Mi fido del ricordo delle foglie rosse d’autunno, delle labbra che splendono al sole come i sorrisi. Guardo all’inverno, mentre cammino con abiti pesanti nelle strade e nelle piazze, che sono simili alla città ideale nascosta nella giacca. Muovo i primi passi: le ruote del meccanismo totale, la fabbrica della vita dell’oggi e mi chiedo se, ciò che vedo ora, dalla terrazza sulla ciclabile, in un pomeriggio qualsiasi, diventerà un ricordo. Mi fido dei ricordi: importanti testimoni di attimi di vita vissuta. Allora ero viva, per questo ricordo. Scommetto sui nuovi, quelli che verranno e saprò solo dopo se la vita di oggi l’ho vissuta davvero. Mi ricordo di quella giornata, non saprei dire quando, in cui anche con i pensieri andavo forte. Essi scorrevano nello schermo della mente, come nuvole nel cielo limpido ed io immaginavo di non essere sola. Insieme a quegli altri, che ho sempre desiderato vedere con me, aspettavamo la prossima stagione, il domani, come a moltiplicare la meraviglia implicita nel fatto di sentirsi vivi.
La gente scatta parecchie foto, ma c’è un non so che di particolare che ti spinge a fermarti, a guardarti intorno, per memorizzare un momento, come un’istantanea che tieni dentro di te. Bisognerebbe chiedersi più spesso se si vive davvero. Bisognerebbe cercare le prove quando la risposta è incerta. Il tuo io ti vuole mettere con le spalle al muro, allora ti appigli a una bella serata, a un film visto spassosissimo, ma non è quella la prova che vuole. Infatti, continua a tormentarti, finché non lo accontenti. Per cavartela tiri fuori attimi vissuti intensamente come il mago con il coniglio dal cappello. A volte, è come cercare un ago in un pagliaio. Per questo guardare alla finestra potrebbe essere molto appagante. A tale proposito, ci si trastulla con il gioco dell’osservazione delle coppie attempate che si aggirano nelle sale d’aspetto dei cinema o nella strada. Lei si guarda intorno distrattamente, tenendo in mano i biglietti appena acquistati, come a farci credere che l’ordine e la pulizia del suo aspetto siano casuali e non il frutto di un’enorme fatica. Qui sta il fascino che emana alla stregua di una ballerina classica. La coppia osservata riproduce il suo piccolo mondo nel mondo che è più grande, lo fa seguendo la consuetudine, come se stesse in salotto. L’uomo e la donna ci mostrano quello che hanno imparato conoscendosi negli anni trascorsi insieme: sanno che all’affermazione di uno, l’altra risponderà in sintonia, alla loro maniera, rafforzando quel mondo che li protegge e li identifica. La coppia trasmette il contenuto di un’opera d’arte mostrando l’essenza, ma non lo fa cogliendo l’attimo, bensì sciorinando momenti apparentemente insignificanti al passaggio del tempo. Però, quegli attimi tutti insieme compongono il quadro in cui hanno voce le cose spesso taciute. Se c’è vita o non c’è vita sulla Terra, questo emerge insieme a me, che vengo su dalla ciclabile, come un nuotatore dall’acqua.
Amo il potere rassicurante della parola ‘naturalmente’, un avverbio che ti fa respirare tra un’affermazione e l’altra. Naturalmente non è facile starsene a guardare l’abisso sotto di sé, rimanere attaccati alla colonna vuota dell’anima come un koala all’albero, come uno spermatozoo all’ovulo, per fecondarsi e darsi ancora vita risalendo su.
Manuela Grillo Spina
‘E alzati’, dico tra me e me. Ce l’ho con quella che mi sta seduta davanti, lei indica con il dito qualcosa di importante fuori dal finestrino del tram. Una volta di qua, una volta di là, fa per alzarsi, ma non si alza. Che nervi! E’ pure straniera, forse inglese. Dunque, nemmeno il gusto di incazzarsi. Vorrei che il tram corresse nella direzione in cui devo andare io, senza fermate, senza tutta questa gente. Dove sei? E’ questa la domanda che deve avere una risposta. Poi, quella si alza, finalmente mi metto seduta. Il tram non accelera, anzi, scricchiola e stride ad ogni curva. Sembra un ferraccio vecchio, mi somiglia un po’. Eppure cammina. Il coraggio, l’amore, roba da giovani lontana anni luce dall’imbuto cosmico del tran tran quotidiano. Il tram, il tran tran. Non riesco a stare con te, ma non posso vivere senza di te. Lo so che bisogna scegliere. Te ne sei andato, anche se sei sempre con me come un pensiero che sta attaccato alla testa. Nel tran tran non c’è spazio per quello che vivo in questo tram. L’ansia di arrivare, di vederti e parlarti. Lo so, bisogna scegliere. Io scelgo il tram.
Dio è solo Dio, la morte è solo la morte. Noi siamo un po’ Dio, un po’ la morte, poi c’è dell’altro. ‘Tu non parli’, mi diceva la mia amica delle scuole medie, quando veniva al mare con mia madre e mio fratello. Stavamo a Civitanova, nella riviera adriatica. Non ero di compagnia e lei si annoiava. Non parlavo neanche in comitiva, dove ero certamente meno popolare di lei. Le altre tutte brillanti e un po’ bulle. Mi ricordo che ce ne era una con la fronte alta, si truccava molto e s’aspettava sempre un ‘ohhhh’ di meraviglia quando faceva la sua apparizione. Chissà che fa adesso. Si chiamava Nicoletta, ora ricordo. Io vivevo nell’invisibilità, tranne quando nevicò a Roma, il 6 gennaio 1985. Allora mi truccai anch’io, più del solito e misi degli orecchini pendenti: bianchi con dei disegni colorati. Un ragazzo mi disse che ero bella. Sono così anche adesso, se penso non parlo. Parlo quando sono in vena e ho da dire qualcosa. ‘Tu non parli’, diceva l’amica mia ed era vero. Quelle parole mi sono rimaste dentro. Di cose ne avevo da dire, ma il pensarle e il dirle erano due cose differenti. Pensare e dire sono azioni compiute, come Dio e la morte: una volta agite rimangono lì. Allora esse non erano affatto legate da fattori di causa ed effetto, né dipendenti l’una dall’altra, ma separate, superbe e un po’ spocchiose, arrampicate sulla torre a braccia conserte. Almeno le mie. Incompatibilità ambientale, per questo fuggivano, più che per un mero capriccio. Le parole se ne andavano in luoghi introvabili e non era affatto facile riprenderle, così come ora non è scontato riprendere il filo del discorso interrotto della mia felicità perduta. So per esperienza dell’emozione dell’alba e mi dico: ‘Vabe’, ridivento quella che ero’. Ciò risulta in pratica più complicato, perché, tra l’affermare qualcosa ed esserlo, devi ritrovarti scandagliando il fondo.
Tema musicale, R. Pinna.
Quando il Tempo incontra il tempo casa tua è il luogo più bello del mondo. I riflessi mutano l’ambiente, rapiscono lo sguardo intento nel fare quotidiano. I muri accolgono il Tempo infinito nel tempo fuggevole. Campanelli risuonano nelle stanze del cuore, aperte e scaldate all’improvviso. La casa è riparo dalla monotonia e dal vuoto di senso, dall’assenza di sentimento, dalla pelle che non s’increspa per alcuna gioia né per il minimo dolore. ‘La bellezza esiste ancora’, dice una voce lì fuori. ‘Io sono ciò che ha mille e una parola per essere. Quando il sole sta per compiere il suo giro, il giorno è maturo e poi scompare, al culmine del canto, io proietto sul muro il disegno nascosto nel fondo dell’anima: il passato di promesse e speranze, il tuo viso sorridente che adesso vedi nei riflessi arancio e rosa. Non aver paura di perdermi, perché ritornerò spesso, come ho sempre fatto e tu lo sai. Ti rammento chi sei, non voglio perderti e tu non mi perderai. Senti il garrito delle rondini? Esso accompagna il mio passaggio nel cielo di tutti, ma arriva a ciascuno in modo diverso. Sereno è il tempo, tutto è a posto. Ora il tumulto del scorrere degli anni è in un cerchio di fuoco e la velocità dentro ti agita, mentre la lentezza di fuori arreca sollievo. Finito e infinito si dicono inseparabili, fatti per essere racconti di una o di cento vite’. Al richiamo rispondo, ma che posso fare se non sbrigarmi ad afferrare tutto in uno scatto: l’istante magico, evanescente, come i pensieri indistinti da dirsi poi.
Nelle stanze
Uno, due, tre, mille gradini schiacciati e poi ingoiati dalla scala mobile. Se da allora avessi contato il saliscendi quotidiano, sarei arrivata in cima all’Everest. Io non sono diversa dagli altri, forse, anche questi altri si fanno le stesse mie domande. Oppure, accettano il fatto di sbatacchiarsi, lo accettano come una realtà ineludibile. La scala mobile è un attrezzo calpestato da tutti i viaggiatori pigri, dunque, dalla maggior parte. E’ il tramite che conduce da sotto a sopra. Attraverso la scala mobile emergi in superficie, come in una risalita dal cuore della terra o da una discesa negli inferi o anche nell’inconscio. E’ solo un mezzo e, sebbene i saggi dicano il contrario, per i più non conta. Conta l’arrivo, non il viaggio. Primo problema: le biblioteche e le università sono estranee al mondo di fuori; i mezzi di trasporto, scale mobili comprese, sono considerati solo un tramite. Secondo problema: gli ambienti non sono separati, ma c’è intercomunicabilità. Il percorso per raggiungerli non è come tutti gli altri percorsi.
Amo l’estate allo stremo delle forze, dopo tour e prove d’abilità mirabolanti: test d’oggettivazione del reale, in cui fare a gara a chi capisce di più del mondo in cui si trova. Amo l’estate, perché non gli devo rendere conto. Nel vago sentimento del tutto, entusiasta, scandaglio il fondo per dirlo bene. Qui mi ritrovo e rispondo: ‘No, grazie, non chiedo di oggettivarmi, mi basta sentirmi’. Questa sono io. Chi sono? Vuoi che te lo dica adesso e che valga per sempre? Accontentati di un bagliore, di un fiore, una serata di stelle nell’aria interrotta dal verso dei grilli in estate. Non chiedermi di più.