Lavare a mano: capi delicati e che stingono

La madre di Giovanni ha la sensazione di aver generato una pianta esotica e fragile. Come tutti quelli della sua età, ragazzi e ragazze, Giovanni è equipaggiato con l’attitudine a mimetizzarsi bene nel contesto, mentre dentro conserva l’innocenza mai scesa in campo nella vita, che a volte fermenta e diventa paura. La madre però non era animata dall’intenzione egoistica di esporre la sua creatura in vetrina con le altre. Era diversa dalle fabbricanti di pupazzi che la guardano ancora di sbieco, gonfie di rabbiosa paura. La sera parla al telefono col figlio, partito dal paesino due anni fa, per studiare nella grande città. Quando se ne andò, lei lo accompagnò al treno, sapeva che il ricordo di quel giorno sarebbe rimasto a lungo. Per questo si preparò la sera prima massaggiando idealmente il suo cuore. L’indomani avrebbe offerto al figlio la faccia più adatta. Lui l’avrebbe ricordata nei momenti difficili per estrarla dal cilindro in caso di emergenza. Il giorno della partenza dal volto della madre emanava lo sforzo che compiva per amore. Espandeva il dispiacere con dignità su tutto il corpo, per evitare che si raggrumasse nelle lacrime. Il figlio se ne andava, lo vedeva buttato nella baronda. Si profilava l’ipotesi che la stortura del mondo avrebbe cancellato per sempre l’allegria di indossare un vestito profumato di pulito. Gliel’avrebbero fatta disprezzare quella sensazione stupida, chè i furbi, quelli vincenti, hanno ben altri obiettivi.

La sera madre e figlio parlano di argomenti su cui entrambi possono dilungarsi con infinite varianti. Così pensa Giovanni, quando elogia le caratteristiche di un detersivo, o quando elenca punto per punto, come uno scolaro davanti alla maestra, i passaggi corretti da fare, al fine di ottenere un buon bucato. Bisogna dividere i colorati dai bianchi e lavare a mano un eventuale capo rosso o blu, di quelli che stingono, perché nelle fibre hanno più colore di altri. Giovanni esprime le sue competenze, acquisite con l’esperienza, capisce che la madre è orgogliosa e lo ascolta con interesse. Parlando delle sue prodezze domestiche gli capita spesso di associarle a ciò che legge nei libri e pensa che è proprio vero: c’è un ordine nel mondo. Ma Giovanni non conosce la ragione, il motivo dell’orgoglio materno. A lei non importa tanto che il figlio diventi un perfetto casalingo, le piace sentire che si entusiasma per le cose semplici. Non gli domanda mai con chi sta, chi frequenta, come gli sembra il mondo universitario. Si dice che lei queste faccende non le capisce, ma forse ha paura della razione di delusione che la vita ha in serbo. Questo mondo rischiarato da una luce artificiosa non contempla l’incertezza. Non esiterà a sbattergliela in faccia la sbobba di putredine. E lei non potrà evitarlo. Il ruolo di madre prevede che lei tenga desta la vita dall’annientamento che incalza. È un ruolo anticonvenzionale, l’ha creato per non essere celebrata dalla comunità in quanto incarnazione della madre ideale. Per non farsi prendere in giro e non prendersi in giro. ‘Ma le hai viste quelle del paese’, diceva a Giovanni quando le chiedeva perchè non si affannava a sbeccarsi come facevano tutte. ‘Le hai viste o no?’, si pestano i piedi l’un l’altra, da isteriche, per decretare il figlio o la figlia migliore, il cavallo da corsa vincente. Hanno abdicato alla loro identità per l’ideale materno. Adesso non gli rimane che puntare sui figli, come fossero animali in eterno conflitto per far contenta mammà. Giovanni non è un gallo da combattimento, non si sgrugnerà drasticamente, non ritornerà ringhiante. La madre gli versa nel cuore un affetto non cervellotico. L’affetto cervellotico è la specialità delle donne che ti esaminano, ti controllano, per non essere costrette ad amarti veramente. L’affetto di sua madre è evanescente e al tempo stesso stabile. Non è mai solo un sentimento, ma anche quello che avanza, un residuo. É suo, ma non è suo. È una cantilena. Giovanni lo immagina come un’aura e pensa che tutti ce l’abbiano. Gli ricorda i disegni che faceva da ragazzino, e gli album in cui c’era da colorare delle silhuoette. Lui stava attento a non andare fuori dei margini del disegno. ‘Hai sbaffato’, lo redarguivano i suoi dolcemente. Ma poi si è accorto che la sbaffatura è inevitabile, che rimanere ossessivamente nei margini significa trattenere il colore entro confini prestabiliti. Quel colore in più pulsa come un’onda. Così per dare un centro all’anima irrequieta, se mai ce ne fosse una che stia bene nei miseri limiti che le toccano, la madre gli fa dire dei detersivi, e sul modo di risparmiare facendo la spesa. Non aspetta che il figlio si laurei, come fosse un traguardo, una bandierina da spostare sempre più in là. Si domanda perché tutti i mezzi debbono trasformarsi in fini. La conoscenza per esempio, mica è una meta, è uno strumento che ti permette di vivere meglio. Dicono tutti bene della cultura, ma in realtà molti la disprezzano. Un tempo i suoi genitori, che erano persone semplici, si vergognavano della loro ignoranza. Non c’è bisogno di maltrattare la propria dignità per ammettere di non sapere. Oggiorgiorno se ne vantano, difendono l’ignoranza, come difendono un mondo finto. Dilagano le congetture stupide e a difettare non è il sapere scolastico, ma ciò che lei chiama il ragionamento limpido. Perché li vede dietro le maschere che portano, nel luogo penoso della verità che nascondono, dove si rotolano come porci e scrofe. Piagnucolosi e dannati, implorano l’anestetico, la visione della realtà che gli plachi la coscienza. La prendono a prestito già confezionata dagli sceneggiati televisivi. E le donne, quelle che si sbeccano, sfruttate sin nel midollo, si inventano il o la nemica per tenersi stretta la borsa se ti incontrano. Vogliono credere a una realtà fasulla piuttosto che ammettere di non riuscire a capirla. Nella tirannia della stoltezza, in cui più o meno tutti siamo costretti a vivere, l’unico sfogo concesso è la garetta. La guerriglia in cui i poveretti si scalmanano come pidocchi. Bollettino di guerra, conquiste e disfatte: 20 morti e 10 feriti tra donne e uomini. La percentuale dei caduti è perfettamente il linea con i parametri della parità.

La madre di Giovanni ha dato al mondo un figlio, come fanno in molti. Alcuni con l’intenzione di distruggerlo, altri di migliorarlo. Generalmente la gente si preoccupa di più che i figli vadano bene al mondo piuttosto che chiedersi se questo mondo vada bene ai figli. Un escamotage da poco per non prendersi la briga di riflettere. Ma che ne sa il mondo di Giovanni, a pensarlo lei sente l’odore dei limoni e del mare. La bella stagione chiama il buio che è già tardi. Pare che il cielo, punteggiato da nuvole bianche e carnose, cada addosso all’umanità. Lei ha i gomiti poggiati sulla tovaglia. La tovaglia della cena è un sunto della giornata, intima più di quella del pranzo anche se è la stessa. La luce pende dall’alto con discrezione e sottolinea qua un mucchio di molliche, là una grinza. Chiama Giovanni: ‘Allora, amore, cos’hai fatto di bello oggi?’. Una domanda che non pretende una risposta precisa.

Manuela.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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