Caterina, 11 anni e tanta voglia di vivere

Di solito la gente invece di provare ad eternizzare l’attimo insiste a reiterarlo. Adesso va di moda dirsi ‘buona giornata’, buona giornata di qua e buona giornata di là. Un saluto in apparenza discreto, ma in realtà insinuante, come a spalmare una giornata in tutte quelle di una vita, procedendo in circolo invece che in avanti e mimando un immobilismo totale. Così molti strapazzano la giovinezza e fingono di ignorare il tempo che passa. Esplodono nei ritocchi più o meno felici al viso e al corpo, che fanno somigliare le donne a bambole di gomma e gli uomini a spazzoloni capovolti.

Caterina ha 11 anni e crede veramente che la vita sia qualcosa di speciale in sé e per sè. Il carattere di irripetibilità delle persone e degli eventi rafforza il suo entusiamo traboccante. L’unicità li strappa al tempo. Non può fare a meno di avvertire anche il singolo palpito del suo cuore affinchè non vada sprecato. È meglio rischiare di sbagliare che lasciarlo intonso, inghiottito da un nulla che in quanto tale lo annullerebbe.

La ragazzina è seduta sulla panca della palestra della scuola e sta aspettando il suo turno. Guarda a destra e a sinistra. Sulla parete, nel fondo della sala, c’è un quadro, la didascalia dice che è “Forme grido ‘Viva l’Italia’” (1915) di Giacomo Balla. La lezione di educazione fisica le mette sempre un po’ di agitazione, ma questa volta la sensazione è più forte. Infatti, sta partecipando alla gara di ginnastica ritmica tra le allieve della scuola. Caterina detesta le gare sportive, perché il termine gara è sinonimo di competizione, il che a sua volta significa che alla fine ci deve essere un vincente e un perdente. L’uso corrente del termine annulla tutte le altre emozioni associate alla partecipazione. Caterina trova sgradevole sia la sensazione di ansia causata dal significato diffuso del gareggiare,sia la visione monocolore che si ha di esso. Per gli esami scolastici invece devi studiare e poi dire all’insegnante quello che hai capito, il che è decisamente più consono al suo modo di essere. Ma detesta le gare specialmente quando si svolgono tra femmine, che notoriamente si caverebbero gli occhi l’una con l’altra per conquistare il podio. Alla ragazzina sembra molto avvilente il modo di comportarsi delle sue coetanee, le quali, un attimo prima della competizione, si abbracciano come sorelle, ma durante si massacrano. Fasulla la loro amicizia e fasullo in definitiva anche il premio, vinto a costo di eliminare ogni impedimento, cioè ogni sentimento. Da grande tutto questo diventerà prassi consolidata, se penserai di farti valere indipendentemente dagli altri ti diranno che hai una bassa autostima. A quelle che ti molestano perché invidiose e gelose invece non diranno niente, anzi gli faranno un applauso, perché così fanno tutti: si pestano i piedi a vicenda in una triste guerra tra poveri.

Lei frequenta la Iª D e si trova bene con le sue compagne di classe. Ora, però, si domanda come facciano le altre a tacitare una varietà di sensazioni, per sentire soltanto il bisogno di vincere che le acceca. Osserva quelle della Iª B mentre si esercitano e parlottano tra loro come invasate. Di tanto in tanto lanciano sguardi minacciosi, carichi di ostilità alle compagne della sua squadra e anche a lei, con l’intento di sottometterle manipolandone lo stato d’animo. Si smarrisce per un attimo nel pensiero della lunga schiera di oche, nel loro bisogno di comportarsi in quel modo. Perché? Forse, tornando a casa senza trofeo, cioè senza la vittoria, non le faranno mangiare. Immagina che i genitori le rinchiudano dentro le loro stanze a mo’ di castigo, e la cosa la fa sorridere. Tirale fila del discorso, chè ormai è il suo turno. Durante l’esercizio Caterina non sbaglia neanche un passaggio, ma con un pizzico di vigore in più lo avrebbe potuto personalizzare meglio. Quindi, ricorda quella volta che ha eseguito la sequenza in camera sua. Ciò si rivela una specie di intuizione della traccia cui fanno riferimento molte situazioni, cioè che la tua parte migliore esce fuori quando non ti vede nessuno. Escogiterò un metodo per fissare l’attimo, pensa tra sé.

Nonostante le allieve della Iª D abbiano dato il meglio di sé, la gara è stata vinta da quelle della Iª B. Ciò significa che, di lì a poco e sino alla fine della scuola, per farle smettere di rompere le scatole bisognerà mettergli un guinzaglio, ma di quelli che danno la scossa. Caterina e le altre non si dispiacciono di non aver vinto. Al ritorno a casa le chiedono come è andata la gara. ‘Tutto bene, però non ho riportato il trofeo in famiglia’, risponde Caterina con ironia. ‘Va be’, brava lo stesso’, commenta la madre. La ragazzina forse cambierà idea, in fondo ad essere detestabili non sono le gare, ma il modo di fare della maggioranza che vi partecipa per vincere a tutti i costi.

Manuela.

 

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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