Lo strano caso dell’essere troppo e non abbastanza

Giorgio de Chirico, ‘L’ora inquietante’

‘Sei esagerata’ è stato il rimprovero più frequente, glielo diceva la madre a Giada, con noncuranza sugli effetti, ogni volta che voleva sottolineare l’espressione di un’emozione fuori controllo da parte della sua bambina. Certo, avrebbe potuto essere anche più simpatica, oltre che non esagerata. Per farle capire come la voleva, le regalò un poster con rappresentato un ragazzetto rosso di capelli, lentigginoso, dagli occhioni languidi e ruffiani. Quello era simpatia, così diceva il poster e Giada avrebbe dovuto assomigliargli. Lo guardava con rabbia, era stato messo al centro del corridoio, appeso al muro a mo’ di promemoria. Lo doveva incrociare per forza, perché nel corridoio ci si passa sempre.

In seguito Giada si stancò di persone che mentivano. L’arte di predicare bene e razzolare male non voleva impararla. In definitiva si stancò degli adulti. Forse, giurò a se stessa che non sarebbe mai diventata come loro, che non sarebbe mai cresciuta. Come adesso anche allora le liti familiari particolarmente accese destavano l’attenzione dei vicini. Erano i tempi in cui a chiedere aiuto venivi presa per matta, soprattutto se i tuoi, complici omertosi, ti indicavano come quella che si inventa i drammi. Qualcosa di simile capitò a Giada. Una sera la vicina vide la scena dall’occhiolino. Era una studentessa, di quelle ligie, che non fanno casino tutti i giorni fino alle 3 di notte. Lei rappresentava ciò che Giada desiderava per se stessa: la libertà di pensare alle sue inclinazioni, inoltre aveva una vita più facile rispetto alla sua. Per tutto il tempo che abitò lì, quando si incontravano nell’ascensore, rimasero in silenzio, per ascoltare meglio l’una il cuore dell’altra. 

Di fatti di drammi Giada iniziò a inventarsene. Disse bugie anche a se stessa su quanto fosse lei inadatta al mondo e soprattutto su quanto fosse inadatto il suo sentire il mondo e se stessa. Iniziò inconsapevolmente a mettersi sul banco degli imputati. Così passava scrupolosamente al vaglio i fatti: era vero quello che sentiva lei o la realtà stava da un’altra parte? In questa confusione si perdeva. Avrebbe fatto bene a prendere per buona la visione del mondo materna e, una volta accettata interamente, non se ne sarebbe parlato più. Avrebbe abdicato a se stessa per scongiurare il rischio di sentirsi, allora tutti l’avrebbero approvata. Ma non ci riuscì.

L’informe esuberanza di vita dell’adolescenza andava a braccetto con il troppo sentire, soffrire, amare. Strizzava l’occhio al poco che temeva di essere: poco intelligente, brava, bella, capace. Giada rappresentava il dramma del doppio con abbuffate, seguite da estenuanti lezioni di ginnastica. Controllava il suo peso così come controllava i doppi eccessivi che aveva in sé, affinché rimanessero ciascuno per conto suo e l’uno contro l’altro, separati, divisi. Giada faceva attenzione ad evitare anche il minimo approccio di avvicinamento, il quale, se fosse avvenuto, sarebbe stato il preludio del difficile rapporto con se stessi che prevede accettazione, amore e arresa. Non aveva mai sperimentato la costruzione di una relazione, non aveva mai suscitato vero interesse nell’altro, cioè nei suoi genitori. Lei era al centro del mondo solo in quanto figlia della madre, la quale, nei lunghi anni di pantomima dell’amore materno riuscì a frenare l’impulso sincero, tranne le volte in cui Giada ebbe bisogno di lei e le disse di no. L’amore materno era sbandierato ai quattro venti, assieme alla presunta cattiveria della figlia quando le rispondeva a tono e lei faceva la faccia sconsolata della vittima. 

Le maschere riflettevano non solo la mancanza di amore, ma anche il germe di un odio spietato, senza cuore. Le menzogne nascondevano sentimenti spiacevoli, annidati nel nucleo familiare che dovrebbe proteggerti, dove i legami sono tesi, resi difficili dalle persone che vi partecipano o che rifiutano di partecipare. I genitori avevano una strana repulsione per quella figlia, come se li infastidisse. Agivano razionalmente, sapendo cosa convenisse loro fare, poi lo facevano. Non si preoccupavano di capirla, così come i membri della classe dominante non si curano di ascoltare le minoranze.

Giada avrebbe voluto sapere gli altri come vivevano in Nuova Zelanda, per esempio. Se c’erano gli stessi casi di ossessioni alimentari tra gli adolescenti in Nuova Zelanda, in cui i legami familiari non traboccavano di doveri da assolvere come qui. ‘Magari quelle come me sono dappertutto, siamo persone nate così’, si diceva.

Per descrivere il senso di incompletezza percepito e la smania del vuoto da riempire che ne scaturiva, Giada immaginava di avere dentro una colonna cava e lo confidò alla psicologa, cui la madre la spedì per risolvere il problema. Un Natale regalò un pigiama a quella donna che l’aveva messa al mondo. Sulla maglia era disegnata una mano con l’indice puntato verso la persona che lo indossava: “Tu sei ok”, si leggeva. Si pentì di quel gesto, l’ennesimo, con cui chiedeva indirettamente l’approvazione materna. Si pentì dei rari ‘no’ detti alla sua famiglia.

Giada era preda di raptus, come se qualcuno la controllasse da fuori e si impossessasse della sua volontà, facendole svuotare frigo e credenza. Poi, con la pancia gonfia che tirava, malediceva l’attimo fuori controllo e si dannava praticando attività fisica a rotta di collo, per smaltire tutto ciò che aveva trangugiato. Non era più se stessa in quei momenti, era preda della volontà di qualcun altro cui non poteva resistere. Quando tornava in sé, come fosse il dottor Jekyll, sapeva controllarsi, anzi si controllava parecchio. Benché, a volte, passando accanto ad una pasticceria, le bastava annusare l’odore dei dolci per sentirsi un’invasata. Aveva paura di darlo a vedere, quando mangiava insieme ad altri si sforzava di farlo lentamente affinché non trapelasse neanche lontanamente la bramosia di cibo che sentiva crescere dentro. Il desiderio smodato è giudicato sconveniente, soprattutto per una donna, essendo la bramosia di cibo indice di voluttà incontrollata e incontrollabile. Ai gruppi di autoaiuto le dicevano che la loro era una dipendenza come le altre. Chissà da quali fattori dipendono le dipendenze? Non era importante stabilirlo, l’importante era accettarle e non toccare la sostanza che ti fa scattare il raptus. Giusto, ma ti deve dire bene.  Un eroinomane è considerato feccia dalla società, un cocainomane lo stesso, se non è una star o un personaggio pubblico. I drogati sono persone deboli, non vanno compatiti, se volessero potrebbero smettere e, quando non lo fanno, è giusto che paghino le conseguenze. Il senso comune su queste faccende conta, ma chi s’abbuffa è ridicolo oltre che imperdonabile. Lo salva solo il fatto di non dover avere a che fare con la malavita né temere la polizia, tanto il cibo non è illegale. La gente che s’abbuffa ed espelle l’ingerito in tanto modi si nasconde, ha vergogna come ce l’hanno i drogati e gli alcolisti.  E’ come stare al principio e alla fine dell’esistenza contemporaneamente. E’ sicuramente troppa la vita che esplode tutta insieme al momento della nascita, formando un grumo di voglia e rabbia. Ed è non abbastanza, poiché mancano quei settanta o ottanta anni di vita procapite da vivere.

Giada vive adesso e le piace anche molto. Sente di più le stagioni che si susseguono, il tempo che passa e fa male, ma meno male che non viverlo. Negli anni ha abbassato il volume del frastuono interiore, modulando il rimbombo delle parole e dei gesti altrui, sul quale metro c’era da posizionarsi giorno per giorno per sapere l’indice di gradimento. Lei ora sa che non è facile avere qualche strato di pelle in meno.

Il fatto che ci siano soltanto 24 ore alla volta permette a tutti di ricominciare, a chi ha sempre vinto, come a chi ha sempre fallito. Per questo può svegliarsi e chiedersi come sarebbe il mondo, compresa la Nuova Zelanda, se quelle come lei tenessero per sé le qualità che hanno sempre ceduto agli altri. Anche così si cambia il mondo e si viaggia pure un bel po’.

mgs

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Ho 48 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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