Ti conosco

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Il primo pomeriggio, di un giorno di metà marzo, il sole irrompe esuberante nelle nostre vite, ancora assopite dallo scorso inverno. L’aria è calda. Siccome ho dovuto fare una corsa per prendere l’autobus, provo la stizza degli opportunisti nei confronti del mio giubbino imbottito: buono quando fa freddo, ma noioso se il freddo non c’è più. Salgo sul bus e mi siedo. Dopo un po’ arriva una ragazza con il suo fidanzato e si siede davanti a me. Mi guarda, anzi cerca qualcosa nei miei occhi. Il fidanzato mi siede accanto. Ad occupare i quattro posti ci siamo noi e c’è una signora, che siede vicino alla ragazza. La donna ha circa 70 anni, non ci guarda, o meglio, ci sente, guardando fuori dal finestrino. Il suo atteggiamento suggerisce un carattere contraddistinto da una serietà vaga e mesta al tempo stesso. Mi volto verso di lei infastidita. Smetto quando lo scambio di sguardi prende i toni della polemica. Giunta a destinazione, la signora anziana scende. La osservo dal finestrino togliersi la mascherina e mostrare un sorriso disteso. Mi accorgo che indossa dei jeans e una camicia a fiori, sono un po’ dispiaciuta di non aver conversato in silenzio con lei. Poiché si è liberato il posto, la ragazza fa cenno al fidanzato di spostarsi. Parlano tra loro, ma lei continua a guardarmi con i suoi occhi verdi. Ha 22 o 23 anni. Lui è un broccolo, che si finge sicuro di sé. In realtà, è la compagna a spiegargli il tragitto da fare e i mezzi da prendere.

Ho la sensazione che la giovane vorrebbe dirmi qualcosa. Dal suo sguardo trapela una curiosità non banale, poco incline a porre domande del tipo: dove abiti e quanti anni hai. No, vuole andare alla sostanza, chiedere come ho vissuto in questi 51 anni, chi sono stata e chi sono ora. Intanto un gruppo di liceali prende la scena. Le ragazzine parlano a voce alta, raccontando della verifica di greco. Apprendiamo che una di loro ha ottenuto un buon voto e ora lo dice alla madre per telefono. Si capisce che la donna, dall’altra parte della cornetta, vuole conoscere i risultati di tutti gli altri compagni di classe, per sapere se è stata fatta giustizia. Concetto ripreso più volte anche dalle ragazzine, le quali, leggendo i messaggi dei compagni, gioiscono se Tizio e Caio hanno preso un votaccio. Io e l’altra ci guardiamo e ridiamo. Le ragazzine continuano a chattare e ad esultare per i fallimenti altrui. Sui loro visetti vispi non c’è traccia del passaggio del tempo. Ritengo che questa variante della specie umana sia davvero pericolosa, questo vorrei dire alla mia dirimpettaia, anche per suscitare ilarità, affinché mi consideri spiritosa, oltre che interessante da osservare. Io e lei abbiamo poco in comune, sia per quanto riguarda l’età sia per le fattezze. Escludo un paragone con l’aspetto che ho adesso, parlo di quando avevo la sua età. Eppure mi ha riconosciuta. Sarà per quello che dovrà essere, non per quello che è stata. Forse le rimando la sua immagine tra 30 anni. Scrutando i miei occhi, vorrebbe sapere cosa le accadrà, se sarà felice, quali pensieri le impediranno di dormire e, se ne avrà, di che entità saranno i dispiaceri. In prossimità della fermata il fidanzato allunga il collo, si gira verso di lei e le dice che devono scendere, dando una prova, almeno una, della sicurezza che ha sfoggiato prima. Scendono. Lei si volta per guardarmi, io faccio finta di non aver notato il suo saluto, ma sono compiaciuta. Però, non ho saputo rispondere alle sue domande.

Una volta tornata a casa ho ripassato nella mente la conversazione muta avuta nell’autobus 223, direzione la Giustiniana. Per me oggi è stato un giorno speciale, uno di quei giorni che mi piacciono. Dovrebbe succedere più spesso. Tra poco, invece, passerà la mega domestica e pulirà, senza lasciare traccia del vissuto delle persone che hanno abitato il presente. Lo trasformerà in giorni che si susseguono nel calendario, riportando tutto alla normalità. Il donnone strapperà una pagina perchè sarà passato un mese e così via. Come pulisce una casa, togliendo gli odori, la patina di unto dalla cucina, risultato di pietanze calde preparate con amore, così la mega domestica generale elimina i segni personalissimi del nostro vivere in questo mondo. Lo fa in nome di una norma esemplare che dobbiamo osservare scrupolosamente. Non che una casa sporca sia il riflesso di una vita felice, ma ricordarsi di ciò che eravamo mentre la sporcavamo, questo si che rischia di andare perduto.

Poiché suona falso quel giudizio di valore tarato sull’assenza di ogni macchia e di ogni odore che rileva la presenza umana, ridotta così al rango di fronzolo dell’esistenza di ciascuno. Questa è la risposta. La domanda, invece, rimane vaga, non ben formulata. Al mattino apro il cassetto, in cui trovo le solite cose da mettere per andare a lavoro. Insieme con loro indosso una lingua fatta di convenevoli per dire tutto e niente. In questo tutto e in questo niente si dimentica di respirare. Un bel respiro, di quelli profondi che muovono le fronde degli alberi. In fondo cos’è un respiro? E’ un gesto scontato, semplice. Qualcosa che abbiamo nel cassetto, in un angolo, come una foto in bianco e nero. Un respiro grande è simile a quell’incontro sul bus nel tran tran quotidiano: una risposta chiara a una domanda che si inabissa sul limite della coscienza, come un sole ardente pronto a rinascere.

mgs

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Ho 48 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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