Anche Roma appare insicura alle prime luci del mattino. Come una creatura nel suo letto, la città ha la pelle morbida e stropicciata dal sonno, che vi imprime la sua forma astrale. Il piccolo bar nella via della scuola lo chiamano ‘il bar dei tossici’, eppure è molto carino. Stamattina è aperto, ha lo stereo a palla, perciò mi viene facile sentire George Michael che canta ‘Jesus to a child’. Le note si spandono come un alito che accarezza l’aria e si diffonde sui marciapiedi puzzolenti di pipì, sulle erbacce ai bordi della strada, su edifici fatiscenti e su quelli nuovi. C’è poca gente in giro. Ora è facile cacciare via le definizioni. Mentre io e Orlando camminiamo prende vita ciò che siamo sempre stati. Posso sentire le parole della piazza, scoppiettanti come luci di Natale: una di qua, una di là, simili a pezzi del puzzle del qui ed ora, cosa che il tempo disfa nell’usanza dei monaci Zen. E’ in mio potere avvertire gli strati di pelle che scompaiono, lasciando una superficie liscia e splendente di luci colorate. Mi sento una salamandra spaziale, invece di vedermi scorticata e dolorante. Perché lo stare davanti all’altro senza pelle è un rischio che uno non può scegliere di correre. E’ così. A meno che, un giorno, l’animo graffiato fa un’impennata equestre e dice basta. Allora ti vedi come un S. Sebastiano dal martirio inutile; esposta a tutti, tutte le volte che lo sei stata. Eccomi, colpisci! Pare che tu abbia sempre detto così. Perché? Perché nel fondo qualcosa bruciava. Questo qualcosa era nascosto dalle ferite inferte senza ragione. Eppure la muta improvvisa scopre una pelle magica, che si difende con la luce e il colore, manifestando la fragilità.
In questo giardino incantato non c’è nessuno e ne sono contenta, poiché ricordo tanti giorni messi in fila come perle di una collana ed io stranita da qualcosa che ancora non sapevo. Allora rispondevo a mezza bocca nei dialoghi convenzionali, che si fanno per dare agli altri l’impressione di esserci. Questo luogo è denso di profumi e pervaso dai colori vivi dei fiori. E’ un giardino segreto, forse poco originale a dirsi, assai più interessante a starci dopo una lunga separazione. Non è troppo distante dal tempo di tutti, inoltre si difende bene per mezzo di siepi e rose dalle spine taglienti. L’erba è dispettosa come l’ortica. Essa indica che lo spazio di fuori non è proibito.
Essendo le parole il mio alter ego, ultimamente mi sono sentita un po’ morta e la cosa mi fa anche ridere per l’abitudine presa a minimizzare tutto ciò che mi riguarda anche nel caso di un decesso, che è l’unico momento, oltre alla nascita, in cui non ci sono mezze misure o sei vivo o sei morto, non un po’ di tutto questo. Le vie del linguaggio sono infinite, ma, a volte, tra il pensiero e la parola c’è un vuoto, che le parole colmano come giullari pazzi, sbucando all’improvviso. Ti stupisci e ti chiedi se siano giuste. Poi, non ci pensi più. Pensi al sole, che varca i nostri cieli da millenni. Allo stesso modo capita il ricordo frammentario di attimi di vita pervasi di luce calda e rapiti non si sa quando nè perché, scomparsi. E’ stato l’altra sera, d’un tratto mi sono tornati in mente, come scene scompaginate di un sogno.
Nel giardino segreto il tempo è mio, ci sono i miei passi, le azioni compiute, il viso attento. Ci sono i pensieri più arditi e quelli volti alla soluzione dei quiz del quotidiano, che si mischiano al fracasso, agli sguardi senza pietà della gente. Altrove è il tempo degli altri, qui è il mio. Altrove è il tempo di tutti, dove ci buttano come in un calderone a farci bollire. Nel parco si trova la mia strada: un corridoio tappezzato dai pensieri che ho avuto, dalle immagini di me restituite alla memoria come stanze senza il soffitto.
Le cose splendenti al sole fluiscono dentro di me, dalle retine ingoio tutti i colori del mondo circostante. Mi sono svegliata dal letargo con la mia nuova pelle di salamandra spaziale, perciò, a causa di una certa familiarità, provo solidarietà per il drago che non sarà ucciso da nessun santo e nei confronti di tutte le bestialità da domare. Non ci sono guerre o spedizioni punitive contro gli insorti, né impurità da depurare. Ecco tutto. Nella realtà non c’è nessun cartello: non entrare nella tana dell’orso, non addentrarti nella foresta. Dunque, figuriamoci se c’è l’avvertimento di uccidere o no un drago che non esiste.
Sento l’odore della resina degli abeti dopo la pioggia in una mattina macchiata dal grigio e dal bianco delle nuvole. La pelle accoglie raggi di sole, che filtrano attraverso le nuvole scontornate nel tardo mattino. Il cielo azzurro, del colore della pelle di salamandra, mi porta nel viaggio verso il mondo di chi inventa, dove le cose sono come gli oggetti di legno colorato con cui giocano i bambini. Sento qualcosa, ne gioisco dopo il letargo dei sentimenti. Sento un pensiero, un pizzicotto, una cantonata, un viso sgrugnato, che mi riporta le mie sensazioni. In fondo ad esse s’acquatta la gioia di vivere, da lì mi guarda tenera.
Manuela Grillo Spina.
Tema musicale, R. Pinna.
Quando il Tempo incontra il tempo casa tua è il luogo più bello del mondo. I riflessi mutano l’ambiente, rapiscono lo sguardo intento nel fare quotidiano. I muri accolgono il Tempo infinito nel tempo fuggevole. Campanelli risuonano nelle stanze del cuore, aperte e scaldate all’improvviso. La casa è riparo dalla monotonia e dal vuoto di senso, dall’assenza di sentimento, dalla pelle che non s’increspa per alcuna gioia né per il minimo dolore. ‘La bellezza esiste ancora’, dice una voce lì fuori. ‘Io sono ciò che ha mille e una parola per essere. Quando il sole sta per compiere il suo giro, il giorno è maturo e poi scompare, al culmine del canto, io proietto sul muro il disegno nascosto nel fondo dell’anima: il passato di promesse e speranze, il tuo viso sorridente che adesso vedi nei riflessi arancio e rosa. Non aver paura di perdermi, perché ritornerò spesso, come ho sempre fatto e tu lo sai. Ti rammento chi sei, non voglio perderti e tu non mi perderai. Senti il garrito delle rondini? Esso accompagna il mio passaggio nel cielo di tutti, ma arriva a ciascuno in modo diverso. Sereno è il tempo, tutto è a posto. Ora il tumulto del scorrere degli anni è in un cerchio di fuoco e la velocità dentro ti agita, mentre la lentezza di fuori arreca sollievo. Finito e infinito si dicono inseparabili, fatti per essere racconti di una o di cento vite’. Al richiamo rispondo, ma che posso fare se non sbrigarmi ad afferrare tutto in uno scatto: l’istante magico, evanescente, come i pensieri indistinti da dirsi poi.
Nelle stanze
Uno, due, tre, mille gradini schiacciati e poi ingoiati dalla scala mobile. Se da allora avessi contato il saliscendi quotidiano, sarei arrivata in cima all’Everest. Io non sono diversa dagli altri, forse, anche questi altri si fanno le stesse mie domande. Oppure, accettano il fatto di sbatacchiarsi, lo accettano come una realtà ineludibile. La scala mobile è un attrezzo calpestato da tutti i viaggiatori pigri, dunque, dalla maggior parte. E’ il tramite che conduce da sotto a sopra. Attraverso la scala mobile emergi in superficie, come in una risalita dal cuore della terra o da una discesa negli inferi o anche nell’inconscio. E’ solo un mezzo e, sebbene i saggi dicano il contrario, per i più non conta. Conta l’arrivo, non il viaggio. Primo problema: le biblioteche e le università sono estranee al mondo di fuori; i mezzi di trasporto, scale mobili comprese, sono considerati solo un tramite. Secondo problema: gli ambienti non sono separati, ma c’è intercomunicabilità. Il percorso per raggiungerli non è come tutti gli altri percorsi.
Amo l’estate allo stremo delle forze, dopo tour e prove d’abilità mirabolanti: test d’oggettivazione del reale, in cui fare a gara a chi capisce di più del mondo in cui si trova. Amo l’estate, perché non gli devo rendere conto. Nel vago sentimento del tutto, entusiasta, scandaglio il fondo per dirlo bene. Qui mi ritrovo e rispondo: ‘No, grazie, non chiedo di oggettivarmi, mi basta sentirmi’. Questa sono io. Chi sono? Vuoi che te lo dica adesso e che valga per sempre? Accontentati di un bagliore, di un fiore, una serata di stelle nell’aria interrotta dal verso dei grilli in estate. Non chiedermi di più.