L’odio dà dipendenza.

IMG_0130[1].JPG‘Chi odia avvelena anche te. Digli di smettere.’

La città ha un’anima da padrona. Sono tentacoli le periferie, satelliti le campagne e i borghi. Chi vi abita non sa della gerarchia dei luoghi, non sa di essere il centro da cui si srotola la vita. Perché?

Manuela scruta scartoffie: progetti, delibere e contributi. Sulla carta c’è un ettaro di terra da trasformare in un tripudio di colori, esempio tangibile che un altro sistema in cui vivere è possibile. Lo dicono sempre, lo vorranno anche, pensa lei. Una sera, di fronte al baluginio delle luci di città, compone un numero di telefono.

Manuela: ‘Buona sera, parlo con Gianluca?’

Gianluca: ‘Sì.’

Manuela: ‘Salve, telefono per conto del gestore x, vorrei parlarle delle promozioni vantaggiose per lei.’

Gianluca: ‘Io ho il gestore y’.

Manuela: ‘Gianluca, sono Manuela’. Lei prende forma nella testa di lui. E si sforma, come nei sogni strani, quei sogni che sai chi hai sognato, ma è una persona diversa.

Manuela: ‘Ti ho chiamato per chiederti un favore.’ E’ quando vuoi dire una cosa e ne dici un’altra, se non altro per prendere fiato e conservare da qualche parte l’intenzione autentica. ‘Ti ho chiamato per sentire un amico, per ascoltare la voce di qualcuno che ti vuole bene. Vorrei parlare con una delle persone più allegre che io conosca.’ No, questo non lo dice.

Manuela: ‘Come te la passi?’

Gianluca: ‘Bene, cioè è un periodaccio, sto pure senza lavoro.’ La disgrazia non esisteva negli anni della gioventù, la rassegnazione nemmeno. Allora non c’era nulla che avesse importanza, nulla al di fuori della gioventù e di loro stessi.

Silenzio. Sembrava di aver nuotato e, al compiersi dell’ennesima bracciata, un semplice: ‘Ci sentiamo presto’, pronunciato da entrambi. La parola ‘presto’, al momento del saluto, è rassicurante. Certo, bisogna vedere chi la dice, se è lo strozzino che vuole i soldi, oppure un amico caro. In casi come questo, si tace sui giorni, anzi sugli attimi, passati l’uno senza l’altra. La separazione da qualcuno cui vuoi bene si conta in attimi, non in anni. Infatti, è negli attimi che manca la voce e il sorriso suo, il sorriso di lui, l’intuizione pazzoide divertente.

Se l’esame di statistica vuoi superare, il corso devi frequentare. Un pasto frugale: panino integrale e stracchino, la lezione inizia alle 14. Manuela studia nella biblioteca del parco, nel cuore della città. Nel cuore di Manuela c’è spazio per la statistica, il campo, il progetto. C’è spazio per Orlando e per Gianluca. La statistica probabilistica studia la probabilità che un fatto accada nella modalità prevista dalle ipotesi. Panchina del parco, pausa. Gianluca non è come gli altri uomini, lui è un essere speciale, è qualcuno con cui sbeffeggiare la malasorte o mostrare le ferite inferte dalla vita. Come tutti i clown è triste, capace di sprofondare in un abisso e restare lì, nascosto a se stesso, fino a che non ritorni un po’ di sole.

‘Mi chiami giovedì?’, dice lui nel messaggio.

‘Sì’, risponde Manuela, ma poi non lo chiama.

Natale. L’anno sta per finire, chiama il giro. Cambierà questa brutta mano di carte che mi è capitata, ricomincerà una vita nuova. Stessi pensieri, è la facoltà dei neuroni specchio?

Gianluca: ‘Vuoi metterti con me?’

‘Sì’, risponde Manuela. Non è quel giovedì, ma il 363° giorno dell’anno che appare di nuovo il dolce. Dulicis in fundo.

I bambini donano il loro cuore completamente, senza remore. Il dono di sè è una bella cosa, tipica delle società semplici. Secondo i punti di vista, potremmo dire, dato che l’ingenuità non è fatta di dolci visioni, ma comporta uno sguardo spietato sulla realtà. Ingenui, ci dicono. Forse, perché, invece che il superfluo affannarsi degli altri, vediamo la trama. Ma, ormai adulti, la stessa trama diventa un’illusione, che scappa via come una farfalla. L’ingenuità non fa più rima con felicità, poiché l’ingenuità è in estinzione, la felicità non è mai stata una condizione costante del vivere umano. Molte cose scompaiono agli albori dell’età adulta, poiché, come diceva quello, non tutte le cose che contano possono essere contate e non tutte le cose contate contano.

I borghesi vogliono sistemi alternativi in cui vivere, sono pacifisti per non cambiare nulla. In fondo la lotta di classe la fa il popolo. Il popolo non esiste più, esiste la gente, che non vuole faticare, ma vuole orti biologici e giardini in fiore. Insomma, la terra non s’affitta. Ci si è messo pure il Comune di Roma a dare lotti di terreno in concessione gratuita. Lotti gratis, patti con le istituzioni. Il cambiamento è monitorato dall’alto: addio lotta di classe, il cambiamento va bene, purchè sia pianificato. Ma non finisce mica qui.

‘Le anomalie del mondo pare ci sbattano sulla faccia come i moschini a chi va in moto.’ In due la normalità non è poi così normale. In due ci si sente come Adamo ed Eva, nelle mani due biglietti per l’ingresso libero nel paradiso terrestre. E’ giusto, d’altronde quaggiù siamo abituati a vivere da precari. Il bar della piazza è un’istituzione, come la chiesa, il municipio o la caserma dei carabinieri. Il bar è anche di più: una sorta di stargate, in cui i bucaneve sull’espositore, quelli che l’infili nel dito prima di mangiarli, uniscono presente, passato e futuro, portando in un altrove Manuela e Gianluca. Chissà se c’entra il fattore biologico o culturale, ma in condizioni sfavorevoli l’energia vitale si risveglia. ‘Non fare anticamera, ribellati. Il futuro non è finito come dicono. Siete vivi.’ E’ la voce di un cane che parla a entrambi nel sogno. Il sole del mattino seguente fissa nella mente gli umori notturni. I sogni indelebili si ricordano come un alter ego che ci fa compagnia.

‘Ciao Gianluca, sono Tiberio, vorrei parlarti della casa di famiglia. Ho paura che cada qualche pezzo, forse è il caso di mettere una rete o un cancello. Dovresti andare al comune e chiedere la visura catastale’. L’sms del cugino dice così. Tradotto significa rogne. Le case in co-proprietà sono rogne o soltanto case in co-proprietà?. Di solito di domenica uno ha tanto tempo libero, in ogni caso, il tempo in cui succedono certe cose non è quello ordinario.

‘Dai andiamo a vedere quanto è malandata questa casa’, Manuela spinge Gianluca ad entrare nel rudere, come Eva mangia il frutto della conoscenza. Qui inizia la storia.

‘Vabbe’ se vuoi andiamo’, Gianluca lo fa perché l’ama, non sa più niente, non ricorda più nulla.

Aris è un border collie, ma di quella specie di cani che sembrano delle vecchie zie chiassose, cioè quelle donne tintinnanti che ti accolgono con il sorriso. Insieme al loro cuore ti offrono i dolci e il caffè, tanto è grande che ce n’è per tutti. Ecco, Aris li aspetta, come il bianconiglio. Il tempo è un’invenzione necessaria, altrimenti le cose accadrebbero tutte insieme. Le dimensioni spazio-tempo, molti ne parlano, nessuno le nota, finchè quel nessuno diventa qualcuno, senza la Q maiuscola e si accorge di abitarvi.

Gianluca orna il suo comportamento con ostentato stupore, mentre Manuela esplora la casa, così come la schiena del compagno. Prima la cantina, poi le stanze, il pavimento pericolante e la cucina. Una scala ammicca, giusto il tempo di mettere il piede sul primo gradino. ‘Attenta, ci sono i pipistrelli’, è l’avviso di Gianluca, ma, ormai, non può fermarsi. A metà scorge l’ampia sala con l’ospite indesiderato: una sfilza di piante di marijuana a testa ingiù. Tante, ma veramente tante.

Gianluca suda, ha gli occhi sgranati: ‘Dai, andiamo via, se ci beccano sono cazzi nostri.’

Manuela: ‘Chi ci becca? Dovrebbero preoccuparsi i trafficanti di marijuana, non noi.’

‘Scappiamo.’ Correre, dunque, ma in quale direzione? Al comando dei carabinieri Gianluca ci va controvoglia. ‘La cosa giusta da fare è denunciare il fatto’, Manuela non ha paura, non aveva paura nella casa. L’attitudine di stare sulle proprie gambe, qualsiasi cosa accada, adesso la chiamano incoscienza. Manuela ci sta perché abita il mondo senza nascondere il mondo.

‘Vi ha visto qualcuno?’, chiede il Maresciallo.

‘Un cane, un border collie’, risponde Gianluca, co-proprietario della casa e querelante. Querelante lui, che s’era tenuto per tutta la vita a debita distanza da polizia e carabinieri. Certo, per rispetto, ma anche per non avere rogne. Ecco, proprio lui ora è nella parte giusta, ma ha la sensazione di stare dalla parte del torto.

Maresciallo: ‘Bene, andiamo a fare un sopralluogo nell’abitazione, requisiremo la droga e la porteremo al comando.’

Gianluca: ‘Ma come, non mettete un piantone per scoprire il colpevole?’

Maresciallo: ‘No, l’ordine è di procedere nel modo che vi ho detto.’

Il maresciallo perlustra tutta la zona, sembra impegnato in una battuta di caccia, ma della marijuana neanche l’ombra, anzi l’odore.

‘30 chili d’erba? Mica uno scherzo, producono un ricavo pari ad euro 100.000’, così aveva detto Zarathustra, ovvero un amico di Gianluca.

Gianluca: ‘Mica male, è come trovare il gratta e vinci fortunato’.

‘Hai dubbi?’, dice Manuela prendendo al lazo il pensiero del compagno.

Gianluca: ‘Sì, potevamo svoltare con quei soldi.’

Manuela: ‘Avremmo svoltato nella direzione galera.’

Di galere ce ne sono di tanti tipi: quelle reali, quelle dorate, quelle invisibili. Dunque, quale galera avevano scampato?

‘Massimo, dai, ci sentiamo dopo, adesso non posso parlare’, Gianluca aggancia il telefono sussurrando, al contempo gorgheggia: ‘Amore, stasera andiamo a cena fuori’.

‘Dove?’, risponde lei.

Gianluca: ‘Al giorno del pregiudizio’. Questo è.

Il giorno del pregiudizio ha cinque sale: una dei discriminati per il colore della pelle, una dei discriminati per le idee politiche e un’altra per il credo religioso. Una sala è dedicata alle discriminazioni basate sugli orientamenti sessuali e una alla discriminazione di genere. Le foto e i dipinti dei discriminati di tutti i secoli potrebbero stare in un museo, in una biblioteca, ma le vedono di più se stanno nelle sale di un ristorante.

Lui: ‘Balliamo?’.

Le luci psichedeliche modificano il tempo ordinario al ritmo della musica. I corpi ondeggiano nella sala da ballo. Corpi con gli occhi chiusi, per sentire meglio se stessi.

‘Che cazzo fai?’, il tipo vestito di nero spintona Gianluca, portandolo nei bagni.

Gianluca: ‘Non so chi siete, non vi conosco’.

Il tipo: ‘Certo che sai chi siamo. Dov’è?’.

Gianluca: ‘Cosa?, dov’è cosa, ma che volete da me?’.

‘Dai, lascia perdere’, fa il compare del tipo losco, ‘arriva qualcuno’. I due se ne vanno.

Manuela: ‘Ti cerco da mezz’ora, ma dove eri?’

Gianluca: ‘Scusa, sono rimasto chiuso nel bagno’.

Manuela: ‘Mbe’, potevi telefonarmi. Sai, a volte credo che tu mi dica delle bugie’

Gianluca: ‘Ma quali bugie, Dio cane. Sono rimasto chiuso nel bagno, tutto qui!’.

Il dispiacere arriva come un’intramuscolare, ti entra dentro veloce che non riesci a rispondere, mentre pensi: ‘Siete delle bestie’. La musica svanisce, il disco scricchiola, il sogno accoglie la nota stonata come il fango necessario che usano chiamare realtà.

Al bar si forgia la realtà, appunto. Perciò gli avventori sono come gli speaker radio-tv.

Un tizio: ‘Racconta un po’ de ‘sta storia, ma è vero che hanno messo la marijuana a casa tua?’,

Gianluca: ‘Stavo con Manuela, mandati dall’ingegnere di mio cugino per mettere dei cartelli di inagibilità. Sono voluto entrare in casa per farla vedere a Manuela che senza ascoltarmi a preso le scale puntellate del piano superiore. Io gliel’ho detto di non andare oltre, ma lei arrivò fino su ed esclamò: ‘Qui è pieno di rosmarino!’.

Si mettono tutti a ridere, pure lui rideva, ma in modo diverso e sapeva perché.

Un altro tizio: ‘Sei diventato un eroe, tutti parlano di te’.

Gianluca: ‘Non dovete parlare di me, dovete parlare di chi ha messo la marijuana a casa mia’.

Il terzo tizio: ‘Io me la sarei tenuta, c’avrei fatto qualche soldo. Ma non è che ce l’hai messa tu quella roba?’

Gianluca: ‘Ma che cazzo dici? Se acchiappo quell’infame gli spezzo le gambe’.

Tutti fanno silenzio. Gianluca ha detto qualcosa da maschio, mica come quelle teste di minchia che credono di combattere la criminalità con la legge. La storia scritta potrebbe celebrare la vittoria del bene sul male, il trionfo della giustizia fai da te, tanto va di moda. Il racconto è declinato al maschile, infatti, è di competenza sua, di lui, non di lei, così come l’agire e il capire. Lo fanno quando lei parla, si vede che non sono contenti, la guardano seccati, come se avesse interrotto il discorso con una cosa di poco conto. La apostrofano, lanciandole occhiate di rimprovero. Mbe’, che hanno da rimproverarle e da quale pulpito viene la predica? Le rimproverano forse di essersi appropriata del discorso che appartiene a loro? Ella può esibire il corpo, comportarsi da santa o da puttana, ma parlare, no. Parlare è sconveniente, poichè le sue sono parole diverse da quelle maschili. Ella è pericolosa, procura fastidio e, soprattutto, dispiacere, la colpa più grave di tutte. Gianluca ha lo sguardo intenso, non capisce le cattive intenzioni degli altri. D’altronde è questo lo scacchiere in cui bisogna muoversi come pedine di un gioco, le cui regole sono state già decise da altri, poco o per nulla competenti non importa.

C’è una fermata del bus. Un balordo s’appoggia al palo e mostra estraneità sia alla fermata sia alla regola. ‘E così te ne vai in giro a vantarti di aver scovato un traffico di marijuana. Bravo, agli amici non ci pensi più, sei passato dalla parte dei bastardi in divisa’.

Gianluca: ‘Chi te lo dice che sto dalla loro? Se gli parlo è per farli contenti’.

Un altro balordo: ‘Quella lì, chi è? Vedo la fierezza nei suoi occhi. Ecco chi ti ha convinto’.

‘Lascia stare Manuela, e non parlare di lei, non la guardare con quegli occhiacci’.

Il primo balordo: ‘Ah, è così che si chiama la ganza. Sai, ieri mattina l’ho vista che parlava con uno e gli sorrideva. Sta attento giustiziere dei miei coglioni’

Gianluca: ‘Tu non la guardare, fatti i cazzi tuoi.’

‘Oh, mo’ mi hai rotto i coglioni’, il tipo fa per colpire Gianluca, ma non finisce la frase che cade a terra svenuto.

Gianluca: ‘Che ci fai qui?’

Manuela: ‘Ti ho seguito, ho sentito tutto’, Manuela ha ancora la pala nelle mani, trema per la rabbia.

‘Andiamo via’, sussurra Gianluca, ‘tra un po’ verranno a cercarlo. Poi cercheranno noi.’

Se non riesci a cambiare il mondo, cambia te stesso, ma fino a un certo punto. Al mattino spuntano i pensieri più sinceri. La quotidianità li offuscherà variabilmente con nuvole nere di tempesta.

Manuela: ‘Devi dirmi qualcosa.’

Gianluca: ‘No, non devo dirti niente. Perché neanch’io so più niente di me.’

A lui piace vestire i panni di quel personaggio. Sì, quel tipo che ha in mente. Lui è di nobili principi. Come tutti gli incorruttibili è odiato dai molti, pervasi da un odio immotivato. I molti odiano l’onestà che non hanno e seguono volentieri le cattive abitudini. In quanto abitudini non sono poi così cattive, no? Ci sarebbe da invecchiare intristendosi. Allora, che fai, segui le indicazioni, oppure cambi rotta? Prendi il timone, poi vira con tutta la forza. Va’ a cercare la genuina essenza di un giovane sepolto dal disprezzo, somministrato come il veleno in piccole dosi quotidiane. Quel sé nuovo di zecca gli piace tanto, mentre il vecchio occhieggia vendicativo e s’acquatta nel lato destro dello stomaco. L’odio ha una funzione illusoria, illude di essere Uno, di essere Dio. L’odio tiene a bada la realtà molteplice, sa illudere con raffinatezza. L’odio ha la funzione di difendere l’aspirante dominatore dalla realtà che lo smentisce. L’odio fa solo del male, è vero. Ma chi odia non ama la verità, forse. L’odio è adrenalina, sorregge, è come una dose di cocaina. L’odio dà dipendenza.

La storia non celebra nessun trionfo, né del bene sul male né del male sul bene. Il racconto vorrebbe dire di tutte queste cose.

‘Se mi metterai da parte mi vendicherò, ti sfascerai come un maglione di lana’, bisbiglia lo stomaco teso a mantenere un sé che non serve più. E l’altro: ‘Dunque, ora fa come ti dico: sfila e riavvolgi. Per tagliare c’è tempo, ci pensa una ditta in appalto.’

Manuela Grillo Spina.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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