Diario di bordo.

Notte mia, riposo e tregua. Il mondo è buono, tutti dormono. Nessuno sa se sarà lo stesso, oppure se agli occhi di un viaggiatore apparirà diverso. La luna spalanca lo sguardo su un terrazzo, dove vanno in scena stralci di vita familiare. Un cane accucciato si lecca la zampa. È disinvolto come lo è il suo compagno steso su un fianco, abituati entrambi all’osservatore onnisciente. Il satellite bianco veglia sugli animali. Due gatti di strada bisticciano, chi avrà la meglio? I grembiuli a fiori delle casalinghe, appesi alla sedia, aspettano il turno delle 7,00, quando riprenderanno vita. Saranno indossati distrattamente, per andare in cucina e preparare il caffè. I grembiuli contengono corpi generosi, corpi imbottiti di rabbia e rimpianti, ma i motivi floreali mettono un tappo sugli ultimi e rispecchiano fedelmente i primi. Le auto parcheggiate non fanno paura, né evocano il lento stravaccare nel più volgare consumismo, zeppo di pretese di comodità acquistate a rate come di giorno. Domani, se dovessero non ripartire, verrebbero sostituite da altre più efficienti. Come chi dorme o guarda la tv per consolarsi. Al mattino quasi tutti dimenticano di essere stati buoni. Fanno fatica a tenere a freno la voglia di essere cattivi, la bontà è solo una maschera che si rimettono alla meno peggio, ma non coincide quasi mai con il loro volto.

Qual è il risveglio giusto, nel più giusto dei mondi? La gatta, al suono della sveglia, mi guarda, indicandomi di seguirla: ‘E’ mattino, è mattino’, dice. Non il solito, è il mattino del regno senza parole, dove i gesti rotondi, agitati o goffi, informano tutti della propria presenza. Immersi nella vita che li scompiglia, manifestano una volontà essenziale senza altro fine che esserci. Una signora con il cappellino di paglia cammina per la strada come su un prato. Unico vezzo i lembi del foulard cucito sul cappello. Essi segnalano la presenza di una personalità introversa e complessa, cosa che spesso rivela un lessico espressivo. Le altre donne, ingrassate del ruolo subalterno assegnato loro e mandato giù, le girano intorno come pescecani, ma, diversamente da questi, inseguono una preda per sfogarsi.

La nave procede, inghiottendo le onde a grandi bocconi. Le strade di mare congiungono luoghi lontani. In un tutt’uno con un flutto appare l’arancio di sotto casa, gli odori e gli sguardi volubili della gente che vi abita. Il viaggiatore che le percorre ha imparato a sue spese a conservare la sua identità di nomade per non cedere la bontà della notte al rancore del giorno e poi vederla sbiadire come un sogno dai colori accesi quando le strade d’asfalto subiscono i passi di grossi e implacabili mammiferi. ‘Per non lasciarsi deformare dagli altri, bisogna essere di passaggio’, dice la signora con il cappello, proseguendo la riflessione di una poetessa. Il viaggiatore propriamente detto passa accanto alle vite degli altri, sfiorandole appena, in una giusta distanza, utile a scansare gli acidi corrosivi che sfigurano il viso e l’anima. Egli o ella ama. Di tutti i luoghi cerca lo spirito, supera la scorza, aspetta qualcosa o qualcuno di cui raccontare la storia.

La viaggiatrice che, sbagliandosi, ha vissuto da stanziale, avviluppata tra mille garbugli borghesi, è stata scambiata per un’altra. Le spire della famiglia acquisita l’hanno stretta di giorno con garbo e la notte vomitava diniego tra gli incubi peggiori. A lei le hanno parlato come se fosse un’altra, e i suoi comportamenti non erano più suoi, ma dell’altra. E quando urlavano, lo facevano con quella. La faccia, però, era la sua. Allora, la viaggiatrice ha ripreso le sue cose e ha ricominciato a viaggiare, lasciando per sempre quel manichino di cui aveva malvolentieri fatto le veci. Al gatto e al cane confidò con lo sguardo che nessuno l’avrebbe voluta capire. Era una mal disposizione del genere umano che lei prendeva come un’offesa e su questo non sbagliava. Certo, non poteva considerarsi un complimento. Il cane e il gatto, invece, la capivano, lo testimoniava il fatto che sia l’uno che l’altro, dopo il breve discorso, si accovacciarono per rifletterci su. Le mancava il fiume silenzioso di pensieri originati senza saperlo dall’indefinita sostanza di un fiore. Le mancava l’abilità di sintonizzarsi sulle frequenze della dimensione –telaio, come la chiamava lei. La trama nascosta dei fatti e delle cose che accadono, un’abilità cui era allenata, tant’è che la sentiva prima del rumore che la copre. Dove il dio silenzio si sposa con il suono primordiale del respiro, che sia nell’acqua, nel grembo materno o sulla luna, a fluttuare dentro è un nuovo giorno che sgorga, nel regno senza parole degli animali. Come la notte, che dà riposo e tregua, parole appena concepite crescono dentro. Il guscio mischia albume e tuorlo. Sul corpo spande promesse ristoratrici, humus di parole appena concepite che crescono dentro. Parole volute, parole nuove e urgenti. L’escursione lunare o il fluttuare procurano il ricordo del primo vagito.

Chissà che viaggiatore o viaggiatrice sei tu. Chissà se sei nomade, se ti trovi bene nelle verità indiscusse come nel salotto di casa. Ma se senti l’invito all’ineffabile perché non rinunciare al peso dei rapporti mal raccordati? Nello stesso pianeta, ma al rovescio, invece dell’apparente vuoto dell’aria, c’è materia: l’acqua. Qui movimento e volontà sono misure dello sforzo per raggiungere gli altri. Così, privi della forza di gravità, potremmo afferrare un piede e fare una giravolta che sbotta in una risata. Nel già pieno non c’è l illusione dello spazio da riempire seguendo la mappa invisibile che prescrive la strada per ciascuno accanto ad alcuni a scapito di altri. E’ l’apparente vuoto dell’aria che cela ogni trama e ci illude.

Manuela Grillo Spina.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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