Il collare a sonagli.

img_02812Incertezza. Quando ti trovi in bilico tra l’andare e il restare. Odiare o continuare ad amare. Odiare è sbrigativo, continuare ad amare potrebbe essere un errore e tu potresti cadere preda di un’illusione. L’Io ti sfotterebbe e non te la farebbe passare liscia. L’odio costa troppo in termini di energia. Ti volti, dovrà pur esserci un reale, piacevole o spiacevole, noioso o pieno di brio, ma reale.

Alle ore 17,02 del 7 settembre 2016, la Signora Grillo si presenta in questo Commissariato per denunciare l’accaduto. Dopo generosi sforzi e dosi massicce di entusiasmo, la querelante dichiara di essere stanca, dunque, l’edificio umano, costruito in 44 anni, chiede si indaghi meglio sul fatto, con un’avvertenza circa l’astenersi dallo scrivere se si è arrabbiati.

‘Scusate’, interviene l’ispettrice, ‘a scrivere sono io’.

‘Appunto’, risponde l’edificio umano. L’ispettrice si rabbuia, ma continua rabbuiata com’è nell’elenco delle cose da fare. ‘Per prima cosa dobbiamo cercare le cause di un stato d’animo definibile arrabbiato/disilluso’. Nei passi successivi l’indagine si sposta sulle complicità, reali o supposte.

‘Allora, vorresti chiamare realtà qualcos’altro che questo’, continua l’ispettrice nel pieno delle sue facoltà. Una voce melodiosa scende dall’alto, come un coro di angeli dalla cupola di una chiesa: ‘Si prega di scegliere una risposta reale e non una supposta’. A seguire uno scroscio di risate e applausi finti. ‘Bastaaaaa’, urla l’ispettrice. ‘Quando un ufficiale di pubblica sicurezza intima l’alt ti devi fermare, risponde scioccamente la voce angelica. ‘Certe voci fuori campo sono disperanti’, pensa tra sé.

‘Ricominciamo, voglio capire’, fa l’ispettrice, ‘a parer tuo di fuori c’è un pericolo’.

‘Mah! Direi uno strano oggetto. Mi par di vedere una struttura a nido d’ape, illuminata da luci calde. Nell’interno dei loculi inutilmente operosi…’

Una musica precede lo spot che pubblicizza case gradevoli, box, fiori sui balconi dove nulla manca tutto manca e l’immagine di una donna con un cerotto sulla bocca. Lo spot consiglia: ‘Comprate contenitori di vuoto per solitudine di coppia.’ Che storia è questa’, urla l’ispettrice, ‘siamo in un Commissariato, mica ai grandi magazzini.’ Ok, puoi scegliere l’opzione ‘salta annuncio’ e la querelante ci clicca su.

‘A volte io e mio marito andiamo fuori strada anche a piedi’, spiega la querelante, ‘forse perché non leggiamo bene i cartelli, e ci troviamo a fare altro da noi’. La querelante prende tempo. ‘Portiamo a spasso una roba tenera da difendere indossando brutte corazze che non siamo noi. Impossibilitati a dirci le cose, eccetto sporadici vagiti, diventiamo inafferrabili come l’autenticità. Ridotti così, facciamo il verso delle maschere infelici che conosciamo. I denti stridono, l’umore della bocca scioglie le parole rimaste tra i denti: ‘Siamo vasi di vetro pieni di pesci, fiori, denti aguzzi e pezzi di carne strappata, spappolata e sanguinante, teschi e corone, lettere perdute. Delle molte vite che abbiamo vissuto e viviamo puoi vederne il tutto o una parte’.

‘Un attimo di silenzio, prego, decidete in fretta’, fa una voce dall’altoparlante. Ė un altro fuori campo, stile annunci del personale al supermarket. Querelante e ispettrice si guardano sbalordite. ‘Il tutto, voglio vedere il tutto’, è la volontà della querelante. ‘Il tutto? Ok’, rispondono dall’alto. All’improvviso appare un mago specializzato a sistemare il tutto caotico, infatti sulla maglia ha una scritta: Associazione Universale Maghi, per comodità abbreviata AUM, con tanto di indirizzo e recapito telefonico. Il mago agita la bacchetta d’ordinanza, ingrandisce i vasi e schiera i fiori, le lettere e le corone da una parte, il resto dall’altra, per fare spazio.  ‘Che orrore!’, esclama all’improvviso una voce giovane e impaziente. La  parola è pronunciata dalla civetta-maga dell’Associazione particolare maghi e streghe di tutti i tempi. Nessun acronimo, soltanto sul gilè ha impressa la ragione sociale, un milione di indirizzi dei distretti e un’infinità di recapiti telefonici. ‘Dovete ascoltare me’, strilla il mago. ‘No, dovete ascoltare me’, risponde la civetta, sbattendo le ali con stizza. Allora, innanzitutto occorre individuare la prospettiva da cui osservare i fatti. La soluzione proposta dai rappresentanti delle due opposte fazioni di maghi è questa: iniziare dall’associazione particolare maghi e streghe fino all’universale (sul fatto di considerare universalmente l’esistenza dei due sessi si sono messi d’accordo quasi subito). Gran parte della società civile dell’occulto è d’accordo su una cosa, cioè con la massima urgenza occorre far tintinnare più spesso il collare a sonagli che portano al collo quelli lì. ‘Li vedremo scuotere il capo per togliere l’onta’, dice la civetta ironica ed eccitata dell’afflato. ‘La vergogna di essere schiavi di passioni divoranti… Ah, ah, (come fanno loro su quel coso)’, conclude il mago pasticcione con le mani a imbuto davanti alla faccia.

Passioni umane, passioni che non servono a niente, passioni libere, passioni e basta, questa è la ragion d’essere. Invece di essere schiavi dei doveri, quel campanello ricorda loro i desideri non realizzati. A volte eterni, morti, accasciati nella sfera del probabile. A volte finiti, consumati, da non consumare quell’anima che innervano di energia. I desideri frustano come fulmini, segnano gli occhi durante la tregua dell’alba.

‘Cosa vuoi da me?’, chiede la querelante all’ispettrice.

‘Mi hai chiamata tu’, risponde lei. L’ispettrice la guarda dolcemente negli occhi. ‘Io sono un parto della tua gabbia, tu non mi vuoi in questa veste e io me ne andrò’, sussurra di nuovo l’ispettrice. ‘Ma tornerò in un’altra veste, tornerò volentieri se vorrai rovesciare il mondo e frugare in fondo alla scatola per trovarci la verità’. La libertà è una parola sgualcita dai discorsi dei partiti politici, dagli spot e dal prete di un paese dove c’è tutto tranne la libertà. Libertà, verità, parole cercate con cura, come chi avvicina a sé una stoffa nuova, per vedere se s’intona bene alla propria vita. Parole che corrispondono alle azioni, scorrono in alto e in basso intorno al vuoto, come l’aria di un pomeriggio qualsiasi, quando non hai più da fare, mentre sopraggiunge l’assenza di qualcosa che non ti va di cercare. Allora l’ascolti. Forse ti manchi, l’assenza è la tua, che ancora vorresti fuggire dal contrario, dallo stare non appagante, da te che non hai nulla tra le mani che ti consoli. Allora, ascolti  la mancanza e ti chiami per occuparla. La vita, all’improvviso, spalanca le porte, s’infila nelle stanze a lungo sbarrate e un fremito di gioia le pervade. Con permesso, mi presento, questa sono io. L’edificio umano osserva cautamente, seduto al centro della stanza.

Manuela Grillo Spina.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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