Ma che bello il mondo nel multiverso!

L’uguaglianza è un principio, un concetto giuridico e una parola. Nel vocabolario della lingua italiana uguaglianza indica un confronto tra soggetti o enti con caratteristiche o proprietà identiche. L’uguaglianza sociale o davanti alla legge significa stabilire un rapporto di parità ed essere pari vuol dire raggiungere un valore, un pregio o una virtù. L’uguaglianza dal punto di vista giuridico e secondo gli ordinamenti esistenti nel nostro paese, è un principio fondamentale, qualificante il tipo e la forma dell’unità politica e giuridica sancita nell’art. 3 della Costituzione italiana. Essa si distingue in uguaglianza formale, cioè l’uguaglianza di posizione davanti alla legge e il divieto di discriminazione e in uguaglianza sostanziale, che consiste nel diritto di esercitare ciascuno i propri diritti. I principi si incarnano nelle persone, per questo voglio parlare di uguaglianza. L’argomento è interessante, poichè il concetto di parità nasce da un confronto e si stabilisce sulla base di uno o più criteri validi per tutti. A conferma di ciò che può essere percepito a vari livelli, l’appartenenza a un’etnia, a un genere, il credo politico e religioso, le opinioni e la condizione socio-economica sono fattori che nell’insieme non costituiscono una discriminante. Anzi, noi siamo uguali poichè apparteniamo alla specie umana e a prescindere da questi dati. Non c’è bisogno di un evoluzionista per intendere che siamo uguali eppure diversi, perché la diversità è una caratteristica comune a tutte le forme di vita. D’altronde è anche vero che essere pari significa raggiungere un valore un pregio o una virtù ritenuti tali in un dato contesto sociale e politico. Quindi, in una neanche tanto ipotetica società, se i valori più gettonati sono il calco delle norme fondamentali di un’associazione a delinquere, perciò dei disvalori, l’onestà, la sincerità la generosità verso se stessi e gli altri vengono considerati disvalori insopportabili, che rendono diversi tutti quelli che se ne dichiarano portatori. Raggiunto e superato da un pezzo l’apice della demenza collettiva, i singoli, sfiancati dall’ipocrisia bestiale dilagante, nascondono i sani principi anche a se stessi, odiandoli e odiandosi perché la maggioranza li disprezza. La realtà, come è noto, non ci mette niente a superare la fantasia, infatti. Le masse si esaltano declamando i principi di democrazia, libertà e parità che si ficcano a fatica nella testa, ma non nel cuore, perché non tutti i cuori sono uguali. Gli idealisti, come i sognatori, sono tollerati e, a volte, anche simpatici alle masse, finchè se ne stanno sulle nuvole, molto meno se tentano di trasformare un ideale in realtà. Dipende da che parte si sta quando si sbandiera l’uguaglianza. Alcuni si battono, intendendo uniformare gli altri e sottometterli a quella che è la loro visione del mondo. Dato che contano più le idee di tutto il resto, nelle rivoluzioni sanguinarie, fatte per ottenere un’equa distribuzione del benessere, i perdenti, cioè le masse disorganiche, perdono sempre. Non a caso si è parlato tanto di coscienza di classe, di questi tempi un concetto demodé e anche un po’ angusto. Anche se non esitono più le classi sociali di una volta, nessun cartello è stato apposto con su scritto ‘vietato ascoltare la propria coscienza’. Al pensiero di dovermi identificare solo ed esclusivamente in un partito o in un altro gruppo sociale io mi sentirei in gabbia. D’altronde, per trovarci peschiamo nella miriade dell’esistente, a volte tiriamo su qualcosa che ci somiglia, ma possiamo costruire la nostra personalità anche con ciò che non ci somiglia. Per esempio, traggo un respiro di sollievo quando comunico con i portatori sani di principi, anche se attraverso messaggi cifrati. Così ci intendiamo, nella tirannia della maggioranza, eludendo la sorveglianza di gruppetti squallidi che infestano l’aria e se ne vantano.

L’uguaglianza e la parità sono parole che hanno definizioni ben precise, ma sentirsi uguali è un’altra cosa, è come volersi bene. Mi posso sentire uguale a un altro essere umano, a un fiore a una pianta, a un cane, perché viviamo nel mondo, in un tempo e in uno spazio determinati. Ma non è soltanto per questo. Sento qualcosa di me in un essere totalmente diverso da me, perché? La spiegazione è sofferta, ma dà anche molta gioia. Doso e mescolo i sentimenti che si equivalgono in quella sfuggente essenza di noi. Sono io: un nome, un sesso, una cittadinanza. Ma sono anche un uomo o una donna con la pella scura, un albero, un fiore mosso dal vento, un fiume, come se quelle caratterisitiche vivessero in me da sempre. Trovo l’io che sei tu innamorandomi, così come mi innamorai del mio cane, di un’isola, delle parole scritte come semi nella terra. Siamo uguali, se vogliamo. I bambini, che rispettano e fanno rispettare a tutti le regole del gioco, non sanno di essere democratici. Lo sapranno dopo, quando cresceranno. Gli diranno che vivono nel migliore dei mondi possibili, mentre hanno perso il senso della giustizia con cui valutare se le cose stanno davvero così. Agli adulti, invece, lo specchio mattutino non dice nulla già da un pezzo. A loro va bene qualsiasi fac simile di vita, anche l’immagine più scalcagnata che gli rinviano alcune delle istituzioni preposte. Ci mettono sopra un ipod, un’auto nuova, una borsetta alla moda e altre chincaglierie simili e, con nonchalance, portano in giro un grugno che struscia in terra. Ai scoglionati gli manca la polpa dei discorsi, i significati al posto di parole di cortesia, quelli che ti fanno sentire grato di appartenere alla specie umana, senza dei quali non rimarrebbe che il ringhio. Oh, sia chiaro, il ringhio darwiniano è una meraviglia, guai a perdere quell’istintualità antica che ti fa sentire creatura tra le altre. Mi piacerebbe sapere cos’è, a detta della gente, l’indispensabile per vivere. Non vorrei relegare la libertà, la democrazia e l’uguaglianza nel regno del superfluo in quanto valori in attesa di essere vissuti. Degli orecchini preziosi e bellissimi, che dovrebbero essere equiparati al grado di soddisfazione dei bisogni primari. I primitivi usavano ornarnarsi con monili e oggetti preziosi, disegnando il loro corpo con simboli sacri di appartenenza alla tribù. I nostri antenati vivevano confusi con il mondo, prima di sviluppare la coscienza di sé e del mondo. Chissà cos’è che ci fa ansimare nel nuovo millennio. Forse, l’esperienza di ciò che eravamo si espande nelle forme della coscienza e dello spirito e tenta di ricongiungersi con l’infinito. Facciamo paragoni, confrontandoci impariamo che siamo identici e differenti. La notte stellata ci fa gioire nel momento in cui offriamo la notte stellata ai nostri occhi e sentiamo di meritarla. Immagino la mia antenata che aveva bisogno di un riparo, del cibo e di vestiti. Ora, io estendo quel bisogno, desiderando il cibo che nutre il corpo come il cibo che nutre lo spirito. A dirla tutta l’umanità lascia un po’ a desiderare, e meno male, vuol dire che c’è ancora speranza di sperare e di desiderare. La civiltà può essere vista come un insieme di modi raffinati per essere brutali. Il primitivo che è in noi, però, ha una chance in questo mondo globale e sempre connesso che ci rimpasta col tutto. La novità è che ora siamo più esigenti. La civiltà diventa un’utopia possibile e l’uguaglianza un’ideale che si concretizza nel sentimento. 

Manuela.    

 

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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