Le donne: c’erano una volta e ci sono ancora

Uno sbadiglio dopo un lungo sonno: le donne si risvegliano dal torpore. Sul genere femminile l’anestesia collettiva produce il sonno della ragione che è anche un sonno senza sogni. Il pachiderma femmineo destato non dal bacio di un principe, ma dalla ferrea volontà di esistere, allunga le braccia si stropiccia gli occhi e osserva il mondo come non l’aveva mai visto. La versione della favola è nuova, ma, come in ogni favola, si intravede la morale e il percorso di crescita. Perciò, sarà una favola reale, senza una morale imposta e incomprensibile. Sarà un percorso di crescita senza steccati, quei solchi protettivi entro cui restare per non rischiare e per non cadere, il che equivale a non vivere pienamente. Fiduciose nelle nostre capacità e intuizioni, salpiamo verso il mare aperto. Troveremo da sole il bandolo della matassa, così come il luogo adatto per parlare di noi stesse. È come dire che spesso dal foglio dipende cosa si scrive e come. Quel quaderno sul tavolo, oltre ad appartenere alla nostra quotidianità, rappresenta una porticina magica: perseverando nella scrittura lascia intravedere un mondo. La curiosità ci sospinge a scrivere. Il desiderio di raccontare ci sorprenderà all’improvviso, sbucando fuori da un angolo remoto. Dei tanti e troppi desideri che la società ci induce a desiderare, scopriamo di essere ispirate dalle storie, dalla vita alla carta e viceversa. Ed è in quel foglio che si materializzano, nei luoghi che più amiamo, perché altrove le parole sarebbero mute, sarebbero delle estranee da guardare con sospetto.

Con le parole amiche le donne del nuovo secolo prendono coscienza del come e del perché questo paese le abbia bendate e ammutolite. Prima la speranza in un cambiamento per la liberazione dai ruoli tradizionali, poi il rigurgito di vecchi modelli sociali e di genere coperti da una patina di emancipazionismo. La rivoluzione culturale del secolo scorso, con la promessa dell’annullamento dei rapporti gerarchici tra i sessi, ha posto le basi per l’inizio di una nuova era. La donna tuttofare e ‘perfetta’, però, è divenuta l’espressione della versione moderna della cosiddetta ‘natura’ femminile. Pensiamo sempre a tutto, siamo brave e diligenti, ma, quando si tratta di avere spazio del dibattito politico, le cose si complicano e l’autorevolezza delle nostre opinioni dipende ancora da una morale imposta e dal giudizio pubblico sulla ‘rispettabilità’. Su altri fronti il rischio è di eccedere nel vittimismo. Da trent’anni, in Italia, non esiste più il delitto d’onore. Le violenze e gli abusi sono reati considerati tali non perché offendono la morale pubblica, come accadeva un tempo, ma vengono puniti per il danno alla persona (la donna). Tuttavia, sono ancora poche le donne che denunciano le violenze subite. Al contrario, soprattutto per quanto riguarda comportamenti meno lesivi, capita spesso di far leva sul sentimento di esclusione di discriminazione sessuale. Il fatto è che la maleducazione e la prepotenza sono pratiche assai diffuse e non solo a scapito delle donne. Perciò, almeno in questo possiamo tirare un respiro di sollievo e non sentirci delle vittime. La protezione a favore del genere femminile, quando serve, deve essere motivata e non risultare un modo nuovo per attuare un sistema vecchio: quello di proteggere le donne dal desiderio di conoscere e di abitare il mondo. La protezione in molti casi è una forma di reclusione, che vincola le donne ai doveri sociali e le mantiene al servizio dell’istituzione familiare. L’istruzione e l’educazione quando non spalancano la mente e il cuore, imbrigliano, si trasformano in meccanismi ben congegnati atti a mantenere le donne lontane da se stesse. Pare che le qualità dell’intelletto femminile servano solo a contribuire all’espletamento della funzione decorativa del genere. In altre parole, dato che l’uomo ha bisogno di una donna per acquisire prestigio sociale è meglio che la donna in questione sia laureata. Le donne sono bravissime, hanno talento e intelligenza, ma nel concreto queste qualità non sono apprezzate come dovrebbero.

Non trovando spazi immensi come i sogni, molte donne si chiudono volontariamente nei parchi giochi a tema, dove subiscono il frastuono stordente del gossip e cuociono nel brodo del sentimentalismo da fiction tv, per non mettere il naso fuori, dove tira un’aria contraria al mondo femminile. Così si consolano dei sogni mai realizzati, mai sognati, dei fac-simile di amori, a comando come la felicità o la tristezza, utili a giustificarne la presenza, ma terribilmente lontani da un sentimento onesto. Invece di correre le donne stanno in recinti come animali ammaestrati e docili e la loro creatività avvizzisce. Nel parco giochi la felicità e la tristezza sono sentimenti telecomandati, classificati a priori come chi li prova. Tutto deve rientrare nella casistica, le cause sono già definite in anticipo e sono uguali per tutti. Se ci si azzarda ad essere felici e basta, senza pescare nel repertorio delle motivazioni consentite e approvate socialmente, si fa fatica a riconoscere la felicità in quanto tale. Ansiosi di esporre il giustificativo per ogni sentimento che proviamo ci dimentichiamo di fare appello alla sensazione di essere vivi, senzienti, gioiosi come gli animali che celebrano la vita, ma con il privilegio o il limite di capirla. La tristezza non è una malattia e, sfiorandoci dolcemente e senza preavviso, come la scia lasciata dal grigio delle giornate invernali, si trasforma in languore poetico. Occorre immaginare storie, come rarefazioni atmosferiche che fluttuano sopra la testa di ognuna di noi e attendono. Attendono le parole, affinché gli si getti addosso una tintura che rende visibile ciò che prima non lo era, per sbalzare fuori dalla superficie del già visto. Attendono gli sguardi per diventare parole, quelli che infilzano la realtà prima che l’impressione fugga via per lasciare posto a un altro sentimento, come se il mondo sbattesse addosso ai corpi, che, in quanto corpi, garantiscono l’esistenza di una realtà e di noi stesse. I pensieri scendono dal limbo e si fanno voce. Per entrare nella vita bisogna bucare la membrana delle false certezze, comode e rassicuranti, nuotare contro corrente come i pesci o volare con il vento contrario come gli uccelli. Poi, sbattere la coda e le ali più forte che mai. Chi non si sbatte è già morto. Queste sono le storie da raccontare, poiché solo ciò che vien detto esiste. Lo sanno i poeti, le poete e le donne tutte. Riconosciamo il codice criptato della vita, lo sentiamo scorrere, in virtù di una sapienza antica.

Manuela.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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