La festa dell’estate

Quel giovane è un uccello muto, pensa la madre. Lei tiene i gomiti appoggiati sulla tovaglia come ali distese. Il suo corpo calmo si intenerisce istintivamente per assorbire meglio un sentimento materno. Vede Giovanni che indossa una camicia chiara con dentro un petto d’uomo. La risposta suona come un richiamo: ‘Mamma’, come a volgere lo sguardo all’origine. ‘Mamma’, forse so cosa aspettarmi dalla vita. La voce si materializza attraverso il ricevitore e, nell’aria, prende la forma di un viso da baciare. Il viso di Giovanni è liscio, gli occhi catalizzano l’attenzione altrui. Sembrano il centro in cui converge la prospettiva più che il punto da cui si diparte. Le ciglia sono filetti d’erba che custodiscono giardini e specchi d’acqua. Le rughe affioreranno dopo, agli angoli della bocca, per sbeffeggiare un sorriso, oppure tracceranno delle righe scomposte intorno agli occhi. Le rughe sono la testimonianza di aver vissuto un tot numero di anni, ma non dicono nulla del come. Ciò è vero in generale, tanto più nel caso di un viso che le rughe non ce le ha. Infatti, a Giovanni i pensieri spuntano fuori senza avvertimento e chissà che forma prenderanno. Quando mette in ordine la casa o passeggia, per esempio. Ma che roba, pensa lui. Avessero almeno la sensibilità di preannunciarsi. Invece no, non succede nulla di tutto ciò. Anzi, quanto più si distrae, tanto più lascia campo libero. Ed ecco che gliene arriva qualcuno. Un albero non aveva nient’altro da fare che catturare un telo di plastica. Per terra sarebbe stato una sciatteria, lassù sembra un allegro pennacchio. Per attirare l’attenzione, sicuramente, lo ha fatto per questo. Giovanni non può non guardarlo, come se al mondo esistesse solo una chiazza di verde intenso. L’aria profuma di pinoli come se fosse l’odore del mondo intero. La parte per il tutto che, dileguandosi, traccia un solco e scopre la bellezza nascosta sotto a un telo. ‘Mamma, io e i miei amici faremo la festa dell’estate. Porteremo la musica in un lembo di spiaggia tutto per noi. Saremo così tanti che bisognerà srotolare il lungo mare fin oltre l’orizzonte! Questa è l’estate più importante della nostra vita’. Giovanni parla di fronte alla finestra. Gli infissi scrostati testimoniano che di lì sono passati tanti occhi sognanti.

La musica delle feste ha una specialità, suona per due motivi: su quello che vivi tu e su quello che vivi con gli altri. Poi intreccia le dimensioni del vivere, prima però disegna un pentagramma sui visi luccicanti. Le note si mescolano al blu mare-cielo e all’arancio-rosa del tramonto. É un’alchimia e inizia nel cuore con un pulviscolo di luce. La madre ascolta, poi appaia ‘l’estate più importante della nostra vita’ con gli anni trascorsi, in cui ogni estate fu la più importante della nostra vita. La stagione ti induce a dichiarare con convinzione che proprio quella che stai vivendo è la più importante di tutte. L’allegria cameratesca, il bicchiere in una mano e la sigaretta nell’altra sostengono l’illusione buona, di cui poi non ti pentirai, perchè sai che altrove e in un altro tempo sarà lo stesso. Le feste lungo la spiaggia, feste di fine anno, feste di compleanni e di lauree si diranno riuscite se gli animi saranno sintonizzati sulla stessa melodia. Questo è il segreto delle feste, condiviso in silenzio e preannunciato, quello si, da segni. D’altronde, anche l’albero, che cattura un telo e rivela la bellezza, ha la premura di avvertire. Se il principiante non coglie il segnale è perché cade subito nella dimensione scivolosa dell’incertezza. Quella dimensione, del tutto priva di rassicurazioni a buon mercato, ne conserva una preziosa, cioè che da una zona particolare del mondo possa inaspettatamente schizzare in superficie, come una macchia di colore, tutta la sua bellezza. Basta guardare, oppure sentire. Il brivido che passa attorno ai lobi delle orecchie e scorre lungo la schiena, per esempio. La certezza della magia che accadrà è un’idea appenna accennata, ovvero l’idea di sorridersi sempre. Un’intuizione tanto forte da durare negli anni. È un antidoto all’aridità del cuore. Mentre l’illusione cattiva è l’inganno delle vite sbruzzolose,che passa sui corpi come una sventagliata di mitra, il sogno, che da un pezzo di mondo lasciato vuoto possa emergere qualcosadi bello, diventa certezza. Ecco il sogno che poggia sulla realtà.

Quel ragazzo è un uccello muto, pensa la madre. Si arrabatta come può per accantonare un codice di parole andato a male. ‘Sì, amore, la festa dell’estate è un diritto irrinunciabile’, risponde lei. Vede suo figlio dinanzi al mare, che piega la testa a scatti per ascoltare meglio la musica. Giovanni, l’uccello muto situato nella traiettoria del suono, capta il movimento, le speranze e la felicità. Gli altri, uccelli come lui, stanno appollaiati su un divano, in pista, oppure vicino alla consolle. È ciò che resta al netto del superfluo. Gli esseri alati ad un tratto spiccano il volo. I loro doppi umani rimangono lì, chi a ballare chi a chiacchierare, a ridere o a bere. E la musica suona.

L’estate è tempo di sogni. ‘I sogni che non vogliamo davvero sono prepotenti. Prepotente è il mondo che, accarezzandoci, ci spegne come cicche. In biblioteca, i ragazzi e le ragazze in quanto studenti studiano. Non fanno vedere altro che gli ornamentirelativi al ruolo. Non appena tirano fuori l’idea di esprimersi, la ripongono, come fosse un abito fuori stagione. Siamo uguali, ugualmente giovani, ma divisi. Noi faremo la festa d’estate, saremo un mare di persone e loro? Perché a vent’anni sono già spenti? Sembra che non conoscano l’amore e, appena gli dici che l’amore esiste, si issano come serpi. Tali e quali ai loro genitori’. La madre ascolta senza parlare. Rammenta gli sguardi cagneschi delle donnette del paese, la cui cattiveria è tangibile e l’invidia anche, come a rimproverare lei e la sua stirpe di non essere tanto sciagurata quanto loro.

É tempo d’esami. Gli sguardi degli studenti corrono avidi sulle pagine, avidi di qualcosa che alcuni sanno non avranno mai. Invece altri su quel mai scintillano come stelle. Hanno tutti fame di sapere, ma gli uni, domandosi cos’è che gli sfugge, cos’è che gli hanno nascosto, si immobilizzano, gli altri lo vanno a cercare. I primi, imborghesiti precocemente, non pachi alzano il capo di tanto in tanto, per puntare una preda. Assiepati in gruppetti, alcuni di loro allungano gli artigli su un collo di ragazza, su una spalla nuda. Scindono la parte dal tutto: un seno, un braccio sensuale dal corpo. La persona non conta, il pezzo si. Agli altri i dubbi attraversano la mente come le nuvole il cielo. Il mondo compendiato in queste pagine dovrebbe assomigliare al mondo là fuori. Mentre si accingono a contemplarlo dalla finestra, agitano la penna tra le mani e assaporano il futuro. Chissà dovepiazzarlo il futuro, perché a chiamarlo il presente non dice ‘presente’. Eppure, i borghesucci si vedono già in pompa magna. Al pari di eroi ed eroine celebrati e riveriti come vincitori di mirabili scalate sociali. Forse, nei libri leggono promesse del genere, ma si innervosiscono pensando a ciò che rimane fuori dalla visuale. Contraccambiano il mondo che li guarda a pezzi con lo stesso sguardo. Sarai un lavoratore x, un coniuge x, un genitore x. Sarai una lavoratrice x, una moglie x, una madre x. Sentenza senza appello. O così o così. Dagli abiti ampi e leggeri traspaiono corpi di uomini e di donne e, ancor meglio che in inverno, le loro gioie, le ansie, le aspettative. Dal fondo i desideri risalgono in superficie. Essi guizzano come delfini, ma il chiacchiericcio li stordisce: ‘Che scandalo!’, gridano i carcerieri. Subito l’apparato sociale si adopera per nascondere lo squarcio nella location da fiction e fornisce facili anestetici, atti a sconfiggere aspirazioni non approvate, come fossero virus che potrebbero portare alla ribellione. Ma il vero virus è il modello cui devono assomigliare: ‘Sposati, fai dei figli, avrai l’autorizzazione a sentirti qualcuno. Vinci il premio. Faremo una gran festa per la tua capitolazione. Accontentati di essere un numero e non avrai affanni inutili’. Il messaggio ingannatore lampeggia con sprazzi demoniaci dietro agli sguardi apparentemente bonari dei sicari dei poteri forti. Essi lo ascoltano, non escono dal recinto, chinano il capo. I sogni che non vogliono davvero sono prepotenti, come il mondo che accarezzandoli li spegne come cicche. Quelli veri scivolano in fondo, si ingrossano e, di nuovo, risalgono con voce roca. Le giovani stelle, per scintillare davvero, sognano la realtà, in cui situare l’idea del futuro. Ma la realtà delle cose cui corrispondono i nomi è terminata. Ripristinatela, prego, cosicchè affioreranno altre parole e altre realtà. ‘La festa dell’estate si farà presto. Se ti va, vieni a trovarmi, mamma’. Lei sorride, non potrà mancare all’estate più importante della sua vita.

Manuela.

 

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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