Nati sotto una buona stella.

L’edificio è o non è un palazzo? No, ha le pareti di vetro. Centinaia di teste ondeggiano al ritmo della musica. Psichedelici fasci di luce, visibili da fuori, spremono energia: bumm, bumm, bumm. La tecno imita il cuore umano. Il rito tribale è qui, non c’è nessun cartello con questa indicazione e meno male.
Il suono ipnotico dei tamburi coinvolge gli astanti, li seduce e li porta nel centro vero più degli altri, il centro in cui da spettatori si diventa partecipanti. Paura? No. I cerimonieri, dal palco, agitano le braccia, forse pronunciano parole magiche. L’orchestra degli spiriti estratti dai petti si assiepa al centro del cerchio. Restano un poco sospesi sopra i corpi che continuano a danzare.
Beatrice e Ginevra hanno 23 anni, sono amiche amiche. L’evento è imperdibile, ci saranno trecento persone. Però, sbaglia chi interpreta, non vuol dire che l’edificio trabocca di gente. Si potrebbe utilizzare l’aggettivo gremito che funziona quando si parla di ritrovi tra gente anonima. La folla si ignora garbatamente. In questo caso gremito è un termine poco appropriato. I raduni come questo sono diversi dalle serate cui le ragazze partecipano con genitori o coetanei imbalsamati. Poveri, non che non condividano gli stessi interessi, li condividono e chiacchierano di cose importanti!. Ma proprio non ce la fanno a generare quel tanto in più che ad un tratto si stacca dal grembo del gruppo, sovrasta i creatori e, da creatura, diventa qualcos’altro: uno spirito che c’è e poi svanisce. ‘Avete mai partecipato a feste in cui nessuno vi chiedeva di dimezzare le volizioni in buoni propositi?’, nel corso di una serata con gli zombie Ginevra se ne uscì così. ‘Non capiamo’, risposero i più audaci. La maggior parte non capiva e se ne vantava. Si vantavano di non capire e tutto ciò li rassicurava. In fondo non avrebbero corso il pericolo di entusiasmarsi, desiderando veramente qualcosa. In ogni modo, la cosa veramente ridicola era la pretesa. Pretendevano di capire non volendo capire la persona-Ginevra, così come non capivano più se stessi.
Gomiti appoggiati alla balaustra, al piano superiore della discoteca Ginevra e Beatrice guardano la pista, i compagni, illuminati di luce propria, nati sotto una buona stella. Tutto sommato le cose stanno in questo modo. Noi, nati in tempi di pace, non sapevamo che per averla la pace avremmo dovuto fare la guerra. La buona sorte è una prospettiva, chiara. Un punto di osservazione spesso oscurato dalle luci artificiali. Molti coetanei dimenticheranno la festa, la vivono come una parentesi dell’io nella versione approvata dagli altri. Magari, la ricorderanno in pochi, un po’ perché gli altri sono troppo fatti e perché scambiano la libertà con la libertà di dimenticare la responsabilità di far esistere la realtà.
I corpi si abbandonano alla volontà. Non c’è uno spazio vuoto, solo onde, fatte di persone che si muovono all’unisono. Vocalist e dj in veste di cerimonieri hanno potere. Il rito ha inizio. Cos’è il potere se non la capacità di condurre la danza. Beatrice, Ginevra, Andrea, Benedetto, interpretano se stessi, chè il potere si trasmette mica resta in mano a pochi. Una è Beatrice, una è Ginevra e sono amiche.

Manuela Grillo Spina.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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