‘L’uva migliore’ – Roan Johnson

‘L’uva migliore’ è il documentario di Roan Johnson, regista del film ‘I primi della lista’, uscito la scorsa stagione nelle sale cinematografiche. L’autore ha voluto intervistare gli e le studenti dell’Università di Pisa, per dare spazio e voce alle loro aspirazioni e considerazioni. Il dibattito tra il regista e la cosiddetta ‘generazione choosy’ è proseguito con l’intervento di Beppe Severgnini e la presentazione del suo libro: ‘L’Italia di domani’. Entrambi i filmati: ‘L’uva migliore’ e ‘Generazione choosy’ sono visionabili su www.youtube.it. L’incontro all’Università di Pisa è parte di un progetto che vede coinvolti il regista e il giornalista. La finalità è quella di conoscere gli interessi, gli obiettivi professionali e le prospettive delle nuove generazioni. Un ragazzo di agraria inizia a raccontare la sua storia con un aneddoto che dà il titolo al documentario. Egli dice che la pianta della vite tira fuori il meglio di sé nel momento in cui viene messa in difficoltà. Questa è la sfida generazionale che i giovani sembrano aver colto molto bene, gli manca soltanto un po’ di spazio per esprimersi. Tuttavia, sono convinti di poterselo conquistare proprio perché necessità fa virtù. Fin qui il discorso fila liscio, tutto basato su un buon senso quasi sconcertante. Nessuna alzata di testa, nessuno sbraita con veemenza. Però, con il proseguire delle testimonianze, vengono fuori le difficoltà e per risolverle non basta l’impegno e l’audacia personale. Di fatti, si tratta dell’inadeguatezza del contesto sociale, paludoso e immobile, decisamente avverso all’intraprendenza giovanile. Sarà che son cresciuti in un clima familiare ovattato e iperprotettivo, ma l’impressione che si ha è che questi ragazzi/e si aspettano di trovare la stessa indulgenza nell’ambiente universitario. Più di una studente sottolinea la complessità dell’approccio con il mondo, soprattutto quando si esce fuori del contesto familiare. Sulle difficoltà economiche si tace con i genitori, se no ti fanno ritornare subito a casa e, per affrontare le asperità, si fa affidamento sull’affetto dei coetanei. Così dicono gli e le studenti. Una ragazza del sud Italia, trasferitasi a Pisa, afferma che l’università non è come la scuola superiore, evidenziando il bisogno di sentirsi parte di un mondo scolastico che è maggiormente selettivo. Poi, aggiunge che al suo paese, nel sud, non tornerebbe, poiché altrove ha sperimentato la scelta e prospettive future che il suo luogo di origine non può offrirle. Al contempo, però, lamenta la precarietà occupazionale, anelando al mito del posto fisso. Sembra una contraddizione che, però, mette in luce una delle tante mancanze del nostro paese, non solo del sud, cioè l’incapacità di elaborare i capisaldi delle vecchie generazioni, per trovare soluzioni alternative che possano rendere veramente felici quelle nuove. Ricalcare le orme di chi ci ha preceduto e glissare sulle difficoltà significa puntare in basso per paura delle delusioni. Per questo molti giovani si sono rassegnati alla mediocrità, dice la ragazza del sud e pare di vedere sfilare in parata la classe media italiana avida e disillusa. Comunque, i e le giovani intervistate hanno le idee chiare, talmente chiare che faticano a farsi ascoltare. É altrettanto chiaro, infatti, che non sono ‘choosy’. Ciò accade, in Italia, dopo un impulso di temeraria sincerità da parte di qualche coraggioso rappresentante delle istituzioni. Così alla Fornero hanno risposto i non ‘choosy’. Allo stesso modo, a Brunetta e Padoa Schioppa risposero i non bamboccioni, raccogliendo la sfida. I veri choosy e bamboccioni se ne stettero zitti, allora come adesso, per continuare con il loro bamboccismo un po’ vile, forse rassegnato, sicuramente conservatore. Il discorso non è sui partiti, ma sulla disponibilità dei governanti a fornire linee guida ai cittadini/e, indicando comportamenti virtuosi. Infatti, non sempre lo sprone arriva col sorriso, come hanno fatto Roan Johnson e Beppe Severgnini. Spesso, per infondere coraggio ai giovani ci vuole la scossa, ci vuole una provocazione, simile a quelle difficoltà attraverso cui ognuno può dare la sua uva migliore. Certo, c’è un limite a tutto. Per questo è importante attuare un cambiamento dalla base, nella società. Per esempio, non è ammissibile che i e le trentenni siano costrette a competere con i settantenni, come ha sottolineato Beppe Severgnini. Ciascuno può avere un ruolo nella vita lavorativa, sociale e politica, affinché l’audacia non debba trasformarsi in un tragico, anche se vitalissimo, eroismo quotidiano.

Manuela.

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Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
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