Io, donna e per giunta senza marchio

Voglio essere libera. Sento l’odore della libertà e fiuto ciò che la minaccia da sempre. Non ho dubbi quando si tratta di schierarmi contro i comportamenti prescritti riguardo al mio sesso. Per esempio, non ho mai accettato l’obbligo di stare zitta, nè quello di mentire. Se qualcosa è rosso non può essere di un altro colore, neanche e soprattutto per quieto vivere. Non si vive bene quietando le perturbazioni inevitabili. Girare la testa altrove è un misero compromesso, preludio ad altri e più gravi malumori. Non accetto l’idea precostituita secondo cui, in quanto femmina, dovrei essere naturalmente predisposta al romanticismo di maniera, al facile sentimentalismo. Ci sono donne che giurerebbero spudoratamente di sapere tutto sui sentimenti, anzi si piccano di interpretarci e di indottrinarci su come praticare l’ipocrisia con ricatto. L’ipocrisia con ricatto è un po’ come la cena con delitto, corredata da cupe figure che cadono quasi sempre in piedi, a meno che sulla scena non appaia un bravo o brava detective. All’ipocrisia ‘normale’, infatti, nella variante dell’ipocrisia con ricatto, si aggiunge il silenzio omertoso e le tacite minacce, che svolgono la funzione di inibire chiunque voglia portare alla luce la falsità del gioco sociale. Secondo la visione ipocrita un’ingiustizia è oggettivamente giusta in base alla capacità di mentire degli occhi che fanno finta di non vedere dove c’è colpa e giudicano dove non ce n’è. Se, ad esempio, il problema fossero veramente i bollori, i tanti maschietti, più o meno felicemente accoppiati e desiderosi di spargere il loro seme ovunque, potrebbero essere etichettati come porci e non ci sarebbe bisogno di etichettare le donne come puttane. L’unica libertà sarebbe del marcare, dunque, in modo che tu dai del porco a me, io do del porco a te. Quindi, meno verosimilemte porci con le ali, più appropriata invece la definizione di porci con la tosse, vista l’indispensabilità sociale dell’etichettatura, soprattutto per la femmina. Ma il problema non sono le cornificazioni reciproche con cui ci tedia la coppia. La rivoluzione culturale è un’epoca lontana, ormai un anacronismo. Un segno dei tempi che cambiano, riportando la civiltà all’età della pietra, sono le Smart che spandono nell’aria ‘Pensieri e parole’. Ma che ne sanno loro di un campo di grano?. Il mondo delle smart è lontano anni luce da quello delle persone che dialogavano ancora con la propria coscienza. Nella guerra di tutti contro tutti, l’obiettivo è portare a compimento l’involuzione delle libertà fondamentali di ciascuno. L’apparato sociale, che non si fa mai cogliere impreparato, si è attrezzato con un branco di bestie a difesa della sporcizia, da quella coniugale a quella sistemica, dalla particella al tutto. Con l’arma della normatizzazione della vita affettiva e sessuale e con una morale sudicia da copertura, dopo averli lobotomizzati, anestetizza gli individui da ogni passione. Il sacrificio sotto forma di godimento continuo apre la strada alla virtù. L’amore e il mondo dei sentimenti sfuggono alla normalizzazione, perciò diventano demoni da combattere. Il gambero sistemico guadagna potere dal senso di frustrazione collettiva, le donne gli danno molte soddisfazioni e sono venerate per questo. In fondo la pomposità dell’istituzione familiare si avvale anche dello spirito di abnegazione femminile. Negli ultimi tempi, sul suolo italico, circolano strani animali, maschi e femmine autoctoni; una moltitudine di anime disperate intente a scalciare al solo accenno di un discorso sull’amore e sulla possibilità di essere amate/i. L’esperienza amorosa porta con sé notevoli modifiche all’ordine esistente e potrebbe con facilità mettere a repentaglio la loro ‘carriera’ di schiavi/e. Essi, fedeli a un sistema che li svilisce, ne stanno alla larga.

Quando la realtà scarseggia di libertà si pensa ad essa come a una condizione fondamentale dell’esistenza. Quelli e quelle si trovano bene nelle gabbiette. Io, intanto, penso al modo migliore per realizzare una forma di autogoverno. Chissà come fanno le altre ad essere contente di contrattare la loro dignità con comode rassicurazioni, neanche fossero menomate. Sarà che per legittimare un’idea femminile occorre che l’uomo se ne appropri, sia dell’idea sia della donna. E, se la femmina non ha padrone, non le è concessa parola né il pensiero che, a quel punto, sono liberi dai vincoli della schiavitù domestica. Rischiando la condanna per eresia, constato l’irritazione altrui e ne parlo. Dò fastidio soprattutto quando mi metto sullo stesso piano del maschio o della femmina proprietà del maschio, cioè di quelli e quelle col marchio che li rende idonei a vivere in questa società. L’attestato deriva da un’occupazione ‘importante’, ma ciò che conta veramente è la loro arroganza da camorristi con cui si distinguono dagli altri. Infatti, sulla inconsistenza di questa specie di tribù non mi sbaglio. Ormai, li riconosco a naso. Certo, in Italia ci sono molti cervelli femminili da prendere ad esempio, però hanno dovuto scontrarsi con gli ostacoli appena menzionati. Ci sono anche uomini ribelli, non omologati al pensiero dominante, infatti stanno sulle palle, come le donne eretiche. Che poi, la distanza tra un eretico/a e il gregge è tanto più grande quanto più la realtà difetta di pluralismo, di democrazia. In qualità di eretica attivo il cervello e mi esprimo, non nascondo la realtà dietro un falso perbenismo. Il gregge, nella forma della tirannia della maggioranza, usa parole che la offuscano invece di svelarla. Un esempio socialmente approvato di uso ipocrita delle parole è la finzione che nasconde sempre un’insinuazione sgradevole. Pasolini diceva che i borghesi pronunciano ‘buongiorno’, ma intendono dire ‘vorrei morire’. Io, a volte, interpreto così il saluto altrui. Ovvero, sto al gioco, ma il mio saluto è un saluto e, quando capita, mi limito a rimandargli il significato delle loro parole. Invece, l’ipocrisia è il secondo sport nazionale dopo il calcio. Troppo convinti di essere buoni e bravi, i gregari razionalizzano l’odio e lo sparpagliano, chè se lo tenessero li ucciderebbe. Oppure, con enormi sforzi, lo celano dietro la routine. Ad esempio non è politically corret dire che il microcosmo è una fabbrica di marciume, preferiscono romanticizzare con varie definizioni: turbolenza delle classi disagiate, ceto medio colpito dalla crisi, problematiche di coppia. Ciò tradotto significa che le relazioni si basano sull’avidità, sull’indifferenza e mancanza di rispetto. Il modello burocratico organizza ogni ambito della vita, anche la sessualità e la predispone in forma di passione misurata, specialmente per la femmina. Pare sia caduto il confine tra il dicibile e l’indicibile, pare che la gente sia estremamamente disinvolta nello spiattellare in piazza i fatti personali, ma per non farsene carico. La sensazione che ho è che l’esibizione di prodezze da circo equestre nasconda i veri sentimenti delle persone. L’ipocrisia del linguaggio quotidiano li aiuta ad occultare se stessi. L’infelicità viene smascherata dalle turbolenze del fine settimana, quando donne e uomini, regolati come soldatini nel tempo feriale, si ingroppano in quello festivo: a casa, al ristorante mentre chiedono la pizza, fanno tutto in quello ‘stile’. Praticano calcetto, shopping, si spulciano come le scimmie e vanno allo stadio, per dimenticare i problemi. Per le donne diventa un’estenuante e ridicola gara a chi è più sfacciata o più troia, ma ciò ha un’accezione positiva solo se la donna è di proprietà del maschio. Chissà come si sentono le giovani e meno giovani che son trattate come bamboline da una cultura che le disprezza, ma le lusinga. E le lusinga perché le disprezza, dicendogli in tutti i modi che sono stupide. Sembra ci sia un solo modo per risolvere la questione: prendere a capocciate metaforiche i dogmi sessisti. La prassi non è elegante, ma non fa niente, va bene ugualmente.

Ecco, pare che la questione italica sia tutta qui. A tener banco non è la realizzazione di sogni e ambizioni, ma il dovere di vendersi a pezzi sul mercato di beni che gli altri paesi non stimano. Sulla ribalta essi pongono idee e nuovi stili di vita. La maggior parte di noi preferisce esibire facce su cui spalmare una contentezza ebete. Sui motivi del loro gaudio ci sarebbe tanto da dire. Mi sorprende sempre, perché non la capisco e mi fa indignare, la ragione della loro felicità, che consiste nella consapevolezza di aver umiliato o di aver fatto del male ad altri. E mi fa incazzare la stupidità mista a ignoranza. È vero, non si può essere sempre intelligenti, ma chi lo è si ravvede della propria stupidità. A me pare che la moda dilangante non contempli delicatezze o dubbi del genere e spesso ho la sensazione di essere circondata da macchine programmate per emettere nell’aria qualcosa di peggio dell’ossido di carbonio. Contro i delinquentelli e delinquentelle, pieni di se stessi e vuoti di tutto il resto, io opto per essere libera. Non mi serve il marchio che esime dal pensare sentendo. Il significato lo trovo da me.

Manuela.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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