Nati sotto una buona stella.

L’edificio è o non è un palazzo? No, ha le pareti di vetro. Centinaia di teste ondeggiano al ritmo della musica. Psichedelici fasci di luce, visibili da fuori, spremono energia: bumm, bumm, bumm. La tecno imita il cuore umano. Il rito tribale è qui, non c’è nessun cartello con questa indicazione e meno male.
Il suono ipnotico dei tamburi coinvolge gli astanti, li seduce e li porta nel centro vero più degli altri, il centro in cui da spettatori si diventa partecipanti. Paura? No. I cerimonieri, dal palco, agitano le braccia, forse pronunciano parole magiche. L’orchestra degli spiriti estratti dai petti si assiepa al centro del cerchio. Restano un poco sospesi sopra i corpi che continuano a danzare.
Beatrice e Ginevra hanno 23 anni, sono amiche amiche. L’evento è imperdibile, ci saranno trecento persone. Però, sbaglia chi interpreta, non vuol dire che l’edificio trabocca di gente. Si potrebbe utilizzare l’aggettivo gremito che funziona quando si parla di ritrovi tra gente anonima. La folla si ignora garbatamente. In questo caso gremito è un termine poco appropriato. I raduni come questo sono diversi dalle serate cui le ragazze partecipano con genitori o coetanei imbalsamati. Poveri, non che non condividano gli stessi interessi, li condividono e chiacchierano di cose importanti!. Ma proprio non ce la fanno a generare quel tanto in più che ad un tratto si stacca dal grembo del gruppo, sovrasta i creatori e, da creatura, diventa qualcos’altro: uno spirito che c’è e poi svanisce. ‘Avete mai partecipato a feste in cui nessuno vi chiedeva di dimezzare le volizioni in buoni propositi?’, nel corso di una serata con gli zombie Ginevra se ne uscì così. ‘Non capiamo’, risposero i più audaci. La maggior parte non capiva e se ne vantava. Si vantavano di non capire e tutto ciò li rassicurava. In fondo non avrebbero corso il pericolo di entusiasmarsi, desiderando veramente qualcosa. In ogni modo, la cosa veramente ridicola era la pretesa. Pretendevano di capire non volendo capire la persona-Ginevra, così come non capivano più se stessi.
Gomiti appoggiati alla balaustra, al piano superiore della discoteca Ginevra e Beatrice guardano la pista, i compagni, illuminati di luce propria, nati sotto una buona stella. Tutto sommato le cose stanno in questo modo. Noi, nati in tempi di pace, non sapevamo che per averla la pace avremmo dovuto fare la guerra. La buona sorte è una prospettiva, chiara. Un punto di osservazione spesso oscurato dalle luci artificiali. Molti coetanei dimenticheranno la festa, la vivono come una parentesi dell’io nella versione approvata dagli altri. Magari, la ricorderanno in pochi, un po’ perché gli altri sono troppo fatti e perché scambiano la libertà con la libertà di dimenticare la responsabilità di far esistere la realtà.
I corpi si abbandonano alla volontà. Non c’è uno spazio vuoto, solo onde, fatte di persone che si muovono all’unisono. Vocalist e dj in veste di cerimonieri hanno potere. Il rito ha inizio. Cos’è il potere se non la capacità di condurre la danza. Beatrice, Ginevra, Andrea, Benedetto, interpretano se stessi, chè il potere si trasmette mica resta in mano a pochi. Una è Beatrice, una è Ginevra e sono amiche.

Manuela Grillo Spina.

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Alieni

All’inizio era un esserino. Le donnette saputelle andavano a casa della madre per vedere la creatura. Tutte in fila, al santuario. Chi le augurava di sposarsi e fare tanti figli, chi di essere bella. Insomma, a sentire loro, era nata un’altra ausiliare. Di domenica invadevano la casa, ma non da sole, con i congiunti. Quelle di una certa età prima o dopo la messa, le cosiddette famigliole giovani nel pomeriggio. Allungavano il collo sulla culla per poterla vedere. Il giorno che la madre si sottopose al test dell’amniocentesi le amiche cominciarono a miagolare: ‘Speriamo che sia femmina!!’. Le bestiolione aggiogate al padrone dicevano così, tutte melliflue, mentre auguravano l’esatto contrario. ‘Le femmine sono solo guai, la gente non ti dice: ‘brava’, come quando partorisci un maschio. Noi siamo niente, non valiamo niente’, questo dicevano veramente. Le bestioline erano doppiamente incoscienti: lo erano nei confronti dei pensieri che non dicevano ed erano incoscienti di averne di pensieri. Quando uscivano dai loro petti, mostrati per mostrare l’attaccatura del seno, la madre li leggeva. Sapeva udire i rumori di fondo, quelle cose che gli individui emettono a mo’ di radar e non vogliono confessare neanche a se stessi.

Quell’essere vulnerabile era un grumo di vita, condensata in 4 chili di peso. Dunque, altro che vulnerabile. Il corpicino rachitico metteva a dura prova l’ipocrisia del mondo. Quanto facevano ridere quelli: più si sforzavano di sorridere più palesavano i pensieri sgradevoli in cui sguazzavano e non si davano pace se non rubandola a qualcun altro. Chiusa la porta ai convenevoli, la madre non sapeva se doveva amare quell’essere femmina nel modo in cui avrebbe amato un maschio senza dubbio. Dentro di sé si chiedeva che vita avrebbe vissuto la figlia, qualora avesse scelto fermamente di vivere da donna, ma sul serio.

Gli alieni esistono, sono tra noi, hanno sembianze umane e vorrebbero tutte le risposte del mondo. L’aliena aveva bisogno di lei. Le comunicava gioia, stupore, dolore, parlava col pianto e con il sorriso. La cercava quando si allontanava. Avrebbe ottenuto un’immediata e meritata gratificazione se, al posto di una femmina, ci fosse stato un maschio di cui prendersi cura. Il maschio va adorato. Va adorato come una piccola divinità sin dalla culla. La reverenza è un diritto inalienabile del malcapitato ducetto in erba ed è un dovere sociale. La ricompensa della madre consiste nella celebrazione pubblica della serva. Non siamo tutti alieni, la femmina è più aliena del maschio ed è un vantaggio. Infatti, occorre solo e nient’altro che l’amore per prendersi cura di una nata femmina. Non l’amore banale, ma un amore che non sai ancora di avere nel cuore. Non lo sai, ma ce l’hai. Di solito le madri si identificano con le figlie, danno vita a rapporti collosi, che solo raramente evolvono nel rispetto dell’indipenza della persona. C’è da volersi bene per voler bene.

La madre osserva quell’essere, colta da un amore piovuto dal cielo, di quella specie di amore che dà una ragione a tutto, mette in ordine le cose e anche a quelle storte trova una legittimazione. Le cose storte le allontana a mille chilometri di distanza, tipo le cantilene delle madri antiche che servivano a scacciare entità malvagie dalla culla dei neonati. Gli adulti si ricordano di se stessi quasi mai, ma quando fanno i figli si ricordano e si impietosiscono come i vecchi che piagnucolano per ogni sussulto del cuore.

L’esserino sgambetta emette dei suoni. Ormai, è nel mondo. Una bocca in più da sfamare, una goccia caduta da una nuvola divina. Nessun altro è come lei. Dei tanti mondi piovuti su questa terra, la madre ne ha davanti un altro, un’aliena.

La madre si tranquillizza, il suo compito non è così gravoso. Ha partorito una femmina, ora deve farla crescere. Un giorno, quando si accorgerà degli inganni, delle menzogne e delle ingiustizie su cui la maggior parte della gente basa la propria non esistenza, vorrà schierarsi dalla parte di quelli cui non danno quasi mai ragione. In ogni modo avrà un posto nel mondo, avrà dei progetti, degli obiettivi per cui vivere. Lei non deve far altro che crescere una femmina. Scompariranno le aspettative mal riposte. Gli altri vorranno qualcosa da entrambe e non esiteranno a farglielo sapere. Ordineranno, perché la società alla donna dà degli ordini. Secondo alcuni tutto ciò è normale. La madre rinuncerà a plasmare quell’essere femmina per farlo a sua immagine e somiglianza. Le rimprovereranno di essere libere, di non avergli chiesto il permesso di vivere come credono. Non sarà una figlia-capolavoro, con il compito ben preciso di risarcire i genitori dei loro sogni non realizzati. In età da marito non esporrà la figlia al mercato, affinché il mondo sia costretto a riconoscerla, affinché si avvicini il miglior offerente, ovvero uno dei peggiori ometti che si possano incontrare. Sarà un aliena per tutta la vita, forse. Ma libera.

Manuela Grillo Spina.

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L’isola che c’è.

‘El duende’ guizza sulle onde, segue la linea di mezzeria. Mi sembra il momento di giocare sul serio. Sono convinta che il luna park rustico, cioè quello di un tempo, sia un luogo estremamente importante, che molti sottovalutano. A mo’ di esempio dirò che la casa degli orrori è una perfetta rappresentazione di ciò che succede nella vita reale. Ti siedi nella carrozza e fuggi dall’assalto del vampiro. Zombie e streghe si avvicinano e non ti toccano, poiché è stabilito che, nel luna park, la paura è soltanto fantasia. Il brivido è proprio questo. Nella realtà sono altre le figure inquietanti, ma il principio è lo stesso. Infatti, tanto nel parco giochi quanto nella vita reale, l’orrore ti sfiora e mai ti raggiunge.

Ho una barca. Ce l’ho dal giorno del mio 40esimo compleanno, me l’hanno lasciata i miei. Da allora l’ho osservata come si osservano le sfere di cristallo. Non la guardavo e basta, la contemplavo. Fissavo l’idea di imbarcarmi nel vero senso della parola. Assorbivo l’idea e la metabolizzavo, chè non tutte le idee sono uguali, alcune si assimilano lentamente.

Quando si naviga è sempre estate. Stamattina il mare ancora sonnecchia. Si stropiccia gli occhi, girandosi nel letto. Cammino con il mio fedele amico sulla spiaggia. Tra qualche ora uno stormo di ragazzini con genitori a seguito costringerà il mare ad esibirsi nel solito gioco di prestigio della domenica. Il mare, travestito da abile incantatore di serpenti, suonerà sul mondo. Dalla cesta usciranno scintillii. La bellezza non è che una carezza sulla testa degli esseri senzienti, per rendergli meno faticoso il vivere. Alcune famigliole, spalmate di creme abbronzanti, confonderanno tutto ciò con gli spettacoli dei parchi giochi a tema. Gambe e braccia bivaccheranno stese al sole fino a sera.

La meta è l’isola che c’è. Sì, quella della favola. Se la gente non è ancora approdata, significa che non vuole veramente vivere su quest’isola. Per questo motivo il viaggio inizia con un pre-viaggio, cioè bisogna avere un’incrollabile fiducia nel fatto che questo posto esiste. Nell’isola io ci andai spesso con l’immaginazione, ma a una certa età tutto ciò non basta più. Se l’idea persiste, invece di consultare il medico, come ti direbbe la gente rassegnata, la devi raggiungere davvero. L’isola è un luogo dove scorre il tempo, in un movimento a spirale, cosicchè cambia colore e stagione. Tra la propria casa e l’isola, come luogo affettivo, ci sono elementi di continuità. È chiaro.  In genere si pensa ad andare da qualche parte per trovare chissà cosa. Nell’isola che c’è, trovi ciò che desideri, la meraviglia dopo averla intuita, vista e sentita per lungo tempo.

I sogni non si pesano. Il giudizio su un grande sogno è estremamente soggettivo. L’impegno per realizzarli è una delle caratteristiche che accomunano i grandi sogni. Più facile la valutazione sui desideri meschini, i quali sono talmente tanto diffusi che, per evitare l’imbarazzo, la gente tende a nasconderli.

‘Tu vuoi il successo, dai sforzati di desiderarlo, vuoi i soldi e la reverenza ipocrita dei vili, vuoi questo. Vuoi un marito a cui servi come l’auto di marca, ma in modo diverso dall’auto di marca. E lui serve a te. Dai pigliati il foglio giustificativo. Vuoi essere sempre la prima per non sentirti l’ultima. Vuoi acculturarti e frequentare luoghi chic, intellettuali, dove all’ora del buffet si pigliano a testate per arrivare primi. Vuoi la libertà e l’uguaglianza. Vuoi tirare un sospiro di sollievo guardando dall’alto in basso lo straniero. Vuoi la libertà femminile per avere il dispotismo. Vuoi inchinarti come una geisha al cospetto dell’ultimo degli uomini. Tu vuoi una casa di proprietà e si sappia in giro che hai delle proprietà poiché tu non ti appartieni. Vuoi un lavoro in cui ti sottoponi a degli ordini facendo finta di darne’. ‘No’, dissi io, ‘non voglio niente di tutto ciò, voglio vivere’.

Il timone è nelle mie mani. Evito gli ostacoli. L’isola che c’è, fa parte di un arcipelago, non lo sapevate? La vedo, si staglia all’orizzonte, come una certezza non destinata a cambiare.

Manuela Grillo Spina.

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Affrettati lentamente

Dalla pagina le parole sottolineate a matita balzano in superficie, fecondano la testa, tamburellando come la bacchetta del rabdomante. Dalla sorgente fluisce ciò che può diventare altro, però la fonte non muta. Rodolfo, da qualche giorno, tiene quel pezzo di carta in tasca, quello che stava sulla mensola, nel corridoio dell’atelier. C’era scritto di una rivoluzione da fare, anzi, di una rivoluzione liberata. Una volta terminato il lavoro nella biblioteca, di solito si mette a leggere. Per fortuna il senso delle cose rimane un mistero. Dicono male delle nevrosi moderne, eppure servono a qualcosa. Togliersele, a volte, è peggio. Poi ti chiedi quale sia il senso della vita e ti metti a cercarlo. La gente è vile, non se lo chiede, riferisce di eventi che si ripetono e ripetendosi rassicurano. Sempre le stesse cose, interpretate nello stesso modo. Non conta che l’interpretazione sia parziale e spesso sbagliata. Conta la certezza. Affidarsi al falso consolatorio, per molti è meglio che andare a cercare il significato. Se gli stuzzichi la coscienza fanno come le serpi che s’aizzano. Appunto, farebbero meglio a riflettere, almeno si calmerebbero. Rodolfo, invece, avverte il bisogno di rassicurarsi sul modo in cui la gente si rassicura e della nausea quale effetto collaterale. La sintesi è il prodotto del tempo o della fonte? Di entrambe le cose, quindi è parziale.

In questo ottobre cangiante, i radar delle aziende aerospaziali registreranno precipitazioni sparse di corpuscoli invisibili all’occhio umano. In ogni angolo del pianeta il mondo della scienza punterà un plotone di telescopi potentissimi verso l’origine del fenomeno. Qualcuno dalla fantasia particolarmente fervida, assocerà il fatto a suggestive immagini cinematografiche. Alzate il capo e strofinate gli occhi, dunque. Chissà quante volte sono cadute le parole delle stelle. Poi, impigliate nei capelli come fiocchi di neve, si sono sciolte in un sussulto, al tocco improvviso del linguaggio del nostro primo vagito.

All’una di notte i gatti stanno accovacciati sul cofano delle automobili. Nella strada dove abita Dario l’enigma è formulato in questi termini: ‘Dovete sostituire il falso con il vero’. Chi è stato a scrivere quelle parole e cosa voleva trasmettere al lettore?. Rodolfo ricorda anche di essersi sentito in balìa di una tempesta.

Rodolfo e Dario raggiungono trepidanti l’atelier. Clara sta smontando le tende della sala per far entrare la luce. Non ci vuole mica fare un vestito alla Rossella O’hara. I ragazzi le raccontano dell’accaduto, posano lo sguardo sulle pareti della stanza e un pensiero fulmineo gli attraversa la testa. È l’idea di un linguaggio antico per una nuova stirpe. Se fosse un colore, sarebbe il blu mare.

Manuela Grillo Spina

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Dategli qualcosa da distruggere… che lo ricostruiremo

Cacciarono la vecchia. Dario supplicò il padre affinché scrivesse un documento con cui nominava i ragazzi ‘consulenti’ per la riqualificazione del luogo in questione. Avevano rischiato tutti, il padre di Dario in primis, poichè l’atto era finto, ma ormai la notizia della casetta misteriosa si era diffusa ovunque, così come la ferocia della vecchia e non solo di quella. Il giorno fatidico intervenne la polizia. Le forze dell’ordine allontanarono una frotta di reazionari pusillanimi, dopati d’arroganza e aizzati come un branco di bestie da un potere morente che non voleva morire.
Alle porte della città è affisso il listino prezzi degli insulti e delle ingiurie contrattabili sul piano politico, economico e sociale, cioè l’ingiusto mezzo per ottenere favori e prestigio, per questo nessuno dei rispettabili cittadini/e è posto a guardia delle stesse.

Clara, Rodolfo e Dario camminano sul selciato pulito dalla pioggia della notte passata. Il tempo sfodera un mattino nuovo, più nuovo degli altri. I ragazzi sono diretti verso la casetta, con la gratitudine nel cuore, tra poco scopriranno un pezzo di verità, un tassello da mettere nel quadro generale e non importa che il componimento sia bello o brutto, ciò che conta è che sia vero. Rodolfo prende un registratore su cui incide la sua voce: ‘Interno giorno, nella casa dei misteri viste da dentro le stanze sono grandi, pare una città silenziosa, all’ombra del Kicth dell’urbe…’. Dario lo rimprovera bonariamente: ‘Devi limitarti a registrare i fatti, non le tue impressioni’, ma non può ignorare che lì stanno tutti zitti. Infatti, nessuno parla. Cade, sbriciolandosi poco a poco, l’obbedienza alla norma. Regola numero uno: riempire di parole la distanza x y z tra pianeti, prima che tale distanza diventi evidente, colmabile e necessiti di altre parole. Regola numero due: utilizzare il lessico prodotto e distribuito dal sistema per stipare polli d’allevamento, attuare norme di controllo e distorcere il buon senso, oltre che vari principi tra cui quello di uguaglianza. Regola numero tre: rendere piacevole il soggiorno nel parco giochi finché ce n’è, affinché gli schiavi felici accettino la stessa sorte. Chi sono le persone di carne che sbalzano fuori dal silenzio, vivono, inventano personaggi, cuciono abiti e li vestono?. Si alzano al mattino, con il mattino dentro. Un tempo percorrevano strade portandovi il proprio mondo. Nel luogo in cui gli è consentito muoversi e soltanto qui, prendono arnesi imprimendo sul lavoro l’impronta di sè. La colpa da principio fu l’immunità. Rei di essere immuni al disincanto, furono segregati e puniti con la vergogna che i vili non riuscivano a provare per la loro viltà. Ma nulla poterono, i prigionieri resistettero con i cuori carichi sino ad esplodere. Tracotanti di superbia, i molti inventarono il Nemico, ovvero la vita. Poi tentarono di spegnere con la violenza il fuoco che ardeva nei petti dei pochi e con la guerra la meraviglia che si desta al mattino in quanto mattino.
‘Perché stanno in silenzio?’, Rodolfo si rivolge a Clara.
‘Non parlano, da quando le parole non riescono più a nominare le cose. I corpi dicono la realtà e non c’è bisogno di aggiungere altro’.
La reticenza dell’amica non lo scoraggia, fissandola negli occhi le chiede di continuare.
‘Prima le parole erano come i corpi, toccavano le cose da vicino e le potevi sentire sotto le dita mentre le dicevi. Le persone di questo posto sono il doppio delle persone-parole che hanno perso la capacità di dire la realtà.’
Ai margini dell’urbe la discarica, con tanto di gabbiani svolazzanti, aspetta le anime morte stipate negli armadi per un definitivo cambio di stagione. Pregasi mandare al macero la stagione del declino delle speranze, delle anime messe a marcire nei corpi ingombranti, pregni di malafede, capaci soltanto di distruggere, consumare lentamente le cose dandogli nomi sbagliati.

Un corridoio stretto e lungo conduce in uno stanzone dove Rodolfo è solo con l’urgenza di perdersi negli inutili discorsi di chi ha soltanto da pensare. Ingaggiato in base all’obbligo del tirocinio formativo per gli studenti universitari, sistema il materiale librario e audiovisivo di biblioteche dimenticate, se non da Dio, sicuramente dagli uomini. Gli appunti a matita di uno studente fantasioso al margine di un manuale di navigazione gli forniscono importanti ragguagli, oltre che l’opportunità di distrarsi perdendosi. A tale proposito si riporta per intero lo scritto semiserio intitolato: ‘Manuale di sopravvivenza contro persone, informazioni e cose scellerate.’ Dunque, ‘immaginate di non sapere niente, per qualcuno non sarà difficile. Quando sarete abbastanza convinti di non sapere niente, osservate e ascoltate. Lasciate cuocere il tutto a fuoco lento per il tempo necessario, poi aggiungete del sentimento e immaginate di avere un pilastro al centro del petto. Dopodichè smistate la mole di informazioni e decodificate ciò che vi interessa’. Rodolfo sorride, vorrebbe rintracciare lo svitato che ha scritto una ricetta del genere per fare come in Matrix e disinnescare la scheda che invia immagini e pensieri a circuito chiuso nel kitch abituale. Ripensa all’atelier, il ventre di un nuovo mondo. Nel pomeriggio torna nella casetta, l’attenzione cade su un foglio di carta posto sulla mensola del salone. Lo scritto presagisce il futuro, parla di una rivoluzione liberata: ‘Gli schiavi felici ostacolano subdolamente la ribellione dei nati liberi, ma il principio di realtà preannuncia rapidi quanto inevitabili cambiamenti. Sospinti gli abitanti di questo luogo chiamato terra a sostituire il vero al falso con funzione adattiva con funambolici giochi linguistici contro il potere e con il potere delle nuove parole’. Rodolfo fa scrocchiare il foglio tra le dita, scoprendosi nel bel mezzo di una vera tempesta, con il timone tra le mani.

Manuela Grillo Spina.

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Intanto il dicibile, per lo scibile si vedrà.

La vecchia non voleva farli entrare. S’era messa davanti alla porta, con le braccia aperte per sbarrare l’entrata. Qualcuno avrebbe potuto sapere e certamente non doveva. Da tempo girava la voce che la casetta custodisse un mistero. Nessuno aveva la certezza che si trattasse dei soliti misteri d’Italia. Per saperlo più di un viandante che non aveva intenzione di pellegrinare passava giornate intere davanti alla dimora in cui Clara aveva condotto i suoi amici. Voleva svelargli il segreto. ‘Signora si tolga, per favore’, sussurrarono i ragazzi. La vecchiaccia non ascoltava nulla, sentiva soltanto il rancore che nutriva nei confronti delle persone che curiosavano. Aveva paura che entrassero. ‘È una donna cattiva, quindi molto stupida’, Clara aveva avuto a che fare con quell’essere detestabile, sapeva che non l’avrebbero convinta ad andarsene fintantoché fossero rimasti lì. Implorarla non serviva a molto, anzi la vecchia si compiaceva del suo modo di fare, da anni cacciava via chiunque si avvicinasse alla casetta. Nonostante quella presenza inquietante il luogo era meraviglioso. Al centro del cortile c’era un pozzo, intorno un piccolo giardino fiorito, chiaramente qualcuno se ne prendeva cura e quel qualcuno non era la vecchia che lo odiava. Per l’esattezza invidiava lo sbocciare dei fiori, poiché ciò, ripetuto di continuo, ha le sembianze della vita. Se fosse dipeso da lei, avrebbe mandato in malora il giardino, maledicendo il sole che lo scaldava e le farfalle che si posavano sulle piante. Infatti, quel luogo le faceva tintinnare un sonaglio, che prometteva la felicità come solo la vita che scorre sa evocare. Siccome ci aveva rinunciato da parecchio, non voleva che altri cogliessero l’attimo. Purtroppo, s’era accaparrata il diritto di mandar via le persone, soprattutto se animate da un interesse genuino. Non è che se l’era preso, in fondo il diritto glielo avevano concesso, a mo’ di risarcimento per le rinunce e per i sacrifici cui si era sottoposta. Dei sessantasei anni ne aveva vissuti la metà o un quarto. Tale accidente, comune a molti, le garantiva la complicità degli ottusi contenti, rinfrancati dalla viltà condivisa. Insomma, di quella gente che, ammantandosi con orgoglio del cinismo più bieco, per quanto esso riveli in modo imbarazzante intollerabili frustrazioni, pare si senta autorizzata a tracimare astio.
Sebbene negli anni fosse apparsa a chi poteva sapere, alle anime pure ma terribilmente sole, Clara era l’unica depositaria di storie che altrove si sarebbero raccontate e ciò le pesava. Ormai era decisa a svelare il segreto, Rodolfo e Dario l’avrebbero aiutata. C’era da mandare via la vecchia, era l’unica cosa da fare. Con i ragazzi si allontanò dall’atroce signora per escogitare un piano, mentre i raggi del sole avvampavano ovunque, tanto che nulla poteva restare nascosto alla luce.

Manuela Grillo Spina.

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Cielo in prevalenza sereno, moto ondoso in aumento

La porta dell’atelier è quasi tutta liscia, tranne ai bordi. È ben tenuta, il portiere la lucida con la cera ogni giovedì. I pomelli dorati, due per l’esattezza, sono situati al centro, affianco il campanello specifica che si tratta di una sartoria teatrale. Sono trascorsi due mesi da quella sera in discoteca. A volte capita che un desiderio si appresti ad intervenire nell’avvicendarsi dei pensieri scombinandone l’ordine. D’un tratto la sequenza viene stravolta dal vorrei, che si palesa innanzitutto in qualità di visione, poi, non senza sforzo della mente immaginante, attraverso le parole. Diversamente dalla gestazione e il parto, per l’espressione compiuta di un vorrei nessuno ha stabilito ancora quale sia il tempo necessario. Rodolfo e Dario si crogiolano nella soddisfazione di un bisogno più alto di quelli legati alla sopravvivenza, escogitando una provvisoria accettazione della routine quale strategia idonea ad accrescerlo.

Il sisma sconquassò le viscere della terra e salì in superficie con un boato. Pochi lo sentirono. Nel mattino brumoso, ornato da spirali di fumo che si mescolavano alla luce, la città appariva disabitata, sembrava un luogo primordiale. L’asfalto esalava vapori, segno che c’era un fuoco immediatamente sotto. Pochi erano i passanti nelle strade, c’era qualche anima sparsa sul marciapiede. Nella stasi dopo la tempesta, ammiravano il panorama sgombro dal vecchio. Pareva che un meteorite si fosse abbattuto sulla terra o il diluvio universale avesse imperversato per giorni. Un passerotto stava sui fili del treno e Dario lo guardava con tenerezza, era il regalo in un mattino non come gli altri. Donata arrivò trafelata, qualche minuto di ritardo e avrebbe perso il treno, mancato l’incontro con Dario. Era cambiata, i capelli spettinati indicavano una certa rilassatezza nel porsi al mondo, così come le unghie vere al posto di quelle finte, per giunta lo sguardo dimostrava sicurezza. Tutt’altro che un dettaglio la trasformazione della ragazza. Nell’insieme era molto apprezzata dal giovane, ma soprattutto da Donata stessa, la quale proferiva parole che a volte a Dario sembravano incomprensibili. Parlava un linguaggio sconosciuto, nato dall’impatto con il corpo celeste, oppure mai veramente dimenticato ed ora risorto da un lungo sonno. Dario arrancava e, per capirla meglio, guardava fuori dal finestrino quello che guardava lei, poiché solo in quel modo riusciva ad avere la stessa sua visione. Scesero dal treno e si salutarono. Dario chiamò Rodolfo che faceva colazione impastato di sonno. Insieme pensarono a Clara. Così decisero di andare da lei nel pomeriggio, mentre il cielo non era più lo stesso e spargeva nuvole bianche come il mare col sale sugli scogli. Ne uscì un disegno indecifrabile, nel mentre i ragazzi bussarono all’elegante porta dell’atelier.

Le idee sognano. Nessuno potrà mai affermare con certezza il contrario, così come nessuno ha mai visto Dio eppure lo pregano in molti.
Globuli rossi, globuli bianchi, piastrine, Ves nella norma. Il sole del pomeriggio fendeva i vetri dell’ambulatorio, Clara, lì dentro, aveva percezioni contrastanti. L’organismo della paziente s’era spazientito. Quindi, sognò l’immagine di un approdo e mise il punto. Quel posto non l’avrebbe mai più rivista. Le diedero il referto, lei ci scrisse sopra un pensiero. Non fu tanto per l’irrequietezza né per la felicità ingestibile che spesso chiamano irrequietezza. Fu per un insieme di fattori che le vene della terra iniziarono a ribollire e, riflettendosi nel corpo di Clara, davano l’impulso per l’inizio di una nuova scrittura dei fatti.
L’analista mette i prodotti umani nel microscopio, i quali prestano malvolentieri il fianco all’ennesima ispezione. Il declassamento a prodotto provoca un notevole fastidio e fa increspare l’epidermide del mondo. Nel cielo scorrono di continuo le nubi, luce ed ombra si alternano, un rombo proviene dalla cavità terrestre, fa tremare la terra che, ondeggiando, scuote gli alberi e le case nelle città. Animali e cose assecondano il movimento che li culla con estremo vigore. L’acqua del mare sale ogni notte. La marea travolge gli animi, ma non li distrugge.
Adesso un coacervo di energie addensate in campi magnetici sembra che abbia spazzato via il male.
Clara nell’atelier cuce l’abito di Nora. La casa di bambola moderna consta di un appartamento con due camere, salone, cucina e bagno. Nora fa l’impiegata, ha due figli e un marito, un cellulare, due macchine, una colf e una baby sitter e, a cena, lei e il marito si raccontano dei calci affibbiati a varia umanità. Poi si congratulano. È convinta di essere lei a comandare. Nora non vestirà abiti del XIX sec., avrà una mise moderna e sul petto le iniziali ricamate, come Esther Prinn. Clara: ‘Mi avete cercata, sono qui’. Sincronia perfetta, il cuore dei ragazzi sussulta. ‘Siamo venuti a trovarti, ci mancavi’, rispondono loro candidamente. L’atelier è un luogo caldo, ben presto si popolerà di varie maestranze per la rappresentazione in corso.

Manuela Grillo Spina.

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Le gambe di Clara

Il femorale inizia dalla cavità posteriore del ginocchio, procedendo sino all’attaccatura del gluteo. Clara cammina, è ritmica sia l’andatura che il respiro. Le sue gambe sinuose si riflettono nelle vetrate a specchio dei portoni. Quelle di Clara, prima di essere parte anatomica e simbolo di avvenenza femminile, sono un fitto intreccio di muscoli, tendini e arterie. Il movimento lo svela. Giunge all’atelier, ma prima di entrare nel cortile legge un nuovo cartello: ‘Vietato l’ingresso a moto e auto’.
Nella sala d’attesa dell’ambulatorio, in un angolo, riviste cumulate in ordine sparso lanciano dei richiami come le sirene di Ulisse. Promettono un profluvio di notizie pruriginose sulla vita privata dei vip. Trastullo innocuo per signore e signori, oppure signore e signori ecco a voi il trastullo innocuo. Preferito e preferibile, unico al mondo, signore e signori, garantito, soddisfatti o rimborsati – asterisco piccolo piccolo, taeg tan allo 0% and so on. La comunicazione pubblica usa parole del genere. Clara dovrebbe sottoporsi a un esame radiologico e lo dovrebbe fare lì, non altrove. Dovrebbe ma non vuole. L’ordine sociale piagnucola, invocando la radiografia alle idee. Il tecnico la invita a stendersi sul lettino, con le gambe infilate dentro un tubo circolare. Il macchinario, con grande sorpresa dell’operatore, mostra una massa muscolare vigorosa, tendini e un fitto apparato circolatorio in cui viaggiano globuli bianchi, globuli rossi, sostanze nutritive ed enzimi. L’organismo non ha mai chiesto la registrazione all’albo dei professionisti della materia vivente, dei sapienti, dei burocrati, dirigenti, despoti o tiranni. E neanche in quello dei succubi, reietti, vili servi del potere. Muscoli, sangue, cuore massa cerebrale non vorrebbero essere disturbati. Restii ad apparire all’occhio indagatore di un macchinario che ha la pretesa di attribuire a ciò che è vivo anomalie, malfunzionamenti, intoppi. L’intoppo in realtà è l’ambulatorio, dove vengono visionati gli elementi che disturbano il sistema. La schedatura quindi risulta necessaria, come la visita del militare, come la partenza per una guerra dove si sa in anticipo chi saranno i vincitori. Poi, finito il conflitto, da entrambi i fronti i soldati si staccheranno le bende di dosso, ingannati e rabbiosi, tanto i vincitori quanto i vinti. Ingannati dalla tenera età, quando la mamma li consegnava al mondo, plasmandoli a sua immagine e somiglianza, spingendo nel profondo di se stessi il vero sé. L’avrebbero dimenticato e qualora fosse riemerso dagli anfratti dell’inconscio, preceduto da un fastidioso gemito, sarebbe stato avvertito come un effetto collaterale del malessere del vero sé. Com’erano da bambini? Non lo ricordano più, il programma prevede che le emozioni restino imprigionate in immagini bidimensionali. E semmai, nel tempo, un evento o una persona portasse alla luce il cadavere in fondo allo stagno, da ufficiali programmati per obbedire tenterebbero di annichilire la persona e cancellare l’evento.
Clara guarda in alto, aspettando che l’esame volga al termine. Muscoli, sangue, cuore e materia cerebrale si inalberano parecchio. Per niente contenti degli occhi arroganti del potere in agonia che, ormai è chiaro, controlla e si controlla. Non c’è differenza tra Rodolfo e Dario e un magnate della finanza, lo sanno sia i ragazzi che il magnate, ma il vecchio potere, per tenere in vita l’ordine delle cose ormai morente, sussurra al magnate di accumulare ricchezze di cui non sa che farsene e non gli importa.

La festa di compleanno di Esmeralda in discoteca. Esmeralda è studente di filosofia, amica e coetanea di Rodolfo e Dario, oltre a ciò è carina e simpatica. La scrivente ha fornito le informazioni necessarie, ma non è tutto qui, lo sarebbe nel caso che la narrazione di una storia coincidesse con la capacità di comunicare tutto alla perfezione. Non è neanche sicuro che sarà raccontato il raccontabile, almeno non subito. Infatti, chi scrive non conosce gli infiniti mondi che si aprono quando appoggia la penna sul foglio o la mano sulla tastiera del foglio elettronico. Dunque, per scongiurare il pericolo della radiografia del linguaggio, possiamo dire che alla festa di Esmeralda la musica scandisce il ritmo della serata, poiché ciò è conforme alla legge. Al bar Rodolfo e Dario, col gomito sul bancone per darsi un tono, stanno in vedetta, il primo che trova un gruppo di ragazze abbordabili avverte l’altro. Il patto è questo. Dario dribbla un gruppo di matricole e arriva fulmineo sulla bionda. La quale bionda altro non è che la bionda del treno, quella che incontra ogni mattina. Siccome sa che lei sa chi è lui, ma senza saperlo, Dario si avvicina e le chiede se vuole bere qualcosa. La ragazza si chiama Donata e accetta. La strana creatura, perché strana apparirebbe a Rodolfo, è un variegato come il gelato, un assembramento di borsa traboccante, bocca appena appena siliconata, capelli mesciati, unghie finte. Dario contempla i suoi capelli lisci, simili a spaghetti. Lei li fa oscillare ciondolando la testa, come le bamboline nei sedili posteriori delle macchine. Il ragazzo la osserva che tormenta il touch screen dello smartphone per dissimulare l’insicurezza. Dario osserva l’impaccio della fanciulla non senza soddisfazione. Ne è quasi incantato, quasi però. Fanno una passeggiata nel giardino intorno al locale. Donata parla a raffica. Dario abbassa l’audio, riuscendo a sentire il suono di sottofondo: cosa debbo fare per arrivare al tuo castello con la fede e con l’anello e la punta del coltello. Cosa debbo fare per sedurti e vincere: la tua simpatia, il tuo amore, il trofeo, il titolo di Reginella, la convalida di un sé sparito sotto i doveri del genere. Quante Donate ci sono, cui non importa altro che vincere un bel futuro da collezioniste di sogni rimandati, sacrificabili e sacrificati. Rientrano, lui neanche ci ha provato a darle un bacio. In pista Esmeralda balla come una pazzoide. Non è strano, lei è fatta così, nelle sue divagazioni immagina che i filosofi si siano divertiti da matti. Esmeralda vuole sfidare le leggi della fisica e crede che prima o poi incontrerà in discoteca un grande pensatore che sarà anche un grande amore. Già che c’è una sogna quello che le pare.

‘Mi manca, Clara mi manca’, sospira Rodolfo. Sono le 2 di notte, il brano sfolla-gente annuncia che la serata volge al termine. ‘Manca anche a me’, risponde l’amico con un leggero affanno. Poi il silenzio, i ragazzi con lo sguardo perlustrano la sala e seguono la fila al guardaroba. Grande amore, intensa passione, idea ineffabile sbaglierò ad adorarti? Idea che si crogiola stabilmente nella vaghezza, fa arrabbiare i rassegnati, attrae gli individui liberi.
Clara si sveglia, accende la radio. Il cronista, come ogni giorno, augura una buona giornata, a se stesso in primis. E inizia una epoca nuova. Con gli avanzi della vecchia, dei monologhi interiori altrui, scriverà qualcosa, forse una ricetta con la forma delle rotaie.

Manuela Grillo Spina
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Clara

Rodolfo e Dario suonano alla porta dell’atelier. Nessuno risponde. Dieci, venti, trenta, quaranta minuti, ma Clara è lì. L’hanno vista soffermarsi alla finestra, loro guardavano Clara e Clara li guardava. L’hanno sentita ridere come un ruscello d’acqua limpida. La stanza del cucito è illuminata, le altre sono al buio ma non per questo non esistono. Lo spazio dell’utero-atelier non ha centro né periferia. I muri delineano il dentro e il fuori. Solo al catasto risulta un appartamento ubicato nel quartiere x, di una città x, e nei registri l’ampiezza, le dimensioni e variazioni.

Clara apre e i ragazzi sono disposti lungo le scale. Stanchi, ma determinati a vedere la fanciulla dei loro sogni. Rodolfo e Dario varcano la soglia. La porta si richiude subito su scampoli di mondo che penzolano come stracci. L’atelier è grandissimo, le stanze, quasi tutte comunicanti tra loro, lasciano vincere la compagna più illuminata. Si dispongono nella sala dove Clara cuce. Intravedono un busto con indosso una camicia bianca, così ampia che solo un petto gigantesco può riempirla. Olympe De Gouges, il petto che rivivrà nella camicia è quello di Olympe De Gouges. La femminista ante litteram, paladina dei diritti delle donne, venne ghigliottinata con un’esecuzione esemplare. Le altre, nel vangelo secondo il potere maschilista, non dovevano né dovranno mai ribellarsi. La pièce ‘Olimpia e Mary’ è ambientata ai giorni nostri. Olympe De Gouges e Mary Wollstonecraft, più vive che mai, siederanno in un parco pubblico a ridosso di una metropoli contemporanea e aspetteranno che si compia la rivoluzione delle donne. Mary Wollestoncraft, anche lei femminista nell’Inghilterra a cavallo tra i sec. XVIII e XIX, si fece portavoce dei diritti umani dichiarati durante la Rivoluzione francese, ma coniugati al femminile. Fu più cauta di Olympe De Gouges, schierandosi a favore dell’istituzione familiare. Ciò le consentì di tenere la testa attaccata al collo. Da autodidatta lottò per l’istruzione femminile. Morì di parto dando alla luce Mary Shelley che seguì l’esempio della madre e divenne una scrittrice. Rodolfo, giorni addietro, aveva letto di Olympe De Gouges e Mary Wollstnecraft in libreria: ‘Le donne che pensano sono pericolose’ di Stefan Bollman. Se lo ricorda ancora il titolo e il nome di Olympe che decapitarono perché la sua testa di donna dava molto fastidio all’ipocrisia delle convenzioni sociali e alla corruzione, allora, ma anche ora.
Clara toglie la camicia dal busto e la indossa. Conosce il canovaccio dell’opera e recita il prologo: ‘Come la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere altresì il diritto di salire alle più alte cariche’. Rodolfo e Dario sono molto spaventati, gli occhi di Clara lanciano dardi infuocati, che pare il giorno del Giudizio e la fanciulla non fa nulla per rassicurarli. ‘So di voi, venite spesso a trovarmi. Vi ho visto fare capolino dalla finestra, e che mi seguivate in strada. Mi sembrava di avere un manto da regina quel giorno, avvertivo una moltitudine di petti che vibravano. Come ali di farfalla vi ho portato addosso. Per favore io non voglio essere una regina a lungo. Devo dirvelo, se mi credete tale, lo fate per compiacere voi stessi’.
Rodolfo, che non va di certo in cerca di medaglie, reagisce alla provocazione, ma le parla come se fosse una sua coetanea: ‘Tu sei diversa, le altre hanno un registratore di consensi incorporato: a quello piaccio, il compito è andato bene o male, sono brava, bella buona o scarsa, brutta, cattiva. A te non importa di questo, io lo vedo’.
Clara guarda lontano, come se cercasse un dettaglio che le ispiri le parole adatte. Poi, assume una posa buffa: ‘Vivo se sto ferma’ e rimane immobile. ‘Vivo se mi muovo’ e si agita in modo scomposto. ‘Spesso ho pensato di vivere di più se sto ferma e ascolto’, continua la donna con l’occhio vispo, si sta divertendo parecchio. ‘Mi immagino un recipiente, proprio qui’ e indica il petto, ‘dentro di me e che le percezioni vadano a riempirlo, trasformandosi in carburante per l’azione’.
‘La metafora meccanica non me l’aspettavo’, Dario la interrompe dubbioso, ‘mi aspettavo un mondo di colori delicati e parole soavi’.
‘Caro… a proposito come vi chiamate?’.
‘Rodolfo, Dario’, i ragazzi rispondono in coro.
‘Quanti anni avete?’.
‘Ventiquattro e tu quanti anni hai?’.
‘Sono giovane, ho la vostra età’, Clara sorride e il suo sorriso placa il timore dei ragazzi.
‘Dunque, cari Rodolfo e Dario io sono un’idea, non l’avevate capito?. Ho i fiori nei capelli e gli occhi di ghiaccio, ma a volte i miei capelli si trasformano in cime di navi e gli occhi si addolciscono. Le linee disegnano curve morbide. Per intenderci, parlo di quegli occhi, non so se li avete mai visti, in cui tutto il mondo va a finirci dentro. Adesso cucio i vestiti per il teatro, un tempo facevo la lavandaia, stendevo bianchi lenzuoli che si agitavano come bandiere al vento. Così fieri, era una meraviglia stare a guardarli e di sera distribuivo le bibite in un cinema d’essai. E che altro… Ah! Ma, ve lo devo dire? Amo studiare, i libri, la parola generatice che non può fare a meno di un corpo. Non tutti gli intellettuali mi amano, alcuni si aspettano che gli appaia con la corona e lo scettro. A vedersi apparire una lavandaia con le braccia muscolose e il cuore che canta, aaahhh!!! Strillano. Mi hanno respinta. Non gli facevo fare bella figura e si pentivano di avermi desiderato. Eppure io ero lì, mi avevano chiamato durante gli anni di scuola o all’università. Quelli erano paurosi perché si accorgevano che esistevo attraverso i sensi. Temevano che fossi così forte da spezzare tutte le loro convinzioni fasulle in un sol colpo. ‘No’, dicevano e con le mani si facevano scudo, ‘non ti possiamo tenere’. Diventai una specie di mania, una chimera, un sogno da emarginare negli angoli bui della notte. Inventarono la notte e il buio senza luce. Gli altri, quelli che non ebbero mai paura della mia e della loro forza indomita, mi accolsero e così crebbi. Salii nelle sommità delle montagne, camminai a grandi passi sulle nubi e qualche volta, ma soltanto nei giorni di festa, feci qualche concessione e indossai vestiti regali. Mi chiamarono Libertà, uguaglianza, pace, fratellanza. Nei giorni di lavoro, cioè quasi sempre, tornavo a svolgere mestieri umili, perché un’idea può esistere soltanto nella realtà. Giravo nei mercati, tra le persone. Ecco, la gente. Non tutti sono stati buoni con me. Se certi uomini di pensiero mi disprezzavano, quelli del popolo avevano il terrore. E appiccarono roghi, scatenarono guerre, chi mi difendeva lo condannarono. Si inventarono dei surrogati che avessero il potere, almeno a detta di alcuni, di sintetizzare il senso di tutto o di espandere senza sosta un’unica matrice, frantumata in pezzi apparentemente diversi. Il denaro per esempio e il possesso. La maggior parte della gente ricorre a dei surrogati, perché non può avermi senza avermi. In tutti questi anni, diciamo pure secoli, ho pensato, perché anche le idee pensano, ho pensato che gli uomini vivano male l’alternanza di stasi e movimento. Io ce ne ho messo di tempo per comprendere che vivere significa ascoltare passivamente la vita, poi l’azione nascerà da sé. Passività sì, per ascoltare il discorso della vita e specchiarsi nella vita. Apparirò anche a questi un giorno, se mi chiameranno. Voi mi avete cercata e sono qui’.
Rodolfo e Dario guardano Clara con un’espressione stralunata, sorpresa, come a dire: ‘Macchè, ti abbiamo cercata?, ma davvero … Allora, non la casa, non la macchina, non la lavatrice, non il certificato di matrimonio, di laurea, la carta d’identità, il codice fiscale, tessera autobus, bancomat, bollette, spesa il sabato, week end splendidi con: foto, ristoranti, code al casello e ancora: applausi politcally corret, indignazione nella norma, e alla fine: ‘Grazie, grazie, il malato sta bene’, assicura l’assicuratore tastando il polso del cittadino/a x. Un respiro grande, l’immagine attraversa la testa dei ragazzi a mille km/h, un pensiero tutto d’un fiato: dunque è un’idea, quello che vogliamo è un’idea e adesso chi glielo dice agli altri… Rodolfo e Dario colpiti da un moto irresistibile di goliardia scendono le scale di corsa. Cinque gradini, un salto e i due atterrano sul tappeto, morbido e davanti alla faccia del portiere, uno dei misteri insondabili dell’universo. Gli occhi, due fori infossati in una faccia grassoccia, si lasciano sfuggire un baluginio di vitalità ancora non del tutto sopita, ma per queste cose non bisogna avere fretta.
Il portiere: ‘Buonasera’.
‘Buonasera!’, rispondono Rodolfo e Dario.
Lì fuori le rassicuranti bugie pendono come stracci. Nell’animo un’idea tangibile che, invocata, è diventata subito realtà.

Manuela.

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L’oscuro, imperscrutabile e sfolgorante mistero…

Clara avanzava sicura, dietro a sé la fiumana seguiva ogni suo movimento. Niente più macchine nelle strade, soltanto il procedere ondivago e irregolare delle visioni di ciascuno che fondendosi si espandeva come gli stormi nel cielo. Rodolfo e Dario, a occhi ben aperti, erano diretti verso una meta. Nessuno sapeva, ma la determinazione a trovare il significato dei sogni non vacillò mai.

Mio padre è stato operaio nei cantieri edili. Trent’anni a trasportare sacchi di calce. Quando diventò capocantiere avrebbe potuto imporre ad altri di farlo, ma quando fu necessario se li caricò ugualmente quei sacchi. I sottoposti, specialmente negli ultimi tempi, lo guardavano male. Avrebbero voluto che fosse il capo infame, tanto coglione da vendicarsi su di loro dei soprusi subiti. Quello sì che sarebbe stato il vero leader che si aspettavano. No, mio padre detestava ogni forma di nonnismo, di prevaricazione meschina e non si comportò mai in quel modo. Alcuni lo stimavano per questo, ma gli altri, cui il rispetto bruciava a causa della totale mancanza di dignità che avevano per se stessi, lo osteggiarono sino all’anno della pensione. Mio padre si chiama Sandro, dice che non devo fare la vita che ha fatto lui e che devo studiare. Io non mi sforzo per obbedirgli, a me studiare piace e comunque ci vado a lavorare nel cantiere, così guadagno qualche soldo. Mio padre ha ragione, il mestiere dell’operaio edile ti spacca la schiena. Mia madre è casalinga, lo è da sempre, cioè da quando sono nato. Ho 23 anni, mia madre si è sposata 24 anni fa e da allora lavora come mio padre, però a casa. Io il mestiere di casalinga non lo voglio fare, benché mia madre che si chiama Giusy non mi abbia mai detto: ‘Figlio mio, non fare la vita che faccio io’. Era scontato che non fossi casalingo. Di compagni che per gioco dicono di volerlo diventare ce ne sono. Essi giocano: ‘Che male c’è se sto a casa e faccio le pulizie’. Si figurano la futura moglie che va a lavorare fuori e loro si occupano della casa e dei figli, ma non resisterebbero neanche una settimana. Mia madre mi ha detto: ‘Studia, figlio mio’, anche lei come mio padre, solo questo. Io non mi sforzo per obbedirle, a me piace studiare. Mio padre e mia madre hanno la terza media, mentre i genitori dei miei compagni all’università sono quasi tutti diplomati e laureati. Quando parlano con la gente che ha studiato Sandro e Giusy respirano e per l’imbarazzo voltano lo sguardo altrove, ma non si fanno prendere per il naso da nessuno. Sentono non tanto l’importanza di uno status sociale più alto del loro quanto l’ammirazione per il bell’eloquio e mantengono un atteggiamento di rispetto discreto nei confronti del sapere. A loro piace che qualcuno si esprima come vorrebbero esprimersi, perciò mi dicono di studiare. Vorrebbero che io sapessi dire parole, non conta se belle o brutte, ma parole da incantare. Perché ciò che conta è l’incanto non l’incantatore, che è un’altra cosa.
Mio padre lavora per la commissione interministeriale per il cinema, richiesta dai sindacati di categoria. Ha una laurea in Legge. Vent’anni fa entrò nei palazzi del potere, quelli con le stanze grandi e i muri spessi dove le parole bisbigliate restano presto orfane e sono come le ombre dei lampadari giganteschi che troneggiano nei soffitti. Per cause di forza maggiore quelle parole si disperdono facilmente mentre le parole solenni, udite da tutti, vengono dimenticate altrettanto facilmente. Dieci anni prima, nel periodo del disimpegno totale e della gente che metteva il cervello sottospirito per usarlo poi, lui frequentava l’università e voleva cambiare il mondo. Nei viali alberati che separavano gli atenei, dove gli studenti non trascinavano le gambe sino alle aule, incontrò mia madre che frequentava la Facoltà di Lettere. Mio padre si chiama Rinaldo, benché ami il suo lavoro mi ha vietato di intraprendere la carriera nel pubblico impiego. Mi ha detto: ‘Studia, figlio mio e non smettere, perché studiando avrai una vita difficile’. Io ho ascoltato il consiglio di mio padre. Studio, ma non sempre volentieri. Mi son chiesto: ‘E se poi un giorno i libri nel mondo non li trovo più?’. Mio padre conosce le mie incertezze e un giorno mi ha detto: ‘Le gentildonne e i gentiluomini che ti parlano attraverso i libri hanno vissuto e vivono nel nostro mondo, li troverai sempre se li vuoi trovare, non farti ingannare dalle sirene ammaliatrici’. Mia madre insegna ai giovani, tra cui maschi e femmine che si agghindano come i personaggi di un reality show. Quelli la prendono in giro perché a volte indossa maglioni consunti, ma a mia madre del vestiario non frega niente se in testa ha qualche idea e questo gli altri non lo capiscono. Nel fine settimana a volte esco con i miei. Mio padre e mia madre se andiamo a cena fuori diventano insofferenti, impacciati. Non sanno se sentirsi omaggiati o sminuiti dal manierismo degli avventori, i quali ci tengono a farsi vedere e darsi un tono. E più quelli si mettono in posa per far risaltare i presunti lati migliori più sono inquietanti. I genitori di Rodolfo invece non sono ruffiani, hanno gli occhi pieni di meraviglia.

Rodolfo e Dario stanno seduti su una panchina nel viale dell’università. Hanno dato l’esame di chimica, andato bene per tutti e due. Fumano una sigaretta e guardano le nuvole.
Nell’atelier Clara cuce il vestito di Agamennone. La compagnia si esibirà nell’’Orestea’, nella piazza della città davanti ai palazzi del potere. Nell’utero-atelier la lampada irraggia caldi fasci di luce, ritmici come i palpiti del cuore. I muri si espandono e si restringono. Non è la sintonia con l’insieme che li fa muovere, ma un battito controcorrente come le avanguardie a inizio secolo. La tunica conobbe un uomo che si macchiò del sangue della sua stirpe, quindi il petto dell’atríde. Coprì numerosi petti di uomini accecati dal potere. Le moderne giacche a doppio petto vestono il torace degli stessi uomini. Uomini d’armi, conquistatori senza cavallo né eserciti, che invadono territori e assoggettano popoli col potere del mercato. Nelle dimore per niente affatto regali le consorti che godono dei vantaggi della sottomissione e ripudiano gli obblighi della stessa, intrigano con i bellimbusti. ‘Uccidesti le mie velleità’, dicono sottovoce ai mariti prima di ucciderli, per legittimare le trame nascoste agli altri e tranquillizzare la loro coscienza. Conquistati e conquistatori si scambiano di ruolo, ma il gioco è sempre quello. I personaggi di questa pièce adesso recitano con il canovaccio scritto di loro pugno. Se le ingiustizie del passato regneranno nel futuro è perché il governo del popolo ha scelto di ripetere la sua storia, anziché ricordarla, nel consolante bagliore di una ragione che astrae le contraddizioni della realtà e le riduce a niente. La rappresentazione parla dell’oscuro, imperscrutabile e sfolgorante mistero della nascita di una società nuova. Quale compito più arduo dell’agire sulla scena, guidati da leggi che ancora non esistono se non nella realtà di quei corpi…

É più grande di un aerostato, è lì non lo vedi?. Il muscolo cardiaco o forse è un ibrido: un occhio, un utero che genera uteri e mantiene in vita. L’atelier è parte di questo immenso organismo. Bum, bum, bum, bum, palpitano gli assi portanti. Il ritmo lo sentono Rodolfo e Dario, lo sentono i figli già partoriti dal ventre materno e si riconoscono. Senza dirselo i ragazzi si dirigono verso Clara. Il placido pomeriggio primaverile si agghinda di profumi soffusi, li respira senza saperlo il portiere che sonnecchia, li respira la gente svagata. Uomini, donne e bambini nei tram, all’uscita dal lavoro o da scuola, lanciano i pensieri lontano. Alcuni fischiano ed essi ritornano come i cani dal padrone, altri non li riprendono più, altri ancora li lasciano liberi e si distinguono nel blu del cielo. Ampi gradini di forma ovale conducono Rodolfo e Dario all’entrata del palazzo. La porta è massiccia, spalancata, silenziosa, non fa nulla per rendersi attraente. Sta lì. I ragazzi salgono le scale, dove incontrano un coetaneo. Gennaro vive nell’appartamento di fronte a quello dell’atelier. Ha nella mente sempre un’idea che gli frulla. Studia, traffica parecchio con libri. Si sente vivo specialmente quando la mente gli frulla. Non gli importa di non avere soldi, né di essere simpatico. No, di questo, se partorisce qualcosa che lo appassiona, non gli frega niente. E mangia poco, questo forse è il suo segreto. Non che si tenga a stecchetto. Con la pancia vuota si ragiona male, con la pancia piena si ragiona bene, ma con la pancia mai sazia si ragiona molto meglio.
Rodolfo e Dario salgono gli ultimi gradini, prendono fiato e bussano alla porta dell’atelier.

Manuela.

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