Il Natale sta arrivando. Si festeggia la rinascita della luce, che ferma il tumulto cittadino, le fabbriche e gli uffici. La gente vestita bene alza lo sguardo. Esseri ibridi vagano in completo griffato, attrezzati con accessori tecnologici, un po’ cyborg, un po’umani. Essi salutano il ritorno della luce, anche se non lo sanno. La gente vive sotto un gigantesco orologio che segna le ore, scandite dalla curva del sole. A cercarlo nelle giornate nuvolose è un cerchio di luce soffusa. La gente vede solo il cielo sopra la sua testa, ma c’è tanto altro. La luce torna e con essa l’energia, disinnescando il big bang al contrario: un potenziale che si comprime e diventa un puntino nell’universo. Noi non sempre riprendiamo vita con una nuova esplosione, perciò vaghiamo compressi, dimenticando ciò di cui siamo fatti. E l’amore rimane nascosto. Un po’ per paura, un po’ per pigrizia, non facciamo l’inventario. L’amore si desta al suono della sveglia, a volte rimane a letto, mentre i nostri corpi vanno via.
Tonino ha tra le mani il bigliettino di Bianca, sua sorella. Le è caduto dalla giacca ieri sera, quando cenavano a casa sua. Lui se l’è tenuto in tasca, c’ha pensato come si pensa a un bacio perugina da scartare all’ultimo. L’immagine che ha di Bianca è filtrata da quella fornitagli dalla madre. Si è spesso chiesto se il suo sangue puzzasse di crudeltà, sensazione cui ha sempre rimediato consolandosi con una provvidenziale trasfusione del puro e buono sangue materno. Ora i dubbi lo intrigano, d’altronde cambiare punto di vista è un’impresa ardua e ha un prezzo. Se felicità fa rima con sincerità, allora tanto vale ascoltarla questa coscienza. Il conto si presenterà all’ultimo. Sarà sempre meglio di grattare e non vincere. Magari non è felice nemmeno quello che abita in una casa con vista Circo massimo. Questa è la Tonino way, per lui le cose non hanno profondità ragguardevoli.
L’amore è il bagliore che ha la gente negli occhi quando lo vuole per sé. E’ una richiesta, non un’offerta. Si mescola, come nei siti di annunci di lavoro e non capisci più niente. Piero ha paura dell’amore e anche dell’altezza e si capisce perché, stando su un ponteggio edile senza protezioni. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e noi nasciamo poeti, dunque, Piero è italiano. Il ragazzo interroga il cielo rossiccio e calmo del litorale romano, lo guarda distendersi dietro le chiome dei pini marittimi, allineati all’orizzonte. Piero e Tonino, suo compagno di lavoro, fanno parte di un mondo che va al contrario rispetto a dove vanno loro. I ragazzi sono in piedi, su tavole di legno, a 20 metri dal suolo. Anche se non sanno dove stanno andando, implorano quel cielo affinché inizi a raccontare un’altra storia, quella che vorrebbero ascoltare, come facevano un tempo. Le storie di allora scaturivano come bolle da pozze d’acqua chiara, spinte da energia del sottosuolo, i sogni le visioni del futuro erano reali, stavano lì davanti per essere presi con le mani. Cosa faremo da grandi, guarda quello lì. Ecco, cose così. Aspettavano senza saperlo la nascita del nuovo giorno, da scartare come il regalo di Natale. Piero e l’amico hanno l’impalcatura a coprirli, che a sua volta è coperta da un telo raffigurante un’elegante foto pubblicitaria. E’ questa la realtà che piace, come le merendine senza olio di palma, va per la maggiore. Meno male che Piero è un po’ poeta, un po’ operaio, se no come farebbe a riconoscersi in un paese nascosto sotto un telo.
Tonino s’accosta a Piero, tira fuori lo smartphone, poi scatta una foto al cartellone di fronte, il quale suggerisce di acquistare da loro un funerale a soli 1250euro, precisando che è un’offerta e che non si può rifiutare. Il ragazzo la manda alla moglie, la quale gli risponde di andare affanculo. Piero l’aveva detto al capo, a mo’ di battuta. Il capo, che s’era appartato, pure lui gli aveva risposto allo stesso modo.
Qui non c’è nessuno. L’allegria di Piero è tipica della gente un po’ malinconica, è qualcosa di incontenibile, lo fa vibrare come una canna al vento, poi finisce. L’allegria improvvisa è la trama delle vite fatte così, va nel cesto delle cose dimenticate, a comporre il mosaico del domani. Tonino lo sa e fa il pagliaccio per rallegrare l’amico come faceva goffamente da piccolo con la sorella. Piero ha vent’anni e non sa cosa vuole fare nella vita. Non sa nemmeno perché si ritrova a lavorare per uno sfruttatore come Ciro, il capo. Sa che vorrebbe studiare ingegneria edile, per questo ha cercato un lavoro da muratore, per cominciare dalle basi, come dice lui. Piero non sa che il tempo passa, o meglio, non sa come passa il tempo. ‘Che passa accanto alla vita della gente o dentro la vita della gente e ne porta via un pezzo. E, mentre credi di avere ancora vent’anni, scopri che ne hai quaranta’. Nel bar echeggia: ‘You’re free to do what you want to do’, Camilla, la zia, ricorda se stessa ballarla nei locali di sera. Prova a rifarlo nella mente, ma si sente a disagio. Per fortuna i ritmi non passano mai di moda. Basta un attimo, con l’atmosfera giusta è subito ‘you’re freee’. ‘La libertà è una ciambella di salvataggio luminosa e colorata, quando gli altri si adagiano e seguono i pensieri sciagurati, tu, che sei libero, cerchi bei pensieri, per necessità più che per virtù. Ma è la libertà a permetterlo’, conclude la donna. Piero, col viso sulla tazzina del caffè, ascolta della zia il racconto di quando era grande, come dicono i bambini. Si volta verso la vetrata per salutare l’amico alla fermata della metro. Tonino abita in periferia, nella parte nord della Capitale. A La Storta ci vive anche Bianca, sua sorella gemella, che fa la restauratrice di auto d’epoca. La sua famiglia in verità è un disastro totale, i genitori Alfio e Lia hanno preso dei vizi radical-chic come la moda di fare i figli, ma di non prestare loro attenzioni, al contempo hanno mantenuto un atteggiamento rispettosissimo dei valori piccolo borghesi. Essendo strenui difensori della famiglia tradizionale, non ammetterebbero mai i loro errori. I genitori di Piero, Corrado e Cloe, fanno parte della classe operaia, gli piace il lavoro manuale, ma anche assecondare la tentazione di acquistare case e macchine per migliorare il loro status sociale. Fin qui non ci sarebbe niente di strano. Il problema è che, invece di cedere alla tentazione o di correre dal tabaccaio per comprare un gratta e vinci, loro iniziano a litigare, dandosi la colpa a turno per aver desiderato un acquisto imprudente. La tentazione di voler essere ciò che non si vuole essere sta zitta fuori e parla dentro, risiede nei buchi delle coscienze sconquassate, ma per fortuna ancora abbastanza limpide.
Cosimo, il fratello di Alfio, è in pensione, ogni tanto gira con un taccuino per annotare le cose della natura, come un Leonardo Da Vinci del XXI secolo. L’alba svela i suoi segreti detti in lingua comprensibile da chi vive in eterno, noi possiamo solo coglierne il senso. Il futuro del mondo è in questo dicembre che nasconde la primavera, come la bellezza si nasconde nelle cose. Volersi bene significa avvicinarsi per guardare meglio e farlo di continuo, come chi ha la convinzione di aver perso qualcosa. Questo è il pensiero di oggi, 20 dicembre 2019.
Sono le 18,30, è l’ora in cui il cerchio sta per chiudersi in cucina per la cena. Ma è anche quasi natale, la cui imminente venuta crea un vortice di gente nelle strade, di ricordi, di immagini e aspettative che s’affollano a casaccio. Corrado e Cloe sono in un negozio a provare delle scarpe. E’ un posto dove si fa da soli: si scelgono e si provano le calzature, il tutto avviene sotto le luci accecanti che piovano dal soffitto, come fossero un prolungamento degli occhi dei commessi. Le scarpe quest’anno sono il regalo che uno fa all’altra e viceversa. Cloe guarda il marito, intento a guardarsi i piedi, per essere sicuro dell’acquisto da fare. Cloe non può non notare che un paio di scarpe nuove non bastano a togliere quell’aria che ha la gente che s’è sempre arrangiata. Sui vestiti pesa qualche annetto di troppo e i visi sono consumati dai pensieri e dal tempo. Le scarpe nuove sono un modo per dire che le cose non stanno così. Esse rappresentano il dettaglio che spiazza l’abitudine e la logica del vedersi riflessi poveri, di coloro che sospirano scarpe e vestiti di lusso e non possono permetterseli. Certe cose non passano.
Tina e Lorenzo rappresentano il domani su una panchina vicino casa. ‘Non so come dirgli che siamo senza protezioni, che siamo vulnerabili. Dobbiamo pensare a noi stessi’, pensa Tina guardando con amore il fidanzato. E lui intento a cercare il Natale di quando era bambino, in cui tutto era magia. La bontà la potevi palpare con mano, l’aria sembrava densa di una materia evanescente. La delizia s’attaccava ai corpi, ai muri dei palazzi e sul selciato. Lorenzo cerca il suo Natale, perché l’ha perso, malauguratamente, nel tempo. Peccato!
‘Ciao, Pie’’, Tina e Lorenzo salutano l’amico . ‘Ciao’, risponde lui, mentre scansa la sciarpa dalla bocca e li saluta con la mano. L’essenziale eccolo qui, passa, portandosi via mille altri pensieri. Piero e i suoi amici si dirigono verso casa. “Ciao nipote”, sussurra Camilla, la zia di Piero, avviandosi alla macchina. Lei vive in centro con Dario, il suo compagno. Giunta sotto casa, si fermerà dal fornaio, un bel negozio all’angolo con tanto di strisce pedonali di fronte, messe apposta per farci parcheggiare un’ex sessantottina con la smart. In quell’angolo le persone sono diverse da quelle che incontra quando accompagna la sua amica al reparto oncologia dell’ospedale. Anche se sono le stesse, sono diverse. Lì hanno un’espressione di sicurezza e prepotenza, più che altro di prepotenza. Al reparto sembrano pezzetti di carne vestita, sono fragili, misere delle stessa miseria che abbiamo tutti. Camilla vive in un palazzo bianco ed elegante, il suo rossetto è sempre di coloro rosso vivo. Lei ha 50 anni, è la sorella di Corrado. Da piccoli facevano a gara su tutto. Hanno smesso quando, il 21 marzo 1978, il giorno della primavera, videro un nido di uccelli, in cui c’era la madre con i piccoli. Stavano tutti insieme, sicuri e protetti dall’amore materno. Allora qualcosa si aggiustò e rimase intatto. La zia di Piero ama il prossimo sufficientemente, è rimasta umana, è solidale ed ecocompatibile, però non è una stronza. Lei ha conosciuto la lotta per la sopravvivenza e non se ne è dimenticata. Soffrire prima, incarognirsi dopo e dire cose giuste sempre dopo è facile e lo fanno in troppi. Camilla ha sofferto e non si è incarognita, perciò, non solo dice cose sensate, le fa pure. Con i suggerimenti che dà al nipote, mantiene intatta la freschezza tipica della giovane età, scongiurando un eventuale assalto predatorio, perché lo sa che è un attimo a dargli del bamboccione. Invece Piero ha l’antidoto, la caparbietà con cui si è offerto per fare l’operaio ne è la prova adeguata a dimostrare al mondo di non esserlo. Camilla conosce la lunga lista delle critiche appropriate ad ogni target, il bello è che non la usa.
Bianca ha appena chiuso l’officina, poi entra in un bar per un caffè. Si sofferma ad ascoltare imbambolata e divertita il racconto di un signore. Questi confida al barista di aver perso l’assegno di un cliente danaroso, il quale era debitore da circa un mese. Quando il cliente ha saldato il conto, lui ha perso l’assegno. ‘E’ che i soldi sospirati uno non li vuole più, ha detto l’inconscio di quello’, pensa Bianca. Poi ha cercato meglio e l’ha trovato l’assegno. A proposito di cose scritte, Bianca fruga nelle tasche per cercare il suo biglietto. L’inconscio agisce in modo imprevedibile, si sa. Ti fa perdere i biglietti a casa di quel fratello caro, cui manca la profondità e la sensibilità, scappa come una scimmia ribelle e dispettosa. Uno che prende quello che capita, chissà cosa salva della realtà. Bianca sente un moto di affetto, nuovo e sincero, verso quell’essere gemello, che deve sopravvivere, gioisce di poco, s’annuvola per cose che non saprà mai. Tonino e Bianca sono piante, per loro l’amore è luce, un processo di fotosintesi.
Alfio e Lia stanno partecipano ad un vernissage, cioè ad una inaugurazione di una mostra di quadri di artisti più o meno famosi. La mostra, nota per le sue proprietà rinfrescanti e lenitive, agisce sulle menti stanche, infondendo il giusto ristoro dalle fatiche e dalle preoccupazioni. L’umidità danza intorno ai lampioni di luce giallastra, bagna le strade, annuncia la notte. Nel bistrot del centro, dove si consuma l’evento, la partecipazione è scandita da gesti rituali: l’omelia dopo la presentazione della mostra è un lungo affondo sulle condizioni dell’arte e della cultura in Italia. L’omelia si ascolta seduti. Ci si alza dopo, girovagando con lo sguardo fisso su un quadro e poi sull’altro. Si commenta sottovoce e ci si guarda le spalle. Poi si va al buffet, con cautela, per non passare da cafoni. Alcuni se ne fregano, azzuffandosi per accaparrare il più possibile. Tuttavia il buffet non discrimina abbastanza come vorrebbe la norma borghese. Meno male che c’è il rispetto dei convenevoli. Per esempio, ‘ciao cara/o’ è d’obbligo. Per i più veraci c’è anche il saluto, simile al gesto di pace. Autentico o no, il gesto di pace fa sempre il suo effetto. Bisogna guardare oltre la gente stretta nei cappottini dai 2.000euro in su, oltre le pellicce finte, sovrastate da gioielli appariscenti, per accorgersi che quella gente elemosina calore umano, tradita dai sorrisi mesti, dalle troppe noie quotidiane che emergono dai segni sui visi e dagli occhi rassegnati, talvolta vuoti. Di questi benestanti, che in fondo stanno bene, nessuno scriverà il vuoto che gli rimane in gola: un groppo che non va né su né giù. L’articolo del giornalista presente, di sicuro ce n’è uno, includerà l’elogio dell’artista. Te lo immagini lui o lei in piedi sulla sedia, per la recita della poesia la notte di Natale. ‘Peccato aver avuto sempre bisogno di qualcosa o di qualcuno’, sussurra Lia nell’orecchio del marito, ‘perché m’ha resa fragile’. Sperando che di lui non abbia mai avuto bisogno, Alfio avvolge la moglie nella giacca. Entrambi prendono la porta per fumare una sigaretta. Sanno a memoria le reciproche forme sgraziate, esteriori e interiori, sono vicini di cuore e si guardano con quello. Uno starsi accanto così inclassificabile e inutile non s’era mai visto. La famiglia è un concetto sopravvalutato, sponsorizzato da tutti gli enti governativi perché fa sistema, tranne nei casi in cui sfugge alle categorizzazioni, alle pubblicità e ai mutui. La famiglia è un fenomeno di particelle calamitate che si raggruppano tutte al centro, se lontane cercano altre calamite.
Alle 20,00 sciamano tutti a casa: Corrado e Cloe con i loro regali, Piero, Alfio e Lia, Bianca, Camilla e Dario, Tina e Lorenzo, Cosimo, Tonino e la moglie. Mancano 5 giorni a Natale. In tv sta per iniziare un un gioco a quiz confortante, il quale culla e tiene la popolazione unita sotto lo stesso tetto nazionale. E’ giunto il tempo di divagarsi: un’onda azzurra, i soliti sospetti, fumo di Londra, traguardo e fatica, se sei bravo ce la fai, un attore offese un altro e adesso fa la parte del cattivo nel film in uscita nelle sale.
D’estate, invece, a raccontare un’altra storia sono le passeggiate al chiaro di luna, l’astro che ora entra dalla finestra, posa il suo raggio chiarissimo su un lembo della coperta e rimane da qualche parte della mente, nel ricordo mai sopito che fa bene. La luna dentro casa entra senza bussare, parla una lingua di cui si comprende solo il senso. Il suo tempo non scandisce le ore, ma appare infinito, sfiora i nostri limiti come l’onda bagna i piedi a riva e poi scappa. Le buche di quartiere sono l’ultimo pensiero della giornata di Cosimo, solleticano la sua fantasia, tant’è che s’immagina di trovarci un vaso antico e di mandare in giro la voce della maledizione che aleggia sul reperto. Cosimo, archeologo furbo, scrive già la notizia da dare al giornale di quartiere, tanto, prima o poi, se ne troverà uno.
MGS


T’avevo detto di non lasciarmi,
Mi fido del ricordo delle foglie rosse d’autunno, delle labbra che splendono al sole come i sorrisi. Guardo all’inverno, mentre cammino con abiti pesanti nelle strade e nelle piazze, che sono simili alla città ideale nascosta nella giacca. Muovo i primi passi: le ruote del meccanismo totale, la fabbrica della vita dell’oggi e mi chiedo se, ciò che vedo ora, dalla terrazza sulla ciclabile, in un pomeriggio qualsiasi, diventerà un ricordo. Mi fido dei ricordi: importanti testimoni di attimi di vita vissuta. Allora ero viva, per questo ricordo. Scommetto sui nuovi, quelli che verranno e saprò solo dopo se la vita di oggi l’ho vissuta davvero. Mi ricordo di quella giornata, non saprei dire quando, in cui anche con i pensieri andavo forte. Essi scorrevano nello schermo della mente, come nuvole nel cielo limpido ed io immaginavo di non essere sola. Insieme a quegli altri, che ho sempre desiderato vedere con me, aspettavamo la prossima stagione, il domani, come a moltiplicare la meraviglia implicita nel fatto di sentirsi vivi.
‘E alzati’, dico tra me e me. Ce l’ho con quella che mi sta seduta davanti, lei indica con il dito qualcosa di importante fuori dal finestrino del tram. Una volta di qua, una volta di là, fa per alzarsi, ma non si alza. Che nervi! E’ pure straniera, forse inglese. Dunque, nemmeno il gusto di incazzarsi. Vorrei che il tram corresse nella direzione in cui devo andare io, senza fermate, senza tutta questa gente. Dove sei? E’ questa la domanda che deve avere una risposta. Poi, quella si alza, finalmente mi metto seduta. Il tram non accelera, anzi, scricchiola e stride ad ogni curva. Sembra un ferraccio vecchio, mi somiglia un po’. Eppure cammina. Il coraggio, l’amore, roba da giovani lontana anni luce dall’imbuto cosmico del tran tran quotidiano. Il tram, il tran tran. Non riesco a stare con te, ma non posso vivere senza di te. Lo so che bisogna scegliere. Te ne sei andato, anche se sei sempre con me come un pensiero che sta attaccato alla testa. Nel tran tran non c’è spazio per quello che vivo in questo tram. L’ansia di arrivare, di vederti e parlarti. Lo so, bisogna scegliere. Io scelgo il tram.
Dio è solo Dio, la morte è solo la morte. Noi siamo un po’ Dio, un po’ la morte, poi c’è dell’altro. ‘Tu non parli’, mi diceva la mia amica delle scuole medie, quando veniva al mare con mia madre e mio fratello. Stavamo a Civitanova, nella riviera adriatica. Non ero di compagnia e lei si annoiava. Non parlavo neanche in comitiva, dove ero certamente meno popolare di lei. Le altre tutte brillanti e un po’ bulle. Mi ricordo che ce ne era una con la fronte alta, si truccava molto e s’aspettava sempre un ‘ohhhh’ di meraviglia quando faceva la sua apparizione. Chissà che fa adesso. Si chiamava Nicoletta, ora ricordo. Io vivevo nell’invisibilità, tranne quando nevicò a Roma, il 6 gennaio 1985. Allora mi truccai anch’io, più del solito e misi degli orecchini pendenti: bianchi con dei disegni colorati. Un ragazzo mi disse che ero bella. Sono così anche adesso, se penso non parlo. Parlo quando sono in vena e ho da dire qualcosa. ‘Tu non parli’, diceva l’amica mia ed era vero. Quelle parole mi sono rimaste dentro. Di cose ne avevo da dire, ma il pensarle e il dirle erano due cose differenti. Pensare e dire sono azioni compiute, come Dio e la morte: una volta agite rimangono lì. Allora esse non erano affatto legate da fattori di causa ed effetto, né dipendenti l’una dall’altra, ma separate, superbe e un po’ spocchiose, arrampicate sulla torre a braccia conserte. Almeno le mie. Incompatibilità ambientale, per questo fuggivano, più che per un mero capriccio. Le parole se ne andavano in luoghi introvabili e non era affatto facile riprenderle, così come ora non è scontato riprendere il filo del discorso interrotto della mia felicità perduta. So per esperienza dell’emozione dell’alba e mi dico: ‘Vabe’, ridivento quella che ero’. Ciò risulta in pratica più complicato, perché, tra l’affermare qualcosa ed esserlo, devi ritrovarti scandagliando il fondo.
Tema musicale, R. Pinna.
Quando il Tempo incontra il tempo casa tua è il luogo più bello del mondo. I riflessi mutano l’ambiente, rapiscono lo sguardo intento nel fare quotidiano. I muri accolgono il Tempo infinito nel tempo fuggevole. Campanelli risuonano nelle stanze del cuore, aperte e scaldate all’improvviso. La casa è riparo dalla monotonia e dal vuoto di senso, dall’assenza di sentimento, dalla pelle che non s’increspa per alcuna gioia né per il minimo dolore. ‘La bellezza esiste ancora’, dice una voce lì fuori. ‘Io sono ciò che ha mille e una parola per essere. Quando il sole sta per compiere il suo giro, il giorno è maturo e poi scompare, al culmine del canto, io proietto sul muro il disegno nascosto nel fondo dell’anima: il passato di promesse e speranze, il tuo viso sorridente che adesso vedi nei riflessi arancio e rosa. Non aver paura di perdermi, perché ritornerò spesso, come ho sempre fatto e tu lo sai. Ti rammento chi sei, non voglio perderti e tu non mi perderai. Senti il garrito delle rondini? Esso accompagna il mio passaggio nel cielo di tutti, ma arriva a ciascuno in modo diverso. Sereno è il tempo, tutto è a posto. Ora il tumulto del scorrere degli anni è in un cerchio di fuoco e la velocità dentro ti agita, mentre la lentezza di fuori arreca sollievo. Finito e infinito si dicono inseparabili, fatti per essere racconti di una o di cento vite’. Al richiamo rispondo, ma che posso fare se non sbrigarmi ad afferrare tutto in uno scatto: l’istante magico, evanescente, come i pensieri indistinti da dirsi poi.