La via del mare.

IMG_0103Il mare è un destino. Gli ospiti maldestri, giusti e in tempo, vi si accostano privi di familiarità. Muniti di attrezzi superflui, portano le grane del mondo, che il mare rigetta come bottiglie di plastica. Con fare poco riflessivo, dicono: ‘Eh, sì, oggi andiamo al mare’. E così, vanno.
Guarda quel tronco d’albero, stava lì anche prima. Durante l’inverno era solo. Non cambierà per nessuno. I flutti, nel loro ripetersi perenne, li conosci uno ad uno. Loro parlano e tu annuisci. I villeggianti non si sentono mai stranieri, eppure lo sono. Il mare li accoglie, gioca il gioco del silenzio. Il vento ruba le parole che non vuoi sentire. Non ti sforzi nemmeno ad appaiarle al labiale, ormai se ne sono andate, volteggiando nell’aria. Torneranno come il polline, a sottotitolare quello sguardo fisso su di te. I giusti, d’estate, vanno al mare, abbandonando tutto, anche se stessi, per vivere la vita che gli hanno assegnato. Ma il mare è un destino, non solo meta né viaggio. E io vi faccio ritorno.

Scogli cupi e freddi, battuti dalle onde, aprono le fauci in lunghi respiri. La sabbia si scrolla di dosso il tempo, vuole farsi bella per l’estate. La noia e l’indifferenza dei giorni in cui non ti riconoscono sono rotoli di gommapiuma, più pesanti del masso di Sisifo. Con in mano le buste della spesa la signora attraversa la strada, lei è la via del mare, così come le automobili su cui campeggia il giorno. Quelle camicie chiare, con i colletti timidi, stirati da donne, araldi di sperata frescura, sono anch’esse la via del mare. Fronti lucide camminano su e giù nei marciapiedi, che a domandarsi dove vanno prendi respiro dai tormenti. Uomini saccenti, ragazzi che li imitano, anche questa è la via del mare.

Canotta bianca, con il numero 7 e pantaloncini rossi. Io sono un magro e nerboruto atleta. Sto sulla linea bianca. Sparo e via. Corro il primo ostacolo: battibecchi quotidiani e il secondo: fascismi da post su fb. Corro sul terzo: la giungla lavorativa neoliberista. Il tempo è veloce, i muscoli tesi e il volto contratto dallo sforzo. Non mollo. Corro. Raggiungo il quarto ostacolo: l’urgenza di trovare un destinatario cui dedicare il mio impegno. No, questo non ve lo do, serve a me. E’ per quando mi specchio la mattina, con l’intenzione di ritrovarmi tra quello che vorrebbero che fossi e quello che voglio essere. Volo. Arrivo al traguardo. Con scivolata spettacolare rockettara? No, ci arrivo rallentando il passo, in defaticamento, con le spalle un po’ alzate, a far prendere aria ai polmoni e il capo che guarda la pista. Nella mente la testa orecchiuta e calda della gatta. Ecco il delta, della via del mare.

Questa estate ce ne andremo al mare. Quindici orizzontale: la vuole chi ce l’ha, 4 lettere. Scambiatevi un segno di pace. Pollice alzato, ovvero patto di non belligeranza all’epoca dei social. La musica della radio sfiora i timpani. Le grida dei bambini si allontanano. Tu, lentamente, scivoli nell’oblio. Il tuo alter ego attrezzato a circolare nel mondo borghese ti sfila davanti agli occhi, tutt’intorno divise e belletti conformi alla norma. Quella te prende l’autobus, si muove dritta o a destra oppure a sinistra, ogni tanto volta direzione. Dici, quella sono io e pure questa sono io. Riprendi il coraggio di guardare l’azzurro e di esclamare: ecco la tonalità che mi dona! Chiazze di luce: Atlantide emersa. Sul promontorio il radar intercetta vaghe promesse di felicità. Esse attraversano fulminee i sentieri, salgono i dirupi e sfociano nel viso, percorrendo la via del mare.

Manuela Grillo Spina

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Legàmi.

IMG_0543[1]Siamo isole nell’oceano della solitudine e arcipelaghi: le città, dove l’amore naufraga …
Estate di gioventù. Sipario. Arriva l’inverno, lo spettacolo è finito. Neanche lontanamente sognavo che si potesse dar tregua a un cuore in tumulto, sofferente per un soffio. E’ fame di vita, di sapere cosa accadrà. Come è il mondo? E se non sapessi viverlo? La dicono gioventù. Lunghe stagioni di malinconia, come è malinconica l’urgenza di crescere e diventare ‘normale’, per non sentire più come sento ed essere giusta, senza strafare, né esagerare. Però, era bello bucare la crosta del mondo come un guscio d’uovo. E’ bello ora, in cui la rovina vera è il domopak sul petto.
Nessun uomo è un’isola, dice il poeta, scoprendo l’altra faccia della medaglia, la ragione di quella malinconia. Legami, affezioni nate spontanee, ignorando la rete: grotteschi e inutili sopralluoghi adulti di fattibilità relazionale. Ciao, non ti rivedrò fino alla prossima estate. D’inverno ti scorderai di me e non so se entrambi dimenticheremo le estati, poiché di certo non abbiamo nulla, se non la scommessa del tempo, che ci dirà se eravamo noi oppure no. I giovani ascoltano la musica, alcune sono le canzoni che ascoltavo io. Spingono lo smartphone all’orecchio per sentire più forte, per sentire meglio e immaginare la scena che gli rende giustizia su tutto: belli e invincibili agli occhi dell’amata o dell’amato, degli amici. Perché la vita spinge come un razzo fino al centro del mondo e ti riporta su. Fuoco e acqua, aria e terra nel palmo di una mano.

Manuela Grillo Spina

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Naviganti.

A quest’ora, quando il sole si sparge sul muro della cucina, non riesco a non dipingere le parole. Un colore è la meraviglia. Non saprei nulla della tonalità, se non ascoltassi l’inquietudine o la gioia. Volgo lo sguardo fuori, c’è e non c’è quel volto dall’espressione dolce negli occhi. Si nasconde come una trama, si inabissa. Navigo, anzi, volo sui flutti, ho la faccia bagnata dal mare e in mezzo un sorriso. Io e il mio equipaggio avvistiamo un naufrago. A volte lo sono anch’io, così, mezza morta, dopo inutili sos lanciati come schegge di luce in un cielo voltato a guardare altrove. Lo porto su. Lontana è la riva. Piccola piccola è ormai la gabbia con gli altri dentro. Andiamo, il viaggio è iniziato. Spinti da vuoti, assenze come buchi nel troppo pieno dell’ordinario. Andiamo alla ricerca del tesoro. C’è vita e vita nuotando. Immersi nella mancanza dell’anima candida di un passerotto, della curva morbida di un pensiero che lo insegue giocando. Portati verso luoghi dove i voli sono scherzi d’aria azzurra. Svuotato il quotidiano da quello che arriverà, quello che arriverà è arrivato, ma non è lo stesso. Affiora l’espressione radiosa della signora con il cane, che, mentre scarta un cioccolatino, trova il tesoro dei pirati. Le eliche dei rami dai colori vivi tratteggiano la mappa di un luogo sospeso, dove abitano le sensazioni fugaci. Segui con lo sguardo coppie di nuvole investite di luce. L’odore delle siepi, gli occhi della gente. I gesti senza voce rivelano. L’impressione scappa, se non afferri la coda dell’aquilone che ti porta su. Ecco l’arcipelago: una cittadella di navi, non fughe, ma ritorni. Uniti da percorsi di semplice bellezza come l’acqua di mare.

Manuela Grillo Spina.

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Il ritorno alla natura.

Supina. Svegliata all’improvviso, L’antenata risale le pieghe del tempo. Gli occhi spalancano su un cielo primordiale che biancheggia. Testimone solo il gatto. Tutto deve ancora accadere, la storia deve ancora iniziare. Nulla è stabilito. Solo io e l’animale accovacciato sulla roccia: una mensola. Sono nata diversi milioni di anni fa. Me ne ricordo ancora. Allora tutto era perfetta aderenza: io il cielo, sopraffatta dal lampo e dal tuono. La bellezza è venuta dopo. E’ dopo che sono stata allontanata. Ho conosciuto, compagno solo il dubbio.

Manuela Grillo Spina

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Metamorfosi.

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Tramonto sul mare.

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Non riesco più a perdermi. Cammino sulla via dove stanno tutti e non mi ritrovo. Quasi mi infastidisce, un tempo mi dava sollievo. Comunque, constato con gioia che ha una bocca di metallo fuso. Le guance rosa e lo sguardo di chi è nella sua età migliore. E’ lì che muove quella grande bocca. Parla lentamente. A volte, invece, si scatena e parla, parla, parla. Nessuno osa giudicare. Il sole che tramonta sul mare dura il tempo di un caffè, mette tra parentesi la vita in superficie, mentre emerge la dimensione subacquea. Vivo in me stessa, ora. Penso che no, non c’entro niente con la vita che faccio. Un dolore s’infila nel petto. Be’, non è stato sempre così. Dipende dalle epoche. Quando la vita che vivi è la tua e quando no. In questa, con rammarico, sento che la quotidianità non è la mia. Intendo la quotidianità rabberciata da chi dice che è la mia e ha insistito affinchè l’accettassi. Non lo è. Amara scoperta di fronte a quel volto roseo, su cui prevale un’enorme bocca plumbea e liquida.

Manuela Grillo Spina.

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Diamogli la piega che vogliamo.

10-renc3a9-magritte-belga-1929-la-pipa-del-quadro-non-si-puc3b2-fumareAccedere all’autentico è come dare un morso a una fetta di pane caldo. Concreto, croccante, fitto come una verità detta bonariamente. Ė come una canzone ascoltata migliaia di volte alla radio, in case diverse e in diverse vite attraversate in un lampo. Parole e pezzi di vita convergono, guidati da una forza centripeta. Qualche frammento di vita dal carattere intenso risplende anche sulle contraddizioni. Ora nessuno può sparpagliare le cose come fa la lavatrice.

Non ne ero certa, ma lo intuivo che sposandomi sarei entrata nel clan dei consumatori/sfruttati e avrei alimentato il sistema attuale. Però, ero certa che non avrei mai accettato il fatto di dover mettere da parte me stessa. Se mi avessero chiesto di desiderare di sparire, avevo la certezza che io ne avrei sofferto, dato che il colpo sarebbe arrivato nell’ambito delle relazioni intime e sottinteso più che detto. Non sono un meccanismo dell’azienda-famiglia. Il culto della madre del marito mi sta stretto, preferisco dire così. E non sopporto l’ingerenza dell’ambiente gretto e conservatore (da parte delle donne in particolar modo) quando una vuole dare al mondo la piega che vuole.

La famiglia non è un esercizio di piccola imprenditoria, un’azienda dove ciascuno ha il proprio ruolo. La passione morirebbe se sottoscrivessi la tessera di adesione al dogma famiglia. Non dovrebbero chiedermi di sacrificare me stessa, l’amore e la felicità, che si dà in forma transitoria per tutti. Penso il contrario di quelli che stabilizzano il sistema non con il denaro, ma con il loro modo di vivere e di pensare. Eppure dicono di voler cambiare le cose. Accumulare risorse e sfruttarle a proprio  vantaggio, cioè a vantaggio di pochi. Lo fanno tutti, no? Perciò, è ‘normale’.

Gli uomini? E che c’entrano i nostri uomini. Tutt’al più essi sfruttano il lavoro non retribuito, né apprezzato delle donne. Gli uomini sono sfruttati, meri ingranaggi del sistema che ci usa per produrre, consumare e non fiatare. Solo che per produrre efficientemente uno deve essere ben nutrito, pulito e profumato. Dunque, come dicono spesso, il lavoro di cura è funzionale a questo meccanismo. Bene, lo sappiamo. Nonostante ciò, nessuno vuole cambiare atteggiamento. L’infelicità dilagante sarebbe un indizio sufficiente per farci cambiare rotta, se non fosse che questa infelicità è impercettibile tra il frastuono di festosi jingle pubblicitari, le parole vuote di tutti e la roba accumulata e stipata negli armadi.

L’amore ognuno sa cos’è, mettendo da parte le concettualizzazioni (al riguardo ogni epoca ha la sua). Su questo argomento ancora non ci siamo messi d’accordo. Quando lo faremo, allora potremo cambiare qualcosa. Potremo dare al mondo la piega che vogliamo.

Manuela Grillo Spina.

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Le casalinghe non piangono mai.

Con le mani bagnate, tagliano la cipolla per fare il sugo. Dopo ritirerò i panni stesi, pensa la casalinga. Li adagia da qualche parte se sono perfettamente asciutti. Li palpa. Se avverte tracce di umidità, li mette sul termosifone. Ognuno deve stringersi per far posto agli altri. I panni sono tutti uguali, la casalinga lo sa. La maglietta del pigiama del marito dovrebbe avere un posto d’onore. Lei tentenna, ci ripensa e sposta il pigiama, accostandovi la roba sua, che non è da meno.

La cipolla soffrigge. Allora la casalinga versa la passata di pomodoro nel tegame che scuote per amalgamare il sugo. Di seguito piegherà i panni, li metterà a posto, darà da mangiare al cane. Se ci sono panni nella lavatrice è un altro conto. Il momento buono per stenderli è dopo aver messo sul fuoco l’acqua per la pasta. Quei variabili 9/13 minuti che servono per la cottura non sono sufficienti, dovrebbe interrompersi troppe volte, se no la pasta s’attacca. Durante può solo finire di apparecchiare la tavola oppure preparare la macchina del caffè.

Le casalinghe non piangono mai. Alcune, a volte, bevono da sole e fanno le cose senza sentire nulla. Al mattino non sono come gli altri, che si alzano sorretti da un motivo personale e doveri cui obbedire. Il corpo e lo spirito delle casalinghe apparentemente non sono scissi, sono come quelli dei generali, capaci di andare in guerra senza esitazione. Come i generali vogliono ciò che è necessario fare, ma è il ruolo che lo impone. Infatti, io non ho mai conosciuto una donna nata per fare la casalinga, così come non ho mai conosciuto una madre nata per fare soltanto la madre.

Le casalinghe sono donne. Vantano contorni sfilacciati. Guadagnano l’invisibilità, svolgendo un lavoro invisibile, che corrode la fantasia e le speranze. In un mondo che s’illude di contorni definiti una volta per tutte, la casalinga abita l’indicibile. Potrebbe essere il brivido sulla schiena della realtà del detto, ma le casalinghe, come i bambini grandi, non piangono mai.

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casalinga in cucina

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Sorgente: casalinga in cucina

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Storia di un abbandono.

albero-della-vita-di-klimtQuel tipo col ventre tondo come un cocomero vanta uno sguardo ottimista. Il suo è uno sguardo venato d’allegria, che nasconde nella sua pancia, evitando l’esilio o la deportazione, per non conformità alle regole del sistema. A detta di molti non esiste un racconto ufficiale dei deportati. Nessuno ha mai raccontato il luogo dove essi sono rinchiusi. Nessuno. Ma, di questo non v’è certezza. Infatti, siamo sicuri che proprio nessuno abbia parlato o provato a raccontare di quel luogo? Poi, se qualcuno è ritornato, che ne è di lui o di lei? Dove conducono i dissidenti nell’epoca dei non luoghi? Sono davvero dei posti orribili quelli lì? Qualcuno ha sollevato un dubbio circa il silenzio dei deportati: sembra che non stiano zitti per niente, al contrario essi parlano e parecchio, ma non vengono capiti. Dunque, è come se stessero zitti. Uno stratagemma sottile ma efficace da parte del sistema, non c’è che dire. Il muro di incomprensione che cinge gli individui è più solido di una fortezza e svolge la funzione antisociale di cella di isolamento. Ė confortevole e ben riscaldato, mima il ventre materno come uno spot pubblicitario, perciò, mai nessuno tenterà la fuga. Nessuno. Da parte sua la non nata allegria pigia il ventre, scalcia per venire alla luce.

Le strade cittadine sono monitorate da fasci di luci che provengono dai negozi, altrove c’è il deserto. Ė il benessere dietro cui si nasconde il controllo vigile del comando. Gli organi vitali dei corpi dei ricchi obbedienti fanno affidamento sugli organi dei corpi dei poveri ignari. Il cuore è artificiale quasi per tutti, l’ideale del comando è agire su quello. Nei centri abitati c’è un gran via vai. Le costosissime utilitarie corrono a destra e a sinistra, ma non si sa per andare dove, l’importante è che questo andare a velocità sostenuta susciti a chi le guida la sensazione di essere padrone della propria vita. La gente lavora, ma nemmeno su questo ci si capisce molto. Di fuori impera il silenzio. Ė un silenzio molto forte, coperto a malapena dal chiacchiericcio inutile. Nel fine settimana continua la mascherata familiare, intrisa di sottolineature sui cognomi e sui legami di sangue, ovvero bande di famiglie fameliche invadono i centri commerciali per sfamare con amore i figli, i quali, da grandi, non sapranno che avevano bisogno d’amore, non di cibo. Alle ragazze danno da mangiare in modo diverso dai ragazzi. La razione quotidiana di una vacca o di una gallina compensa il disturbo arrecato per il fatto che ormai sono venute al mondo e non possono più ignorarlo. Gli adulti sopra i 30 e sotto i 60 vogliono quasi tutti un mondo migliore, ma, chissà perché, il mondo rimane quello che è. Di solito nessuno coglie i fragorosi rumori di fondo, su tutto cala una falsa quiete, come neve sintetica, che insonorizza i corpi dalla realtà. Di giorno i deportati ignari sono condotti nel ghetto dell’immaginario di riferimento, somministrato alla popolazione a piccole dosi. Lì rimangono imbrigliati tra sbarre invisibili. I funzionari del sistema sostituiscono la loro identità con una che gli forniscono all’occorrenza. Al tipo dal ventre tondo stava stretto l’obbligo dell’identico, gli stava stretto come un vestito che tira sulla pancia: la protuberanza morbida con cui fendeva l’aria, imprimendo una forma al vuoto. Il nulla intorno a cui costruiscono città, ponti e strade. Civiltà con l’ossessione dell’eternità, la crosta di quel vuoto su cui tutto gira, non penetra, ma scivola e, nel migliore dei casi, pesa.

Un giorno qualsiasi il tipo dalla pancia tonda si accorse che erano sparite le parole con cui diceva le cose. Le cercò dappertutto, nel caso le avesse perse strada facendo. Si stava rendendo conto che la mano di un dio non ha mai accarezzato il mondo, che il mondo non suscitava l’amore di un dio. Erano le cose ad aver perso la capacità di evocare degli accordi armoniosi, oppure il fraseggio s’era impoverito a causa di una falla che stava chissà dove. Separate dalle cose che dicono, le parole non servono più, pensava. Al loro posto solo vocaboli a scadenza che vanno bene oggi, ma domani no. Domani non indica il futuro, bensì una lattina di eterno presente, da consumare entro le 24 ore.

Il tizio dal ventre tondo sognò la restituzione delle parole sottratte. Ripercorse gli ultimi tempi della sua vita. Come fosse una barca perlustrò il suo essere. Forse, le parole uscivano dall’ombelico, l’unico punto di contatto con il mondo esterno, di sovente rimirato dal medesimo tipo, custode geloso dei suoi pensieri. L’accordo tra le parole e le cose produceva una musica stridente, caotica, che spezzava le parole come fossero ramoscelli. Era sempre musica, ma non si raccapezzava sul senso. Allora, esplorò l’apparato uditivo. Si sentì improvvisamente molto deluso, nessuno dei suoi sogni s’era avverato. Prima di allora o non se ne era accorto o se lo era dimenticato. Prima che sparissero le parole aveva preso l’abitudine di farsi passare di mente che il mondo non gira sempre a proprio favore, ma ora l’orgoglio mordeva. Dirsi sbagliato rappresentava la conclusione, invece che l’inizio di una considerazione vespertina, da continuare all’alba del nuovo giorno. Spiacente, mormorava il suo ventre, non posso suggerirti più nulla, recati altrove.

Il tizio abbandonò la cella confortevole e ben riscaldata che vide per la prima volta per quello che era. Catapultato nell’aria fredda, sotto un cielo viola, egli agì attraverso le braccia nerborute di un mago sgangherato apparso all’improvviso. Nuotò nel vuoto, tastò il polso del nulla. Diligente come un medico con lo stetoscopio, diede colpetti sulla schiena del niente, cercando materia da estrarvi. Il giorno dopo uscì di casa, facendo tintinnare le chiavi, come se parole fossero uccelli e quello un richiamo. Si sentiva meglio del solito, deciso a continuare un discorso pieno di pensieri rinfocolati come fa il legno sul fuoco. Dalla finestra vide la signora Nesti che preparava la cena. Ella si dava da fare per apparecchiare la tavola: piatti, bicchieri e posate, la gioia se l’era dimenticata nel mobile della sala da pranzo. Ali e lame, cieli screziati di rosa, aria acre, aria fragrante. Ciascuno guarda qualcosa da solo. Solo o sola, ciascuno pensa un pensiero che ripone nel cassetto. Non importa, sembra che dicano. Ė un male la vita che non c’è laddove dovrebbe esserci. Chi non ha bisogno di curare la propria anima da questo male chissà come se la cava. Forse, sogna un dio che accarezzi il mondo. Laggiù, calato in una giacca pesante, un signore porta a spasso il cane. Ė l’ultimo dovere da compiere prima di chiudere la porta di casa ad ogni illusione, sogno, gioia, novità.

 

Manuela Grillo Spina.

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