Storia di un abbandono.

albero-della-vita-di-klimtQuel tipo col ventre tondo come un cocomero vanta uno sguardo ottimista. Il suo è uno sguardo venato d’allegria, che nasconde nella sua pancia, evitando l’esilio o la deportazione, per non conformità alle regole del sistema. A detta di molti non esiste un racconto ufficiale dei deportati. Nessuno ha mai raccontato il luogo dove essi sono rinchiusi. Nessuno. Ma, di questo non v’è certezza. Infatti, siamo sicuri che proprio nessuno abbia parlato o provato a raccontare di quel luogo? Poi, se qualcuno è ritornato, che ne è di lui o di lei? Dove conducono i dissidenti nell’epoca dei non luoghi? Sono davvero dei posti orribili quelli lì? Qualcuno ha sollevato un dubbio circa il silenzio dei deportati: sembra che non stiano zitti per niente, al contrario essi parlano e parecchio, ma non vengono capiti. Dunque, è come se stessero zitti. Uno stratagemma sottile ma efficace da parte del sistema, non c’è che dire. Il muro di incomprensione che cinge gli individui è più solido di una fortezza e svolge la funzione antisociale di cella di isolamento. Ė confortevole e ben riscaldato, mima il ventre materno come uno spot pubblicitario, perciò, mai nessuno tenterà la fuga. Nessuno. Da parte sua la non nata allegria pigia il ventre, scalcia per venire alla luce.

Le strade cittadine sono monitorate da fasci di luci che provengono dai negozi, altrove c’è il deserto. Ė il benessere dietro cui si nasconde il controllo vigile del comando. Gli organi vitali dei corpi dei ricchi obbedienti fanno affidamento sugli organi dei corpi dei poveri ignari. Il cuore è artificiale quasi per tutti, l’ideale del comando è agire su quello. Nei centri abitati c’è un gran via vai. Le costosissime utilitarie corrono a destra e a sinistra, ma non si sa per andare dove, l’importante è che questo andare a velocità sostenuta susciti a chi le guida la sensazione di essere padrone della propria vita. La gente lavora, ma nemmeno su questo ci si capisce molto. Di fuori impera il silenzio. Ė un silenzio molto forte, coperto a malapena dal chiacchiericcio inutile. Nel fine settimana continua la mascherata familiare, intrisa di sottolineature sui cognomi e sui legami di sangue, ovvero bande di famiglie fameliche invadono i centri commerciali per sfamare con amore i figli, i quali, da grandi, non sapranno che avevano bisogno d’amore, non di cibo. Alle ragazze danno da mangiare in modo diverso dai ragazzi. La razione quotidiana di una vacca o di una gallina compensa il disturbo arrecato per il fatto che ormai sono venute al mondo e non possono più ignorarlo. Gli adulti sopra i 30 e sotto i 60 vogliono quasi tutti un mondo migliore, ma, chissà perché, il mondo rimane quello che è. Di solito nessuno coglie i fragorosi rumori di fondo, su tutto cala una falsa quiete, come neve sintetica, che insonorizza i corpi dalla realtà. Di giorno i deportati ignari sono condotti nel ghetto dell’immaginario di riferimento, somministrato alla popolazione a piccole dosi. Lì rimangono imbrigliati tra sbarre invisibili. I funzionari del sistema sostituiscono la loro identità con una che gli forniscono all’occorrenza. Al tipo dal ventre tondo stava stretto l’obbligo dell’identico, gli stava stretto come un vestito che tira sulla pancia: la protuberanza morbida con cui fendeva l’aria, imprimendo una forma al vuoto. Il nulla intorno a cui costruiscono città, ponti e strade. Civiltà con l’ossessione dell’eternità, la crosta di quel vuoto su cui tutto gira, non penetra, ma scivola e, nel migliore dei casi, pesa.

Un giorno qualsiasi il tipo dalla pancia tonda si accorse che erano sparite le parole con cui diceva le cose. Le cercò dappertutto, nel caso le avesse perse strada facendo. Si stava rendendo conto che la mano di un dio non ha mai accarezzato il mondo, che il mondo non suscitava l’amore di un dio. Erano le cose ad aver perso la capacità di evocare degli accordi armoniosi, oppure il fraseggio s’era impoverito a causa di una falla che stava chissà dove. Separate dalle cose che dicono, le parole non servono più, pensava. Al loro posto solo vocaboli a scadenza che vanno bene oggi, ma domani no. Domani non indica il futuro, bensì una lattina di eterno presente, da consumare entro le 24 ore.

Il tizio dal ventre tondo sognò la restituzione delle parole sottratte. Ripercorse gli ultimi tempi della sua vita. Come fosse una barca perlustrò il suo essere. Forse, le parole uscivano dall’ombelico, l’unico punto di contatto con il mondo esterno, di sovente rimirato dal medesimo tipo, custode geloso dei suoi pensieri. L’accordo tra le parole e le cose produceva una musica stridente, caotica, che spezzava le parole come fossero ramoscelli. Era sempre musica, ma non si raccapezzava sul senso. Allora, esplorò l’apparato uditivo. Si sentì improvvisamente molto deluso, nessuno dei suoi sogni s’era avverato. Prima di allora o non se ne era accorto o se lo era dimenticato. Prima che sparissero le parole aveva preso l’abitudine di farsi passare di mente che il mondo non gira sempre a proprio favore, ma ora l’orgoglio mordeva. Dirsi sbagliato rappresentava la conclusione, invece che l’inizio di una considerazione vespertina, da continuare all’alba del nuovo giorno. Spiacente, mormorava il suo ventre, non posso suggerirti più nulla, recati altrove.

Il tizio abbandonò la cella confortevole e ben riscaldata che vide per la prima volta per quello che era. Catapultato nell’aria fredda, sotto un cielo viola, egli agì attraverso le braccia nerborute di un mago sgangherato apparso all’improvviso. Nuotò nel vuoto, tastò il polso del nulla. Diligente come un medico con lo stetoscopio, diede colpetti sulla schiena del niente, cercando materia da estrarvi. Il giorno dopo uscì di casa, facendo tintinnare le chiavi, come se parole fossero uccelli e quello un richiamo. Si sentiva meglio del solito, deciso a continuare un discorso pieno di pensieri rinfocolati come fa il legno sul fuoco. Dalla finestra vide la signora Nesti che preparava la cena. Ella si dava da fare per apparecchiare la tavola: piatti, bicchieri e posate, la gioia se l’era dimenticata nel mobile della sala da pranzo. Ali e lame, cieli screziati di rosa, aria acre, aria fragrante. Ciascuno guarda qualcosa da solo. Solo o sola, ciascuno pensa un pensiero che ripone nel cassetto. Non importa, sembra che dicano. Ė un male la vita che non c’è laddove dovrebbe esserci. Chi non ha bisogno di curare la propria anima da questo male chissà come se la cava. Forse, sogna un dio che accarezzi il mondo. Laggiù, calato in una giacca pesante, un signore porta a spasso il cane. Ė l’ultimo dovere da compiere prima di chiudere la porta di casa ad ogni illusione, sogno, gioia, novità.

 

Manuela Grillo Spina.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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