Ali di farfalla, narici di drago e ampi respiri di libertà

Come è sottile il marchingengo della catena che stringe e strozza i cervelli. Quando un po’ tutto è la brutta copia del vero e della realtà, anche le manifestazioni di piazza diventano rappresentazioni di protesta più che proteste vere e proprie. Sulla cessione della propria, in cambio di vite facili da vivere perché di altri, ricade inevitabilmente il castigo della falsificazione. Il brulichio demenziale della folla confonde i fatti con la rappresentazione degli stessi. Razionale è qualsiasi azione adatta a soddisfare le pulsioni, in un pianosequenza senza fine, dove l’illimitatezza dei bisogni si spaccia per realtà. Tizio, caio o sempronia avvertono un bisogno, allungano la mano per soddisfarlo, la ritraggono e tutto torna alla situazione di partenza. Pare agiscano in trance, senza rendersi conto di ciò che fanno. Vanno al lavoro svogliatamente, per allungare la mano sullo scaffale del supermarket, escono e si relazionano per allungare la mano sull’altro e averlo. Consumano beni materiali, relazioni, sesso e altro, per distrazione. I loro desideri impulsivi non sono desiderati, come non è veramente desiderato ciò che hanno. Essi, disperdendosi nei paradisi artificiali, utilizzano comportamenti umani svuotati di senso. La punizione che meritano è il vuoto dell’anima, ma invano la riempiono di ciò che ingigantisce la falla. Se fossi Dante li spedirei all’inferno.

Pare non ci sia via di scampo, neanche a immaginarsi sotto l’ala protettiva di una bella escursione. Questa è la giungla. Tra le bestie feroci posso avvistare il predatore che impone il dominio mordendo la preda e lasciandola in terra sanguinante. Più in là, orde incoscienti potrebbero uccidere, procurarsi cibo o difendere il clan con la stessa inespressiva crudeltà. Su ciò, noi disinteressati a mordere, dovremmo costruire nuovi modi di convivenza. Considerato il contesto giunglesco e la legge imperante, sembrerebbe opportuno agire non parlare. Ma come si può combattere le disuguaglianze a colpi di bastone, con la stessa mentalità che le produce?. Sarebbe come pretendere di ottenere la parità tra i sessi sottomettendo gli uomini. Perché ripassare la pezzetta sullo stesso punto? Il potere, stanco delle fanfaronate gridate da decenni nelle piazze, ci ha già pensato. La catena riga non solo il collo delle donne, ma per vivere senza bisogna capire di più. L’aria è impregnata come sempre di un’indomabile vitalità. Naturalmente inspiriamo coraggio ed espiriamo energia, come fiamme dalle narici di drago. E poi, che resta? È colpa del mercato e delle leggi che impone, dicono alcuni. No, è colpa della politica alle dipendenze dalla finanza globale dicono altri. Sarà, comunque a me desiderare e basta non mi rallegra, ho bisogno anche di essere consapevole di poter colmare la distanza tra me e ciò che desidero. Così volgo il viso verso l’alto e inspiro coraggio, poi espiraro fuoco. Tutt’altra questione dal kit di istruzioni che ci danno alla nascita o giù di lì. Il primo comandamento è onorare il benessere materiale dell’uomo occidentale, bianco e ricchissimo. Gli altri sono feccia. Poi, il benessere dell’uomo occidentale bianco del ceto medio. Poi ancora della sua donna bianca e serva del maschio occidentale. Scendendo la scala sociale troveremo le minoranze etniche, dove benessere è un parolone, prima infatti viene la parola libertà, poi uguaglianza e diritti umani. Mica sono stupidi. Ora che anche i paesi dell’occidente sono in crisi, c’è da fare la conta dei seriamente motivati a cambiare il sistema. La vera uguaglianza, infatti, non è comoda, almeno non lo è per chi ha dei ‘privilegi’ da perdere. Ad esempio, immaginiamo uomini e donne occidentali che a parole si dicono convinti della parità tra i sessi. Poi immaginiamo che le donne, con un grave atto di insubordinazione, chiedano agli uomini di rifarsi il letto tutte le mattine e di sistemare la loro stanza. Precisazione, non è previsto l’aiutino della colf. Molto probabilmente, le donne gireranno sulla graticola della disapprovazione e gli uomini si metteranno a piangere per l’incapacità di gestire la situazione. Dopodichè domandiamo che ne pensano della parità. Specifichiamo anche che l’uguaglianza significa coesistenza della molteplicità delle identità e indifferenziazione dei ruoli. È meglio respirare l’aria inebriante della libertà senza prescrizioni di sorta o assicurarsi l’infelicità per l’avvenire? Chissà come risponderebbero. Io non ho dubbi, preferisco l’onere della libertà e della responsabilità  

Cocca, chi ti vuole ingabbiare mica fa tintinnare il guinzaglio. L’obbedienza nei tempi moderni è pianificata, non è roba da dilettanti. Però, è facile accorgersi dell’inghippo, quelli/e che non ci riescono sono predisposti a diventare sudditi. Basterebbe prendere atto della realtà, come molti non fanno. Si dirà, ma questa è saccenza. No, è che preferisco non attivare l’opzione delle tre scimmiette. Saettando dal cielo della teoria al concreto di questa terra affondo lo sguardo sulle modalità di relazione tra i sessi, dove il maschio, per sopperire alle proprie insicurezze si avvale dell’arma ideologica della rispettabilità con cui controlla e sottomette la donna. La rispettabilità è un valore tipicamente borghese e quindi scaduto, ma usato da ceti sociali senza scrupoli e in cerca di identità. I nuovi ragazzotti conoscono bene il meccanismo e usano la minaccia della cattiva nomea contro le coetanee, per ottenere da loro ciò che vogliono. L’onere di dimostrare all’infinito di essere perbene ora ricade solo sulla donna. Cos’è che ha scatenato la pruderie? Le orde non fanno che parlare ossessivamente di sesso, ma mimano l’amore, per sentirsi meglio. Combriccole volgari e sparpagliate ovunque, sessuofobe dentro e gradasse fuori, esibiscono prodezze da letto perché non possono far affidamento su altre qualità. Cacci uno stuolo di acide e frustrati dalla porta e rientra dalla finestra. Sui loro derivati fanno ripiombare l’inevitabilità del cappio. Un motivo c’è. Se son donne devono sposarsi, per valere e assomigliare alle madri, allo scopo di non valere veramente niente, ma servire sì. Dal ripostiglio non le stani mai e guai se sei single in età avanzata, interpretano il tuo status come una minaccia o meglio come un’insopportabile realtà. Loro oppresse, le altre no, per scelta. Branchi misti, femmine e maschi, insitonoa interpretarci attraverso le lenti deformate della loro disperazione. Vorrebbero contare veramente qualcosa. Quelle donne implacabili non hanno il senso del ridicolo, mentre continuano a inventarsi qualcuno che parli con loro. Poverine, interpretano i segni che nessuno gli indirizza. Pretendono di essere invidiate, in realtà non potrebbero ottenere neanche la compassione. Il branco osserva il comportamento della straniera, ma con fare morboso, poi sputa sentenze. In fondo essi si intrufolano nella vita altrui per essere osservati a loro volta. Arrivano a intepretare l’atto di andare in bagno come un messaggio a loro dedicato. Il fatto è che nella giungla o sei del branco o contro di esso. Le azioni quotidiane dei non assimilati assumono per le greggi un significato autoreferenziale. Ma di osservarli ci si stanca presto, chè poco interessanti quei processi mentali chiusi in loop noiosi. È chiaro che le masse vogliono essere viste, ma speriamo che si guardino allo specchio, se no continueranno a morderci i polpacci.

Meno male che sulla pessima tradizione dei matrimoni combinati ci hanno messo una pietra sopra. Tanto tempo fa si stringevano sodalizi tra famiglie, il movente era l’eredità o gli interessi economici. In alcuni paesi meno fortunati del nostro vigono ancora queste tradizioni. Il moderno mondo occidentale, che lotta contro il vento libertario dell’autoprogettualità e contro le tendenze ugualitarie, le ha sostituite con un programmino di vita valido per tutti. L’elenco dei ‘devi’ è il seguente: prima ti devi formare per avere una targa in ottone sulla porta, poi un lavoro, sempre lo stesso per tutta la vita, ignorando l’impossibilità di tradurre ilpotenzialeineffettivo. Eppure, come a dar spazio agli zombie, ci mancava tra gli altri quello del posto fisso. Il che significa garantiti alcuni e altri no. Il brodo culturale nostrano stringe il cappio con l’obbligo del matrimonio, anche perché il matrimonio è un valore, è denaro soprattutto da spendere. La laurea della femmina è in funzione di quella del maschio, in quanto accresce il suo prestigio. Quindi ha una funzione ornamentale per la vita della fanciulla, ma vale molto di più come requisito di maritabilità. Il programmino include l’accettazione per esasperazione di un lavoro qualsiasi, purchè siano soldi con cui andare a cena nel fine settimana, in vacanza d’estate e con cui mantenere la prole, a mezzi con le famiglie di origine. Intere generazioni di ventenni, trentenni ed ex giovani, che credevano di poter imparare a vivere vivendo, stanno in fila, pronte per i forni crematori, nello sterminio organizzato del tempo, della gioventù che ci è stata regalata. ‘Conosci te stesso’ dice l’antico motto. Ma come faccio a conoscere me stessa se non ho il tempo per farlo. Mi tocca scompaginare l’ordine degli eventi, anzi crearne di nuovi e personalissimi. La vita a fasi si trasforma, come in Pleasanteville, in una storia in continuo aggiornamento, di cui ognuno è artefice solo vivendo nel mondo. Al posto di arraffare identità in svendita nelle ceste dei mercatini, preferisco mettermi alla prova, rinunciando con piacere a misurare la fedeltà a me stessa e a monitorarmi per soppesare se quello che pensavo ieri è uguale a quello che penso oggi. La paura di perdere gli stati d’animo che mi orientano non l’ho mai avuta. Mi interessa invece navigare nei mari adatti a riaccenderli. Viviamo la nostra infanzia come brave bambine, senza mettere il naso fuori dal recinto entro il quale seguitiamo a vivere l’adolescenza e la giovinezza, da brave ragazze e poi da donne lo stesso brave e servizievoli. Ci fosse la possibilità di svicolare, col pollice potremmo pigiare l’aria circostante e plasmare la materia a modo nostro. Basta pensarlo, ed ecco che svicoliamo. Prima, però, tiriamo a lustro l’area nobile del cuore. La ragazzina, che ad un tratto cambia gioco e butta giù il castello di carte, inizia a sperimentare se stessa mentre agisce. Nel susseguirsi di un tempo in cui necessità fa virtù, con lei accendiamo tutti i nostri sensi. Captiamo lucidamente fenomeni mai osservati e diamo loro un senso. Siamo vive e libere di impiegare come vogliamo le nostre risorse cognitive ed emotive. Quasi sicuramente quelli che prima ci adulavano, specialmente se soffrivamo per loro, ci criticheranno e ci giudicheranno perché il percorso scelto da noi ci ha posto di fronte alla nostra immagine intera. Non siamo l’appendice di qualcun altro, non siamo serve e per alcuni non serviamo. Infatti, siamo felici di non servire. Le identità femminili bell’e pronte, intrugli di pudore, bontà e sentimentalismo, si appiccicano addosso come i percorsi imposti. Li stacco e poi detergo il rimasuglio di colla. Come quando apro un vecchio libro di ricette e trovo una farfalla, il sentimento di vergogna è per la farfalla, messa lì in bella mostra come un ornamento. Non diversamente ci sentiamo in difetto con noi stesse per un modo di agire che cattura le idee e poi vi imprime i saperi ufficiali, usi e costumi consolidati, schiacciando le ali alle farfalle e alle idee. Il monito ‘conosci te stesso’ ha un fondamento etico, distante tanto dall’individalismo esasperato quanto dall’omologazione, che spesso si danno la mano. Dato che l’essere umano è sostanzialmente egoista, come ci hanno detto, ha bisogno di un potere che ponga un limite agli interessi particolari. Ho spesso dubitato di questa versione, perché tra le belve con i denti aguzzi, ma vestite bene, io non potrei mai trovare un interlocutore. Ho pensato che la spinta all’identificazione con questo essere umano egoista, a livello individuale e collettivo giustificasse l’agire per mero calcolo. L’esortazione a comprendere la realtà sulla base del principio del calcolo mi è apparsa riduttiva. Mi è anche balenata l’idea, una delle poche certezze dell’esistenza, che gli esseri umani siano proprio stupidi, si comportano male invece di fare ciò che li fa star bene. Non ho confutato del tutto l’ipotesi. Però, approfondendo l’argomento, ho scoperto un’altra cosa. Infatti, mi è arrivata voce che l’essere umano è portato verso l’altro e a condividere gratuitamente le risorse acquisite. Agendo in base ai miei principi e coerentemente con essi, tra i miei pensieri fanno capolino dei dubbi sbarazzini. Il disordine momentaneo mi mette alla prova per ritrovare il bandolo. Ma allora è vero che conta il viaggio e non la meta. Ho capito anche che la vita dei fanatici dell’idea dell’essere umano cattivo cattivo è più facile della mia. Meno fortunati i sostenitori di quello buono buono. Così, gli uni trovano in tutte le situazioni un motivo per assolversi, gli altri per incoraggiarsi. Ah, come sono fortunati i primi, non devono far altro che chinare la testa. Banalizzandola, arzigogolano la realtà, per darsi pena di vivere una vita che non è la loro. Non pensano neanche sia possibile spendere del tempo per conoscersi, ancor meno per amarsi abbastanza da non scannarsi. Eppure, invocando l’ordine e la morale, sgomitano dalle retrovie per guadagnare i primi posti. Ecco, perché stentano a vedersi. Chissà a quale morale si appellano se la loro è muta. L’ordine gerarchico che si danno sui piedi e che declamano è quello della fila. Esso stabilisce chi sono i primi e gli ultimi e loro sono gli ultimi, è curioso che lo difendano.   

Manuela.          

 

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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