Uno, due, tre: prima prova di allegria

Alla stazione metro Bologna non esco quasi mai. É perché in questo quartiere ho abitato per trent’anni e ora non ci abito più. Non che sia un dramma, ma se posso evito. Oggi però l’uscita metro Bologna non l’ho evitata e risalendo ho sentito di nuovo l’odore di polli arrosto. Tutte le volte annusavo l’aroma diffuso del rosmarino e credevo di essere sul pianerottolo di casa. Adesso è tutto diverso o quasi. Il quartiere ha subito una metamorfosi, è diventato una specie di parco giochi per studenti e studentesse in vacanza: locali, birrerie, gelaterie, roba da disneyland. Ma ai residenti tutto ciò non dà alcun fastidio, perché i fuori sede pagano l’affitto e poco importa se la zona sembra una riserva per giovani viziati. Comunque c’è di peggio, il Pigneto per esempio, dove l’effetto esclusivo e radical chic è ricercatissimo, infatti gli appartamenti costano un occhio. Il Pigneto ha una particolarità rispetto al quartiere Nomentano, è popolato da immigrati, ma del confronto tra culture non frega niente a nessuno, specialmente ai finti sinistroidi e ai progressisti che seguono la moda. Ci sono stazioni metropolitane meno influenzate dalla presunta identità di quartiere. Una di queste è Piramide ed è lì che ho visto fluttuare un cappello a cilindro tutto tempestato di paillettes. La storia infatti comincia proprio da lì.

Lungo il passaggio della metro un ragazzo suona la chitarra. La donzella saluta i passanti e fa una riverenza. La sua non è piacioneria, anzi sfodera un sorriso che pare una pernacchia e nelle mani tiene un capello a cilindro tempestato di paillettes. ‘Guardami’, dice il cappello. Alcuni oggetti hanno un’anima, sarà la reminiscenza di quando sentivamo un rumore da una fratta e attivavamo uno stato di allerta. Comunque, questo cappello l’anima ce l’ha e non preannuncia pericoli imminenti. ‘Un’offerta per la bella musica’, la donzella si rivolge ai passanti intorpiditi, qualcuno si sveglia dal letargo. Inizia il brano. Rodolfo cammina veloce sul tapis roulant. Lì sopra si fa prima come se uno avesse le gambe lunghe tre metri. Ha l’esame di chimica tra pochi giorni e va a casa del suo amico Dario per studiare. Non subito, bensì dopo circa una settimana inizia a pensare: ‘Oggi faccio 40 pagine’, non sapendo ancora niente di cosa parlano ma soprattutto di come ne parlano. Ma è consapevole che con un libro che parla difficile se ne fa 20 al mattino e 20 al pomeriggio è grasso che cola. Quando Rodolfo prepara gli esami crede di perdere tempo ad occuparsi delle futilità. C’è da dire che tutto in quel lasso di tempo gli appare futile. Sistema i concetti nella testa con l’obiettivo di superare l’esame, ma la cosa stupefacente è che dopo tanto tempo gli ritornano in mente sotto forma di idee che allora non aveva considerato. E si accorge che superare l’esame è una cosa, sapere un’altra, ma anche che se non ne fai una, non sai quell’altra.

Rodolfo rallenta. Il cappello lui lo ha guardato. Rodolfo rallenta dentro, come se un ingranaggio si fosse ribellato e avesse di colpo modificato la velocità dell’insieme. Ha un’andatura calma, ma dribbla senza fatica gli automi affannati che muovono l’aria al passaggio. Vanno di fretta, alcuni per fare poco e male quello che devono fare, altri per accollarsi il proprio e quello altrui. Nei crocevia dove si incontrano tutti i giorni centinaia di persone, che si sbirciano per non parlarsi, può succedere e non di rado che i manichini prendano vita.
Rodolfo sale le scale, suona il campanello, Dario gli apre la porta. Di lì a poco, insieme, ne apriranno altre e avranno davanti a sé milioni di strade che conducono in luoghi che non conoscono. ‘Tutto ‘sto mazzo per cinque crediti’, è l’unica frase fatta che Dario riesce a pronunciare.
‘Volevi un peluche come premio?’, risponde Rodolfo.
‘Oggi sei garibaldino, eh!’.
‘Tutt’altro, mi sento di dire che non obbedisco. Parli di crediti, sembri mia madre che fa la lista della spesa. Ora ho capito tutto: la laurea serve a fare la spesa…’.
‘Ma tu ci mangi con questo esame?’, gli chiede ironicamente l’amico, riprendendo il tormentone che spopola negli ultimi anni non si sa perchè.
‘No’, risponde Rodolfo.
‘Trovi lavoro nell’immediato?’.
‘No’.
‘E allora?’
‘Allora studiare mi piace e basta’.
‘Ma oggi dici sempre di no?’.
‘No… Dai andiamo al parco, chè di stare incollato ad una sedia non ne ho voglia’.

A me piace studiare, pensano entrambi durante un lungo silenzio. Sfogliano i libri come quando si porge un fiore a una ragazza. Qui la vita è un’altra cosa, è regolata verso l’alto. Non assomiglia allo scenario desolante in cui devono muoversi a stento, trattenuti alle caviglie dai controllori che poco pensano, poco sperano e poco entusiasmo sentono. I controllori controllano che le attività rimangano conformi al livello minimo e che anche gli altri sperino poco, pensino poco e abbiano zero entusiasmo.
Il tempo rallenta e porta via il superfluo. La strada, la gente e il traffico spariscono. Nel parco municipale il sole in questa latitudine ha messo un post-it per ricordare al mondo che esiste. Due giovani discutono, lei italiana lui straniero. ‘Alle lenzuola ci pensi tu?’, dice lei in tono di rimprovero, forse allude alla biancheria da ritirare. Lui la guarda senza parlare. Ha attraversato più di un continente per sentirsi dire quello che gli avrebbe detto una sua conterranea nell’altro capo del mondo. Lei ha la faccia di chi sta confermando un’ipotesi, ovvero che se anche incontrasse uno con le antenne in testa, originario di Marte, le sue osservazioni di buon senso produrrebbero la reazione sbigottita che producono negli abitanti maschi di questo pianeta. Le certezze nella vita contano.
In un quotidiano lasciato su una panchina campeggia la notizia dell’insulto sessista dell’esponente di un partito contro le rappresentanti della fazione opposta. Rodolfo commenta il fatto: ‘Ma li vedi questi, credi davvero che pensino quello che dicono?. Se una è troia davvero nessuno glielo rimprovera, anzi gli uomini sono contenti. Di solito lo dicono a chi non lo è, perché non gliela dà’. ‘É il solito teatrino della politica’, ribatte pigramente Dario. Rodolfo fa una smorfia di disapprovazione alla faciloneria dell’amico che gli impedisce di sbilanciarsi in espressioni genuine. Di fatti lo punzecchia: ‘E poi l’insulto è sempre quello quando si parla di donne. Se verificassero la coerenza tra quello che dicono e quello che fanno, le posizioni sarebbero molto più paritarie, in Parlamento, ma a volte anche fuori’.
‘Va be’, però è vero che tante fanno carriera con i pompini…’.
‘…Ma spesso apostrofano in quel modo quelle che della carriera gli frega poco. Tra impegno e smania carrierista c’è differenza’, aggiunge Rodolfo con un sorriso.
‘La base teorica di questo discorso è la minaccia della svalutazione della serva’, sostiene Dario fattosi serio.
‘Sì, decisamente, quella è una teoria intramontabile. La donna in quanto oggetto di proprietà, rende l’ometto contento e che sia troia, sposa o entrambe le cose come spesso accade non gli interessa, lui la difenderà in quanto di sua pertinenza. La propensione alla servitù si trasmette di madre in figlia, infatti certe si cuciono le bocche affinché non si sappia quanto sono oppresse e di conseguenza quanto sono cattive’.
‘Il fenomeno della difesa delle serve è un qualcosa che ce la passano nel latte materno. Quando mi viene voglia di partire a spada tratta per difendere l’onorabilità della mia compagna mi chiedo spesso se in fondo in fondo non pensi che sia davvero una zoccola’.
Le parole di Dario hanno la punta acuminata, il che non guasta e va bene per concludere l’episodio della lettura del quotidiano. Dopo i ragazzi studiano tranquilli tutto il mattino.

Al bar della facoltà all’ora di pranzo. Rodolfo e Dario guardano il passaggio di studentesse modello provenienti da istituti limitrofi.
Rodolfo scruta intorno a sé: ‘Ecco, inizia il documentario. Là abbiamo assiepamenti di donne alternative che fumano tabacco, vestono colorate, pensano positivo e alcune ci credono davvero. Lì le donne belle fuori e cozze dentro, munite di smart phone e mossette accattivanti, note anche come sbattitrici di sportelli a seguito di una mancata conferma o soltanto di un’ipotetica minaccia alla loro avvenenza/desiderabilità. Ce ne è una con la smart grigia che bazzica da queste parti, la mando sempre affanculo delicatamente, cioè col dito medio faccio finta di grattarmi il naso. Oh, devi vedere come si inalbera. Tutta altezzosa, come una gallina pronta per la covata si fa spazio nel sedile e strapazza da isterica volante e cambio. Poi di prassi esce e sbatte lo sportello: ‘sbam!’. In fine, vicino all’aiuola, c’è il gruppetto di studiose con la puzza sotto al naso, che guardano schifate sia le alternative sia le belle fuori e cozze dentro’.
‘Senti perché non ci provi con quella di statistica? Ti guarda sempre e tanto intensamente, con il corpo e con la mente… Secondo me le piaci’, Dario consiglia il suo amico, ma si sbriga ad aggiungere: ‘Mi sa che è una di quelle con cui devi far finta di essere quello che non sei, se no non ci esci’.
‘Spiritoso oggi. Secondo me quella appartiene alla categoria delle donne che fanno finta di crederci, tanto poi sanno che ti rivelerai noioso. Loro saranno altrettanto noiose, tu farai finta di essere succube per questioni comprese tra la cucina e il tinello. E se tentano anche solo di ottenere l’uso esclusivo del telecomando te le mangi vive. Oppure fa parte della categoria delle donne che ci credono davvero, si innamorano poi scoprono il bluff e ti vorrebbero schiacciare come un foruncolo. Io preferisco il corteggiamento al minimo sindacale’, risponde Rodolfo.
‘Va be’, ma qual è il problema se fingi un po’, per quieto vivere?’.
‘A me ‘sta cazzata del mentire per il quieto vivere non me la dire, per favore’.
Dario posa il volto sulla spalla dell’amico nel ruolo del cattivo consigliere: ‘Vedi anch’io a Lidia mica le dico tutto o meglio non glielo dico come vorrei. Quando dice o fa qualcosa che non mi piace la guardo con aria di rimprovero, ma non ci parlo. Lei intuisce la mia disapprovazione e talvolta ciò è sufficiente per farla cambiare’.
‘E non ti pare di essere un tantino insincero con lei?’, Rodolfo si scosta e guarda l’amico di sbieco.
‘Il fatto è che non mi sento di mentire perché le mento, ma perché voglio che sia diversa da come è. Vedi tu sei il mio miglior amico, vai bene così come sei. Lidia è la mia fidanzata, la posso cambiare a mio piacimento. Tutto ciò però non mi piace più’.
‘Non ti sei rotto le palle di trovare donne del tutto diverse da quelle che vuoi?’.
‘É già tanto disattivare la pretesa di trattarle come bambole’, pensa Dario, ma non risponde.

Ci vorrebbero convincere che la laurea, un impiego redditizio e lo status sociale siano armi utili a schiacciare ogni umano che troveremo sulla nostra strada. C’è gente che la prende apposta la laurea. Vorrebbero farci credere che sposandoci risolveremo tutti i problemi. Dobbiamo fare figli per riprodurre lo schema del pestaggio quotidiano al fine di ottenere un quarto d’ora di celebrità. Dovremmo pensare che l’unica ambizione ammessa sia quella di fare soldi, senza fatica per giunta, e che l’impegno non serva e non paghi. Milioni di studenti e studentesse sembrano cavalli da corsa dopati per vincere. Il cavallo migliore deve arrivare primo. Loro accumulano crediti, fanno carriera, poi quando non serviranno più faranno la fine dei cavalli che non possono correre. Non si incazzano se gli arriva un sapere preconfezionato, ma utile a fomentare desideri adatti per partecipare alla gara. Ciò non è tanto nelle intenzioni di chi glielo passa quel sapere, ma nel modo scelto per passarglielo.

‘Quella non è la studentessa di statistica, mi ero sbagliato, l’avevo vista di spalle. Sta andando via, seguiamola’. Sul ‘seguiamola’ i due ragazzi saltano sulla sedia. Non c’è bisogno di essere Sherlock Holmes per ostentare vaghezza e camuffare il pedinamento. Basta convincersi di dover portare a termine una missione e non c’è dubbio che la missione più importante da compiere è quella di spezzare la noia dello spettacolino triste delle belle al bar.
La ragazza misteriosa cammina velocemente, senza guardarsi intorno. Sale sul metrò, scende dopo una fermata, procede a passo svelto lungo la via principale. Entra in un portone. Le finestre del piano rialzato si illuminano al suo arrivo. Clara lavora in un atelier, cuce i vestiti per il teatro. É una passione che ha ereditato dalla mamma.
Alle 20,00 i ragazzi sono nel bus, direzione casa. Affascinati da un mondo immaginato, disegnano con la fantasia le belle metamorfosi di chi, indossando gli abiti del teatro, diventa altro. Dario sonnecchia, stanco com’è, dopo un pomeriggio in cui i suoi sforzi di evitare sforzi si sono rivelati vani. É tanto prezioso un amico come lui. Restio a impegnarsi più del dovuto, ha il timore di vedersi un altro. Rodolfo è quell’altro, e lui non gli fa paura, per questo sente di volergli bene come Dario gliene vuole.

Quel pomeriggio Rodolfo e Dario trascorsero due ore a piantonare le finestre dell’atelier, finché, mossi dalla curiosità, decisero di sbirciare. ‘Dario, prendimi sulle spalle, voglio vedere dentro’. Dondolando sul groppone dell’amico Rodolfo si avvicinò al vetro e vi incollò la faccia. Gli occhi perlustrarono velocemente l’ambiente, videro Re Lear specchiarsi, tutto contento del suo nuovo abito e Medea disegnare con il mantello un cerchio al centro della stanza. Di colpo rallentarono, attratti da un cappello ironico, tempestato di paillettes, che se ne stava adagiato su una poltrona con fare nobile. ‘Porca miseria, ma che ca… Tienimi!’, inveì Rodolfo a bassa voce. Ci mancò poco che entrambi si trovassero gambe all’aria. Ad un fruscio improvviso che proveniva da una fratta, la spalla di Dario cedette, Rodolfo si aggrappò al cornicione e si lasciò cadere nel vuoto, ma non lo trovò. All’atterraggio trovò il corpo di Dario e vi cadde sopra. I ragazzi si misero in piedi e di corsa uscirono dal cortile. Incrociarono anche il portiere che faceva la ronda serale e lo salutarono educatamente. Presero il bus al volo. In quel ventre caldo, al momento, potevano ignorare l’esistenza di un cappello misterioso che attraeva e faceva paura, così il tragitto risultò particolarmente piacevole, soprattutto a guardare fuori le macchine e le moto che sfrecciavano come dannate. Con quel pensiero Rodolfo si voltò verso l’amico e gli sorrise. Arrivarono a casa. ‘Ciao, domani studiamo da me’, gli disse. Poi ognuno si avvolse nelle coperte e avvolse l’allegria, per non farla svanire, per non farla andare via.

Manuela.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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