C’era una volta e c’è ancora…

La stoffa dei jeans ben s’intona al rumore del brecciolino nei parchi. I piedi sgranocchiano il selciato, mentre il blu dei pantaloni appena lavati evoca lo svolazzare delle tende bianche delle case in riva al mare. Se i giorni fossero tutti uguali, non ci sarebbe bisogno di sentire i suoni né gli odori. In un futuro lontano e terrificante forse gli esseri umani si accontenteranno di incapsulare una vasta gamma di dati sensoriali, così da togliere l’imprevedibilità dal panorama esistenziale. Comunque, a tutt’oggi,chi più chi meno, le facoltà percettive della specie umana funzionano piuttosto bene. La città può sembrare un ambiente non molto vario dal punto di vista degli stimoli, ma anche qui non è difficile farsi sorprendere.

In piedi nelle jeep, gli esploratori che solcano il deserto adoperano cannocchiali e sono desiderosi di avvistare forme di vita differenti e altre rispetto a quelle nascoste sotto alla sabbia. Ugualmente dal bus è possibile scorgere un casolare o una torretta antica che svettano nel bel mezzo di un parco. L’Italia tutta è disseminata di luoghi densi di mistero, case o manieri  in cui aleggia qualche spirito inquieto: terribili megere, collezioniste di amanti morti ammazzati, uomini eroicamente deceduti in un duello. Le antiche leggende popolari narrano delle stranezze e dei presunti vizi dei nobili. Il nostro tempo si specchia nei personaggi di un tempo in cui le donne erano temute e punite per il loro ardimento e i lupi mannari, forse, erano poeti mancati, che lottavano per trasformare l’ululato in un canto. Eppoi c’erano fantasmi di cavalieri solitari costretti a errare per amore di qualche fanciulla. Vicino a Pontremoli, nella Lunigiana, per esempio, precisamente al castello del Piagnaro, nelle notti di luna piena, si aggira un licantropo. Allora, le madri allertano i figli di non uscire la sera e, a chi capitasse di incontrare il lupo mannaro per le vie del centro, raccomandano di non guardarlo negli occhi e salire tre scalini. Così narra la leggenda. La forza vitale che mai si arresta scorre attraverso le storie di antichi monasteri, in origine dedicati al culto delle divinità precristiane. A Calimera, nella provincia di Lecce, la Chiesa di San Vito ospita la pietra della fertilità, un grosso masso calcareo con un foro nel mezzo che emerge direttamente dal pavimento. Ogni lunedì di Pasqua la tradizione vuole che ci si passi in mezzo, nonostante l’apertura sia solo di 30 centimetri. Chi lo oltrepassa, secondo il culto cristiano, verrebbe purificato, rinascendo a nuova vita. Le presenze sovrumane, diaboliche o benevole, squarciano il confine tra la dimensione della realtà e quella della rappresentazione, dove prendono vita i desideri degli esseri umani. Così che il sortilegio o la benedizione, la bellezza o la bruttezza di un luogo, sono frutto di immagini fantastiche. Infatti, a seconda delle epoche, la natura è fonte di angoscia o di rapimento estatico. Ad Ortisei (Bz), per esempio, nella Chiesa di S. Giacomo c’è una campana scaccia demoni. Molto tempo fa sorgeva un castello abitato da nobili del luogo. La leggenda narra di una campana magica che aveva il potere di scacciare i demoni, ossia i fulmini. Il Trentino, di fatti, è una regione spesso colpita da mutamenti climatici. Le tempeste sono di conseguenza episodi molto frequenti per via dell’altitudine su cui si trovano la maggior parte dei paesi. Quando avveniva che un fulmine si abbatteva sulle case si credeva che ciò fosse causa del diavolo stesso. Perciò, il parroco, durante i forti temporali, faceva suonare la campana per scacciare il diavolo col suono benedetto! Le leggende spiegano ciò che in altro modo non sarebbe possibile dire poiché appartiene al mistero. Dati i progressi compiuti nella comprensione dei fenomeni che interessano la realtà, tutto ciò oggi può sembrare solo ingenuità e superstizione. Comunque, è sempre meglio della smania di catalogare tutto che ha tolto fascino e mistero a cose e persone. In fondo le anime che vagano nei secoli sono più vere dei vivi o presunti tali che bazzicano nei paraggi. Quelli che hanno l’impellenza di uniformarsi mi paiono più inquietanti dell’indefinitezza e dell’ignoto.

I viali della città di notte riposano. Sfiniti dal trambusto quotidiano, si liberano delle marce dei soldati e sodaltesse che infilano il salario nelle tasche. Di quelli che guadagnano il diritto di esistere con brutale obbedienza, ormai ciechi e sordi ai profumi che emananodai rami protesi. Gli odori dolci, i pollini della bella stagione sono come stanze segrete nel grande spazio cittadino, dove i fiori lasciano nell’aria una materia impalpabile e tu ci cammini dentro. I viali della città hanno occhi luminosi e dall’alto sbattono le palpebre. Pigramente vegliano sul sonno degli abitanti, su amori clandestini. Su tutti quelli che di notte raccolgono con mestizia la loro vera faccia, consapevoli che li renderebbe fieri di se stessi se avessero il coraggio di portarla in giro di giorno. I viali delle città sanno che nell’oscurità le persone sono più sincere e si scambiano i sogni nel silenzio del mostro sociale che tutto ingurgida. Le prime luci dell’alba li tirano indietro con forza, per farli sparire e poi riemergere, come le maree. I cuori audaci afferrano la vaghezza delle visioni nate nel buio, offrendole alla luce della ragione che le trasforma in realtà.

I pini delle ville romane sono uno scenario stupendo, in cui spesso si compiono alchimie miracolose. Sarà per osmosi, ma ad un tratto arrivano messaggi che pare provengano dall’interiorità, ma non sei sicura sia davvero così. Secondo alcuni tutto ciò che penso e sento è il prodotto della mia individualità e siamo tutti specialissimi perchè appartenenti alla specie umana. In sé l’idea mi piace, quindi mi prodigo per riconoscermi nei doni e corrispondere ad altri di ciò che ci fa brillare. Eh, sì, le cartoline sono immagini degli occhi di dentro che, sollevandoti dal peso di essere l’unica responsabile di ciò che ti accade, illustrano un sentimento indefinibile. E, semmai avesse una definizione, lo potresti spiegare solo in un secondo momento, oppure mai. Un sentimento che è nel passo, nel corpo. L’indole suggerisce che sia meglio addizionare più che sottrarre. Così ti volti per vedere se quello che fa esercizi muovendo le braccia ritmicamente, prima unite davanti e poi aperte o quella che fa jogging, i cani che scorrazzano, cioè i presenti siano anch’essi tutt’uno con i loro corpi in movimento e molto altro ancora. Ecco perchè il cannocchiale appeso al collo è uno strumento utilissimo, è una specie di radar, ma non un acchiappafantasmi. Se fosse soltanto una questione di spazio e di distanze si potrebbero percorre senza sosta tutte le strade, da nord a sud, da est a ovest, sicuri di trovare lì ciò che non è qui. Andare in giro con un binocolo al collo significa che non ti bastano quelle quattro cose che ti dicono di fare, in base a cui saresti utile alla collettività, previa amputazione di tutte le altre caratteristiche personali. Infatti, dato il clamoroso svantaggio, la maggior parte della gente si sbriga a pensare e a desiderare ciò che gli viene prescritto, tutti allo stesso modo, amputandosi da soli parti di sé non conformi al modello richiesto. E mi sa che da qui nascono le leggende moderne, a volte a fosche tinte, da quelle parti nascoste che reclamano il diritto di vivere.

Manuela.

 

 

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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