Alibi.

Appariva come un arazzo ornato dalla fantasia. Invece era un’idea, non una fuga dalla realtà. Il castello nacque nei giorni che il calendario riporta più per consuetudine che per importanza. Insomma, nei giorni qualsiasi, mentre la gente in macchina va al lavoro o torna dal lavoro, passando per l’asilo, il supermarket o la palestra. Ci deve essere. Anzi, è lì, sulla collina, dove le dimensioni del tempo si sfiorano. Capitati per scelta, una di quelle scelte che scaturiscono dall’interno, sedimentate come i cerchi degli alberi e non ti chiedi se siano giuste perché sai che lo sono. Mica si trattava dei soliti fantasmi, la gente del luogo non raccontava aneddoti terrificanti, nè sentiva rumori di catene né urla o lamenti strazianti. C’erano occhi nella notte e sbucavano tra i cespugli. Insomma, nemmeno quella scarica adrenalinica che di questi tempi serve per ricordare alla gente di essere viva. Benché non si neghi a nessuno non c’era nemmeno quella. Il divertimento di massa è divertente, ma alla lunga va stretto. Come i sequel in tv, i centri commerciali e le presentazioni di libri con buffet. Il divertimento di massa è programmato sin nei minimi dettagli per non lasciare nulla di imprevisto, dunque non è sovversivo, non diverte. Anche gli esperti del settore avrebbero detto che si trattava di una casa popolata da fantasmi scalcagnati: ‘La paura non è assicurata, fate la fila da un’altra parte’, avrebbero detto e tutti a cambiare rotta per affollare luoghi nuovi.

Le presenze, noi ce le avevano messe negli anni, durante le ore vuote di riposo, di serenità, di solitudine o di noia, quando per ogni sentimento che provavamo ci aspettavamo un qualcosa di più da farci qualcosa, un ricamo o un quadro, per esempio, una canzone, oppure il verso di una poesia. Erano di più del sentire normale, ma non si poteva tagliarli come la pasta avanzata da un dolce steso nella teglia. Così, frementi, entrammo in stanze abbandonate per pigrizia o capriccio, fecemmo rivivere personaggi sbilenchi e non fummo per niente affatto a disagio a causa di quelle presenze reali eppure effimere come i sogni. Produzione propria, è il marchio. Come potevamo biasimare la fanciulla scapigliata che ci guardava attonita e divertita. Il gentiluomo con gli occhi liquidi raccontava storie, seduto accanto al tavolo, con una mano appoggiata al ginocchio, diceva cose così. Nello suo sguardo scorrevano nuvole bianche come il cielo nei giorni di vento. Raccontava di scorrazzate lungo le strade di città, di luoghi e di persone, vivi nel racconto per quel di più del sentire che non esaurisce mai la vita nell’attimo vissuto. Le immagini sono come i fiori sbocciati e appassiti in un soffio di aria fredda, cambiano forma e colore. Le immagini cangianti, il gentiluomo le scansava da davanti, con le dita, come la frangia dei capelli. La fanciulla guardava fuori della finestra. I suoi pensieri, custoditi gelosamente da anni, la separavano dal mondo. E quando sentiva la musica nella testa, il cuore si apriva e si chiudeva come una fisarmonica. A chi avrebbe potuto dirlo?. Quel ragazzo è tutto per lei, lo rivede a parlar del mondo e delle cose. A lei piacciono le sue parole sgorgate da sorgente limpida e più lo ascolta più si innamora di lui. Solo nel castello potevano esistere i doppi, ossia zavorre di una realtà incerta, dislocazioni, prodotti dell’obbligo di essere normali.

Andammo sin lassù, per vederli e ricongiungerli alla concretezza dei sogni veri. Alibi sgangherati, effetti di un mondo che non capivamo.

Manuela Grillo Spina.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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