La primavera

Facciamo come se le parole che utilizziamo usualmente ci abbiano stancato. Non servono più a dire quello che vogliamo esprimere. Come? Non vi capita mai? Peccato! Se vi capitasse, invece, potremmo cambiare le parole e, forse, cambierebbe anche la realtà. Per esempio, oblungo sta a significare qualcosa che ha forma allungata. Le giornate si sono allungate, cioè il sole sorge prima e tramonta più tardi. Non che qualcuno abbia stiracchiato le giornate. Alzarsi che albeggia, quando in inverno è ancora buio, dà una certa frenesia. Come gli orsi nell’uscita dal letargo, mi accingo a iniziare un nuovo giorno. Sì come gli orsi, a parte la stazza e un pizzico di eleganza in più nei movimenti. C’è quello che al mattino presto quando passeggi col cane tiene in mano le cassette della frutta e ti guarda di sbieco. Chissà, forse gli rode perché si fa il mazzo. Poco prima una tizia dice bravo al beagle che porta al guinzaglio perché fa la pipì sulla ruota di una macchina. C’è da pensare a quante volte dicano bravi ai loro cani, viste le cacche spiaccicate sui marciapiedi. Poco dopo un’altra sposta un secchio dell’immondizia per parcheggiarsi e ne va fiera. Il giro è quasi terminato, quando la fornaia, che con la bocca non mangia mai il pane, ci guarda (a me e al mio cane) con fare di sfida, chissà di quali ataviche frustrazioni personali ha da vendicarsi. È lunedì, certo. Arriva una telefonata di Carlo: ‘Ciao cara, si è sparsa la voce che hai rivelato la storia di Iris. Il gruppetto di ignavi è furibondo, hanno paura di essere smascherati’. Capisco. Il branco, cagne e affiliati, usa altre donne come attaccapanni per sfogarsi. Il branco, sì, di poveretti e lo dico senza compassione per loro.

Parentesi: arriva la primavera. Oh, la primavera e poi la bella stagione. C’è da pensarci. Gli occhi sono come una tela che proietta immagini interiori, estasi primaverili. Le promesse tornano chiamate dalla necessità a sfidare gli anni e le delusioni. Le grandi speranze si rinnovano. Il parterre, col passare del tempo, si sfoltisce. Oltre la platea stanno i disillusi, dentro gli altri ed io con loro. Il tempo scorre tra le nostre dita. Le mani aperte non più nel tentativo invano di fermare nuove ragioni e passioni, nuove illusioni. Ma per constatare ed arrenderci, che siamo qui e non contano le promesse mantenute, ma conta che esse si ripetano. Arriva la primavera, questa sì che è una notizia. Grazie al cielo esistono le stagioni a rifornirci di linfa vitale. Chiusa parentesi.

A lume di naso c’è una moltitudine di donne uguali alla cagna morbosa, a quella del piano di sotto che fa la spia e, chissà, quante storie come quella raccontata da Iris accadono in questo paese popolato da barbari vestiti a festa. Donnette con ambizioni meschine, che al posto del cuore hanno un registratore di cassa e considerano l’amore come una malattia da curare, perché non sono capaci di provarne né per gli altri né per se stesse. Esse si concedono nel fine settimana in cambio di rassicurazione, dell’appartenenza al rango sociale desiderato e poi ci tengono a farsi chiamare ‘signore’. Sarà per questo che a me tale appellativo non sconfinfera, non voglio essere come loro. Storie di soprusi di donne su altre donne e di uomini contro i e le proprie simili. Storie che non vengono dette, per paura o per rassegnazione ed ossequio alla prepotenza di una subcultura senza etica. Come vermi essi pullulano nel sottobosco sociale, nascosti nell’apparenza di un benessere effimero. Si intendono attraverso segnali codificati ed esibiscono tronfiaggine quando riescono a far del male ad altri in modo vigliacco, per mezzo di calunnie e cattiverie sibillate alle spalle. L’Altro per loro è il non identico, quindi da sottomettere. A casa mia tutto ciò si chiama mafia, marcescenza dell’anima, rigor mortis del sentire genuino. Così il sopruso si isituzionalizza e la differenza tra ciò che è normale e ciò che non lo è rimane a discrezione del più prepotente. Strano paese è il nostro.

Senza vincoli né parentesi. In primavera le rondini disegnano fili invisibili nel cielo. In primavera, nel tardo pomeriggio, esse si apprestano ai nidi, nel silenzio, che è in perfetta sintonia con il loro garrito. L’immagine migliore da accostare al volo delle rondini è quella del mio cane, accoccolato sul divano. A volte, una forza indefinibile mi spinge a dire no, io non ci sto al vostro sporco gioco, per vedere cosa c’è oltre l’orbita di un mondo soffocante. Trainata dalla volontà di respirare che è l’immagine più limpida di ciò che sono e desidero essere. ‘Se non sono io per me, chi sara’ per me? E quand’ anche io pensi a me, che cosa sono io? E se non ora, quando?’

Manuela.

Advertisements

About arcalibera.com

Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
This entry was posted in donne and tagged , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s