Le peripezie di stravaganti cappelli

Drinn, la sveglia suona, sono le otto. Dario salta giù dal letto. In fretta si infila i calzoni, si lava la faccia e i denti ed esce di casa. Allegra mattina inspiri presagi e le esalazioni dei visi sudati intinti nel dormiveglia ed espiri vento che punge quegli stessi visi. Un ragazzo ti vive, prende il bus e pare non si curi che di se stesso.
Nel passaggio del metrò Dario cammina veloce, sul tapis roulant per fare prima. Tra poco incontrerà una donzella e un ragazzo che suona la chitarra: ‘Knocking on heaven’s door…’. Signore e signori, siete avvertiti della presenza di artisti di strada. Lei oggi ha il viso colorato, è carnevale. Di scatto si volta e guarda Dario, in mano ha un cappello a cilindro tutto tempestato di paillettes.
‘Sto arrivando’, Dario parla al telefono con Rodolfo. Due minuti da qui alla banchina, cinque minuti se la metro passa subito, otto minuti, quasi dieci, sino a casa di Rodolfo. ‘Ti aspetto’, risponde l’amico. Dario ha una fretta del diavolo, non c’entra soltanto la puntualità. L’appuntamento è per le 9. Sono le 9 e 10 minuti primi quando suona il campanello. Rodolfo apre, l’amico ha due pomelli rossi al posto delle guance. appare trafelato.
‘Per solidarietà posso fare una rampa di scale di corsa’ gli dice sorridendo. Dario va di corsa in salotto e si toglie di dosso la giacca, lo zaino e la sciarpa. ‘Ho visto degli artisti di strada che suonavano nel metrò. Lui suonava e la ragazza era vestita da clown, con in mano un cappello a cilindro di paillettes’.
‘Gli stessi di cui ti ho raccontato o forse non te l’ho detto. Giorni fa ho incontrato dei ragazzi nel metrò, lei raccoglieva il denaro con un cappello di paillettes dorate. Di che colore era il cappello che hai visto tu?’.
‘Blu’, risponde Dario.

Il cappello era quello della festa di carnevale del 2002, lo indossava un bambino dal viso tondo come la luna piena, guance paffute e tanto toste da sfuggire ai pizzicotti. Lui voleva vestirsi da mago merlino e la madre gli cucì l’abito: un saio azzurro splendente, in cui applicò le stelline. La bacchetta l’aveva trovata al cosiddetto negozio dei cinesi, ma il cappello a punta no. L’indomani ci sarebbe stata la festa, non c’era tempo da perdere. La madre vide un cappello blu, tempestato di paillettes, era l’ultimo rimasto e lo acquistò. Quando glielo porse l’entusiasmo del bimbo si spense. Claudio, anni sei, voleva il leggendario copricapo a punta. La bacchetta magica e la barba bianca facevano già parte del kit, però il cappello da ballerino di tip-tap non c’entrava niente. Comunque, guardò a lungo quel coso luccicante, sospirò e se lo fece andar bene. La festa nella sala della parrocchia di S. Eufemia fu bellissima. Con i compagni e le compagne di classe giocò alla caccia al tesoro. I bambini ballarono i lenti con la scopa, ovvero uno spazzolone pesantissimo dimenticato fuori del ripostiglio dal personale delle pulizie. L’aggeggio creava trambusto, infatti i bimbi, dato che non riuscivano a sollevarlo, lo trascinavano. Adriano, un ragazzino piuttosto gracile, se lo ritrovò tra le mani e si ritirò sconsolato vicino alla parete a specchi, aspettando che qualcuno lo liberasse da quella incombenza. Il momento tanto atteso arrivò solo a conclusione del brano e Adriano dovette fare una penitenza, cioè dare un bacio alla ragazza di cui era follemente innamorato. Questo tra i bambini è una penitenza, ma spesso lo è anche per alcuni adulti.
Claudio aveva giurato a se stesso di non disfarsi per nulla al mondo della maschera che indossava. Tenne barba e cappello, per muoversi liberamente ripose la bacchetta magica nella cinta come fosse una spada. A fine serata era sudato come una biscia. Sul cappello era possibile scorgere senza fatica le peripezie cui aveva dovuto far fronte. In altre parole, presentava diverse ammaccature, ma nessun buco. L’anno successivo, data la bizzarra predisposizione dei bambini a crescere, il vestito da merlino a Claudio non gli stava più e la madre lo passò al cugino Mirco. Conscia di officiare un rito solenne, un pomeriggio andò a trovare la sorella. Tra pasticcino e l’altro le consegnò il costume, cappello compreso. Fu così che il copricapo passò su diverse teste di bimbo e bimba, nel curriculum poteva vantare anche una serata di Halloween addosso a un adulto di 24 anni di nome Domenico, fino ad arrivare nelle mani di un’artista di strada. Ci aveva messo ben 12 anni.

L’abitazione di Rodolfo è né piccola né grande. Dario non sarebbe capace di suddividere le stanze secondo la disposizione che hanno tutte le case, perché il salotto a volte è intimo come una stanza da letto e la cucina un luogo elegante e formale come la hall di un grande albergo. Ciò non toglie che il fuori, visibile attraverso ampie pareti in vetro, non possa essere che il fuori, con le dovute differenze, ovvio.
‘Knocking on heaven’s door’, Rodolfo canta alla fine di un lungo capitolo.
E Dario: ‘Yeah, yeah, yeah…’. Quel modo ilare e femmineo di scherzare loro ce l’hanno sempre, fregandosene del machismo imperante. Poi, per recuperarne un po’ si danno qualche cazzottone sulla spalla.
‘Questo è un grande paese, mio caro e noi dobbiamo sentirci fieri di essere italiani’, Dario parla con le braccia allungate sul tavolo, come fa chi ha molto da dire.
‘Questa mattina sentivo sento pulsare la tua vena creativa’, commenta l’amico.
‘Sì, sono in formissima!’.
‘Rodolfo guarda Dario e il telefono sul tavolo. Basta che squilli e che a chiamarlo sia Lidia, per inabissare l’interesse dell’amico per le cosa pubblica e ritirarsi in quella privata. Il sentimento di estraneità verso ciò di cui non ci si può dichiarare padroni in fondo è stato costruito con meticolosità e si trasmette di generazione in generazione. Nel momento in cui l’universo-coppia diventa l’argomento predominante, il privato con il cartellino del prezzo attaccato surclassa il pubblico, dominato senza problemi da pochi in modo incontrastato. Però Lidia non chiama, e l’interesse per il mondo rimane desto.
‘L’Italia è un grande paese e gli italiani un grande popolo, ma voglio le prove che sia ancora così’, la domanda di Dario scavalca la finestra e precipita fuori.
Rodolfo prosegue con coraggio: ‘Ci siamo noi, il futuro di questo paese. Chi ci ha preceduto ha riposto grandi speranze in noi, lo si vede a occhio nudo, no?. Ci istruiscono a puntino per continuare il lavoro che hanno iniziato, dividendo il potere in piccoli feudi e incrementando il vassallaggio. Intanto, per una questione di democrazia, definiscono tutto ciò la sinistra o la destra’ .
‘Sono rappresentato dunque esisto. Non sono rappresentato, dunque non esisto. Oh mio dio, come farò nella democrazia dispotica se non esisto?!’.
‘Potresti campare di rendita, alla maniera di parecchia gente. Si attaccano come parassiti alla vitalità altrui. Figurati la scena patetica dell’ometto che la domenica passeggia accanto alla moglie e lancia occhiate avide alla donna attraente che gli passa vicino’.
‘Si, ne ho visti tanti comportarsi in quel modo’.
‘Ecco, quello è un buon indicatore della moralità di questo paese. Ciarlano di famiglia, di valori, fanno finta di essere brave persone e invece ad avvicinarsi puzzano di marcio’.
‘A quelli la cultura non interessa, anzi la odiano. Perciò chi la fa passa i guai. La cultura che gli piace non li deve far pensare, non deve porre problemi alle loro cattive coscienze’.
Il tempo si smaglia, calmi mulinelli di questioni non più in discussione prendono spazio nello spazio che sovrasta le teste dei ragazzi. Succede ogni volta. Formule chimiche, la specie umana, perché e come siamo arrivati sin qui. Fiumi di inchiostro, parole dette che rimangono tra cielo e terra. Magari scendessero come neve. Rodolfo e Dario si figurano il giorno in cui tutto ciò che è stato detto e accuratamente dimenticato ridiventi patrimonio pubblico.
Seppur sospinti dalla moda a procurarsene sempre di nuovi e inutili, non sentono nessun altro desiderio, a parte quello di respirare un po’ d’aria. L’autobus all’ora di punta è una scatoletta di carne mista. Quindi, compattate le cellule e verificata l’autenticità delle stesse, i ragazzi si avvicinano all’atelier, dove la ragazza misteriosa cuce i vestiti per il teatro, dove un cappello di paillettes dorate sta adagiato sullo schienale del divano. Anch’esso vanta un’onorata carriera, ha decorato il cranio di domatori di belve feroci dell’ultima ora, soubrette del varietà e prestigiatori. Una donna forastica, un bel giorno, ma di notte, durante una festa scacciò tutte le aspettative fasulle che si erano fatte su di lei e catapultò le pretese indesiderate nel fondo di una buca. Quella sera d’estate lei indossava un cappello magico di paillettes dorate.

Rodolfo e Dario si inerpicano sul muro attratti da una forza irresistibile. Il portiere a quest’ora non rappresenta alcuna minaccia, stravaccato com’è sul sedile della guardiola a guardare la tv. Una finestra lasciata semichiusa li immette nell’utero scomodo dell’atelier. É un luogo silenzioso questo qui, consta di numerose stanze e al fondo del corridoio risplende una luce calda. Clara è seduta alla macchina per cucire, un metro le cinge il collo, sul petto tiene un porta spille. Non c’è cuore che non abbia sofferto, lei riesce a sentire le gioie e i dolori dei personaggi che hanno vissuto in quegli abiti. Ifigenia, Mercuzio, Edipo e Antigone con gli occhi stralunati, camminano nei solchi della storia.

-Basta, via, Mercuzio, basta! Stai parlando del nulla!.
-Sì, di sogni, che sono i figli d’un cervello pigro, fatti solo di vana fantasia, che sono inconsistenti come l’aria, più incostanti del vento, che ora scherza col grembo gelido del settentrione, ed ora, all’improvviso, in tutta furia, se ne va via sbuffando e volge il volto alle stillanti rugiade del sud.
Clara si alza, spenge il lume, attraversa il corridoio e si avvicina alla porta. Annaffia la pianta, prende chiavi e cappotto e cala il sipario, almeno per oggi. L’utero-atelier trattiene i ragazzi per un tempo breve, il necessario, poi li scaraventa fuori come un parto. Ma è là fuori che l’ospitalità del ventre caldo produce i suoi frutti migliori. Scaraventati nel mondo, Rodolfo e Dario sentono sulla pelle il vigore della placenta che rende immuni. Rinforza, è un manto magico, un unguento speciale. Esistono eventi straordinari. Esistono, prendono vita dalle parole. La consapevolezza di essere il frutto di un utero che dà alla luce per amore è un’allegria stravagante. I vestiti non nascondono se i corpi sono veri, essi rivelano le gioie e le ansie di chi li ha indossati. Come il cappello magico di paillettes, che conobbe Napoleone, pur essendo uscito dalla fabbrica nel 1982. Il tizio che lo portava non si credeva Napoleone lo era, è questa la differenza tra un pazzo e uno cui non diranno mai che è pazzo. Infatti, si comportava come l’imperatore nella Francia del XIX sec., ma in Italia e per giunta agli albori del XXI secolo. No, no non c’entrano i nomi illustri della politica. Napoleone, per gli amici Amilcare, classe 1953, era originario della Ciociaria. Un vero duce in casa e succube fuori. Indossò il cappello la sera di un martedì grasso, nel lontano 1988, per una festa in maschera. Alla fine della serata inforcò la moto e tornò a casa mezzo brillo. Mise le chiavi nella toppa e ci azzeccò alla prima per abitudine. Poggiò il cappello sul tavolo della cucina. Fu pervaso da una contentezza che sembrava non finire mai. Un fiume più caldo dell’alcool che aveva in corpo si riversò nelle vene e raggiunse le viscere. A Napoleone-Amilcare spuntò una lacrima, ma era il suo cuore che, situandosi sul volto, stava sciogliendo il ghiaccio preventivo come le guerre che avrebbero scatenate di lì a poco. Il cappello venne riposto nello sgabuzzino, poi andò ad adornare altre capocce illustri.
I ragazzi si guardano con un’espressione priva di paura. Nello stesso marciapiede cammina Clara, poco più avanti di loro. Li guida senza saperlo. Oppure lo sa, li ha visti e li aspetta. Diluita nel tempo, spalmata negli anni, finché non finisce tutto, l’inequivocabile realtà della felicità si può sopportare solo in questo modo. Rodolfo, Dario e Clara procedono in fila, poi si uniscono altre persone, curiosamente tutte dirette nella stessa direzione.

Manuela.

Advertisements

About arcalibera.com

Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
This entry was posted in Uncategorized. Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s