We are open.

openbis1L’idea le venne così. Il cuore la pompò in superficie a velocità massima, come la prima pagina del quotidiano che frulla nelle scene dei vecchi film. Notizia sensazionale: Elisa  nasconde le buste gialle, quelle dell’indifferenziata. In effetti, no, non voleva dargliele, voleva che andasse a chiederle nei negozi del posto, poiché ognuno ha o dovrebbe avere il suo in questo mondo. Lo smaltimento dell’immondizia è un ottimo indicatore dei loschi traffici che si svolgono nelle case. Abbiamo fatto passi da giganti, siamo andati nello spazio, abbiamo quasi scoperto cos’è la materia oscura, ma non sappiamo ancora cosa succede lì dentro. Ci servono i rifiuti. I rifiuti sono fatti concreti, stanno dove sta chi li produce, non possono essere trasferiti o nascosti. I panni stesi sono una metafora e nient’altro che quella, consentono delle imprecise approssimazioni alla realtà, sono soggetti a strumentalizzazioni di gente dappoco, poiché ognuno può vederci quello che vuole, come in genere accade. ‘Guarda ha steso i panni’, dicevano le pettegole del paese quando non avevano informazioni sufficienti sul conto di qualcuno. Allora, su quel tale gli ricamavano addosso il vestito peggiore, uno di quei vestiti che avrebbero potuto indossare loro, per intenderci. Nella vita può capitare tale sventura, che poi passa come cambia il vento, ma prima di allora qualsiasi gesto, anche il più insospettabile, assume un significato che tu non gli hai dato o sarà riferito a qualcuno cui non hai nemmeno pensato. Elisa aveva escogitato una strategia d’emergenza, in risposta a un piano messo in opera a sua insaputa, il che significava partecipare al gioco rimettendo in discussione le regole. Così l’immondizia con il suo peso e il suo fetore indicava il qui ed ora di qualsiasi tal de’ tali. Era solo un inizio, ma ciò bastava. Poteva varcare la soglia ed entrare nella dimensione esoterica spargendo nell’aria un olezzo inconfondibile.

‘Quante ne vuoi di indifferenziate, due? Dove abiti? Allora conosci i Ribelloni’, domande del genere le cadevano addosso come chance. A qualcuno sarebbero sembrate irriverenti, moleste. Ad altri una questione di potere. Valka voleva il poter forgiare il volto della realtà che più le garbava. Non importava se non era la verità. ‘Sì, lavoro da quelli’, e proseguiva elogiando le qualità di lui, al contempo atterrando lei, che nessuno conosceva bene, quindi poteva dire quello che le veniva in mente. La gente di malaffare non ha tempo per la poesia, ma soprattutto non si limita al pettegolezzo se non può siringarlo di imbroglio. Per raccapezzarsi e dipanare la matassa tessuta da creature orrende, occorreva una spiegazione diversa dal luogo comune o dalla metafora.

L’aveva presa sul serio la questione, preoccupata com’era dal repentino sit-down che avevano imposto alla sua vita. ‘Le presenze occulte agiscono all’insaputa di Elisa e, ovviamente, contro il suo benessere’, affermavano le voci più informate. Effettivamente la donna si sentiva risucchiata in un mondo piccolo piccolo, circondato da un’atmosfera cupa che l’avvolgeva come le spire di un serpente. Di primo acchito il passante non ci fa caso, ma, chi si trattiene per qualche tempo, non può non notare che anche i fiori colorati sui davanzali mostrano una bellezza incerta, come se, tutto a un tratto, dovessero appassire, complici di un mutamento generale tendente al tetro, che rende inquietante il soggiorno in quel luogo. I più saggi sostenevano che l’incertezza era una caratteristica dei proprietari dei fiori, i quali non capivano la bellezza, nonostante ciò li volevano sui balconi come simbolo della grazia che gli stessi proprietari non avevano. Case curate, muri contenenti esondazioni di paure e rancori. Vi erano strade senza storia, senza nessuno che le percorresse, condannate a non dire nulla. Come un ubriaco che biascica, languivano di parole dette nel tentativo di spiegare le cose. Tutti erano senza entusiasmo e non sentivano il desiderio di dare un significato al mondo. Forse Elisa non aveva capito. Così le suggerivano quegli sguardi insidiosi. I discorsi che ascoltava erano a volte laconici, a volte prolissi e noiosi, spesso una lettura ne conteneva un’altra. Come matrioska, le parole contenevano sciocchi doppi sensi, che Elisa non voleva andare a cercare. Era come vedere malvolentieri una brutta telenovela, ammesso che ce ne siano di belle. Infatti, non li avrebbe cercati neanche adesso, se non fosse stato per quell’evento. Un giorno, mentre tornava a casa, trovò una sua borsa sul ciglio della strada. Non era sicura fosse la sua, dunque, scese dalla macchina per accertarsene. Quando l’aprì provò un senso di stupore e disgusto trovando al suo interno la macchina fotografica che il compagno aveva cercato invano nei giorni precedenti.  Lui la guardò ferito e disorientato. Sapeva che Elisa non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Infatti, non era stata Elisa, ce l’aveva messa Valka per incastrarla, ma, a causa di quella maledetta bolla di sapone che avvolgeva la realtà, la versione ufficiale sarebbe stata quella di uno scandalo a casa Ribelloni. Nelle persone del luogo abitava una sorta di timore a scoppiare la bolla per far entrare nuove prospettive sul mondo e su se stesse. Anche la persona più squallida poteva credersi una regina, era sufficiente che la sua versione falsa fosse anche rassicurante. Così, per colpa di quella coltre impenetrabile, svanì la tenacia con cui ci si schierava sempre dalla parte del giusto colpito dal prepotente, svanì l’amicizia delle compagnie e l’amore. Era chiaro che quel sit-down doveva finire.

Nei giorni seguenti al ritrovamento pilotato della finta refurtiva Elisa fu molto delusa dell’umanità intera. ‘Non è nulla’, diceva Giuseppe, ‘sappiamo chi è stato, Valka l’ha fatto per incastrarti’. Incastrare, stringere, comprimere, atti compiuti da entità nascoste, come gli occhi che spiano dietro le persiane. Rulli compressori, braccia armate del senso di vuoto diffuso che prende vari nomi. Stavolta la funzionaria Valka voleva stringere Elisa all’angolo, per farla perdere, soffrire, rinunciare a qualcosa che amava. Non è il mistero, ma è la realtà che non vuole essere raccontata. Essa s’acquatta nei giacconi, nelle maglie, dentro i petti. Non ci sono orecchie disposte ad ascoltare, la famiglia è come una gabbia di doveri ed egoismi, la madre una succhia sangue: il suo lato B è l’amore a strozzo, quello che riprende dopo aver dato. Gente malmessa ti cammina accanto, rantola come zombie, ma mostra il lato A di normalità. Tutto di nuovo confluisce in una vertigine di senso. Bassezze, cattiverie gratuite, pettegolezzi e invidie. Ma la luna si vede bene dappertutto, quando è piena il cielo è blu, lucido, come un vetro intarsiato di stelle. Lo spicchio di luna che ispira i poeti confina con quello degli assassini, ma non è lo stesso. Elisa pensava da poeta. Sentiva l’ingordigia dei vampiri che s’avventano famelici sui versi e sui sogni come fossero bastoncini per il fuoco. I versi dei poeti non ancora convinti di esserlo bruciano meglio. Avidi di vita, condannati alle tenebre, senza pensare, i vampiri distruggono per il gusto di farlo, nutrono la rabbia di essere creature a metà, né vive né morte.

Elisa si svegliò prima che s’avvicinassero alla carne. I versi non scorrevano dritti sul foglio, ma, con andatura ondivaga, s’infrangevano nel margine, come il mare sul bagnasciuga. Elisa pensava da poeta, ma non era convinta di esserlo. La divertiva smorzare la noia della routine, sopportare la gente che mette le mani avanti per respingerti e ti sorride leziosa per non ammettere di volerlo fare. La sua energia per fortuna era ancora intatta. Sentiva da lontano un odore acre di spazzatura e vedeva Valka che apriva i sacchi, buttava in aria il contenuto nauseante, se lo accostava addosso, per imparare la differenziata.

Manuela Grillo Spina.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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