Un grande amore: la libertà

‘Approntatevi gente, presso il nuovo mercato degli schiavi, dove la stima del valore di mercato della carne umana è la completa accettazione di un destino misero. Venite, signore e signori, godetevi lo spettacolo dei vostri simili, abissi di frustrazione con il morso alla bocca, legati al guinzaglio dei doveri e delle brame, che incombono sulle teste di tutti voi. Per voce dei nostri signori, vi preghiamo: siate qualcuno! Umiliatevi, se è il caso. Imparate il sopruso, insegnatelo senza protestare, non lagnatevi’. Il mercante di schiavi promette un divertimento di grana grossa, come il sacrificio sull’altare della somma indifferenza, mascherata con un doveroso rispetto. Una giovane donna entra nell’agone, salta e balla con un sorriso insolente, gesticola come un grosso ippopotamo, ma è secca e, col viso aguzzo, declama ad alta voce: ‘Sono Iris. Mi sono pesata, faccio 40 chili. Ma non sono in vendita. Non ho valore sul mercato. Ah, Ah!. Non sono disposta a mentire, neanche se muoio di freddo e non sento più freddo. Sono come mi voglio io e non so simulare i sentimenti adatti per piacervi. Oh, sappiate che me ne fotto delle vostre lusinghe. Ho stabilito da tempo che non avrei mai più finto un orgasmo’. La folla è sdegnata: ‘Cacciatela dalla città’, grida, ‘la voce limpida confonde le nostre coscienze intorpidite. Ci è costata fatica e un lavorìo masochistico quotidiano per giungere a essere perfetti come siamo: neanche un dubbio, né un baliginio del nostro autentico sé a farci chinare il capo sul petto per vedere l’abisso’. Il mercante degli schiavi, seduto sul trono, ascolta. Iris esce di scena ed entra un’altra: ‘Sono Silvia, signore e signori, ho poca voglia, anzi, non ho voglia di amare. So fare finta, però, se occorre. Sono come mi volete e so adulare un cretino che, opportunamente, chiamo uomo, accucciarmi e credere a tutto quello che mi dice, voglio piacergli per avere un posto tra voi. So manipolare le donne libere nella mente, proverò a convincerle ad arrendersi allo status quo se nel cuore hanno ancora un desiderio. Spargerò sofferenza e male ovunque, affinchè tutte e tutti siano infelici come me e come voi’. La gente applaude la porta in processione come una santa. Poi, per coronare i suoi sogni di vittoria, la fa sedere sul divano del tinello, le mette nella mano sinistra un carciofo a mo’ di scettro, un grembiule come drappo da cerimonia e, nella mano destra, un libricino con istruzioni indispensabili: come dimenticare di avere un clitoride e ricordare di fingere di averlo nel timore della cancellazione dall’albo dei presenti. La folla è entusiasta porta la santa per le vie della città.

Il parapetto si snoda per molti chilometri e diventa ciò che vuole. È il Lungotevere, adesso un rendez-vous per gabbiani, in un ardente mattino d’inverno. Guardo il fiume che, in quanto tale, non ha grattacapi. All’inizio di un nuovo giorno non rifà il letto, lascia stracci e detriti sui rami attorno, non mette a posto le pantofole. Si sveglia e scorre, dalla sorgente alla foce. Vorrei passare la mano sulla pietra e seguire il percorso, infantilmente, come a dire: un giorno farò anch’io grandi cose. Invece, dirigo lo sguardo verso l’orizzonte e poi ad incrociare quello dei passanti, per intuire se sentono di aver fatto qualcosa di grande. Infine, penso che stare qui a godersi lo scintillio del sole è un risultato apprezzabile.

‘Ciao, che fai di bello?’, è una voce maschile, mi volto e vedo il mio amico. ‘Ciao, Carlo che piacere incontrarti’. Insieme a lui c’è una ragazza dagli occhi grandi e i capelli arruffati. Dall’ultima volta che ci siamo visti, in treno, Carlo è divenuto più tenero. Non che sia commestibile, è utile precisarlo, perché nei civilissimi paesi occidentali è ancora in uso il cannibalismo nella visione dell’altro come mezzo da utilizzare per sè. Carlo ha una faccia da meringa simbolica: tonda, bianca, dolce e non deperibile. Io: ‘Al solito, vado a studiare per provare meraviglia del mondo. Camminiamo insieme?’. Carlo: ‘Sì, volentieri, (ci pensa un attimo) e non per ottenere carta regalo buona a impacchettare ambizioni carrieristiche?’ Io: ‘No’. Carlo: ‘Neanch’io, d’altronde come potremmo, siamo troppo semplici… Ti voglio presentare Iris. È la ragazza di cui ti ho parlato in treno, siamo diventati amici’. Lo dice con orgoglio, quello che ti fa luccicare gli occhi. ‘Ciao Iris, sono Manuela’ e le porgo la mano. Lei sorride e contraccambia, l’avvolge un silenzio che è una richiesta di giustizia. La avvicino con l’espressione più umana che abbia mai provato per un umano, spontaneamente. Camminiamo con passo lento, come si fa in certe situazioni, nella maniera di un compromesso tra il muoversi e lo stare fermi. Solitamente gli occhi rimbalzano tra la punta delle scarpe e l’orizzonte e si procede facendo oscillare lievemente la testa. Poi, compare un sorriso che è una carezza ai pensieri di felicità. Ci fermiamo per osservare se il fiume sia davvero indifferente alla nostra presenza. La prendo sottobraccio, come se ci conoscessimo da sempre e lei mi racconta di quella brutta storia, di come il suo mondo sia cambiato repentinamente, del clima inquisitorio, delle vessazioni e dell’ostilità nei suoi confronti, della sua volontà mai ascoltata di essere lasciata in pace, di essere libera. La gente ci passa accanto e qualcuno origlia, poi fa una smorfia e tossisce. La tosse è la rabbia degli oppressi. ‘Ma che vogliono?’, domando. ‘Si comportano sempre così’, risponde Iris, ‘tutti i giorni mi segnalano, ovunque vada. Quella scema che abita al piano di sotto tende l’orecchio anche di notte per ascoltare quante volte mi muovo nel letto. Si divertono a fare gli stronzi e, con il gioco di società che hanno inventato, vivono la mia vita anziché la loro. È gentaccia, certo, ma pericolosa. Chiacchierano alle spalle e dicono delle assurdità. Appena vedono come essi sono, provano orrore e ciò che li riguarda lo proiettano su di me. Mi trattano come se non gli piacessi, ma fosse vero, almeno la smetterebbero’. Provo la sensazione di essere presa in trappola da questa sorta di grande fratello dei poveracci. Capisco perché Iris sia sola, nessuno vuol entrare nella rete che le hanno costruito addosso. E tutto ciò per colpa di due cretini, per un fedifrago e una cornuta. Parlando di quel periodo della sua vita, Iris rammenta il clima sociale, quando la cagna depravata, come la chiama Carlo, la seguiva come un’ombra, morbosamente si appropriava dei pezzi della sua identità, chè le faceva fatica averne una propria. Le riuscì perché gli altri lo vollero o cedettero alla sua cattiveria. ‘Di donnette ne ho conosciute tante’, continua Iris, ‘ma non avrei mai immaginato che ne esistesse una così idiota, stupida in modo imbarazzante. Aveva l’abitudine di fare i suoi bisogni, come le cagne, appunto, vicino casa mia. Mi seguì persino al paese dove ho abitato per un po’ di tempo. Lei, lui e la banda dei mascalzoni hanno inscenato un teatrino in cui mi sbeffeggivano, mi offendevano platealmente. Me ne accorsi vedendo gli effetti sul comportamento degli altri: il dolore, causato dalla cattiveria, superò la solidarietà umana. Quella massa di bestie mi ha disumanizzato agli occhi degli altri. Ci sono voluti anni e tanto impegno da parte mia, per cancellare ciò che hanno fatto’. ‘Come ci sei riuscita?’, le domando. ‘Il fatto è che io non ho mai smesso di sentirmi una persona’, Iris parla con lo sguardo intenso, come quando ti viene in mente che stai dicendo qualcosa su cui non cambierai idea. Nella presentazione abbiamo tralasciato i convenevoli, forse, volevamo lanciare nell’aria punti interrogativi come mongolfiere, domande cui non dovremo rispondere noi: se questi sono uomini e donne appartenenti alla specie umana. Carlo, per tutto il tempo, ha giocherellato con dei fili di lana. Lui è un uomo speciale, uno di quelli che son contenti di voler bene a qualcuno e ciò gli basta. Vado a svolgere i miei impegni. A volte, lamento che non ci sia quasi mai corrispondenza tra quello che è scritto nei libri e la realtà. Adesso so che c’è sempre la possibilità di leggere la realtà con quello che è scritto nei libri.

Manuela.

About arcalibera.com

Ho 40 anni, vivo a Roma, sono appassionata di scrittura
This entry was posted in donne and tagged . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s