Il grido

Migliaia di occhi si spalancano nella notte. Uomini, destati dal sonno inquieto, per un sogno, un sussulto o un rumore, avvolti dalle coperte e da un senso di smarrimento, si domandano: ‘Dove sono, che ora è?’. Con l’urgenza di recuperare padronanza di sé e un barlume di sicurezza si alzano dal letto e bevono un bicchiere d’acqua. Qualcuno si accende una sigaretta. Quegli occhi storditi e stanchi cedono di nuovo alla tentazione di venire inghiottiti dal sonno, catapultati nell’ignoto. Un bambino invece si alza in piedi e urla reggendosi alle sbarre del suo lettino. Nel cuore della notte lo smarrimento ha molte voci. La più vera è lo strillo del bebè che digrigna i denti e apre i polmoni per gridare a tutto il mondo che è vivo.
Ho sentito in me stessa la stessa prorompente affermazione di esistere e ho visto lo smarrimento improvviso in un bar, negli occhi di un avventore che guardava fuori fissando un punto qualsiasi come a chiedersi dov’è la ragione, cosa c’è là fuori, che ora è, dove sono? E dov’è il grido, l’urlo schiacciato dalle convenzioni dov’è?. Constatando che là fuori non c’è nessun grido, ma soltanto rantolii decisi ad assegnare a cretini di ogni genere ed età il premio dei miserabili, ho deciso di raccontarlo anziché lasciare che venga inghiottito dal nulla.

Ireneo pesa la frutta. Le signore gli porgono grandi bustoni e lui, come chi sa il fatto suo, si destreggia tra arance e mandarini, cavoli e zucchine, ravanelli del colore del il cielo all’alba. Si fa giorno molto presto alla ‘frutteria del proletariato’ nell’Urbe. Per Ireneo precisamente alle 4. Oggi è andato con il padre dai grossisti a caricare la frutta e la verdura che distribuirà nei banchi del negozio. Lì le mele accanto alle pere, là in bella mostra la frutta meno costosa, all’interno i prodotti più pregiati ma più cari. Un angolo è dedicato alla verdura: cavoli, broccoletti, verze, rape. La ‘frutteria del proletariato’, il nome gliel’ha dato il padre perché voleva rievocare una classe sociale che non esiste più. Il brusio emesso a mo’ di tubo di scarico dalle signore al mattino, quelle che si aggirano tra i banchi, si mescola ben presto al rumore del traffico. Dietro al bancone Ireneo è sicuro di sé. É talmente bravo che diresti sia nato per stabilire il peso e il prezzo di mele, arance e zucchine. Invece quel mestiere gli permette di esprimere la sua personalità, oltre che di vivere dignitosamente.

Il bar vicino al negozio ha un’ampia sala in cui Marisa studia e sorseggia una tisana. Ireneo e il barista parlano ad alta voce per farsi sentire da lei. Parlano dell’università e di altro. Regole matematiche, grafici e tabelle sono una vera rivelazione che scappa fuori come un marameo dalla pellicola stesa in funzione coprente, ovvero dall’immagine dell’immagine. Marisa, mentre legge il suo libro, tende l’orecchio ai discorsi dei ragazzi. Non coglie tutte le parole, ma il senso si, così come i pensieri che Ireno coltiva tra sé mentre pesa la frutta e la verdura. Eclettico senza dubbio il ragazzo. Qualche tavolo più in là siedono due ragazze. Marisa ogni tanto tira su la testa dal libro e le osserva. Chissà se la portatrice di unghie finte e che se la tira un bel po’ è una di quelle che agli uomini basta portarle a cena fuori e fargli qualche regalo per assicurarsi il silenzio e l’obbedienza, nonché sesso per gratitudine. Quando vado a cena fuori e paga lui, io non sto zitta, neanche se mi imbavaglia, comunque per ringraziare dico grazie. Anzi senza se, una delle due è una troia socialmente approvata. Marisa ipotizza anche che agli occhi di alcuni uomini lei risulti davvero insopportabile. Poi, ripescando negli ultimi eventi accaduti, conferma la sua ipotesi. In ogni modo le ragazze se ne vanno, anonime come sono venute e di loro non è dato sapere nulla. E ciò, sulla base di quanto appena detto, non la stupisce affatto.

‘Due chili di mele. Dove le ha prese, nel banco a 0,99 centesimi al chilo?’, Ireneo scandisce le parole e la signora annuisce, segue con lo sguardo tutti i suoi gesti: lui che afferra la busta, la poggia sulla bilancia, digita un numero sui tasti e visualizza il peso e il prezzo. Quanta sicurezza le ispira, sembra un film. Le altre in fila sono estasiate anch’esse da quel modo di fare, si riposano l’animo come quando vanno in chiesa e il prete dice l’omelia rischiarato da luci celestiali come fosse un santo. Quelle donne se li immaginano gli angeli che scendono dal soffitto. Nel coro di creature alate, per un attimo, il mondo è come dovrebbe essere e la speranza si presenta in forma umana. Il silenzio assoluto si espande creando cerchi concentrici nell’acqua e un tempo diverso da quello lineare, in cui sembra che accadrà qualcosa di speciale ma non sai cosa. Lo stesso è svegliarsi di notte nella totale assenza di rumori ascoltando solo la voce di dentro.

La chiesa e la frutteria sono luoghi di culto, rifugi per anime assetate e occhi voraci di fiducia. Comunque, Ireneo non sa niente del suo ruolo demiurgico e, dall’altra parte del bancone, si immagina assi cartesiani che delimitano il flusso di gente in coda alla cassa, grafici e istogramma volti a rappresentare la quasi imponderabile scelta di distribuirsi tutti in una fila. Ormai può cronometrare il tempo impiegato dalle persone nel disporsi in code uguali. Infatti, in principio, per il timore di passare avanti agli altri, formano file sbilenche. Tutto ciò Ireneo lo sa e non si stupisce più. Dopotutto, sia lui che gli avventori nella parte opposta del bancone, figurano un ordine superiore, perfetto. Conta l’illusione prêt-à-porter di un’armonia divina che sovrasti il caos, come un tappeto che si srotola in aria, una scala per andare oltre le nuvole. La ricerca è ricerca del significato. In questo quadretto idilliaco ogni individuo, animale, pianta ha il suo posto, così come gli eventi che non sono né belli né brutti. Ireneo, però, mica ricerca un riempitivo, anzi, data per scontata la fissità e la completezza di questo ordine superiore, sa che a lui sarebbe sempre mancato qualcosa in quanto finito ed eterno non è. Perciò i nuovi elementi sgorgati di getto come l’urlo del bebé che dimostra di esserci, avrebbero avuto un’adeguata collocazione nel quadro idilliaco solo molto dopo. Su questa considerazione tira un sospiro, solleva l’ennesima sporta e si acquieta il cuore.

Il giovane Ireneo e l’amico barista suonano nella rock-band denominata: ‘Gli sfollati’. Marisa tende l’orecchio con maggior attenzione, per far capire ai ragazzi che li sta ascoltando. ‘Venerdì suoneremo al campo rom al La Rustica’, Ireneo pronuncia questa frase con grande enfasi. Girolamo, l’amico barista, lo guarda e non capisce. Marisa capisce e coglie al volo l’occasione per intervenire: ‘Mi piacerebbe assistere alla vostra esibizione, adoro la musica rock e gli zingari mi sono simpatici. Avete deciso il repertorio?’. ‘I Queen e qualche brano a richiesta’, risponde Girolamo perché Ireneo è troppo su di giri. Il fatto degno di essere menzionato è che questo evento canoro era stato programmato dal comitato di quartiere, quindi favorito dalle istituzioni comunali, i quali si rivolsero per tempo a ‘Gli sfollati’ perché le altre band non volevano suonare in un campo rom. Certo, non lo dissero esplicitamente, ma ognuna inventò degli impegni improrogabili per non farlo.’Gli sfollati’ invece avevano delle affinità con gli zingari per via del nome e per altre ragioni.

Questa sera di inverno è speciale, piena di stelle, di quelle sere che vorresti non finissero mai e ti godi appieno ogni istante. Se alzi la testa ti accorgi che il mondo è grande. Nel campo ci sono tavole imbandite e fiori. C’è un grande falò a illuminare la notte con crepitii che vanno fino in cielo. Marisa vive in un desiderio, i ragazzi della band suonano. Le nuove generazioni dei rom cantano i brani più famosi dei Queen. Ballano tutti, rom e non rom, insieme. Alle due di notte la musica lascia il posto all’aria fredda. Ireneo, guardando il fuoco affievolirsi, infiamma le corde vocali di sentimento e canta in modo che un altro fuoco ad alta intensità riscaldi gli animi.
Ore 5 del mattino, la strada del ritorno a casa. Ireneo e Girolamo sembrano due lampadine fluorescenti tanta è l’energia che hanno dentro. Guidano in stato di allegria senza aver assunto sostanze stupefacenti. Dopo aver percorso circa 1 chilometro nella sperduta campagna ai bordi della capitale incontrano Marisa che si sbraccia per chiedere aiuto, dice anche qualche parolaccia, ma senza rabbia. Però, se avesse i razzi li lancerebbe in aria. La sua automobile ha una gomma bucata. I ragazzi armeggiano nel porta bagagli e tirano fuori la ruota di scorta. Marisa supervisiona e offre sostegno morale ché di sostituzioni e ruote ne sa molto meno di loro.
‘Questa notte è proprio blu e tutte queste stelle le ho sognate, ieri. Sì, credo di sì, era ieri…’ Marisa, Ireneo, Girolamo rapiti dallo stesso sogno. Le parole incantate riecheggiano dentro e, all’improvviso, attirati dal vociare incombente si voltano. All’orizzonte, vedono profilarsi schiere di zingari che trascinano carrelli della spesa e brandiscono ferri come scettri. É l’alba di un sabato, ma i rom non fanno la settimana corta, anzi nel week end lavorano di più perché di mondezza ce ne è a bizzeffe. A fianco corrono branchi di cani randagi. Marisa, Ireneo e Girolamo corrono sulla scia dei cani e degli zingari, attratti dal luccichio della brina nei prati, lasciando la macchina aperta. Alle 8 del mattino, con il naso che cola e la faccia rossa, destati da un sogno, tornano e trovano i loro genitori accanto alla vettura, i quali strizzano gli occhi non tanto per mettere a fuoco la prole quanto per pescare il ricordo di quella notte in cui anche loro si erano abbandonati a correre con i cani randagi, amare gli zingari, attratti dal luccichio dei brillanti di brina nell’erba. Poi nulla dicono ai figli, solo gli sorridono. Domani saranno di più a sentire il grido.

Manuela

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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