Tutta un’altra connessione

Al mattino mi alzo e so che devo andare da qualche parte, non proprio correndo. Benché le differenze tra Roma e la Savana siano minime, soprattutto nel periodo estivo, qui non ci sono i leoni. Comunque, devo agire, c’è solo da decidere in quale direzione. Penso alla traiettoria dell’’elettrone, che ho compreso in questo modo: se lo vedo muoversi, c’è la luce che interferisce sulla traiettoria. Se non c’è la luce, non vedo l’elettrone. Io mi identifico nelle particelle, qualcuno o qualcosa interferisce nel determinare la mia direzione. Se mi rivedessi in un tutto, avrei un ‘centro di gravità permanente’ e cadrei sempre a piombo, come la mela. Rimarrei ben salda nelle mie convinzioni, non mi lascerei condizionare da nessuno, né dagli eventi. Ma la scelta spetta a me, che sono più particella o più mela? Sono l’infinitesima parte del tutto o il tutto?

Le domande poste alle particelle e a noi umani presentano delle somiglianze. Cosa ci muove, quanta spinta abbiamo e dove andiamo? In base all’esperienza dell’elettrone, non si possono sapere tutte e due le cose, ne so una o ne so un’altra. E’ anche vero che, se salto, poi ricado a terra, quindi la legge di gravità vale anche per me. Secondo un modo di pensare ci sarebbero diverse scelte possibili, secondo l’altro una sola.

Metto tra parentesi l’enigma e cerco un divano non standard. Dice, che centra? Niente, non c’è nessuna consequenzialità, è solo che le incombenze offuscano sovente i grandi quesiti. Dunque, nella stringa del motore di ricerca scrivo le dimensioni, ma non trovo il divano. Invece, se scrivo il colore, tipo “divano bianco e nero”, trovo il link e visualizzo il divano, proprio quello che volevo. L’algoritmo mi aiuta, lui c’è. Io trovo tutto e il gioco è fatto. Magari ci fosse sempre il santo algoritmo, mi dico, alzando gli occhi al cielo. Subito s’insinua un dubbio. Infatti, le dimensioni sono la caratteristica principale degli oggetti, la tonalità gliela dà la presenza di qualcuno che li definisce. Cioè, il divano non si pensa come bianco e nero, più che altro come un 100x170cm. E’ così che cadono gli dèi, in questo caso l’algoritmo.

Succede spesso di perdersi negli ingranaggi dei motori di ricerca. Nel web prevale una visione troppo autoreferenziale, che pone al centro l’individuo e non il mondo circostante in cui vive e con cui si rapporta. Mi perdo in un labirinto di sensi unici, in cui è difficile scegliere la direzione da prendere. Solitudine e smarrimento si intrecciano alla sensazione di essere su un pianeta deserto. Insomma, mi serve una guida, altrimenti rimango imprigionata nel paese dei balocchi, incastonato in un eterno presente.

Mentre aspetto l’autobus per andare al lavoro, mi chiedo che tipo di rapporto esista tra il mondo reale e quello virtuale. Oggi tutto appare interamente accessibile, scaricato in download e apparecchiato per i nostri appetiti. La mia è una vita, in mezzo ad altre 8 miliardi di vite. Si tratta di un organismo enorme, in cui ciascuno ha un po’ dell’altro. Per rendere l’idea, una persona pratica farebbe una bella rappresentazione grafica di intersezioni di insiemi. Vogliamo muoverci, scegliere da che parte andare. Ci mancano le risposte, spesso, le domande, soprattutto quelle giuste. Che tipo di connessione ci serve? E’ arrivato il momento di trovare le risposte e/o le domande.

‘Arriverà’, ripetiamo riferendoci al bus. Lo diciamo noi, cioè il gruppetto svantaggiato e in balìa degli eventi e recitiamo il mantra. Attesa 10 minuti, è il pronostico emesso dalle divine app. Loro ci offrono la possibilità di aspettare qualcosa: il bus, una risposta o altro, dicendo quando arriverà.

La giornata è bella, il che rende l’attesa più sopportabile. Da lontano arriva una musica trasportata dal vento. All’improvviso una nota suonata da una chitarra e tutto va a posto, la mia vita è magicamente ordinata, concentrata e raccolta in un sacchetto di bilie. Finalmente, penso, ce l’ho in pugno. Mi sento libera, perché sono ritornata in me. Sbatacchiarmi di qua e di là ha agito come una strana forza centrifuga, portandomi lontana dal centro, che sono io. Il sole mi splende sulla faccia. Guardo l’albero di mimosa. Il rametto sul tavolo di casa richiama l’immagine originale, ciò che affascina è la nostalgia che ha dell’insieme. Lui fa la sua parte, ma allude alla pianta, così come i pensieri più grandi del trambusto quotidiano sconfinano dal contingente, unendosi ai pezzi sparsi di tutta una vita. Similmente le giornate austere s’ammorbidiscono al profumo degli alberi in fiore e sembra che volino alto assieme agli uccelli. Il mio stato d’animo assorbe il verso di una poesia, anch’io posso affermare di contenere moltitudini. Non vedevo l’ora di poterlo fare. Sì, contengo uno squarcio di cielo, le onde del mare, le montagne e le nuvole sparse e poi le piazze del centro al sole del mattino, un parco di quartiere nel sonnolento pomeriggio estivo. Sono vasta, voglio contenere quante più albe e tramonti io riesca ad osservare, per fare in modo che il mondo circostante mi abiti, oltre ad abitarlo.

Intanto ho preso l’autobus. Scorgo al volo la fermata in cui devo scendere, perché leggendo mi sono distratta: partecipavo alla battaglia di Alamo ed ora sono a piazza dei Giuochi Delfici. Il salto spazio-temporale è notevole, eppure sento di avere posto in un mondo pienissimo, con la mia faccia, che è sempre la stessa, ma cambia al passare del tempo. Mi faccio trovare, per mezzo di una connessione speciale. Se la persona pratica farebbe una bella ma fredda rappresentazione grafica, il poeta, invece, scatterebbe un selfie di gruppo da mettere nell’album, per starci tutti e 8 miliardi.

Quando il sacchetto si romperà e sembrerà che la vita mi sia sfuggita dalle mani, mi aiuterà qualcun altro. Le bilie saranno sparse alla rinfusa, i momenti perderanno l’ordine ritrovato. Allora la super connessione mi consentirà di trovare anche quello che vorrei vedere e non vedo: un’attesa senza speranza, l’esistenza a pelo d’acqua senza leggerezza. Quando tutto sarà immobile, rimarrò perché sfinita, ad aspettare. Sarò priva della forza per muovermi e preda di una gravità pesante. Il selfie non servirà, perché, quando uno perde il bandolo della matassa, non sa di averlo perso. Ci vuole lo sguardo di qualcun altro. Per vedersi, lo smarrimento come l’armonia dovrebbero essere il focus di altri.

Quando i rari momenti di grazia si mescoleranno al caos, accetterò lo smarrimento e il vuoto di senso come il dolore delle ossa, facendo mie queste sensazioni, cosicché il caos diventerà ordine. Già mi intenerisco a vedermi danzare tra ironia e amarezza, come Vladimiro ed Estragone. Ora sono parte del gruppo delle anime belle, poi sarò parte del gruppo delle anime belle e clownesche. Loro arrivano, portati dalla connessione di base, quella che serve.

mgs

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Ho 48 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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