L’amore fa i pallocchi

‘Io te vojo bene. Ma anche tanto bene’, disse Alessio al suo amico Simone. A settembre, ancor oggi, presenze sparute popolano la spiaggia. Sono i bambini. Essi arrivano alla spicciolata, come attori sulla scena di un film dove sta per succedere qualcosa. Il mattino appare strofinato con smalto turchese, il cielo emana una luce che non vuol finire. L’azzurro si specchia nel mare, finchè il tramonto si tinge di colori intensi, come se il sole si schiarisse la voce. Tanti anni fa, poco prima dell’inizio delle scuole, Simone ed Alessio, stavano per separarsi: ognuno sarebbe andato incontro alla sua vita fatta di scuola, compiti, lezioni di calcio. Quello forse era il momento giusto affinché avvenisse, ma chi lo sa qual è il momento giusto e se e quando avverrà. L’amore fa i pallocchi, si concentra in un punto del mondo, allo stesso modo della pasta dei dolci. Diventa una meringa grossa ma invisibile, un biscotto a forma di chiocciola. Da qualche parte c’è nonna Maria, dalle braccia robuste, che gira le forchette, sbatte le uova, amalgama il latte e la farina. Impasta, impasta. Aggiunge farina e rifà i pallocchi: quello è l’amore. Lei scioglie i grumi, girando velocemente le forchette. Poi ricomincia. Il pallocco d’amore sciolto, disperdendosi nell’aria, si comporta come gli atomi, posandosi e raggruppandosi a mo’ di uno stormo di uccelli nel cielo. Ma, nel momento che l’amore fa i pallocchi, il potenziale diventa energia come niente e tutto travolge in un’onda. Allora il marito guardò la moglie, sorridendo di dolcezza. In un cuore grande, disegnato sulla sabbia, ci si mise un bambino nella posa dell’uomo vitruviano. Insomma, bisogna farci caso a quello che accade quando l’amore fa i pallocchi.

Negli anni ’80, alle feste, echeggiavano canzoni intramontabili per i giovani di allora. A Natale le vacanze non erano le stesse della famiglia Covelli. “Moonlight shadow” la cantavano tutti, anche se non tutti sciavano dalle pendici delle Dolomiti imbiancate. Alla festa di pomeriggio di un compagno di scuola “Comanchero” si ballava eccome. Tutta la stanza da pranzo, attrezzata per l’occasione con tavoli stracolmi di cose da mangiare, risplendeva di nuove luci da discoteca, che pulsavano nel buio. Al centro della sala quella ragazzina ballava. Silenziosa e cicciottella, sembrava rinata a nuova vita. Le persone le dovresti capire nel loro habitat naturale, ma alle medie ti capivano in pochi. Alessio e Simone se ne stavano a chiacchierare e a mangiare patatine. Alessio la guardò distrattamente, giusto il tempo di appuntarsi nell’animo il monito di andare oltre le apparenze. Kaja googoo e Howard Jones andavano alla grande. L’estate iniziava sulle note di ‘Do you really want to hurt me’. La musica si srotolava al ritmo delle pedalate sulle strade di campagna. Quando i  genitori di Alessio si separarono, Simone costrinse l’amico a finire le superiori, andando tutti i giorni dell’ultimo anno a casa sua per studiare. Era l’89, il muro di Berlino era caduto, il mondo sarebbe cambiato, ma i due amici pensavano al loro temo come se sarebbe durato in eterno. Erano convinti che sarebbero rimasti tali e quali, per altri 100 anni. Il tempo passava. Trascorsero pure i sabato sera universitari nei pub, dove fare tardi e mettere i cappotti in macchina d’inverno, per non pagare il guardaroba. Dopo gli studi, Alessio aprì un ristorante innovativo, utilizzando prodotti naturali. Nell’aria c’era tanta ecologia e c’era anche chi era pronto a cavalcarne l’onda. Trovò un socio in affari, che poi fuggì con il ricavo. Ad aiutarlo ci fu Simone. I due ragazzi trovarono l’ex socio e gli diedero un sacco di botte, ma i soldi non li recuperarono tutti. Perciò, Simone divise il suo stipendio con Alessio, affinché pagasse i fornitori. 

Gli esseri umani quando ci si mettono a fare i seri ti dicono ‘te vojo bene’ e poi lo fanno. Chissà se ci sono ancora quei grumi d’amore sparsi dal vento a chilometri di distanza. Qualcuno li sentirà come si sente una specie di goccia cadere nell’occhio e alzerà la testa all’improvviso per vedere se piove. Forse, siamo qui per spargere atomi d’amore coagulanti.

Del Natale di qualche anno fa c’è una foto a ritrarre Simone e Alessio, in piedi, abbracciati e sorridenti, di fronte alla tavola imbandita. Simone aveva qualcuno dentro di sé, come ce l’abbiamo tutti, che non conosceva. Non era cattivo, faceva solo dei dispetti, ogni tanto si mostrava ritroso. Ma che ne sapeva lui e che ne sappiamo di tutto questo? Della gioia sì, perchè lei ti prende sottobraccio all’improvviso, anche se a volte guardi indietro. Nel sogno, oppure casualmente nella vita reale, di solito ci arriva un segno che tutto va bene. Qualcuno dice: ‘C’è un faro’, per esempio, allora tutti si tranquillizzano. Simone non sapeva di avere un vero di nemico: un cancro. Se possiamo ignorare i dispettosi che siamo a noi stessi, il tumore no, lui non gioca il gioco della vita. Se lo portò via in poco tempo. Ogni volta che Alessio guarda la foto, Simone gli manca come la milza, il fegato, un rene.

Intanto nonna ha impastato tonnellate di farina, uova e latte. Instancabile com’è aggiunge ancora farina, uova e latte, per fare pallocchi d’amore qua e là.

mgs

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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