimità della fermata il fidanzato allunga il collo, si gira verso di lei e le dice che devono scendere, dando una prova, almeno una, della sicurezza che ha sfoggiato prima. Scendono. Lei si volta per guardarmi, io faccio finta di non aver notato il suo saluto, ma sono compiaciuta. Però, non ho saputo rispondere alle sue domande.

Una volta tornata a casa ho ripassato nella mente la conversazione muta avuta nell’autobus 223, direzione la Giustiniana. Per me oggi è stato un giorno speciale, uno di quei giorni che mi piacciono. Dovrebbe succedere più spesso. Tra poco, invece, passerà la mega domestica e pulirà, senza lasciare traccia del vissuto delle persone che hanno abitato il presente. Lo trasformerà in giorni che si susseguono nel calendario, riportando tutto alla normalità. Il donnone strapperà una pagina perchè sarà passato un mese e così via. Come pulisce una casa, togliendo gli odori, la patina di unto dalla cucina, risultato di pietanze calde preparate con amore, così la mega domestica generale elimina i segni personalissimi del nostro vivere in questo mondo. Lo fa in nome di una norma esemplare che dobbiamo osservare scrupolosamente. Non che una casa sporca sia il riflesso di una vita felice, ma ricordarsi di ciò che eravamo mentre la sporcavamo, questo si che rischia di andare perduto.

Poiché suona falso quel giudizio di valore tarato sull’assenza di ogni macchia e di ogni odore che rileva la presenza umana, ridotta così al rango di fronzolo dell’esistenza di ciascuno. Questa è la risposta. La domanda, invece, rimane vaga, non ben formulata. Al mattino apro il cassetto, in cui trovo le solite cose da mettere per andare a lavoro. Insieme con loro indosso una lingua fatta di convenevoli per dire tutto e niente. In questo tutto e in questo niente si dimentica di respirare. Un bel respiro, di quelli profondi che muovono le fronde degli alberi. In fondo cos’è un respiro? E’ un gesto scontato, semplice. Qualcosa che abbiamo nel cassetto, in un angolo, come una foto in bianco e nero. Un respiro grande è simile a quell’incontro sul bus nel tran tran quotidiano: una risposta chiara a una domanda che si inabissa sul limite della coscienza, come un sole ardente pronto a rinascere.

mgs

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Un’epifania

Era l’estate del 1984. Mi ricordo una stradina di paese e un vicolo assolato. Andavo in bicicletta e c’era sempre il sole. Non faceva caldo, oppure non lo ricordo come un fatto saliente. Invece, ricordo la luce onnipresente in tutto quello che riguarda l’estate degli anni passati. Sull’infanzia, gli unici ricordi di sera sono legati alle bancarelle di piazza Navona, nel periodo natalizio. Solo da adulta ho iniziato a collezionare momenti da rivivere che si svolgono dopo il tramonto, perlopiù associati a giorni anonimi. Percorrendo in lungo e in largo la città, alla ricerca di un futuro da costruire, non posso dimenticare le vie del centro lastricate di sampietrini bagnati dall’umidità. Con l’immaginazione accesa dalle promesse della vita, le strade si popolavano di pattinatori danzanti e sarebbero state il set perfetto di quei quadri popolati a loro volta da danzatori eleganti, ombrelli, camerieri e un senso di solitudine da capire.

Un salto temporale di 38 anni mi riporta al presente. Perché riappare la me stessa di tanti anni fa, cosa vuole dirmi?

Il tempo trascorre e lo fa in modo insolito. Lui passa ed io, supinamente, lo assecondo. Il calendario è pieno di impegni da rispettare, ho la sensazione di stare all’interno di una clessidra, la sabbia mi cade addosso, riempiendomi gli occhi e la bocca. Le solite cosa da fare, sommate al frenetico trambusto cittadino, sono diventate il sottofondo quasi inudibile del reale svolgersi del tempo. Gente che va di qua e di là, parole su parole dappertutto: sul tram, al telefonino, in tv, nei video. Niente di tutto questo mi ha più coinvolto nel suo turbinio da quando ho azzerato il contachilometri della mia vita e sono ripartita, senza subire passivamente il giro inesorabile delle lancette.

Un giorno come tanti mi sono svegliata ritrovandomi sola, muovendo i primi passi nel mondo come se fossi stata la prima donna sulla terra. Intorno non c’era nessuno, soltanto un albero spoglio, che si stagliava nel cielo rosso infuocato dal sole, in un’ora vaga del giorno. Era lo stesso tempo dell’apparizione di quella ragazzina. Eva si deve essere sentita sola, questo è certo, perché lo era, ma anche estremamente curiosa di conoscere e piena di meraviglia, così come mi sono sentita io. Nel luogo dove mi sono svegliata non c’era la famiglia, non c’erano sensi di colpa o rimproveri. Anzi, non c’era nessuno, solo lei, cioè me stessa di tanti anni fa. L’ho guardata muoversi nel mondo, che aveva appena dato l’addio ai dinosauri. Lei era l’interno di un uovo schiuso, mi inteneriva e ne ero felice, per il piacere che dà ogni principio. I colori del cielo fattosi primordiale significavano niente, erano un’alterità assoluta. In tal modo emergeva la straniera, girovaga nelle lande sconosciute che ora chiedeva la ribalta. Chiedeva di essere la protagonista della mia vita.

Ora in tuta, maglietta e stivali esploro un tratto di campagna come fosse la prima volta. La felicità che provo nel farlo dipende anche dal fatto che qui ho camminato tante volte, ottenendo spesso lo stesso risultato. Perché questa volta mi abbia reso felice non so. Forse è l’effetto della bella giornata di sole, dell’aria tiepida o del colore verde scuro delle olive sugli alberi. Il finocchio selvatico un po’ ingiallito e lo svolazzare di insetti pigri restituiscono morbidezza all’aria fresca. Sarà la contentezza di essere a casa mia. Ogni volta c’è un motivo diverso. Io mi adatto all’ambiente, sentendomi una pianta tra le piante. In fondo, penso che la ragione più importante sia il potere degli spazi aperti, che nobilitano il sentimento della solitudine, mai preso in considerazione nella sua reale importanza. L’essere soli è una condizione comune a tutti. C’è stata un’idea o predisposizione mentale che mi ha condizionato a lungo. In tempi passati pensavo, infatti, che la solitudine fosse un difetto da rimuovere e che fosse anche doveroso aprirsi all’altro. L’impegno costante di fuggire la solitudine ha avuto delle conseguenze e dato l’avvio a numerose disavventure. Quella che ricordo d’emblée è lo stare nella parte sbagliata della tavolata. In pizzeria, con gli amici, scrutavo la disposizione delle persone attorno al tavolo, per capire dove dovevo mettermi, se stare tra quelli più brillanti o cenare in silenzio tra tutti gli altri. Invece, una delle conseguenze più importanti della fuga dalla solitudine è stata la ricerca instancabile di qualcuno con cui condividere le sensazioni che provavo davanti agli spettacoli naturali. Se non ci riuscivo o non potevo farlo significava che esse non valevano o erano addirittura inopportune. Volevo darle a qualcun altro. Il fatto che fossero mie e rimanessero tali, senza spostarsi in qua e in là come pacchi postali, non mi bastava. Così ho trascorso del tempo a riempire e svuotare serbatoi interiori di emozioni e intuizioni fugaci. Esse transitavano in lungo e in largo da me a parenti, amici e compagni, evitando che sentissi veramente ciò che stavo osservando con gli occhi. Ho cercato a lungo qualcuno che provasse quello che provavo io, nello stesso modo, con la stessa intensità e non l’ho trovato. Ora capisco, non volevo accettare la solitudine di un’immagine sola, cioè solitaria. Era un’immagine imperante, la quale, espandendosi, colmava il vuoto che creava. Un vuoto diverso da quello che c’era già, peraltro di tutt’altra marca.

Questo tramonto incide una linea di colore rosa scuro nel cielo. Finalmente sta in pace, senza nessuno che lo solletichi per fargli dire qualcosa. La luce affonda oltre l’orizzonte, bussando alla porta di un sentimento primordiale. Così come è lo vedo solo io. Il silenzio di un tramonto, il suo linguaggio muto si fanno spazio dentro di me. Con l’animo insaziabile, mi sono chiesta spesso se ci fosse tanta vita o poca vita nella mia. Gli sforzi nobili e la fatica compiuta senza risparmiarmi mi davano l’impressione di aggiungerne a dismisura, quasi a volerne fare scorta. Un’accumulatrice compulsiva di vita, ecco cos’ero. E poi ho corso tanto, per andarmela a prendere. Volevo più vita, ancora di più. Lei, dal canto suo, scorreva nella giusta misura. Sì, scorreva nella realtà di una luce particolare del giorno e nei sui colori, come sangue nelle vene. Così posso pensare che quella via di paese assolata, percorsa nell’estate da ragazzina, le strade umide di sera al centro della città, ma anche la striscia color rosa scuro del tramonto siano organi del corpo-meraviglia. Quando racconto a qualcuno: ‘Sai, oggi ho visto un tramonto’, l’altro capisce il tramonto convenzionale, quello vero per me è diverso. Quanto tempo passerà da adesso che lo comprendo a quando saprò dirlo con parole nuove, tutte mie, questo non so.

Mi gusto l’intuizione della vita nel suo rinascere e fluire come acqua di sorgente. Ma siamo sicuri che finire e ricominciare siano le parole giuste? Di solito attribuiamo azioni logiche alla natura, ma, in sostanza, sono solo proiezioni. La vita inscalfibile è semplice come le cose che esistono senza essere pensate. E’concretezza e trascendenza al tempo stesso. L’ho capito perché mi è apparso, ma ancora non so dirlo.

mgs

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Microcosmo

Il raccordo anulare a quest’ora è un forno lungo 68 chilometri e 200 metri. L’asfalto bolle, le macchine mi sfrecciano accanto, 80 km/h e sto. Sì, viaggio sulla corsia di destra, andamento costante. Guido, oggi è sabato. Domani mi sveglierò, farò colazione e aprirò il pc per leggere la posta elettronica, se no mi si intasa la casella. Sessanta mail non lette, mi si dirà. Trattasi di pubblicità, le dovrò cancellare. Poi guarderò i numeri del superenalotto. Ce li avrò tutti e 6. Avrò vinto 250 milioni di euro. Da tempo preparo nella mia mente un piano dettagliato per sviare qualsiasi sospetto sul vincitore o vincitrice della somma stratosferica. Per prima cosa bisogna mantenere un profilo basso, come va di moda dire adesso. Perciò, niente feste, né manifestazioni improvvise di gioia. Ostentare è sconsigliato, oltre che poco elegante. E’ necessario preservare la segretezza sui fatti che ci accadono, privacy in inglese, ci trova tutti d’accordo. Prima di andare al tabaccaio, se andrò al tabaccaio, passerò dal parrucchiere cinese, che non fa problemi di appuntamenti e con 30 euro mi farò la tinta. Non voglio essere riconosciuta. Anzi, non andrò al tabaccaio, prenderò appuntamento direttamente con l’ufficio preposto. Ci andrò con il taxi, senza dare nell’occhio, per una volta si può prendere il taxi, ci può stare. Intanto manterrò la faccia di sempre, sulla scazzato andante e non farò nessuna spesa che potrebbe destare sospetti, anche perché prima li vorrò vedere sul conto corrente e poi se ne parlerà.

Uscita Aurelia 8 minuti, il cartello sul GRA dice che mancano 8 minuti all’uscita Aurelia. Ho la macchina carica di attrezzi per la campagna e di pensieri, come al solito. Propongo orti da coltivare a gente che vuole tornare in armonia con la natura e lo vuole fare subito, salpando dalla macchina nel lembo di terra prescelto in ciabatte e lamentandosi perché ci sono gli insetti. Armonia, dicono loro, come se fosse una cosa che si ordina su internet e poi arriva direttamente a casa, tutta integra. Armonia, dico io, lontana eco, persa nel momento del passaggio dall’istinto alla ragione, che poi io non ne faccio un uso sempre appropriato. Incertezza, cosa fare? Non t’aiuta l’istinto, a volte, nemmeno la ragione. Ecco, bel cavolo di capolavoro.

Oggi è domenica. Sveglia e colazione, leggo i 6 numeri in fila.  Questi sono quelli, cioè i miei sono gli stessi. Va be’, mi sono capita. Rileggo, per sicurezza. Sono loro, ho vinto 250 milioni di euro. Vado dai gatti, allora. Che faccio? Ci devo andare, hanno solo me. Io ho tutti questi soldi, ma chi trovo adesso per sostituirmi, ad agosto, di domenica? E poi, non posso affidare l’incarico ad altri. Mi ingannerebbe chiunque e dai gatti non andrebbe, perché bisogna volergli bene per prendersene cura.

Alla fine sono qui. I mici mi guardano con gli occhi dolci e furbetti. Essi sono un mix di tenerezza, fragilità e noncuranza. Giocano a rincorrersi, creano la gioia in una stanza, in un salotto, perlopiù da soli o con me quando passo da loro per dargli da mangiare. E’ un microcosmo, il nocciolo duro e precario che si ripete giorno per giorno. Sì, sono qui con i due gatti matti, perché gliel’ho promesso. E’ il mio branco. Mi sento risucchiata, non posso e non voglio muovermi, né correre a prendermi i miei milioni vinti. Mi sento protetta dalla loro impassibilità, il rumore che fa una vincita del genere non mi spaventa. Gli sguardi di invidia, la gente che si avvicinerà con belle maniere soltanto perché vorrà qualcosa e l’euforia che avrò nel prefigurarmi spese impossibili, il confronto tra tutto questo e gli occhi che ho di fronte mi mette un’enorme tristezza. Essere straricchi e non poter prendere i propri soldi, assurdo, ma qualcosa me lo impedisce.  Va be’, domani andrò a prenderli, oppure dopodomani, forse. Adesso non voglio pensarci. Adesso voglio guardare questi occhi in cui perdermi. Due specchi, un luogo misterioso, diverso del tutto dalla realtà ispessita in cui nuoto o più spesso annaspo, dove ci sono troppe immagini che significano, definiscono, spiegano. Fuori tutto è conosciuto, tutto ha un nome, ce lo deve avere, ma non significa sempre quello che indica. Questi occhi, invece, sono un autentico mistero e mi portano altrove, nel microcosmo. Lo raggiungerò quando ne avrò voglia con la fantasia, l’anima di tante storielle come questa. La fantasia, sì. Mi piace sognare.

mgs

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La luna

Indosso abiti fuori moda,

ma vorrei la luna: una luna firmata,

una luna di marca, fatta solo per me.

Stasera splende,

nel cielo azzurro intenso.

Splende d’estraneità bonaria

e dice che non siamo soli

nell’universo.

La luna sembra tua,

se allunghi la mano.

Nelle sere dall’aria dolce,

serene come questa,

l’odore dei fiori nei giardini

capita come la felicità,

qualche volta. Il corpo sorride,

respira fresca acqua di mare.

Inclino la testa come un cane.

Guardo la luna.

E’ grande, luminosa, bella.

Un gabbiano vola verso di me,

poi segue la traiettoria

di un’acrobazia segreta

suggerita dalla notte.

All’alba, il vecchio guardiano

lascerà le chiavi a un ragazzino vivace.

Dalle fessure delle serrande

nei pomeriggi infuocati, alle auto a riposo,

brillerà finalmente sul mare, da dio.

La luna raccoglierà le sue chiavi,

trascinerà a sé le acque dei mari,

i nostri occhi sognanti

e la vedremo

come fosse la prima volta.

Chissà se apparirà ancora,

bella com’è.

Un tempo indagavo la realtà,

cercavo verità. Adesso l’essenza

pare schiudersi al sole come i fiori.

Distinguo il rombo di voglie

da un canto e il loro vanto

d’avere solidità di rocce.

Sorpassabili, deboli brame imprecise,

scompaiono poi

dinnanzi alla bellezza.

Il vecchio guardiano dorme,

mentre il giorno e la notte sconfinano.

D’estate, il tempo ondeggia

al suono di un’arpa.

Adesso so.

L’obbedienza mi ha derubato degli anni,

tutto si palesa, ogni desiderio

mi sembra la luna.

mgs

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Casa in vendita con ritaglio di sole sul muro

L’annuncio dovrebbe dire così. Se abiterò altrove, mi porterò dietro questo ritaglio di sole riflesso sul muro. E’ un ricordo di giorni, diventati mesi e poi anni, che torna in primavera come la vita viva. Il sole splende sull’angolo della cucina e promette. Lui promette gioie future, nell’attesa ti fa felice. Sicuro di sé, come io non sono, riporta alla mente le giornate di mare, il pareo scanzonato, la radio e la musica nelle piazze. Ritornano i pomeriggi lunghissimi di gente fuori dai bar a mangiare il gelato. C’è tempo e l’urgenza di fare tante cose, come se ci fosse un incantesimo per cui, d’un tratto, la favola dovesse scomparire. Che tenerezza, però. Gioventù si direbbe e si cerca di dire qualcosa che è difficile spiegare, quando provi a capirla è già passata. Con l’animo rischiarato dalla speranza inaspettata, oggi volgi lo sguardo lontano da dov’era. Ora e per poco tempo ancora, splende un reticolo di coincidenze: segni da decifrare con la mente aperta, come chi guarda forma e colore di un fiore e vede, finalmente, un ordine segreto. Per chi cerca conferme alle parole dei dotti basterebbe guardare quel ritaglio di luce sul muro. Cos’è che gli ha infiammato l’anima? Cosa li ha resi arditi? Com’è immaginare un grande amore? E’ questo che fa brillare la nostra vita come una fiammata. Ma questo cosa? Il manifestarsi della bellezza in un pomeriggio qualsiasi? La restituzione di ricordi felici? Incorpori la vita tutta insieme e poi scoppi, perchè è troppa. In ogni caso, bisogna farci qualcosa con questo ritaglio di luce, eco lontana del clamore, radiazione cosmica di fondo, memoria scritta nel corpo della fiammata iniziale, forza creatrice dell’esplosione primordiale. Bisogna farci qualcosa.

mgs

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Il punto di vista dell’asteroide

Il signor Cirinnà è un gran bel pezzo di asteroide e vanta un albero genealogico di tutto rispetto. Si dice che il bisnonno, diversi anni fa, tuffandosi come un pazzo sul nostro gradevole pianeta, che allora non era tanto gradevole, abbia addirittura causato l’estinzione di grossi e cattivissimi animali. Si dice anche che, da quel tempo e proprio a causa della scomparsa degli animaloni, siano apparsi altri animali, molto più piccoli, ma non meno aggressivi. Nello spazio stellare infinito il discorso su qualcuno che causa qualcosa e che questo qualcosa possa danneggiare quel qualcuno è stato da sempre fonte di perplessità e non s’è mai ben approfondito il nocciolo della questione. Il padre del signor Cirinnà detto ‘o scarmjato (‘lo scarmigliato’ tradotto in dialetto dall’asteroidese) seguì le orme degli antenati circa 3 secoli fa. A questa impresa se ne aggiunsero delle altre, compiute dai numerosissimi zii e zie: una nel XIX secolo e altre portate a termine dai più giovani nel XX secolo. Di recente i fratelli di Cirinnà hanno imitato le gesta dei loro predecessori, ma, siccome erano in vacanza, hanno pensato solo a divertirsi, andando a casaccio nell’universo. Cioè, tutto va a casaccio lì, così credevano i giovani e inesperti asteroidi, non sapendo nulla dell’influenza di altri pianeti sulle loro vicende che ritenevano strettamente personali.

Mentre il signor Cirinnà viaggia a 250.000km/h non pensa ai palazzi, alle case con i mobili, ai cassetti e agli armadi pieni di vestiti, non pensa alle carte conservate nei ripiani e che fatica spolverarle: ricevute, mail, bollette pagate, comunicazioni varie conservate perché non si sa mai possono servire. Il signor Cirinnà tanto meno pensa ai pomeriggi all’apparenza mesti e anonimi, che però ti ricordi a distanza di anni. Forse perché l’animo tuo, esplorando gli abissi dell’essere, ha toccato una conchiglia, un lontano ricordo, qualcosa di vivo e vivente ancora laggiù, nel profondo. Il signor Cirinnà non pensa ai progetti degli abitanti della terra, ai piatti messi a scolare, alle portaerei, agli ospedali, alla muraglia cinese né alla basilica di San Pietro. L’asteroide non considera che molti quaggiù non considerano l’alternarsi del giorno e della notte, presi come sono dal loro daffare. Tutta roba di poco conto o addirittura niente per lui. No, non ci pensa. La superficialità non è un difetto e non lo si può biasimare per questo. Piuttosto, in un angolo della sua mente conserva le fattezze della madre, assai scontenta quel mattino della sua partenza. D’altronde lui è un asteroide e fa il suo mestiere. L’ha voluto l’orbita, così le ha detto en passant.

Tutto sommato l’ansia della signora Budassi, la madre, non è fuori luogo. Infatti, per sentito dire pare che gi abitanti della Terra da tempo stiano escogitando un sistema di difesa nel caso si presenti un attacco da parte di un asteroide. Attacco e difesa sono parole senza senso per i corpi celesti. Si tratta ancora di quel misunderstendig iniziale e cioè del qualcosa che danneggia qualcuno. La signora Budassi ha un presentimento nefasto e non si sbaglia. I terrestri, informati dell’arrivo del signor Cirinnà, hanno già puntato una bomba nella sua direzione atta a farlo a pezzi. Ma che cosa disdicevole! L’esplosione dell’asteroide desta sconcerto tra gli astanti. In particolare Marte, cui sono piovuti addosso pezzi di meteorite, non è riuscito a nascondere una punta di fastidio. Da poco spolverato dal vento stellare si sentiva lindo come un bambino. Ora, dopo la deflagrazione, è di nuovo inzaccherato.

La notizia ha fatto il giro delle galassie arrivando agli angoli dell’universo. Chi indice un flashmob per recuperare i pezzi del signor Cirinnà, iniziativa foraggiata soprattutto dai più giovani. Chi punta il dito contro la Terra, chi evita l’argomento, poiché, a detta dei più anziani, già s’era verificato un fatto simile. Insomma nell’universo c’è da sempre un gran vociare, utile ad accorciare le immense distanze e a fare memoria. Ma stavolta l’argomento è diverso. Solitamente i discorsi sono del tipo “hai saputo della supernova esplosa?”, “ma guarda che tempo che fa”, “questi venti cosmici carichi di radiazioni non ti fanno dormire”. Anche i buchi neri, normalmente assai reticenti, scalpitano muovendo il codino. La popolazione dello spazio senza fine è in agitazione. Qui le cose accadono e basta. Nessuno s’è posto la questione del qualcosa che fa del male a qualcuno o almeno non in questi termini. Per questo il signor Cirinnà non pensava alle case piene di cose dentro. Anche i vecchissimi affermano che nell’universo non s’è mai ingaggiato un dibattito con la dovuta precisione e serietà sul fatto. Dal big bang in poi le masse gassose, poi pianeti, le stelle, gli asteroidi, i buchi neri hanno chiacchierato di tutto tra loro. Soltanto la Terra, con il suo bel faccino blu, non ha mai partecipato. S’è sempre sentita speciale, dicono alcuni. Pensano di essere soli e sono tutti impauriti, sfottono gli altri.

Fluvià, cometa antenata del signor Cirinnà, viene dal lontano futuro ed è splendente stanotte. Solca i cieli della terra come un sorriso, una pacca sulla spalla per non farci sentire spersi. Così come quando le cose accadono e basta, senza rancore.

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