Dopo venti giorni di quarantena spuntarono dei messaggi sui social, che esortavano a cambiare prospettiva. ‘Voi non siete reclusi in casa’, dicevano, ‘siete protetti in casa’. Io non volli cambiare prospettiva. ‘E’ un incubo’, pensavo dopo una settimana. Alle 19,00 giocai con la gatta, tutti i giorni. Cambiai i vasi alle piante, dando loro la giusta attenzione. Le piante non si muovono, muoiono o vivono, crescono, si riproducono. Non se ne vanno, non ti rimproverano. Dopo 10 giorni avevo sistemato il terrazzo, pulito casa, letto libri, scoprii che la mia vita non faceva tanto schifo come a volte pensavo. Mi aggiornai di continuo, anche per verificare se c’era o no un’apertura per chi aveva un orto e doveva andarci. Mi aggiornai di continuo e seppi che il governo aiutava gli svantaggiati, cioè coloro che a causa del virus erano rimasti a casa. Va bene, decisi di partecipare, unendomi alla frotta di mendicanti. Io la vedevo così, ma non potevo fare altrimenti. Più o meno nell’immediato emerse una considerazione: io non cercherò più lavori di merda, aspetterò che arrivi quello che voglio fare e non deve essere di merda. Be’, ci stava. Però, c’era un però. La corsa ai buoni spesa&company mi deprimeva. ‘Siete dei poveracci’, ci dicevano sotto sotto. ‘Lo facciamo per aiutarvi’, aggiungevano. Ah! Prima del coronavirus eravamo invisibili, ora visibili. Mi aggiornai sulla libertà di scegliere e seppi che non c’era limitazione in situazioni di emergenza sanitaria. Comunque, la nostra libertà l’avevamo limitata da prima per salvaguardare la nostra salute, cioè per mangiare. Perciò, questo concetto lo padroneggiavo bene. Loro dov’erano durante queste importanti conquiste del pensiero? Altrove, ma non faceva niente.
‘Dopo non tornerà nulla come prima’, dicevano. Questa suonava come una promessa. Allora ripartii con brio e con un pizzico di imbarazzo per il fatto di mettermi davanti a qualcuno che non m’aveva cercato, non mi conosceva né m’avrebbe conosciuto se non avesse avuto bisogno di me. Bisogna reinventarsi, esprimere capacità e rendersi utile: fai la spesa a quella, porti i cani a quell’altra. E vai, a varcare porte, per entrare nella stanza dei desideri, delle tue aspirazioni e delle tue paure, ma rigorosamente della misura giusta. Chissà se puoi circolare e tornare a casa? Questo scherzetto m’è costato una decina di me che mi sono lasciate alle spalle. L’ho fatto per adattarmi alla vita che cambia. Cercavo un ragionamento logico per raccapezzarmi, è venuto fuori questo: la voglia di vivere mi ha permesso di adattarmi. E vai, a cambiare forma e contenuto. Poi quest’altro: la saggezza porta con sé l’equilibrio. Tutto sommato, preferivo l’incoscienza, l’arroganza e gli sbagli delle età passate. Benessere, gioia, salute erano le scritte che campeggiavano sopra la farmacia del quartiere della signora. Portavo a spasso le due cagnette, guardando con occhi diversi una scena nota che, ad un tratto, mi appariva insolita. Dunque, diverse ere fa c’era la gioia, ma non il benessere. L’equilibrio manco lo cercavo. C’era l’energia, non sempre la salute. Un essere perfetto, con tutte queste cose dentro mi suonava triste. Poi la scritta niente, cioè buio, fine. La luce dell’insegna sulle parole cura e vita non funzionava. Non era tanto per la seconda, che ha sempre avuto il suo fascino e un posto di rilievo nella canzoni di Vasco Rossi. Era per la prima, la parola cura, molto rivalutata alla fine del millennio, anche dalla magnifica canzone di Battiato e svuotata di significato da altri come una coscia di pollo disossata. Non avevo ancora voltato l’angolo, che vidi in fila: vitalità, equilibrio, serenità, vigore e forma. Stesso principio: vitalità e serenità fanno a cazzotti. Equilibrio potrebbe andare d’accordo con vigore e per quanto riguarda forma è una parola troppo vaga. Si intende forma fisica? Oppure forma vs contenuto? O, ancora, forma e sostanza?
‘Chissà che vogliono da noi’, pensavo. Che ci vogliamo bene perché mettiamo la crema sul viso tutte le mattine e che abbiamo energia, cioè un movimento tutto sconclusionato, come un pallone grande in una scatola piccola. Punto A: l’energia si affloscia se ti metti la crema tutte le mattine, così come prescritto dall’ordinamento pubblicitario. Punto B: se ti metti a sorseggiare la tisana sul divano con la coperta sulle gambe rasenti l’esistenza di una pianta. Ora, pare brutto se un giorno ti svegli e ti senti la Marianna che guida il popolo rivoluzionario e l’altro ripassi la lista della spesa a tappe, nell’interesse economico e morale della famiglia. Un altro ancora ti svegli, ignorando sia il sole, sia le promesse che fa, oltre ai pochi che ancora se ne invaghiscono come pazzi. Il discorso filava, finché a maggio la luce maturò sempre più e sempre prima. Il sole ormai era superman, non potevo ignorarlo. Al mattino apriva il petto, lasciando schizzare fuori i suoi raggi che, velocissimi, alla velocità della luce avviluppavano il mondo con un bagliore potente. Per fortuna aprivo ancora la finestra, vedendo le cose un po’ diverse da come erano. Ma come erano le cose? Aprivo la finestra e scendevo in strada, la percorrevo in direzione di una nuova avventura. Andavo con le mie borse sulle spalle, dentro e fuori. Facevo questo, facevo quello. Lavoravo per un prestito, macinavo chilometri a piedi. Il Prof. in tv diceva che la vita non è come siamo abituati a viverla, noi siamo troppo comodi, troppo bisognosi di cure. L’avevo intuito, non sapevo dirlo e neanche se dirlo. Sì, aveva ragione il Prof., poiché, percorrendo quelle strade, con le borse sulle spalle, intanto qualcuno cambiava scenario senza farmi vedere nulla. In testa avevo la corsa a ostacoli per raggiungere l’obiettivo. Consideriamo che il cittadino/a medio, di età tra i 18 e i 55 anni, ne deve avere sempre uno in tasca di obiettivo, anche se, con o senza di esso, fa comunque il criceto nella ruota. Intanto prendeva spazio la realtà degli altri nella mia. La realtà degli altri era ingiusta? E io percorrevo la mia strada. La realtà degli altri era folle, senza senso? Io sempre camminavo. Insomma io percorrevo la mia strada e, di quel farsi nero come il cielo di ‘Ghostbusters’ e gonfio del precipitare di eventi, non ne sapevo niente. Con quel macchinista bislacco ancora ci devo parlare.
Comunque, l’amore è un mistero e su questo non ci piove. La vicina della signora cui portavo a spasso i cani era sprovvista di mistero. Era una snob, finta umile, paranoica, ipernormalizzata, svezzata a colpi di istituti formativi di prestigio, musei e cultura con funzione decorativa. Il risultato da laboratorio era un coacervo di superstizione e pregiudizio. La tizia era arrogante q.b. per renderla parte della sua classe sociale. Invece la signora era solo spirito, di corporatura robusta. Esponeva la nostra provvisorietà all’aria e al tempo che la corrodono. La signora aveva tante cose in casa, ma si vedeva che non gliene importa un fico secco. Lei aveva anche tanti pensieri, messi uno sopra all’altro. Quando gliene scappava uno dalla bocca, questo era la sintesi sconclusionata di tutti, come una goccia d’essenza, una verso ermetico. Lei spizzicava da un pensiero una parola, un’altra da quello successivo. Sapeva essere simpatica, il suo interesse consisteva nel conquistarti e fare in modo che tu facessi quello che diceva lei. Una volta andammo al parco, con i cani. Lei raccoglieva le margherite, io seguivo i segugi. A casa le mise in un vaso, ognuna in uno. Voleva realizzare l’analisi comparata dei petali, con l’obiettivo di scegliere il fiore che ne aveva di più, per spiluccarlo nel classico m’ama non m’ama. Asseriva che, all’aumentare delle probabilità, aumentava l’efficacia del test. Io replicai che le probabilità si basavano sul 50% dei si e sul 50% dei no, cioè le ipotesi che l’amava o non l’amava erano tutte e due vere al 50%. Siccome l’amore è un mistero e non il frutto di un calcolo matematico, l’elevato numero di petali era già una garanzia d’amore, se non di quello dell’altro certamente del suo. No, non era normale la signora, lei diceva la verità. Era per questo che trovavo facilmente la strada di casa. Tornavo con le cose sue, semplici come le margherite che raccoglieva. Io le lasciavo andare nel dirle e non pesavano mai, volavano via. In quel periodo riuscii a prendere un appuntamento dal dentista, per colpa di un ponte rotto. E’ un fatto assodato che i ponti sono utili, se rotti servono solo a far spendere soldi. Il dentista guardò la protesi, rigirandola tra le dita ed esclamò che era un gran bel ponte. Lui diceva che era fatto di zirconia, spiegandomi il motivo per il quale, se non rientrava al suo posto, non si poteva modificare facilmente. E ti pareva. Io mi immaginavo zirconia: un pianeta tra le stelle, popolato da esseri brillanti. Poco originale davvero. La cosa bella, però, era che anche da zirconia si poteva tornare facilmente indietro. Infatti, io e il dentista andammo su zirconia, come i ragazzi sul muretto a raccontarsi e scherzare e da lì tornammo a casa. Alla fine ci lasciammo, non pretendemmo il dazio: una mano, la milza, un pezzo di fegato, a mo’ di riscatto. Invece, niente, non prendemmo nulla l’uno dell’altra. Lui mi intendeva, facendo attenzione a non fraintendermi ed io facevo altrettanto.
La quarantena finì, non fece altro che porre un limite al rapporto materico con il mondo. Sembrava che tutto si fosse voltato dall’altra parte, con le braccia conserte e il broncio. Pretendere l’aderenza esagerata con le cose è un nostro difetto, ad alcuni, però, questo quasi li risucchia in altri mondi: quello degli insetti, delle piante e dei fiori, dei raggi di luce e delle stelle, a cercare la magia oltre la materia.
Voglio tornare ad essere gente di mondo, ad accontentarmi delle piccole cose, come quando il pomeriggio incontra la sera e tutto si fa calmo. L’aria profuma di fiori e di siepi. I vestiti leggeri promettono bene, sulle braccia nude svettano mani che afferrano coni gelato e sulla testa gli occhiali da sole. Nelle sere di primavera l’aria addolcita dal tempo sfiora la pelle, chiamando a stare fuori come una musica. E noi, seduti sulle panchine o davanti ai portoni, ci lasciamo guidare, inconsapevoli come animali che vivono senza saperlo. Desideravo questo quando finì la quarantena.
Poi sei andata via ed io varcai la soglia, entrai nello spazio del mistero della morte: una dimensione immensa, dallo spessore e densità che spariscono e ci sono al tempo stesso. Visti da lì eravamo tutti piccolissimi e quello che ci circondava era vano. I cartelli pubblicitari lungo la strada assomigliavano a scudi ridicoli, messi lì dal genere umano disperato. In quel luogo, non solo nel ricordo, ti ho trovata. E da lì tornai indietro, poiché nessuno riesce a sostenere a lungo la vista dell’eternità, durissima per la realtà che si manifesta. Avevo il tempo, la contingenza, il moto della terra che ci porta con sé. Essa mi risucchiava nel suo girare, come Orfeo dal regno dei morti per Euridice. Della nostra condizione mi rimase solo il permesso di circolare.
mgs
Il Natale sta arrivando. Si festeggia la rinascita della luce, che ferma il tumulto cittadino, le fabbriche e gli uffici. La gente vestita bene alza lo sguardo. Esseri ibridi vagano in completo griffato, attrezzati con accessori tecnologici, un po’ cyborg, un po’umani. Essi salutano il ritorno della luce, anche se non lo sanno. La gente vive sotto un gigantesco orologio che segna le ore, scandite dalla curva del sole. A cercarlo nelle giornate nuvolose è un cerchio di luce soffusa. La gente vede solo il cielo sopra la sua testa, ma c’è tanto altro. La luce torna e con essa l’energia, disinnescando il big bang al contrario: un potenziale che si comprime e diventa un puntino nell’universo. Noi non sempre riprendiamo vita con una nuova esplosione, perciò vaghiamo compressi, dimenticando ciò di cui siamo fatti. E l’amore rimane nascosto. Un po’ per paura, un po’ per pigrizia, non facciamo l’inventario. L’amore si desta al suono della sveglia, a volte rimane a letto, mentre i nostri corpi vanno via.

T’avevo detto di non lasciarmi,
Mi fido del ricordo delle foglie rosse d’autunno, delle labbra che splendono al sole come i sorrisi. Guardo all’inverno, mentre cammino con abiti pesanti nelle strade e nelle piazze, che sono simili alla città ideale nascosta nella giacca. Muovo i primi passi: le ruote del meccanismo totale, la fabbrica della vita dell’oggi e mi chiedo se, ciò che vedo ora, dalla terrazza sulla ciclabile, in un pomeriggio qualsiasi, diventerà un ricordo. Mi fido dei ricordi: importanti testimoni di attimi di vita vissuta. Allora ero viva, per questo ricordo. Scommetto sui nuovi, quelli che verranno e saprò solo dopo se la vita di oggi l’ho vissuta davvero. Mi ricordo di quella giornata, non saprei dire quando, in cui anche con i pensieri andavo forte. Essi scorrevano nello schermo della mente, come nuvole nel cielo limpido ed io immaginavo di non essere sola. Insieme a quegli altri, che ho sempre desiderato vedere con me, aspettavamo la prossima stagione, il domani, come a moltiplicare la meraviglia implicita nel fatto di sentirsi vivi.
‘E alzati’, dico tra me e me. Ce l’ho con quella che mi sta seduta davanti, lei indica con il dito qualcosa di importante fuori dal finestrino del tram. Una volta di qua, una volta di là, fa per alzarsi, ma non si alza. Che nervi! E’ pure straniera, forse inglese. Dunque, nemmeno il gusto di incazzarsi. Vorrei che il tram corresse nella direzione in cui devo andare io, senza fermate, senza tutta questa gente. Dove sei? E’ questa la domanda che deve avere una risposta. Poi, quella si alza, finalmente mi metto seduta. Il tram non accelera, anzi, scricchiola e stride ad ogni curva. Sembra un ferraccio vecchio, mi somiglia un po’. Eppure cammina. Il coraggio, l’amore, roba da giovani lontana anni luce dall’imbuto cosmico del tran tran quotidiano. Il tram, il tran tran. Non riesco a stare con te, ma non posso vivere senza di te. Lo so che bisogna scegliere. Te ne sei andato, anche se sei sempre con me come un pensiero che sta attaccato alla testa. Nel tran tran non c’è spazio per quello che vivo in questo tram. L’ansia di arrivare, di vederti e parlarti. Lo so, bisogna scegliere. Io scelgo il tram.
Dio è solo Dio, la morte è solo la morte. Noi siamo un po’ Dio, un po’ la morte, poi c’è dell’altro. ‘Tu non parli’, mi diceva la mia amica delle scuole medie, quando veniva al mare con mia madre e mio fratello. Stavamo a Civitanova, nella riviera adriatica. Non ero di compagnia e lei si annoiava. Non parlavo neanche in comitiva, dove ero certamente meno popolare di lei. Le altre tutte brillanti e un po’ bulle. Mi ricordo che ce ne era una con la fronte alta, si truccava molto e s’aspettava sempre un ‘ohhhh’ di meraviglia quando faceva la sua apparizione. Chissà che fa adesso. Si chiamava Nicoletta, ora ricordo. Io vivevo nell’invisibilità, tranne quando nevicò a Roma, il 6 gennaio 1985. Allora mi truccai anch’io, più del solito e misi degli orecchini pendenti: bianchi con dei disegni colorati. Un ragazzo mi disse che ero bella. Sono così anche adesso, se penso non parlo. Parlo quando sono in vena e ho da dire qualcosa. ‘Tu non parli’, diceva l’amica mia ed era vero. Quelle parole mi sono rimaste dentro. Di cose ne avevo da dire, ma il pensarle e il dirle erano due cose differenti. Pensare e dire sono azioni compiute, come Dio e la morte: una volta agite rimangono lì. Allora esse non erano affatto legate da fattori di causa ed effetto, né dipendenti l’una dall’altra, ma separate, superbe e un po’ spocchiose, arrampicate sulla torre a braccia conserte. Almeno le mie. Incompatibilità ambientale, per questo fuggivano, più che per un mero capriccio. Le parole se ne andavano in luoghi introvabili e non era affatto facile riprenderle, così come ora non è scontato riprendere il filo del discorso interrotto della mia felicità perduta. So per esperienza dell’emozione dell’alba e mi dico: ‘Vabe’, ridivento quella che ero’. Ciò risulta in pratica più complicato, perché, tra l’affermare qualcosa ed esserlo, devi ritrovarti scandagliando il fondo.
Tema musicale, R. Pinna.