Il mio cuore non è una maiolica.

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Un giorno ti chiameranno mamma. Parolina magica, schiude tutte le porte, rende accessibili spazi che rimarrebbero preclusi se non fossi disposta a farti chiamare così. Nome comune di persona, sillabato con cura, consonante, lettera dell’alfabeto, né più né meno delle altre lettere. Ora la ‘M’ riempie le bocche femminili, trabocca da quella dei nati maschi, pericolosamente, forse per sempre. Finalmente anche tu entri nell’empireo delle sante. La casa si trasforma d’incanto in un luogo da favola, soltanto adesso la casa assume l’aspetto di dimora reale. Lunghi corridoi e stanze impreziosite da affreschi e mobili pregiati accecano le adepte, le quali scorrazzano, pensando di essere felici. Lunghi corridoi vuoti, spazi disabitati in cui sei sola, la regina di un regno senza nessuno. E’ lo spazio domestico.

Oggi mi chiamo mamma, ho pensato, ancor prima di esserlo. Fu quando sentii che nasceva uno spazio in me, tanto grande da far posto a qualcuno che voleva abitarlo. Quel qualcuno avrebbe consumato la stessa sostanza mia, avrebbe succhiato la mia linfa, io glielo avrei lasciato fare. Avrei accettato di farmi assorbire solo da lui o da lei. Solo a qualcuno che non avrebbe preteso nulla avrei dato tutto, cioè la vita. Desidero essere Manuela, pensavo. Quando sarà il momento mi presenterò, gli o le dirò: ‘Ciao, benvenuto/a, io sono tua madre, ma preferisco fare me stessa, poi capirai perché’. Mi dicevo: ‘Be’, non devo sottovalutare l’intelligenza degli esserini, basterà dire la prima parte, fino a ‘sono tua madre’, chè certi sforzi per spiegare la differenza tra un ruolo e uno stato d’animo si fanno solo con gli adulti.’

T’ho sentito quasi subito, ho sentito la fatica che facevi per abitare quella stanza che avevo preparato per te. Volevi uscire dal nulla, ti immaginavo identico alla vita, anzi eri la vita che si manifesta sbraitando, tirando calci contro il niente. Eri un miracolo. Prendesti forma tormentandoti e tormentandomi, come un artista mentre crea. Io tifavo per te, rimanevo senza forze per dartele, lo facevo volentieri. Allora, sì, obbedivo alla vita senza protestare.

Siccome nel mondo di quaggiù contano di più i ruoli e i doveri ad essi associati che i sentimenti delle persone, iniziarono a elencarne una sfilza di doveri. Infatti, loro erano nel ruolo, al punto da confondersi e dimenticare chi erano, cosa volevano e che senso aveva la loro vita. Sulla base di questo ragionamento i genitori ‘devono’ sempre dire qualcosa e fare qualcos’altro, ignorando la personalità di coloro che hanno di fronte, cioè dei figli/e. E’ una comodità che costa poco, poiché essi dicono che agiscono così per il nostro (loro) bene e ciò gli rende tanto in termini di certezze. Quante volte ho pensato di non sentirmi affatto capita, dato che quello non era il bene per me, ma un’esistenza ceduta alle convenzioni sociali. Ecco, la parola ‘mamma’ serra le sbarre di gabbie più o meno dorate. Maglie spesse, tessute da doveri e schemi comportamentali adeguati ai ruoli. Anche un animale si ribellerebbe per la disumanità. ‘Devi fare questo, devi fare quello. Dimenticare te stessa, se no non vuoi bene a tuo figlio/a.’ Ma che razza d’amore è questo, dicevo. No, io ho sentimenti diversi, il mio cuore non è una maiolica.

Adesso non ci sei più, sento che mi mancherai all’infinito. Non dar retta ai mistificatori, detentori del verbo senza logica né cuore. Io ti ho voluto bene senza indugi, come la femmina di un animale che obbedisce alla legge della natura. Mi hai fatto credere alla vita, accettandone di nuovo il patto. Dubiterò sempre di chi vuole farmi sentire insicura, non adeguata. Ti sentivo parte di me e sentivo che eri altro da me. Ho rischiato me stessa per te, spinta dal demone che mette a repentaglio le false certezze e spinge a palpare la finitezza delle persone che vivono su questo pianeta. Generosità, è l’eterno inizio. Nel corso della vita può capitare di percepirti come un grande utero senziente.

Manuela Grillo Spina.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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