L’oscuro, imperscrutabile e sfolgorante mistero…

Clara avanzava sicura, dietro a sé la fiumana seguiva ogni suo movimento. Niente più macchine nelle strade, soltanto il procedere ondivago e irregolare delle visioni di ciascuno che fondendosi si espandeva come gli stormi nel cielo. Rodolfo e Dario, a occhi ben aperti, erano diretti verso una meta. Nessuno sapeva, ma la determinazione a trovare il significato dei sogni non vacillò mai.

Mio padre è stato operaio nei cantieri edili. Trent’anni a trasportare sacchi di calce. Quando diventò capocantiere avrebbe potuto imporre ad altri di farlo, ma quando fu necessario se li caricò ugualmente quei sacchi. I sottoposti, specialmente negli ultimi tempi, lo guardavano male. Avrebbero voluto che fosse il capo infame, tanto coglione da vendicarsi su di loro dei soprusi subiti. Quello sì che sarebbe stato il vero leader che si aspettavano. No, mio padre detestava ogni forma di nonnismo, di prevaricazione meschina e non si comportò mai in quel modo. Alcuni lo stimavano per questo, ma gli altri, cui il rispetto bruciava a causa della totale mancanza di dignità che avevano per se stessi, lo osteggiarono sino all’anno della pensione. Mio padre si chiama Sandro, dice che non devo fare la vita che ha fatto lui e che devo studiare. Io non mi sforzo per obbedirgli, a me studiare piace e comunque ci vado a lavorare nel cantiere, così guadagno qualche soldo. Mio padre ha ragione, il mestiere dell’operaio edile ti spacca la schiena. Mia madre è casalinga, lo è da sempre, cioè da quando sono nato. Ho 23 anni, mia madre si è sposata 24 anni fa e da allora lavora come mio padre, però a casa. Io il mestiere di casalinga non lo voglio fare, benché mia madre che si chiama Giusy non mi abbia mai detto: ‘Figlio mio, non fare la vita che faccio io’. Era scontato che non fossi casalingo. Di compagni che per gioco dicono di volerlo diventare ce ne sono. Essi giocano: ‘Che male c’è se sto a casa e faccio le pulizie’. Si figurano la futura moglie che va a lavorare fuori e loro si occupano della casa e dei figli, ma non resisterebbero neanche una settimana. Mia madre mi ha detto: ‘Studia, figlio mio’, anche lei come mio padre, solo questo. Io non mi sforzo per obbedirle, a me piace studiare. Mio padre e mia madre hanno la terza media, mentre i genitori dei miei compagni all’università sono quasi tutti diplomati e laureati. Quando parlano con la gente che ha studiato Sandro e Giusy respirano e per l’imbarazzo voltano lo sguardo altrove, ma non si fanno prendere per il naso da nessuno. Sentono non tanto l’importanza di uno status sociale più alto del loro quanto l’ammirazione per il bell’eloquio e mantengono un atteggiamento di rispetto discreto nei confronti del sapere. A loro piace che qualcuno si esprima come vorrebbero esprimersi, perciò mi dicono di studiare. Vorrebbero che io sapessi dire parole, non conta se belle o brutte, ma parole da incantare. Perché ciò che conta è l’incanto non l’incantatore, che è un’altra cosa.
Mio padre lavora per la commissione interministeriale per il cinema, richiesta dai sindacati di categoria. Ha una laurea in Legge. Vent’anni fa entrò nei palazzi del potere, quelli con le stanze grandi e i muri spessi dove le parole bisbigliate restano presto orfane e sono come le ombre dei lampadari giganteschi che troneggiano nei soffitti. Per cause di forza maggiore quelle parole si disperdono facilmente mentre le parole solenni, udite da tutti, vengono dimenticate altrettanto facilmente. Dieci anni prima, nel periodo del disimpegno totale e della gente che metteva il cervello sottospirito per usarlo poi, lui frequentava l’università e voleva cambiare il mondo. Nei viali alberati che separavano gli atenei, dove gli studenti non trascinavano le gambe sino alle aule, incontrò mia madre che frequentava la Facoltà di Lettere. Mio padre si chiama Rinaldo, benché ami il suo lavoro mi ha vietato di intraprendere la carriera nel pubblico impiego. Mi ha detto: ‘Studia, figlio mio e non smettere, perché studiando avrai una vita difficile’. Io ho ascoltato il consiglio di mio padre. Studio, ma non sempre volentieri. Mi son chiesto: ‘E se poi un giorno i libri nel mondo non li trovo più?’. Mio padre conosce le mie incertezze e un giorno mi ha detto: ‘Le gentildonne e i gentiluomini che ti parlano attraverso i libri hanno vissuto e vivono nel nostro mondo, li troverai sempre se li vuoi trovare, non farti ingannare dalle sirene ammaliatrici’. Mia madre insegna ai giovani, tra cui maschi e femmine che si agghindano come i personaggi di un reality show. Quelli la prendono in giro perché a volte indossa maglioni consunti, ma a mia madre del vestiario non frega niente se in testa ha qualche idea e questo gli altri non lo capiscono. Nel fine settimana a volte esco con i miei. Mio padre e mia madre se andiamo a cena fuori diventano insofferenti, impacciati. Non sanno se sentirsi omaggiati o sminuiti dal manierismo degli avventori, i quali ci tengono a farsi vedere e darsi un tono. E più quelli si mettono in posa per far risaltare i presunti lati migliori più sono inquietanti. I genitori di Rodolfo invece non sono ruffiani, hanno gli occhi pieni di meraviglia.

Rodolfo e Dario stanno seduti su una panchina nel viale dell’università. Hanno dato l’esame di chimica, andato bene per tutti e due. Fumano una sigaretta e guardano le nuvole.
Nell’atelier Clara cuce il vestito di Agamennone. La compagnia si esibirà nell’’Orestea’, nella piazza della città davanti ai palazzi del potere. Nell’utero-atelier la lampada irraggia caldi fasci di luce, ritmici come i palpiti del cuore. I muri si espandono e si restringono. Non è la sintonia con l’insieme che li fa muovere, ma un battito controcorrente come le avanguardie a inizio secolo. La tunica conobbe un uomo che si macchiò del sangue della sua stirpe, quindi il petto dell’atríde. Coprì numerosi petti di uomini accecati dal potere. Le moderne giacche a doppio petto vestono il torace degli stessi uomini. Uomini d’armi, conquistatori senza cavallo né eserciti, che invadono territori e assoggettano popoli col potere del mercato. Nelle dimore per niente affatto regali le consorti che godono dei vantaggi della sottomissione e ripudiano gli obblighi della stessa, intrigano con i bellimbusti. ‘Uccidesti le mie velleità’, dicono sottovoce ai mariti prima di ucciderli, per legittimare le trame nascoste agli altri e tranquillizzare la loro coscienza. Conquistati e conquistatori si scambiano di ruolo, ma il gioco è sempre quello. I personaggi di questa pièce adesso recitano con il canovaccio scritto di loro pugno. Se le ingiustizie del passato regneranno nel futuro è perché il governo del popolo ha scelto di ripetere la sua storia, anziché ricordarla, nel consolante bagliore di una ragione che astrae le contraddizioni della realtà e le riduce a niente. La rappresentazione parla dell’oscuro, imperscrutabile e sfolgorante mistero della nascita di una società nuova. Quale compito più arduo dell’agire sulla scena, guidati da leggi che ancora non esistono se non nella realtà di quei corpi…

É più grande di un aerostato, è lì non lo vedi?. Il muscolo cardiaco o forse è un ibrido: un occhio, un utero che genera uteri e mantiene in vita. L’atelier è parte di questo immenso organismo. Bum, bum, bum, bum, palpitano gli assi portanti. Il ritmo lo sentono Rodolfo e Dario, lo sentono i figli già partoriti dal ventre materno e si riconoscono. Senza dirselo i ragazzi si dirigono verso Clara. Il placido pomeriggio primaverile si agghinda di profumi soffusi, li respira senza saperlo il portiere che sonnecchia, li respira la gente svagata. Uomini, donne e bambini nei tram, all’uscita dal lavoro o da scuola, lanciano i pensieri lontano. Alcuni fischiano ed essi ritornano come i cani dal padrone, altri non li riprendono più, altri ancora li lasciano liberi e si distinguono nel blu del cielo. Ampi gradini di forma ovale conducono Rodolfo e Dario all’entrata del palazzo. La porta è massiccia, spalancata, silenziosa, non fa nulla per rendersi attraente. Sta lì. I ragazzi salgono le scale, dove incontrano un coetaneo. Gennaro vive nell’appartamento di fronte a quello dell’atelier. Ha nella mente sempre un’idea che gli frulla. Studia, traffica parecchio con libri. Si sente vivo specialmente quando la mente gli frulla. Non gli importa di non avere soldi, né di essere simpatico. No, di questo, se partorisce qualcosa che lo appassiona, non gli frega niente. E mangia poco, questo forse è il suo segreto. Non che si tenga a stecchetto. Con la pancia vuota si ragiona male, con la pancia piena si ragiona bene, ma con la pancia mai sazia si ragiona molto meglio.
Rodolfo e Dario salgono gli ultimi gradini, prendono fiato e bussano alla porta dell’atelier.

Manuela.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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