Il vestito buono

E se la scrittura stesse già dentro, da sempre nelle nostre viscere, in attesa di affiorare?

La scrittura è sorprendente. Io mi ci sono avvicinata quasi per caso, perché volevo inventarmi una professione. È stato l’inizio di un’avventura simile ad un viaggio, in cui bisogna navigare sulle onde della fantasia e imparare la legge del mare che è quella della propria coscienza. Nel tempo l’attitudine alla scrittura è diventato un modo di essere radicato nel profondo, che sfugge a ogni definizione, è un’identità che implica un’essenza relativa. Annoti delle frasi e aspetti che facciano la posa. Ti torneranno alla mente come se stessi dicendo a te stessa che quello che hai scritto puoi dirlo meglio. Scrittura e vita si rincorrono. Un pensiero in forma di racconto è un’espressione d’amore, un modo per onorare la vita, forse anche una forma di gratitudine. La realtà non si traduce facilmente in un linguaggio codificato e il marasma dell’esistente esige una scelta. Quindi occorre decidere sul come impastarla per farne qualcosa di bello. Non mi sono messa a tavolino a stilare la lista del raccontabile, piuttosto ho notato che è il raccontabile a farsi avanti. In altre parole spesso mi lascio avvicinare da ciò che il mondo mi porge in versi. Da lì nasce un discorso per iscritto. Può essere un’immagine, uno scorcio di orizzonte illuminato dal sole, gli atteggiamenti delle persone che incontro, un fatto curioso che mi suscita un’emozione. Questo ho capito della scrittura, che per scrivere ci vuole molto tempo, occorre ricevere e poi elaborare i messaggi esterni mischiandoli alle proprie sensazioni e filtrarli nel linguaggio. Per scrivere bisogna mettersi come i mendicanti ai bordi della strada e della vita, dei bordi reversibili, per cadere all’indietro nella dimensione nascosta della realtà. E seduti su un seggiolino infilare il quotidiano, al netto della monotonia, nella collana della vita, come perle che accarezzano la mente e diventano racconti.

Conosco da tempo una ragazzina che ha la testa piena di semi pronti a germogliare, chissà che piante diverranno. É abbastanza taciturna ciò rende imperscrutabile lo sviluppo delle sementi. Molto tempo fa aveva l’abitudine di passare davanti a un negozio di scarpe, per fermarsi a rimirare un paio di ballerine di coppale. La bambina desiderava ardentemente quelle scarpe, che le infiammavano gli occhi, come se avesse voluto possederle con lo sguardo. Durante i pomeriggi cittadini, dopo la scuola, usciva spesso in compagnia dei genitori e dei nonni, per fare una passeggiata nel quartiere. Puntualmente trascinava i suoi cari davanti al negozio. Lì si compiva il rito che consisteva nella favola delle scarpe di coppale, cui seguiva l’elenco delle ragioni secondo cui l’acquisto delle suddette calzature era sconsigliabile, oltre che sconveniente per il prezzo. I motivi addotti dai genitori sottolineavano la delicatezza del materiale. La vernice si sporca facilmente, dicevano loro. Ma, a questo problema, la bambina trovò subito una soluzione declamando le mirabili capacità del nonno che, in quanto mago factotum, le avrebbe pulite con una sostanza speciale. Comunque, non ebbe mai quelle scarpe, ma ci andò a ballare, ci uscì con il fidanzato, fece tutto ciò senza averle mai indossate. Un giorno si recò al negozio, ma il paio di scarpe magiche non c’era più. Il fatto le causò un sentimento di delusione. II  nonni le spiegarono che il negoziante aveva semplicemente cambiato la vetrina e nella nuova non c’erano le sue scarpe preferite. Non si parlò mai né lei fece mai cenno al fatto che qualcun’altra le avesse possedute. Tuttavia, l’epopea legata alle scarpe di coppale continuò ben oltre la loro scomparsa. La ragazzina ascoltava i nonni che facevano giochi di prestigio mischiando parole, fantasia e realtà. Le piaceva sentire l’affetto nel modo in cui la divertivano inventando storie. Gioiva più ad ascoltare le avventure con le scarpe di coppale che ad averle davvero ai piedi. Poteva far schioccare le punte, sentirne il rumore mentre camminava con passo sicuro. Tanto è vero che non gli dette più importanza. Le scarpe erano per chi se le comprava, le favole per lei, parlavano al suo cuore di bambina e la facevano sentire amata.

Sempre molto tempo fa la vita era scandita da azioni quotidiane dense di significato, al punto che anche l’acquisto di un cappotto diventava una cosa seria. Se il pupo o la pupa necessitava di un nuovo capo di abbigliamento, e solo in quel caso, ci si cominciava a pensare su. Bisognava ponderare bene la situazione, perchè un investimento simile era una questione di bravura e preveggenza genitoriale. Poi, si valutava il tessuto, il prezzo, la riuscita dell’indumento, come se dovesse durare nei secoli a venire. La famiglia tutta, compresi nonni e zii, usciva con aria seriosa e con simulata spigliatezza si avvicinava alle vetrine. I pargoli, beneficiari del gesto solenne e consapevoli di ciò, trotterellavano sui marciapiedi e si fermavano davanti alle vetrine indicando abiti improponibili. Dopo un lungo peregrinare, come stormi si assiepavano davanti al capo prescelto in base alla qualità, al prezzo e al gusto di chi lo avrebbe dovuto indossare. Mi sembra di vederli ancora che entrano nel negozio, e formano una carovana a testimonianza dell’indimenticabilità dell’attimo che fugge. Allora, il pupo o la pupa provavano il cappotto nuovo e tutti intorno a dire come gli stava… Se ha le maniche un po’ lunghe va bene lo stesso, diceva la madre lungimirante, e tu ti guardavi nello specchio, ma ancor di più addosso, fin dentro al petto sapendo che nessun vestito avrebbe mai cambiato quello che c’era lì. Evidemente, ciò accadeva a più di qualcuno, neanche tanto tempo fa. Non che fossimo poveri, è che eravamo bambini e ci interessava leggere la trama che scorreva dietro ai gesti e alle cose. Aspettavamo il verdetto finale, che il cappotto ce lo avrebbero comprato. Tutti erano contenti, come se si fossero tolti un peso, avevano scelto bene, il miglior cappotto. ‘Però, adesso, tienilo da conto’, ti dicevano. Lo mettevano nell’armadio che andavi ad aprire spesso per vedere il tuo paltò, quello buono delle grandi occasioni.  

Manuela.

 

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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1 Response to Il vestito buono

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