Babele.

torre

Non m’accosto al mondo come un vestito al corpo. Il mio sentire va sprecato. Spreco il tempo, ne ho troppo. E’ l’eccedenza, che si posa come una farfalla sul muro di casa. Il bene, come l’acqua, non conosce le leggi di mercato. Non accumula, si dà.

Io e Sancho camminiamo solennemente, affondando i piedi nella sabbia. La torre solitaria è la meta che sognavamo e splende, formando vortici di luce infantili in cui perdersi. Il vento sfiora i nostri petti, sparge nell’aria quello che c’è dentro.

‘Vacanza, sole, mare. Usiamo concetti e parole adatti all’occasione?’

‘No, Sancho, chiudi il libretto delle istruzioni del mondo’.

I primi che incontriamo hanno le sembianze di una coppia: un uomo e una donna, con appresso piccole copie di se stessi. Sono figure ambigue, escono da un’automobile gigante, aprono il portellone del bagagliaio che sembra il magazzino di un negozio di giocattoli. I bambini indossano vestiti da adulti, sia il maschio che la femmina sono come i genitori in miniatura. Lei urla nervosa. Abbaia, anzi latra e manda dei sicari per punire chi osa suscitare la sua ira, lo può fare perché lavora al Comune. Lui cammina che sembra un pezzo di legno. Sicuro di sé, vuole suscitare approvazione. E’ macho visto da dietro, sulla schiena, perché si vergogna e si indigna per aver bisogno di sentirsi così.

Da lontano scorgiamo una donna grassa e attempata affacciata al balcone. Lei accudisce i vecchi. Ha l’espressione arcigna e, mentre sbatte i tappeti, bestemmia in una lingua straniera, però è una gran brava donna. I suoi, sotto al porticato, con le braccia conserte, gridano: ‘Maledetti, ingannatori, sfruttatori!’. Sono delusi, perché il paradiso che hanno visto dentro la scatola che parla non c’è. Anch’essi non hanno patria, ma non per scelta.

‘Sancho, hanno rubato la realtà’

‘L’hanno inghiottita, messa in un sacco, come fa il giorno con la notte’

‘Ascolta Sancho, rumori che fanno immaginare battaglie cruenti, andiamo a vedere’

‘Che brusio insopportabile, che odore nauseante! Cos’è quella macchia informe a mezz’aria che sbanda?’. Cimici furibonde volano in sciami, colpiscono ovunque. Devastano un fiore, poi sfregano le zampe in segno di vittoria.

Oltre l’inferno delle cimici la torre spunta come un sorriso nei cuori d’inverno. C’è una ragazzina e un ragazzo in sella alla bici. Lui la guarda senza parlare, come si guarda una cosa bizzarra. Fotte il mondo perché vede quello che nessuno riesce a vedere. Forse è bella, forse le attribuisce il merito di piacergli e l’ammira come i fiori sui prati per non perdere l’infanzia.  Il sole si sbriciola sul mare in miliardi di frammenti di luce. Da una piega del tempo si sentono voci grasse di mangiafuoco. Creature orrende monitorano la crescita dei ragazzini servendosi di schermi giganti. Controllano il futuro per non farlo essere troppo diverso dal presente. Demoni sabotatori e dozzinali, abbinati a ciascuno e mandati da non si sa chi, narrano la storia secondo il volere dei capi. ‘Il ragazzino e la ragazzina devono essere trattati’, strilla qualcuno da fuori. ‘Iniettate ogni giorno gocce di paura, poche per carità, finchè da grandi ecco cosa accadrà’. Uno schermo coperto da un telo proietta le immagini di ciò che diventeranno. Gonfie le vene del collo, gli occhi furenti consumano lo sguardo. Voltati dalla parte opposta ai loro sentimenti, soggiogati e costretti ad odiarsi, annientano se stessi. ‘Nessuno se ne accorgerà saranno tutti anestetizzati, grida la voce. ‘Fammi sentire qualcosa’, grida il ragazzo impazzito mentre la scuote. Lei lo guarda severamente, il demone gli sussurra: ‘Infilale una mano nel petto, se vuoi strappa, fa a pezzi quello che trovi, rompi, uccidi’. Un solco di dolore segna all’improvviso il volto del giovane: è dolore e amore. La piega del tempo, chiusa come si chiude una lampo, svanisce e i demoni pure.

L’esitazione è bellezza.

‘Le parole sono tornate, Sancho’. Parlo, guardando il mio compagno.

Io e Sancho, fieri dell’immunità concessaci, con i piedi immersi nella sabbia, ancheggiamo sgraziati. Portiamo ovunque il nome di cavalieri erranti.

Manuela Grillo Spina.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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