La risposta è nel vento!

La giovinezza ha di bello che da giovani non sappiamo niente. Questo niente però non è difettoso, è pieno di idee, principalmente concentrate sull’eterno presente. Il passato non incombe, il futuro non è una minaccia. Quando il verde degli anni tende a imbrunire, la giovinezza prende le sembianze di uno stato d’animo, di un dono del tempo. Il sentimento della gioventù avvampa, brucia nei corpi sottomessi al trascorrere degli anni, come a ricordarci un desiderio di essere altrove oltre che qui. Il sentimento non si può ingabbiare in un corpo, troppo stretta è una dimensione. Straripiamo dal qui ed ora, per dileguarci nel vento, felici di aver posto una soluzione alla nostra limitatezza e, questione di non poco conto, di averlo fatto in vita. Molti varcano la soglia dell’età adulta tutti baldanzosi, convinti che da quel momento in poi capiranno tutto, che il più delle volte è niente. La realtà diventa scialba e banale per accontentare una pavida fame di certezze. Magari dopo vorrebbero tornare nello stato di vaghezza e spavalderia iniziale, ma ciò è impossibile. Proprio loro, che stavano in prima fila e non vedevano l’ora di dimenticare l’euforia del niente gravido di idee e l’indeterminatezza di senso per le false sicurezze di una pseudo-vita, prudente e ordinata secondo il comune sentire?. Ma non ci facciano ridere!

La giovinezza ha di bello che l’avvenire è come un foglio bianco. Si è convinti che la vita sia tutta una festa, o un disastro e in ciò non assomiglia per niente alla cancrena dell’animo, a quella cancrena dove trova giustificazione e rifugio il pensare vigliacco della gente e dove le delusioni sono artifici modulati con scrupolosomasochismo, atte a rendere vano qualsiasi tentativo di essere felici. Quelli devoti, custodi e garanti del vivere meschino, spacciano infelicità, nella pretesa che la vita degli altri debba essere grigia come la loro. Essi sono i veri divoratori di gioventù, quella anagrafica o conservata sfidando il tempo. A quelli gli si risponde che non l’avranno mai la gioventù, neanche da giovani. Sappiano che il presente si vestirà ancora e malgrado loro di sorrisi, lacrime e grida. Il passato è un souvenir e l’avvenire è una sorpresa, comunque bella.

Quante volte sarà capitato di scrivere sull’agenda: ricordarti di come ti sentivi da adolescente? Poche davvero o forse nessuna. Certo, in una società così seria da prendere sul serio solo le stupidaggini, è effimera e alquanto pericolosa la reminiscenza di un tempo felice. Risolvere la faccenda è semplice se a prendere il sopravvento è un entusiamo ragazzino. Da adolescente non ritenevi necessario interpellarti di continuo su ciò che ti passava per la testa, se fosse giusto o sbagliato, in primis perché era sempre giusto, chiaramente. Eppoi perché ogni cosa aveva un significato ben preciso oppure non ce l’aveva proprio e allora mica ci pensavi. Se si andava al mare, si andava al mare, se si andava a ballare non potevano sorgere dubbi in proposito, di ballare si trattava. Ora, io sono una di quelle che andava e va in discoteca per ballare, appunto. La notizia non cambierà il corso della Storia, ma potrebbe fare scalpore, come la scoperta dell’acqua calda, chè a esternarla ho il sentore di non essere l’unica, semplice a detta di molti, certo più scaltri e vanagloriosi di me in quanto a sentimenti. Dato che il sentore ce l’ho, lo dico. Del resto, nel tempo, ho capito che questo mio modo d’essere ha orientato l’altrui giudizio verso un imbarazzo scandalizzato. Infatti, non solo riguardo al fatto in sé, ma, da un punto di vista abbastanza diffuso, agire senza secondi fini dichiarati o taciti è una cosa riprovevole. Nel caso in questione è ben noto che i maschi vadano in discoteca per rimorchiare e le femmine per farsi vedere. E presumo che a risultare disdicevole sia la mia riluttanza più che alla passerella a nascondere un’intenzione in un’altra. Le serate danzerecce fornivano un esempio del disallineamento dei pianeti a venire. Sì, perché col crescere, all’indeterminatezza positiva, la maggior parte della gente preferisce quella negativa, su cui mette le pezze del sospetto e della malfede e, sebbene da adulti sappiano che tutti o quasi mentono, la menzogna li protegge dal fastidio di interrogarsi onestamente sul modo in cui conducono la loro esistenza. Il diritto alla realtà più vera e sgusciante, in cui nuotarci dentro come un’anguilla, sarà un ricordo per molti fonte di fastidi e insidierà l’apparato di menzogne davvero ben congegnato e sostenuto dalla società. Oh, naturalmente se c’è un diritto da cogliere al volo, siccome non riescono a darsene, i più mica se lo lasciano sfuggire. Così il diritto al matrimonio c’è e bisogna approfittarne. Per il diritto alla proprietà e al lavoro vale lo stesso discorso. Non è che si chiedono se vogliono davverso sposarsi o se ciò che possiedono abbia un valore soggettivo, oppure se amano il loro lavoro. No, questi sono diritti, tutti speciali per la verità, e ne debbono usufruire. La particolarità consiste nella versatilità a traformarsi in pretesti per abusare di un potere misero, perché, mi pare che ogni diritto implichi un dovere. I loro diritti invece implicano degli obblighi. Parafrasando una nota canzone rap, essi sono obbligati a mettermi i piedi in testa per sentirsi meglio. Allora, se ci fosse il diritto di buttarsi al fiume forse ci si butterebbero e ciò sarebbe interessante almeno come fenomeno da osservare. Per questo motivo, come quei pochi io non smaniavo al varco, non ero intenta ad acciuffare brandelli di status da esibire e l’ho oltrepassato nella dolce e malinconica consapevolezza di una perdita, che è altro dalla baldanza ebete.

Ci fosse la stessa armonia che c’è nell’universo anche nel vivere associato il problema del disallineamento non sarebbe tale. Il problema invece esiste dal momento che l’abitudine alla menzogna non è riuscita ad ammutolire la voce interiore di quei molti. Perciò ti si piazzano nell’orbita di prepotenza, con la scusa che sei diversa e devi somigliargli di più nella capacità di fottere la tua personalità più vera. Chiaramente non vorresti dargli retta neanche tra un secolo. Piuttosto io gli chiederei se cortesemente si facessero da parte, chè hanno riportato indetro il tempo di un secolo, generando un anacronismo terribile. Le nuove generazioni rimangono impigliate così, tra le convenzioni ipocrite e l’ostinata messa in scena del gioco sociale, in cui i molti possono mentire a se stessi e agli altri, a scapito dei pochi non inclini alla menzogna. Quello di vivere in una realtà più vera più che un bisogno è un desiderio, e ci sono vari strati di realtà e di verità che, se uno li sbuccia, poi arriva a sentire un’armonia, scongiura la dissonanza con la giusta distanza, in quel vuoto-pieno dove girano i pianeti.

Nei campi magnetici in forma umana mi ci smarrisco ancora volentieri e senza paura. Effetto della bella stagione della vita, la quale intona parole desuete: prendimi per mano, andiamo via, adesso. Cambiamo il mondo, il male non conta niente. Io e te, noi. Scappiamo nei luoghi che nessuno conosce, dove gli occhi li guardi e li senti. Gli occhi di chi ti si offre totalmente. La resa inceppa il meccanismo della fabbrica dei piccoli individui, la grandezza è nel riflesso di quell’atto di abbandono. Il vento ci attraverserà come una bufera, per amore saremo protetti dal mistero, da un’investitura regale, il dono di qualcuno che si abbandona a noi.

Manuela. 

 

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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