City in love.

Voglio il grigio metropolitano.
Voglio occhi vispi, bocche in primo piano.
Voglio la musica, della radio il fiato,
la voglio che s’unisce al giorno spaiato,
quello sghembo, messo per errore
nella scatola dei giorni di sole.
Voglio sentire lontano nel cuore
il goffo indugiare, il lento esitare,
i giorni spaesati, i vetri bagnati,
i piccoli passi sulle orme dei grandi,
esordi intimoriti da luci arroganti.
Per sapere che la gente porta con sé
il discreto lume in cucina nell’ora del caffè.
Voglio il salotto elegante, dove il guru
prepara l’atteso rito pagante.
Voglio il vociare cose che durano un giorno,
rughe che affiorano e chiosano il racconto.
E’ sottocute del caos noioso. E’ tondo.
L’anemone schiuso, pupilla del mondo.
E’ l’affondo su zucchero a velo,
tazzine sonanti, ombrelli goccianti.
E’ la coda di una nota
e fa volare i passanti.
Nelle vie in tumulto, aleggia un motivo,
sembra un viso mosso al sorriso.
Sfiora tetti, palazzi e antenne che
s’aprono l’abito a toccare la pelle.
Liberati dal sonno,muovono i fianchi,
sul grigio il groviglio di corpi danzanti.
Confortevole è il ventre metropolitano,
che ci accompagna, allungando la mano
e sorride ammiccando tuttavia,
a quando colpirà al cuore la nostalgia.

 

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Attimi.

Parole violente, sputate
allo spuntare del giorno,
spezzano l’inizio dell’altrimenti
a questa tristezza.
Un disco interrotto,
percosso da sassi che rotolano
dalla bocca, spostarsi non serve.
La luce mattutina fugge offesa,
anche se resta diversa da com’era.
La gioia, anche se passeggera,
è pur sempre gioia. Perciò.
Leggero è ciò che m’aspetta,
visto da questa finestra.
La filastrocca riprende il cammino.
Amica del tempo, correndo sul filo.
Tocca il pensiero più sveglio,
cercando sollievo
e si culla sul da farsi giornaliero.

 

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Quando non stavo con i piedi per terra.

Quando non stavo con i piedi
per terra e ragionavo molto male,
la vita sembrava un carnevale.
Appoggiati i piedi sul suolo,
ho capito quanto l’uomo fosse solo.
L’uomo o la donna, s’intenda.
Il sessismo della lingua, dice,
pure questa è la faccenda.
Ché a spalancar l’ugola giunge
un messaggio dall’io di dentro,
con cui mai e poi mai fingo
indesiderato e mal posto centro,
indicando il normale scorrere
di un tempo spento e greve,
sordo alla gioia di vivere,
ai colori tutti e al volere.

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Dinamiche celesti.

IMG_0229[1]Lei cammina in strada, con il vassoio nelle mani e sopra una fetta di giorno appena sfornato. E’ caduto anche qui, come i raggi del sole che illuminano tutti senza pregiudizi. Non a caso, ma obbedendo a una meccanica celeste. Incrocio il suo sguardo e contraccambio il sorriso. Lei è un tramite. Qui ciascuno ha il suo compito. Il cane, ad esempio, è un antidoto ai veleni sparsi nell’aria, di cui non parlano i tg. In suo onore gli automobilisti rallentano e ti fanno attraversare. Alcuni ti guardano con la coda dell’occhio, non vedono l’ora che il segugio gli salti addosso per accusarti di qualcosa. Così come la vecchia con il jack russel, che ti passa accanto, ma non si avvicina troppo e, in fondo, spera che Cloe scatti. Cloe non lo scatta, prosegue la sua passeggiata con la testa tonda e morbida d’affetto, l’andatura ondeggiante

Bla, bla, bla. Buongiorno, buonasera. Lei dove va? Bla, bla, bla. I figli, i genitori, la politica, la burocrazia e il lavoro. Parole: un intricato garbuglio, foreste fitte di spini e rovi. Parole come maschere, sfuggono alle regole e alla bontà del vivere.

La barista camminatrice consegna fette di giorno e brioches dalle 8,00 fino alle 10,00 per i ritardatari. Si fa strada tra i passanti e i pellegrini della via Francigena, cui s’intona particolarmente. Il sole è una presenza discreta. Pare illumini quella scena da secoli. Un tratto di continuità da mettere alla prova tant’è che la immagino di notte: io e Cloe da sole, qualche gatto che ci guarda da lontano. La barista ha riposto il grembiule e il vassoio, i viandanti i loro abiti. La realtà è talmente vera che mi colpisce senza ferire. Dal canto sui l’ombra ingannatrice fa il suo mestiere, essa annebbia la vista sussurrando qualcosa sul troppo vivere. Parole a vanvera come la pubblicità e gli individui nel salotto. Tutti insistono sul tiepido cautelativo, ma il seme cresce con un ardore e una fatica immensi. Coltivarlo è come credere che esista una verità più vera.

Tanto io mi salvo, senza fare gesti maleducati, ma io ho una salvezza. Infatti, come una lavatrice, posso rigenerarmi immergendomi nel mare per uscirne nuova. Che bella donna sarò, con cavi ben connessi e pezzi ben assemblati: raggio fotonico che dagli occhi saetta come il puzzo con cui i cani si riconoscono. Ora è l’ombra che dilegua ad altezza cane. Bisogna sempre decidere se si riesce ad accettare l’ipotesi di una realtà più vera. Sai che non è difficile, perché, anche in differita, l’odore della pelle accaldata evoca contemporaneità possibili. E’ come essere immersi in una striscia infuocata, ovunque ci si trovi e seguire a vista l’ammaraggio del sole.

Manuela Grillo Spina.

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Diario di bordo.

Notte mia, riposo e tregua. Il mondo è buono, tutti dormono. Nessuno sa se sarà lo stesso, oppure se agli occhi di un viaggiatore apparirà diverso. La luna spalanca lo sguardo su un terrazzo, dove vanno in scena stralci di vita familiare. Un cane accucciato si lecca la zampa. È disinvolto come lo è il suo compagno steso su un fianco, abituati entrambi all’osservatore onnisciente. Il satellite bianco veglia sugli animali. Due gatti di strada bisticciano, chi avrà la meglio? I grembiuli a fiori delle casalinghe, appesi alla sedia, aspettano il turno delle 7,00, quando riprenderanno vita. Saranno indossati distrattamente, per andare in cucina e preparare il caffè. I grembiuli contengono corpi generosi, corpi imbottiti di rabbia e rimpianti, ma i motivi floreali mettono un tappo sugli ultimi e rispecchiano fedelmente i primi. Le auto parcheggiate non fanno paura, né evocano il lento stravaccare nel più volgare consumismo, zeppo di pretese di comodità acquistate a rate come di giorno. Domani, se dovessero non ripartire, verrebbero sostituite da altre più efficienti. Come chi dorme o guarda la tv per consolarsi. Al mattino quasi tutti dimenticano di essere stati buoni. Fanno fatica a tenere a freno la voglia di essere cattivi, la bontà è solo una maschera che si rimettono alla meno peggio, ma non coincide quasi mai con il loro volto.

Qual è il risveglio giusto, nel più giusto dei mondi? La gatta, al suono della sveglia, mi guarda, indicandomi di seguirla: ‘E’ mattino, è mattino’, dice. Non il solito, è il mattino del regno senza parole, dove i gesti rotondi, agitati o goffi, informano tutti della propria presenza. Immersi nella vita che li scompiglia, manifestano una volontà essenziale senza altro fine che esserci. Una signora con il cappellino di paglia cammina per la strada come su un prato. Unico vezzo i lembi del foulard cucito sul cappello. Essi segnalano la presenza di una personalità introversa e complessa, cosa che spesso rivela un lessico espressivo. Le altre donne, ingrassate del ruolo subalterno assegnato loro e mandato giù, le girano intorno come pescecani, ma, diversamente da questi, inseguono una preda per sfogarsi.

La nave procede, inghiottendo le onde a grandi bocconi. Le strade di mare congiungono luoghi lontani. In un tutt’uno con un flutto appare l’arancio di sotto casa, gli odori e gli sguardi volubili della gente che vi abita. Il viaggiatore che le percorre ha imparato a sue spese a conservare la sua identità di nomade per non cedere la bontà della notte al rancore del giorno e poi vederla sbiadire come un sogno dai colori accesi quando le strade d’asfalto subiscono i passi di grossi e implacabili mammiferi. ‘Per non lasciarsi deformare dagli altri, bisogna essere di passaggio’, dice la signora con il cappello, proseguendo la riflessione di una poetessa. Il viaggiatore propriamente detto passa accanto alle vite degli altri, sfiorandole appena, in una giusta distanza, utile a scansare gli acidi corrosivi che sfigurano il viso e l’anima. Egli o ella ama. Di tutti i luoghi cerca lo spirito, supera la scorza, aspetta qualcosa o qualcuno di cui raccontare la storia.

La viaggiatrice che, sbagliandosi, ha vissuto da stanziale, avviluppata tra mille garbugli borghesi, è stata scambiata per un’altra. Le spire della famiglia acquisita l’hanno stretta di giorno con garbo e la notte vomitava diniego tra gli incubi peggiori. A lei le hanno parlato come se fosse un’altra, e i suoi comportamenti non erano più suoi, ma dell’altra. E quando urlavano, lo facevano con quella. La faccia, però, era la sua. Allora, la viaggiatrice ha ripreso le sue cose e ha ricominciato a viaggiare, lasciando per sempre quel manichino di cui aveva malvolentieri fatto le veci. Al gatto e al cane confidò con lo sguardo che nessuno l’avrebbe voluta capire. Era una mal disposizione del genere umano che lei prendeva come un’offesa e su questo non sbagliava. Certo, non poteva considerarsi un complimento. Il cane e il gatto, invece, la capivano, lo testimoniava il fatto che sia l’uno che l’altro, dopo il breve discorso, si accovacciarono per rifletterci su. Le mancava il fiume silenzioso di pensieri originati senza saperlo dall’indefinita sostanza di un fiore. Le mancava l’abilità di sintonizzarsi sulle frequenze della dimensione –telaio, come la chiamava lei. La trama nascosta dei fatti e delle cose che accadono, un’abilità cui era allenata, tant’è che la sentiva prima del rumore che la copre. Dove il dio silenzio si sposa con il suono primordiale del respiro, che sia nell’acqua, nel grembo materno o sulla luna, a fluttuare dentro è un nuovo giorno che sgorga, nel regno senza parole degli animali. Come la notte, che dà riposo e tregua, parole appena concepite crescono dentro. Il guscio mischia albume e tuorlo. Sul corpo spande promesse ristoratrici, humus di parole appena concepite che crescono dentro. Parole volute, parole nuove e urgenti. L’escursione lunare o il fluttuare procurano il ricordo del primo vagito.

Chissà che viaggiatore o viaggiatrice sei tu. Chissà se sei nomade, se ti trovi bene nelle verità indiscusse come nel salotto di casa. Ma se senti l’invito all’ineffabile perché non rinunciare al peso dei rapporti mal raccordati? Nello stesso pianeta, ma al rovescio, invece dell’apparente vuoto dell’aria, c’è materia: l’acqua. Qui movimento e volontà sono misure dello sforzo per raggiungere gli altri. Così, privi della forza di gravità, potremmo afferrare un piede e fare una giravolta che sbotta in una risata. Nel già pieno non c’è l illusione dello spazio da riempire seguendo la mappa invisibile che prescrive la strada per ciascuno accanto ad alcuni a scapito di altri. E’ l’apparente vuoto dell’aria che cela ogni trama e ci illude.

Manuela Grillo Spina.

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La via del mare.

IMG_0103Il mare è un destino. Gli ospiti maldestri, giusti e in tempo, vi si accostano privi di familiarità. Muniti di attrezzi superflui, portano le grane del mondo, che il mare rigetta come bottiglie di plastica. Con fare poco riflessivo, dicono: ‘Eh, sì, oggi andiamo al mare’. E così, vanno.
Guarda quel tronco d’albero, stava lì anche prima. Durante l’inverno era solo. Non cambierà per nessuno. I flutti, nel loro ripetersi perenne, li conosci uno ad uno. Loro parlano e tu annuisci. I villeggianti non si sentono mai stranieri, eppure lo sono. Il mare li accoglie, gioca il gioco del silenzio. Il vento ruba le parole che non vuoi sentire. Non ti sforzi nemmeno ad appaiarle al labiale, ormai se ne sono andate, volteggiando nell’aria. Torneranno come il polline, a sottotitolare quello sguardo fisso su di te. I giusti, d’estate, vanno al mare, abbandonando tutto, anche se stessi, per vivere la vita che gli hanno assegnato. Ma il mare è un destino, non solo meta né viaggio. E io vi faccio ritorno.

Scogli cupi e freddi, battuti dalle onde, aprono le fauci in lunghi respiri. La sabbia si scrolla di dosso il tempo, vuole farsi bella per l’estate. La noia e l’indifferenza dei giorni in cui non ti riconoscono sono rotoli di gommapiuma, più pesanti del masso di Sisifo. Con in mano le buste della spesa la signora attraversa la strada, lei è la via del mare, così come le automobili su cui campeggia il giorno. Quelle camicie chiare, con i colletti timidi, stirati da donne, araldi di sperata frescura, sono anch’esse la via del mare. Fronti lucide camminano su e giù nei marciapiedi, che a domandarsi dove vanno prendi respiro dai tormenti. Uomini saccenti, ragazzi che li imitano, anche questa è la via del mare.

Canotta bianca, con il numero 7 e pantaloncini rossi. Io sono un magro e nerboruto atleta. Sto sulla linea bianca. Sparo e via. Corro il primo ostacolo: battibecchi quotidiani e il secondo: fascismi da post su fb. Corro sul terzo: la giungla lavorativa neoliberista. Il tempo è veloce, i muscoli tesi e il volto contratto dallo sforzo. Non mollo. Corro. Raggiungo il quarto ostacolo: l’urgenza di trovare un destinatario cui dedicare il mio impegno. No, questo non ve lo do, serve a me. E’ per quando mi specchio la mattina, con l’intenzione di ritrovarmi tra quello che vorrebbero che fossi e quello che voglio essere. Volo. Arrivo al traguardo. Con scivolata spettacolare rockettara? No, ci arrivo rallentando il passo, in defaticamento, con le spalle un po’ alzate, a far prendere aria ai polmoni e il capo che guarda la pista. Nella mente la testa orecchiuta e calda della gatta. Ecco il delta, della via del mare.

Questa estate ce ne andremo al mare. Quindici orizzontale: la vuole chi ce l’ha, 4 lettere. Scambiatevi un segno di pace. Pollice alzato, ovvero patto di non belligeranza all’epoca dei social. La musica della radio sfiora i timpani. Le grida dei bambini si allontanano. Tu, lentamente, scivoli nell’oblio. Il tuo alter ego attrezzato a circolare nel mondo borghese ti sfila davanti agli occhi, tutt’intorno divise e belletti conformi alla norma. Quella te prende l’autobus, si muove dritta o a destra oppure a sinistra, ogni tanto volta direzione. Dici, quella sono io e pure questa sono io. Riprendi il coraggio di guardare l’azzurro e di esclamare: ecco la tonalità che mi dona! Chiazze di luce: Atlantide emersa. Sul promontorio il radar intercetta vaghe promesse di felicità. Esse attraversano fulminee i sentieri, salgono i dirupi e sfociano nel viso, percorrendo la via del mare.

Manuela Grillo Spina

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Legàmi.

IMG_0543[1]Siamo isole nell’oceano della solitudine e arcipelaghi: le città, dove l’amore naufraga …
Estate di gioventù. Sipario. Arriva l’inverno, lo spettacolo è finito. Neanche lontanamente sognavo che si potesse dar tregua a un cuore in tumulto, sofferente per un soffio. E’ fame di vita, di sapere cosa accadrà. Come è il mondo? E se non sapessi viverlo? La dicono gioventù. Lunghe stagioni di malinconia, come è malinconica l’urgenza di crescere e diventare ‘normale’, per non sentire più come sento ed essere giusta, senza strafare, né esagerare. Però, era bello bucare la crosta del mondo come un guscio d’uovo. E’ bello ora, in cui la rovina vera è il domopak sul petto.
Nessun uomo è un’isola, dice il poeta, scoprendo l’altra faccia della medaglia, la ragione di quella malinconia. Legami, affezioni nate spontanee, ignorando la rete: grotteschi e inutili sopralluoghi adulti di fattibilità relazionale. Ciao, non ti rivedrò fino alla prossima estate. D’inverno ti scorderai di me e non so se entrambi dimenticheremo le estati, poiché di certo non abbiamo nulla, se non la scommessa del tempo, che ci dirà se eravamo noi oppure no. I giovani ascoltano la musica, alcune sono le canzoni che ascoltavo io. Spingono lo smartphone all’orecchio per sentire più forte, per sentire meglio e immaginare la scena che gli rende giustizia su tutto: belli e invincibili agli occhi dell’amata o dell’amato, degli amici. Perché la vita spinge come un razzo fino al centro del mondo e ti riporta su. Fuoco e acqua, aria e terra nel palmo di una mano.

Manuela Grillo Spina

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Naviganti.

A quest’ora, quando il sole si sparge sul muro della cucina, non riesco a non dipingere le parole. Un colore è la meraviglia. Non saprei nulla della tonalità, se non ascoltassi l’inquietudine o la gioia. Volgo lo sguardo fuori, c’è e non c’è quel volto dall’espressione dolce negli occhi. Si nasconde come una trama, si inabissa. Navigo, anzi, volo sui flutti, ho la faccia bagnata dal mare e in mezzo un sorriso. Io e il mio equipaggio avvistiamo un naufrago. A volte lo sono anch’io, così, mezza morta, dopo inutili sos lanciati come schegge di luce in un cielo voltato a guardare altrove. Lo porto su. Lontana è la riva. Piccola piccola è ormai la gabbia con gli altri dentro. Andiamo, il viaggio è iniziato. Spinti da vuoti, assenze come buchi nel troppo pieno dell’ordinario. Andiamo alla ricerca del tesoro. C’è vita e vita nuotando. Immersi nella mancanza dell’anima candida di un passerotto, della curva morbida di un pensiero che lo insegue giocando. Portati verso luoghi dove i voli sono scherzi d’aria azzurra. Svuotato il quotidiano da quello che arriverà, quello che arriverà è arrivato, ma non è lo stesso. Affiora l’espressione radiosa della signora con il cane, che, mentre scarta un cioccolatino, trova il tesoro dei pirati. Le eliche dei rami dai colori vivi tratteggiano la mappa di un luogo sospeso, dove abitano le sensazioni fugaci. Segui con lo sguardo coppie di nuvole investite di luce. L’odore delle siepi, gli occhi della gente. I gesti senza voce rivelano. L’impressione scappa, se non afferri la coda dell’aquilone che ti porta su. Ecco l’arcipelago: una cittadella di navi, non fughe, ma ritorni. Uniti da percorsi di semplice bellezza come l’acqua di mare.

Manuela Grillo Spina.

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Il ritorno alla natura.

Supina. Svegliata all’improvviso, L’antenata risale le pieghe del tempo. Gli occhi spalancano su un cielo primordiale che biancheggia. Testimone solo il gatto. Tutto deve ancora accadere, la storia deve ancora iniziare. Nulla è stabilito. Solo io e l’animale accovacciato sulla roccia: una mensola. Sono nata diversi milioni di anni fa. Me ne ricordo ancora. Allora tutto era perfetta aderenza: io il cielo, sopraffatta dal lampo e dal tuono. La bellezza è venuta dopo. E’ dopo che sono stata allontanata. Ho conosciuto, compagno solo il dubbio.

Manuela Grillo Spina

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Metamorfosi.

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