Hotel Belvedere

La tenda verde di un palazzo segnato dal tempo stoppa di petto i raggi del sole, poi li tira col collo del piede verso gli ombrelloni dei tavolini di un bar. Un colpo di testa, frantumandoli, li espande a raggiera nel cielo e scoperchia il mondo sottostante. È giorno. Un gatto randagio bianco e nero corre, così come un uomo in motorino, ma per andare dove?. Il tumulto esteriore è un movimento centrifugo, dentro i pensieri si attorcigliano come edera su un asse paziente. Gli umori delle persone si attrezzano di segni visibili, tramutandosi nel movimento lieve delle labbra degli uomini alla fermata del bus, quando fanno oscillare la 24ore come fosse il cestino dell’asilo. Il dondolio dei corpi maschili culla i sentimenti che hanno nel ventre e di cui sono gravidi.

Giulio fa il portiere di notte e sta correndo in motorino per tornare a casa. Ha 27 anni e studia biochimica. Dalle 20,00 alle 7,00 lavora nell’albergo Belvedere, nel centro della città. Si trastulla con la settimana enigmistica, ogni tanto alza lo sguardo verso i clienti che disturbano i suoi sogni ad occhi aperti. Gli chiede i documenti, regolarizza la prenotazione e gli dà le chiavi della stanza. Al mattino vede sfilare gruppetti di ragazze, bianchissime di pelle e biondissime di capelli, con pantaloncini che lasciano scoperte le cosciotte, ma lui le guarda senza bramosia. Non suscitano desideri erotici, gli fanno venire in mente quelle di pollo. Si adopera per aprire gli angoli della notte, vuole intrufolarcisi con tutto il suo essere. Nell’hotel vige una regola un po’ stramba, tra le mansioni dei portieri notturni c’è quella di annotare gli eventi e l’onere di descrivere gli avventori. Il motivo di ciò è un mistero. Di fatto Giulio ama il suo lavoro. Nei primi tempi la penna sembrava si muovesse da sé, gironzolava sul foglio spavalda. Ad un tratto si è fermata. Giacchè l’esistente oppone resistenza, Giulio si diede da fare per svellernei chiavistelli come fanno certi suoi clienti con la porta della stanza. Ma l’esistente non fa nulla, non ha forma, ed è allora che la gola lancia gemiti, partorisce parole scomposte. Gli umani si contorcono in uno sforzo viscerale, come i muti che vogliono parlare. Giulio ha un compagno di lavoro, è del Senegal, è un negro. I suoi gli occhi riflettono la luce delle lampade, spuntano dal buio in una sinfonia languida. Forse, sotto la camicia e, ancor più nel profondo, ci sono spazi abbaglianti, venti di scirocco, profumi del sud. Ma Akir li protegge con la sua pelle nera immersa nell’oscurità. Nel silenzio e nel buio c’è un sole che splende, gigante. È la lunga notte gravida di luce.

Sasha è un russo: camicia a quadri, pancia prominente, alto, in bermuda. Da un mese alloggia nell’hotel, la sera rientra alle 21,00 e sbuca alle 7,00 del giorno seguente nella sala per la colazione. Poi esce con i suoi occhialini a doppia lente, per il sole e da vista, compra il giornale e si dilegua tra le buganville, che lo rapiscono come fossero braccia protese lungo la strada. Riappare verso le 12,00: pelle lievemente sudata, quotidiano sotto al braccio, alettoni parasole alzati. Parla bene sia l’inglese che l’italiano. Per festeggiare il ventennale della nascita dell’hotel Belvedere l’azienda ha organizzato un ricevimento casereccio ma con stile. Tre serate a base di intrattenimento musicale, cibo e bevande e giochi di società. Tra questi è previsto il tiro alla fune. Neanche a dirlo è stato il momento più atteso della kermesse. Che gli organizzatori fossero bizzarri s’era già capito, ma con questo hanno fatto divertire davvero tutti, non solo la clientela, anche il personale. La squadra era composta nel modo seguente: quelli della stanza 1 fino alla 50 contro quelli della 51 fino alla 100. Shasa aveva la 34, così che Giulio e Akir si sono schierati con lui. Era della combriccola anche Albertine, una signora alta, capelli bianchi sguardo profondo, francese. Chi tirava da una parte chi tirava dall’altra e, con enormi sforzi, la squadra capitanata da Sasha ha vinto grazie a una distrazione. Agli atleti, infatti, è scappata di mano la fune. In un attimo gli altri, che strattonavano a più non posso, sono caduti a terra come pere dall’albero. C’è stato uno scoppio di ilarità generale tranne che per la coppia della stanza 77, antipatici a tutti, personale compreso. Con quei pochi cui erano simpatici hanno trascorso il resto della serata in un angolo, a sparlare degli altri. 

Il fatto è che, per quanto potesse apparire strano, questo modo di condurre l’attività lavorativa aveva successo, i clienti erano contenti e tornavano, il personale lavorava volentieri. Sebbene all’inizio qualcuno avesse interpretato le stravaganze come mancanza di serietà poi si era ricreduto.

Giulio ha descritto l’evento sul taccuino: Quella notte è stata davvero speciale, Sasha, Albertine, Akir ed io, intenti a tirare la fune, pensavamo gli stessi pensieri, un nastro rosso luminoso ondeggiava sopra le nostre teste, schizzato fuori da qualche parte. Chissà quanti altri ce ne sono come noi. La vita, raramente per la verità, si fa vedere in ciò che è inafferrabile e ci sovrasta, cui ti viene facile dire di sì. Un palmo sopra il quotidiano scorre un fiume potente: stessa discendenza, stessa matrice.

La notte, dischiudendosi a ventaglio, partorisce come sempre limpidi orizzonti. Il ragazzo salta in sella al motorino. L’emozione dell’attimo presente stoppa di petto i raggi del sole e, in un rinvio, li spinge lontano verso un grande fiume potente. È di nuovo giorno.

Manuela.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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