Le peripezie di stravaganti cappelli

Drinn, la sveglia suona, sono le otto. Dario salta giù dal letto. In fretta si infila i calzoni, si lava la faccia e i denti ed esce di casa. Allegra mattina inspiri presagi e le esalazioni dei visi sudati intinti nel dormiveglia ed espiri vento che punge quegli stessi visi. Un ragazzo ti vive, prende il bus e pare non si curi che di se stesso.
Nel passaggio del metrò Dario cammina veloce, sul tapis roulant per fare prima. Tra poco incontrerà una donzella e un ragazzo che suona la chitarra: ‘Knocking on heaven’s door…’. Signore e signori, siete avvertiti della presenza di artisti di strada. Lei oggi ha il viso colorato, è carnevale. Di scatto si volta e guarda Dario, in mano ha un cappello a cilindro tutto tempestato di paillettes.
‘Sto arrivando’, Dario parla al telefono con Rodolfo. Due minuti da qui alla banchina, cinque minuti se la metro passa subito, otto minuti, quasi dieci, sino a casa di Rodolfo. ‘Ti aspetto’, risponde l’amico. Dario ha una fretta del diavolo, non c’entra soltanto la puntualità. L’appuntamento è per le 9. Sono le 9 e 10 minuti primi quando suona il campanello. Rodolfo apre, l’amico ha due pomelli rossi al posto delle guance. appare trafelato.
‘Per solidarietà posso fare una rampa di scale di corsa’ gli dice sorridendo. Dario va di corsa in salotto e si toglie di dosso la giacca, lo zaino e la sciarpa. ‘Ho visto degli artisti di strada che suonavano nel metrò. Lui suonava e la ragazza era vestita da clown, con in mano un cappello a cilindro di paillettes’.
‘Gli stessi di cui ti ho raccontato o forse non te l’ho detto. Giorni fa ho incontrato dei ragazzi nel metrò, lei raccoglieva il denaro con un cappello di paillettes dorate. Di che colore era il cappello che hai visto tu?’.
‘Blu’, risponde Dario.

Il cappello era quello della festa di carnevale del 2002, lo indossava un bambino dal viso tondo come la luna piena, guance paffute e tanto toste da sfuggire ai pizzicotti. Lui voleva vestirsi da mago merlino e la madre gli cucì l’abito: un saio azzurro splendente, in cui applicò le stelline. La bacchetta l’aveva trovata al cosiddetto negozio dei cinesi, ma il cappello a punta no. L’indomani ci sarebbe stata la festa, non c’era tempo da perdere. La madre vide un cappello blu, tempestato di paillettes, era l’ultimo rimasto e lo acquistò. Quando glielo porse l’entusiasmo del bimbo si spense. Claudio, anni sei, voleva il leggendario copricapo a punta. La bacchetta magica e la barba bianca facevano già parte del kit, però il cappello da ballerino di tip-tap non c’entrava niente. Comunque, guardò a lungo quel coso luccicante, sospirò e se lo fece andar bene. La festa nella sala della parrocchia di S. Eufemia fu bellissima. Con i compagni e le compagne di classe giocò alla caccia al tesoro. I bambini ballarono i lenti con la scopa, ovvero uno spazzolone pesantissimo dimenticato fuori del ripostiglio dal personale delle pulizie. L’aggeggio creava trambusto, infatti i bimbi, dato che non riuscivano a sollevarlo, lo trascinavano. Adriano, un ragazzino piuttosto gracile, se lo ritrovò tra le mani e si ritirò sconsolato vicino alla parete a specchi, aspettando che qualcuno lo liberasse da quella incombenza. Il momento tanto atteso arrivò solo a conclusione del brano e Adriano dovette fare una penitenza, cioè dare un bacio alla ragazza di cui era follemente innamorato. Questo tra i bambini è una penitenza, ma spesso lo è anche per alcuni adulti.
Claudio aveva giurato a se stesso di non disfarsi per nulla al mondo della maschera che indossava. Tenne barba e cappello, per muoversi liberamente ripose la bacchetta magica nella cinta come fosse una spada. A fine serata era sudato come una biscia. Sul cappello era possibile scorgere senza fatica le peripezie cui aveva dovuto far fronte. In altre parole, presentava diverse ammaccature, ma nessun buco. L’anno successivo, data la bizzarra predisposizione dei bambini a crescere, il vestito da merlino a Claudio non gli stava più e la madre lo passò al cugino Mirco. Conscia di officiare un rito solenne, un pomeriggio andò a trovare la sorella. Tra pasticcino e l’altro le consegnò il costume, cappello compreso. Fu così che il copricapo passò su diverse teste di bimbo e bimba, nel curriculum poteva vantare anche una serata di Halloween addosso a un adulto di 24 anni di nome Domenico, fino ad arrivare nelle mani di un’artista di strada. Ci aveva messo ben 12 anni.

L’abitazione di Rodolfo è né piccola né grande. Dario non sarebbe capace di suddividere le stanze secondo la disposizione che hanno tutte le case, perché il salotto a volte è intimo come una stanza da letto e la cucina un luogo elegante e formale come la hall di un grande albergo. Ciò non toglie che il fuori, visibile attraverso ampie pareti in vetro, non possa essere che il fuori, con le dovute differenze, ovvio.
‘Knocking on heaven’s door’, Rodolfo canta alla fine di un lungo capitolo.
E Dario: ‘Yeah, yeah, yeah…’. Quel modo ilare e femmineo di scherzare loro ce l’hanno sempre, fregandosene del machismo imperante. Poi, per recuperarne un po’ si danno qualche cazzottone sulla spalla.
‘Questo è un grande paese, mio caro e noi dobbiamo sentirci fieri di essere italiani’, Dario parla con le braccia allungate sul tavolo, come fa chi ha molto da dire.
‘Questa mattina sentivo sento pulsare la tua vena creativa’, commenta l’amico.
‘Sì, sono in formissima!’.
‘Rodolfo guarda Dario e il telefono sul tavolo. Basta che squilli e che a chiamarlo sia Lidia, per inabissare l’interesse dell’amico per le cosa pubblica e ritirarsi in quella privata. Il sentimento di estraneità verso ciò di cui non ci si può dichiarare padroni in fondo è stato costruito con meticolosità e si trasmette di generazione in generazione. Nel momento in cui l’universo-coppia diventa l’argomento predominante, il privato con il cartellino del prezzo attaccato surclassa il pubblico, dominato senza problemi da pochi in modo incontrastato. Però Lidia non chiama, e l’interesse per il mondo rimane desto.
‘L’Italia è un grande paese e gli italiani un grande popolo, ma voglio le prove che sia ancora così’, la domanda di Dario scavalca la finestra e precipita fuori.
Rodolfo prosegue con coraggio: ‘Ci siamo noi, il futuro di questo paese. Chi ci ha preceduto ha riposto grandi speranze in noi, lo si vede a occhio nudo, no?. Ci istruiscono a puntino per continuare il lavoro che hanno iniziato, dividendo il potere in piccoli feudi e incrementando il vassallaggio. Intanto, per una questione di democrazia, definiscono tutto ciò la sinistra o la destra’ .
‘Sono rappresentato dunque esisto. Non sono rappresentato, dunque non esisto. Oh mio dio, come farò nella democrazia dispotica se non esisto?!’.
‘Potresti campare di rendita, alla maniera di parecchia gente. Si attaccano come parassiti alla vitalità altrui. Figurati la scena patetica dell’ometto che la domenica passeggia accanto alla moglie e lancia occhiate avide alla donna attraente che gli passa vicino’.
‘Si, ne ho visti tanti comportarsi in quel modo’.
‘Ecco, quello è un buon indicatore della moralità di questo paese. Ciarlano di famiglia, di valori, fanno finta di essere brave persone e invece ad avvicinarsi puzzano di marcio’.
‘A quelli la cultura non interessa, anzi la odiano. Perciò chi la fa passa i guai. La cultura che gli piace non li deve far pensare, non deve porre problemi alle loro cattive coscienze’.
Il tempo si smaglia, calmi mulinelli di questioni non più in discussione prendono spazio nello spazio che sovrasta le teste dei ragazzi. Succede ogni volta. Formule chimiche, la specie umana, perché e come siamo arrivati sin qui. Fiumi di inchiostro, parole dette che rimangono tra cielo e terra. Magari scendessero come neve. Rodolfo e Dario si figurano il giorno in cui tutto ciò che è stato detto e accuratamente dimenticato ridiventi patrimonio pubblico.
Seppur sospinti dalla moda a procurarsene sempre di nuovi e inutili, non sentono nessun altro desiderio, a parte quello di respirare un po’ d’aria. L’autobus all’ora di punta è una scatoletta di carne mista. Quindi, compattate le cellule e verificata l’autenticità delle stesse, i ragazzi si avvicinano all’atelier, dove la ragazza misteriosa cuce i vestiti per il teatro, dove un cappello di paillettes dorate sta adagiato sullo schienale del divano. Anch’esso vanta un’onorata carriera, ha decorato il cranio di domatori di belve feroci dell’ultima ora, soubrette del varietà e prestigiatori. Una donna forastica, un bel giorno, ma di notte, durante una festa scacciò tutte le aspettative fasulle che si erano fatte su di lei e catapultò le pretese indesiderate nel fondo di una buca. Quella sera d’estate lei indossava un cappello magico di paillettes dorate.

Rodolfo e Dario si inerpicano sul muro attratti da una forza irresistibile. Il portiere a quest’ora non rappresenta alcuna minaccia, stravaccato com’è sul sedile della guardiola a guardare la tv. Una finestra lasciata semichiusa li immette nell’utero scomodo dell’atelier. É un luogo silenzioso questo qui, consta di numerose stanze e al fondo del corridoio risplende una luce calda. Clara è seduta alla macchina per cucire, un metro le cinge il collo, sul petto tiene un porta spille. Non c’è cuore che non abbia sofferto, lei riesce a sentire le gioie e i dolori dei personaggi che hanno vissuto in quegli abiti. Ifigenia, Mercuzio, Edipo e Antigone con gli occhi stralunati, camminano nei solchi della storia.

-Basta, via, Mercuzio, basta! Stai parlando del nulla!.
-Sì, di sogni, che sono i figli d’un cervello pigro, fatti solo di vana fantasia, che sono inconsistenti come l’aria, più incostanti del vento, che ora scherza col grembo gelido del settentrione, ed ora, all’improvviso, in tutta furia, se ne va via sbuffando e volge il volto alle stillanti rugiade del sud.
Clara si alza, spenge il lume, attraversa il corridoio e si avvicina alla porta. Annaffia la pianta, prende chiavi e cappotto e cala il sipario, almeno per oggi. L’utero-atelier trattiene i ragazzi per un tempo breve, il necessario, poi li scaraventa fuori come un parto. Ma è là fuori che l’ospitalità del ventre caldo produce i suoi frutti migliori. Scaraventati nel mondo, Rodolfo e Dario sentono sulla pelle il vigore della placenta che rende immuni. Rinforza, è un manto magico, un unguento speciale. Esistono eventi straordinari. Esistono, prendono vita dalle parole. La consapevolezza di essere il frutto di un utero che dà alla luce per amore è un’allegria stravagante. I vestiti non nascondono se i corpi sono veri, essi rivelano le gioie e le ansie di chi li ha indossati. Come il cappello magico di paillettes, che conobbe Napoleone, pur essendo uscito dalla fabbrica nel 1982. Il tizio che lo portava non si credeva Napoleone lo era, è questa la differenza tra un pazzo e uno cui non diranno mai che è pazzo. Infatti, si comportava come l’imperatore nella Francia del XIX sec., ma in Italia e per giunta agli albori del XXI secolo. No, no non c’entrano i nomi illustri della politica. Napoleone, per gli amici Amilcare, classe 1953, era originario della Ciociaria. Un vero duce in casa e succube fuori. Indossò il cappello la sera di un martedì grasso, nel lontano 1988, per una festa in maschera. Alla fine della serata inforcò la moto e tornò a casa mezzo brillo. Mise le chiavi nella toppa e ci azzeccò alla prima per abitudine. Poggiò il cappello sul tavolo della cucina. Fu pervaso da una contentezza che sembrava non finire mai. Un fiume più caldo dell’alcool che aveva in corpo si riversò nelle vene e raggiunse le viscere. A Napoleone-Amilcare spuntò una lacrima, ma era il suo cuore che, situandosi sul volto, stava sciogliendo il ghiaccio preventivo come le guerre che avrebbero scatenate di lì a poco. Il cappello venne riposto nello sgabuzzino, poi andò ad adornare altre capocce illustri.
I ragazzi si guardano con un’espressione priva di paura. Nello stesso marciapiede cammina Clara, poco più avanti di loro. Li guida senza saperlo. Oppure lo sa, li ha visti e li aspetta. Diluita nel tempo, spalmata negli anni, finché non finisce tutto, l’inequivocabile realtà della felicità si può sopportare solo in questo modo. Rodolfo, Dario e Clara procedono in fila, poi si uniscono altre persone, curiosamente tutte dirette nella stessa direzione.

Manuela.

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Uno, due, tre: prima prova di allegria

Alla stazione metro Bologna non esco quasi mai. É perché in questo quartiere ho abitato per trent’anni e ora non ci abito più. Non che sia un dramma, ma se posso evito. Oggi però l’uscita metro Bologna non l’ho evitata e risalendo ho sentito di nuovo l’odore di polli arrosto. Tutte le volte annusavo l’aroma diffuso del rosmarino e credevo di essere sul pianerottolo di casa. Adesso è tutto diverso o quasi. Il quartiere ha subito una metamorfosi, è diventato una specie di parco giochi per studenti e studentesse in vacanza: locali, birrerie, gelaterie, roba da disneyland. Ma ai residenti tutto ciò non dà alcun fastidio, perché i fuori sede pagano l’affitto e poco importa se la zona sembra una riserva per giovani viziati. Comunque c’è di peggio, il Pigneto per esempio, dove l’effetto esclusivo e radical chic è ricercatissimo, infatti gli appartamenti costano un occhio. Il Pigneto ha una particolarità rispetto al quartiere Nomentano, è popolato da immigrati, ma del confronto tra culture non frega niente a nessuno, specialmente ai finti sinistroidi e ai progressisti che seguono la moda. Ci sono stazioni metropolitane meno influenzate dalla presunta identità di quartiere. Una di queste è Piramide ed è lì che ho visto fluttuare un cappello a cilindro tutto tempestato di paillettes. La storia infatti comincia proprio da lì.

Lungo il passaggio della metro un ragazzo suona la chitarra. La donzella saluta i passanti e fa una riverenza. La sua non è piacioneria, anzi sfodera un sorriso che pare una pernacchia e nelle mani tiene un capello a cilindro tempestato di paillettes. ‘Guardami’, dice il cappello. Alcuni oggetti hanno un’anima, sarà la reminiscenza di quando sentivamo un rumore da una fratta e attivavamo uno stato di allerta. Comunque, questo cappello l’anima ce l’ha e non preannuncia pericoli imminenti. ‘Un’offerta per la bella musica’, la donzella si rivolge ai passanti intorpiditi, qualcuno si sveglia dal letargo. Inizia il brano. Rodolfo cammina veloce sul tapis roulant. Lì sopra si fa prima come se uno avesse le gambe lunghe tre metri. Ha l’esame di chimica tra pochi giorni e va a casa del suo amico Dario per studiare. Non subito, bensì dopo circa una settimana inizia a pensare: ‘Oggi faccio 40 pagine’, non sapendo ancora niente di cosa parlano ma soprattutto di come ne parlano. Ma è consapevole che con un libro che parla difficile se ne fa 20 al mattino e 20 al pomeriggio è grasso che cola. Quando Rodolfo prepara gli esami crede di perdere tempo ad occuparsi delle futilità. C’è da dire che tutto in quel lasso di tempo gli appare futile. Sistema i concetti nella testa con l’obiettivo di superare l’esame, ma la cosa stupefacente è che dopo tanto tempo gli ritornano in mente sotto forma di idee che allora non aveva considerato. E si accorge che superare l’esame è una cosa, sapere un’altra, ma anche che se non ne fai una, non sai quell’altra.

Rodolfo rallenta. Il cappello lui lo ha guardato. Rodolfo rallenta dentro, come se un ingranaggio si fosse ribellato e avesse di colpo modificato la velocità dell’insieme. Ha un’andatura calma, ma dribbla senza fatica gli automi affannati che muovono l’aria al passaggio. Vanno di fretta, alcuni per fare poco e male quello che devono fare, altri per accollarsi il proprio e quello altrui. Nei crocevia dove si incontrano tutti i giorni centinaia di persone, che si sbirciano per non parlarsi, può succedere e non di rado che i manichini prendano vita.
Rodolfo sale le scale, suona il campanello, Dario gli apre la porta. Di lì a poco, insieme, ne apriranno altre e avranno davanti a sé milioni di strade che conducono in luoghi che non conoscono. ‘Tutto ‘sto mazzo per cinque crediti’, è l’unica frase fatta che Dario riesce a pronunciare.
‘Volevi un peluche come premio?’, risponde Rodolfo.
‘Oggi sei garibaldino, eh!’.
‘Tutt’altro, mi sento di dire che non obbedisco. Parli di crediti, sembri mia madre che fa la lista della spesa. Ora ho capito tutto: la laurea serve a fare la spesa…’.
‘Ma tu ci mangi con questo esame?’, gli chiede ironicamente l’amico, riprendendo il tormentone che spopola negli ultimi anni non si sa perchè.
‘No’, risponde Rodolfo.
‘Trovi lavoro nell’immediato?’.
‘No’.
‘E allora?’
‘Allora studiare mi piace e basta’.
‘Ma oggi dici sempre di no?’.
‘No… Dai andiamo al parco, chè di stare incollato ad una sedia non ne ho voglia’.

A me piace studiare, pensano entrambi durante un lungo silenzio. Sfogliano i libri come quando si porge un fiore a una ragazza. Qui la vita è un’altra cosa, è regolata verso l’alto. Non assomiglia allo scenario desolante in cui devono muoversi a stento, trattenuti alle caviglie dai controllori che poco pensano, poco sperano e poco entusiasmo sentono. I controllori controllano che le attività rimangano conformi al livello minimo e che anche gli altri sperino poco, pensino poco e abbiano zero entusiasmo.
Il tempo rallenta e porta via il superfluo. La strada, la gente e il traffico spariscono. Nel parco municipale il sole in questa latitudine ha messo un post-it per ricordare al mondo che esiste. Due giovani discutono, lei italiana lui straniero. ‘Alle lenzuola ci pensi tu?’, dice lei in tono di rimprovero, forse allude alla biancheria da ritirare. Lui la guarda senza parlare. Ha attraversato più di un continente per sentirsi dire quello che gli avrebbe detto una sua conterranea nell’altro capo del mondo. Lei ha la faccia di chi sta confermando un’ipotesi, ovvero che se anche incontrasse uno con le antenne in testa, originario di Marte, le sue osservazioni di buon senso produrrebbero la reazione sbigottita che producono negli abitanti maschi di questo pianeta. Le certezze nella vita contano.
In un quotidiano lasciato su una panchina campeggia la notizia dell’insulto sessista dell’esponente di un partito contro le rappresentanti della fazione opposta. Rodolfo commenta il fatto: ‘Ma li vedi questi, credi davvero che pensino quello che dicono?. Se una è troia davvero nessuno glielo rimprovera, anzi gli uomini sono contenti. Di solito lo dicono a chi non lo è, perché non gliela dà’. ‘É il solito teatrino della politica’, ribatte pigramente Dario. Rodolfo fa una smorfia di disapprovazione alla faciloneria dell’amico che gli impedisce di sbilanciarsi in espressioni genuine. Di fatti lo punzecchia: ‘E poi l’insulto è sempre quello quando si parla di donne. Se verificassero la coerenza tra quello che dicono e quello che fanno, le posizioni sarebbero molto più paritarie, in Parlamento, ma a volte anche fuori’.
‘Va be’, però è vero che tante fanno carriera con i pompini…’.
‘…Ma spesso apostrofano in quel modo quelle che della carriera gli frega poco. Tra impegno e smania carrierista c’è differenza’, aggiunge Rodolfo con un sorriso.
‘La base teorica di questo discorso è la minaccia della svalutazione della serva’, sostiene Dario fattosi serio.
‘Sì, decisamente, quella è una teoria intramontabile. La donna in quanto oggetto di proprietà, rende l’ometto contento e che sia troia, sposa o entrambe le cose come spesso accade non gli interessa, lui la difenderà in quanto di sua pertinenza. La propensione alla servitù si trasmette di madre in figlia, infatti certe si cuciono le bocche affinché non si sappia quanto sono oppresse e di conseguenza quanto sono cattive’.
‘Il fenomeno della difesa delle serve è un qualcosa che ce la passano nel latte materno. Quando mi viene voglia di partire a spada tratta per difendere l’onorabilità della mia compagna mi chiedo spesso se in fondo in fondo non pensi che sia davvero una zoccola’.
Le parole di Dario hanno la punta acuminata, il che non guasta e va bene per concludere l’episodio della lettura del quotidiano. Dopo i ragazzi studiano tranquilli tutto il mattino.

Al bar della facoltà all’ora di pranzo. Rodolfo e Dario guardano il passaggio di studentesse modello provenienti da istituti limitrofi.
Rodolfo scruta intorno a sé: ‘Ecco, inizia il documentario. Là abbiamo assiepamenti di donne alternative che fumano tabacco, vestono colorate, pensano positivo e alcune ci credono davvero. Lì le donne belle fuori e cozze dentro, munite di smart phone e mossette accattivanti, note anche come sbattitrici di sportelli a seguito di una mancata conferma o soltanto di un’ipotetica minaccia alla loro avvenenza/desiderabilità. Ce ne è una con la smart grigia che bazzica da queste parti, la mando sempre affanculo delicatamente, cioè col dito medio faccio finta di grattarmi il naso. Oh, devi vedere come si inalbera. Tutta altezzosa, come una gallina pronta per la covata si fa spazio nel sedile e strapazza da isterica volante e cambio. Poi di prassi esce e sbatte lo sportello: ‘sbam!’. In fine, vicino all’aiuola, c’è il gruppetto di studiose con la puzza sotto al naso, che guardano schifate sia le alternative sia le belle fuori e cozze dentro’.
‘Senti perché non ci provi con quella di statistica? Ti guarda sempre e tanto intensamente, con il corpo e con la mente… Secondo me le piaci’, Dario consiglia il suo amico, ma si sbriga ad aggiungere: ‘Mi sa che è una di quelle con cui devi far finta di essere quello che non sei, se no non ci esci’.
‘Spiritoso oggi. Secondo me quella appartiene alla categoria delle donne che fanno finta di crederci, tanto poi sanno che ti rivelerai noioso. Loro saranno altrettanto noiose, tu farai finta di essere succube per questioni comprese tra la cucina e il tinello. E se tentano anche solo di ottenere l’uso esclusivo del telecomando te le mangi vive. Oppure fa parte della categoria delle donne che ci credono davvero, si innamorano poi scoprono il bluff e ti vorrebbero schiacciare come un foruncolo. Io preferisco il corteggiamento al minimo sindacale’, risponde Rodolfo.
‘Va be’, ma qual è il problema se fingi un po’, per quieto vivere?’.
‘A me ‘sta cazzata del mentire per il quieto vivere non me la dire, per favore’.
Dario posa il volto sulla spalla dell’amico nel ruolo del cattivo consigliere: ‘Vedi anch’io a Lidia mica le dico tutto o meglio non glielo dico come vorrei. Quando dice o fa qualcosa che non mi piace la guardo con aria di rimprovero, ma non ci parlo. Lei intuisce la mia disapprovazione e talvolta ciò è sufficiente per farla cambiare’.
‘E non ti pare di essere un tantino insincero con lei?’, Rodolfo si scosta e guarda l’amico di sbieco.
‘Il fatto è che non mi sento di mentire perché le mento, ma perché voglio che sia diversa da come è. Vedi tu sei il mio miglior amico, vai bene così come sei. Lidia è la mia fidanzata, la posso cambiare a mio piacimento. Tutto ciò però non mi piace più’.
‘Non ti sei rotto le palle di trovare donne del tutto diverse da quelle che vuoi?’.
‘É già tanto disattivare la pretesa di trattarle come bambole’, pensa Dario, ma non risponde.

Ci vorrebbero convincere che la laurea, un impiego redditizio e lo status sociale siano armi utili a schiacciare ogni umano che troveremo sulla nostra strada. C’è gente che la prende apposta la laurea. Vorrebbero farci credere che sposandoci risolveremo tutti i problemi. Dobbiamo fare figli per riprodurre lo schema del pestaggio quotidiano al fine di ottenere un quarto d’ora di celebrità. Dovremmo pensare che l’unica ambizione ammessa sia quella di fare soldi, senza fatica per giunta, e che l’impegno non serva e non paghi. Milioni di studenti e studentesse sembrano cavalli da corsa dopati per vincere. Il cavallo migliore deve arrivare primo. Loro accumulano crediti, fanno carriera, poi quando non serviranno più faranno la fine dei cavalli che non possono correre. Non si incazzano se gli arriva un sapere preconfezionato, ma utile a fomentare desideri adatti per partecipare alla gara. Ciò non è tanto nelle intenzioni di chi glielo passa quel sapere, ma nel modo scelto per passarglielo.

‘Quella non è la studentessa di statistica, mi ero sbagliato, l’avevo vista di spalle. Sta andando via, seguiamola’. Sul ‘seguiamola’ i due ragazzi saltano sulla sedia. Non c’è bisogno di essere Sherlock Holmes per ostentare vaghezza e camuffare il pedinamento. Basta convincersi di dover portare a termine una missione e non c’è dubbio che la missione più importante da compiere è quella di spezzare la noia dello spettacolino triste delle belle al bar.
La ragazza misteriosa cammina velocemente, senza guardarsi intorno. Sale sul metrò, scende dopo una fermata, procede a passo svelto lungo la via principale. Entra in un portone. Le finestre del piano rialzato si illuminano al suo arrivo. Clara lavora in un atelier, cuce i vestiti per il teatro. É una passione che ha ereditato dalla mamma.
Alle 20,00 i ragazzi sono nel bus, direzione casa. Affascinati da un mondo immaginato, disegnano con la fantasia le belle metamorfosi di chi, indossando gli abiti del teatro, diventa altro. Dario sonnecchia, stanco com’è, dopo un pomeriggio in cui i suoi sforzi di evitare sforzi si sono rivelati vani. É tanto prezioso un amico come lui. Restio a impegnarsi più del dovuto, ha il timore di vedersi un altro. Rodolfo è quell’altro, e lui non gli fa paura, per questo sente di volergli bene come Dario gliene vuole.

Quel pomeriggio Rodolfo e Dario trascorsero due ore a piantonare le finestre dell’atelier, finché, mossi dalla curiosità, decisero di sbirciare. ‘Dario, prendimi sulle spalle, voglio vedere dentro’. Dondolando sul groppone dell’amico Rodolfo si avvicinò al vetro e vi incollò la faccia. Gli occhi perlustrarono velocemente l’ambiente, videro Re Lear specchiarsi, tutto contento del suo nuovo abito e Medea disegnare con il mantello un cerchio al centro della stanza. Di colpo rallentarono, attratti da un cappello ironico, tempestato di paillettes, che se ne stava adagiato su una poltrona con fare nobile. ‘Porca miseria, ma che ca… Tienimi!’, inveì Rodolfo a bassa voce. Ci mancò poco che entrambi si trovassero gambe all’aria. Ad un fruscio improvviso che proveniva da una fratta, la spalla di Dario cedette, Rodolfo si aggrappò al cornicione e si lasciò cadere nel vuoto, ma non lo trovò. All’atterraggio trovò il corpo di Dario e vi cadde sopra. I ragazzi si misero in piedi e di corsa uscirono dal cortile. Incrociarono anche il portiere che faceva la ronda serale e lo salutarono educatamente. Presero il bus al volo. In quel ventre caldo, al momento, potevano ignorare l’esistenza di un cappello misterioso che attraeva e faceva paura, così il tragitto risultò particolarmente piacevole, soprattutto a guardare fuori le macchine e le moto che sfrecciavano come dannate. Con quel pensiero Rodolfo si voltò verso l’amico e gli sorrise. Arrivarono a casa. ‘Ciao, domani studiamo da me’, gli disse. Poi ognuno si avvolse nelle coperte e avvolse l’allegria, per non farla svanire, per non farla andare via.

Manuela.

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Amo e faccio ciò che voglio

Di domenica mi sembra carina una riflessione del genere. La citazione è nota, lo disse
S. Agostino: ‘Ama e fai ciò che vuoi’. Io l’ho preso sul serio e amo, quindi faccio ciò che voglio.
Tra le tante difficoltà implicite, oltre ad un costante esercizio di onestà e consapevolezza interiore, per mettere in pratica questa massima bisogna fare i conti con il contesto. A questo che sto per dire forse il santo ci aveva pensato, ma non lo so con certezza. Quindi, se qualcuno è meglio informato di me, può completare il suo pensiero con una precisazione al riguardo.

Comunque, non è che si arriva a capire di amare veramente dall’oggi al domani. Prima di darsi l’ok
ci vuole tanto tempo. Poi una volta che si è sufficientemente sicuri di aver capito con la testa
e con i sentimenti quello che voleva dire la massima si passa all’azione. E in quel momento è possibile
anzi è sicuro che si combinino dei pasticci. Togli l’amore egoista, l’amore vanitoso, l’amore prepotente
eppure manteni sempre l’audacia e la forza per sfidare gli ostacoli. Tutto ciò non è facile. Di recente la frase è stata citata durante un incontro a cui ho partecipato, dove si è parlato di argomenti filosofici. Il tema era: ‘Cosa è il bene?’. Qualcuno ha detto che ‘Ama e fai ciò che vuoi’ è un’affermazione ‘pericolosa’. Infatti è vero. I furbi potrebbero rigirarsi la questione per avallare qualsiasi loro comportamento dicendo che amano, tanto nessuno ha il misurometro dell’amore. Eppoi, se la gente vive da schiava una vita che non gli appartiene è perchè non ama?. Può darsi.

In ogni modo, durante il confronto filosofico è spuntato un altro argomento associato al bene, cioè il male. Lo so che non è originale, ma a dire le cose come stanno l’originalità non sempre c’entra. Anzi c’entra la banalità: la banalità del male. Però non è che per il timore dell’invidia del male posso affermare che sia banale anche il bene. Questa ipotesi l’ho letta su un quotidiano tempo fa, ma per me il bene non è banale, magari semplice, ma non banale. In conclusione, dopo l’incontro su argomenti filosofici ho pensato che il bene è sentire che posso voler bene, qualsiasi cosa succeda. E, siccome amo, il male diventa banale.
‘Vamme a di’ qualcosa…’, interpretazione vernacolare dell”Ama e fai ciò che vuoi’.

Manuela.

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‘Il grido’ – parte III

Un’ulteriore e necessaria puntualizzazione. É chiaro che i miei post suscitano delle reazioni, qualche volta di benevolenza e qualche volta di intolleranza. A proposito ripeto che chiunque voglia esprimersi in merito può farlo nei commenti. Parlo ad esempio di quelle donnette, ultimamente ragazze, che mi sfilano davanti agli occhi trionfanti. Poverine, dico io, così giovani e già così cagne. Sono trionfanti perché l’uomo per ripagarle del loro ruolo di oggetti di consumo gli ha fatto qualche elogio e sono poverine perché l’umiliazione che cercano di infliggere è una condizione che conoscono bene. D’altronde, come noto spesso, per renderle docili e obbedienti basta fargli qualche regalo, portarle a cena fuori, scarrozzarle con l’automobile, a volte con i soldi e l’automobile degli altri. Certo, poi ricevono complimenti e conforto, ma ad amare non ci pensano nemmeno, gli interessa vincere e ciò per alcuni uomini è un gran vantaggio. Siccome non è da oggi che scanso frotte di cagne implacabili e oppresse, gli chiedo di smetterla e magari di risolvere diversamente le loro problematiche relative al ruolo di sottomesse. Altrimenti noi donne che non vogliamo esserlo e siamo capaci di esprimerci in modo autentico, che piaccia o no, dovremo badare ad evitare, oltre che i malintenzionati, anche queste generazioni di cretine, giovani e vecchie. Cretine in quanto complici del cattivo comportamento degli uomini che ancora dimostrano di non avere nessun rispetto per le donne. So che molte sottoscriverebbero senza problemi ciò che dico e so anche che alcune non hanno il coraggio di ammetterlo. Non tutte però, qualcuna parla, non si tappa né si fa tappare la bocca.

Manuela.

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‘Il grido’ – parte II

Una preziosa precisazione: oggi, a seguito della pubblicazione del post ‘Il grido’, ho notato più di una situazione sgradevole e non è la prima volta nè un caso. Molto probabilmente dico qualcosa di vero. Perciò, chiunque abbia da ridire o si senta infastidito/a può lasciare il suo commento ed evitare di assumere atteggiamenti nei miei confronti poco rispettosi e non idonei al vivere civile. A coloro che invece hanno dimostrato di apprezzare me in qualità di persona e ciò che scrivo, dico grazie.

Manuela.

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Il grido

Migliaia di occhi si spalancano nella notte. Uomini, destati dal sonno inquieto, per un sogno, un sussulto o un rumore, avvolti dalle coperte e da un senso di smarrimento, si domandano: ‘Dove sono, che ora è?’. Con l’urgenza di recuperare padronanza di sé e un barlume di sicurezza si alzano dal letto e bevono un bicchiere d’acqua. Qualcuno si accende una sigaretta. Quegli occhi storditi e stanchi cedono di nuovo alla tentazione di venire inghiottiti dal sonno, catapultati nell’ignoto. Un bambino invece si alza in piedi e urla reggendosi alle sbarre del suo lettino. Nel cuore della notte lo smarrimento ha molte voci. La più vera è lo strillo del bebè che digrigna i denti e apre i polmoni per gridare a tutto il mondo che è vivo.
Ho sentito in me stessa la stessa prorompente affermazione di esistere e ho visto lo smarrimento improvviso in un bar, negli occhi di un avventore che guardava fuori fissando un punto qualsiasi come a chiedersi dov’è la ragione, cosa c’è là fuori, che ora è, dove sono? E dov’è il grido, l’urlo schiacciato dalle convenzioni dov’è?. Constatando che là fuori non c’è nessun grido, ma soltanto rantolii decisi ad assegnare a cretini di ogni genere ed età il premio dei miserabili, ho deciso di raccontarlo anziché lasciare che venga inghiottito dal nulla.

Ireneo pesa la frutta. Le signore gli porgono grandi bustoni e lui, come chi sa il fatto suo, si destreggia tra arance e mandarini, cavoli e zucchine, ravanelli del colore del il cielo all’alba. Si fa giorno molto presto alla ‘frutteria del proletariato’ nell’Urbe. Per Ireneo precisamente alle 4. Oggi è andato con il padre dai grossisti a caricare la frutta e la verdura che distribuirà nei banchi del negozio. Lì le mele accanto alle pere, là in bella mostra la frutta meno costosa, all’interno i prodotti più pregiati ma più cari. Un angolo è dedicato alla verdura: cavoli, broccoletti, verze, rape. La ‘frutteria del proletariato’, il nome gliel’ha dato il padre perché voleva rievocare una classe sociale che non esiste più. Il brusio emesso a mo’ di tubo di scarico dalle signore al mattino, quelle che si aggirano tra i banchi, si mescola ben presto al rumore del traffico. Dietro al bancone Ireneo è sicuro di sé. É talmente bravo che diresti sia nato per stabilire il peso e il prezzo di mele, arance e zucchine. Invece quel mestiere gli permette di esprimere la sua personalità, oltre che di vivere dignitosamente.

Il bar vicino al negozio ha un’ampia sala in cui Marisa studia e sorseggia una tisana. Ireneo e il barista parlano ad alta voce per farsi sentire da lei. Parlano dell’università e di altro. Regole matematiche, grafici e tabelle sono una vera rivelazione che scappa fuori come un marameo dalla pellicola stesa in funzione coprente, ovvero dall’immagine dell’immagine. Marisa, mentre legge il suo libro, tende l’orecchio ai discorsi dei ragazzi. Non coglie tutte le parole, ma il senso si, così come i pensieri che Ireno coltiva tra sé mentre pesa la frutta e la verdura. Eclettico senza dubbio il ragazzo. Qualche tavolo più in là siedono due ragazze. Marisa ogni tanto tira su la testa dal libro e le osserva. Chissà se la portatrice di unghie finte e che se la tira un bel po’ è una di quelle che agli uomini basta portarle a cena fuori e fargli qualche regalo per assicurarsi il silenzio e l’obbedienza, nonché sesso per gratitudine. Quando vado a cena fuori e paga lui, io non sto zitta, neanche se mi imbavaglia, comunque per ringraziare dico grazie. Anzi senza se, una delle due è una troia socialmente approvata. Marisa ipotizza anche che agli occhi di alcuni uomini lei risulti davvero insopportabile. Poi, ripescando negli ultimi eventi accaduti, conferma la sua ipotesi. In ogni modo le ragazze se ne vanno, anonime come sono venute e di loro non è dato sapere nulla. E ciò, sulla base di quanto appena detto, non la stupisce affatto.

‘Due chili di mele. Dove le ha prese, nel banco a 0,99 centesimi al chilo?’, Ireneo scandisce le parole e la signora annuisce, segue con lo sguardo tutti i suoi gesti: lui che afferra la busta, la poggia sulla bilancia, digita un numero sui tasti e visualizza il peso e il prezzo. Quanta sicurezza le ispira, sembra un film. Le altre in fila sono estasiate anch’esse da quel modo di fare, si riposano l’animo come quando vanno in chiesa e il prete dice l’omelia rischiarato da luci celestiali come fosse un santo. Quelle donne se li immaginano gli angeli che scendono dal soffitto. Nel coro di creature alate, per un attimo, il mondo è come dovrebbe essere e la speranza si presenta in forma umana. Il silenzio assoluto si espande creando cerchi concentrici nell’acqua e un tempo diverso da quello lineare, in cui sembra che accadrà qualcosa di speciale ma non sai cosa. Lo stesso è svegliarsi di notte nella totale assenza di rumori ascoltando solo la voce di dentro.

La chiesa e la frutteria sono luoghi di culto, rifugi per anime assetate e occhi voraci di fiducia. Comunque, Ireneo non sa niente del suo ruolo demiurgico e, dall’altra parte del bancone, si immagina assi cartesiani che delimitano il flusso di gente in coda alla cassa, grafici e istogramma volti a rappresentare la quasi imponderabile scelta di distribuirsi tutti in una fila. Ormai può cronometrare il tempo impiegato dalle persone nel disporsi in code uguali. Infatti, in principio, per il timore di passare avanti agli altri, formano file sbilenche. Tutto ciò Ireneo lo sa e non si stupisce più. Dopotutto, sia lui che gli avventori nella parte opposta del bancone, figurano un ordine superiore, perfetto. Conta l’illusione prêt-à-porter di un’armonia divina che sovrasti il caos, come un tappeto che si srotola in aria, una scala per andare oltre le nuvole. La ricerca è ricerca del significato. In questo quadretto idilliaco ogni individuo, animale, pianta ha il suo posto, così come gli eventi che non sono né belli né brutti. Ireneo, però, mica ricerca un riempitivo, anzi, data per scontata la fissità e la completezza di questo ordine superiore, sa che a lui sarebbe sempre mancato qualcosa in quanto finito ed eterno non è. Perciò i nuovi elementi sgorgati di getto come l’urlo del bebé che dimostra di esserci, avrebbero avuto un’adeguata collocazione nel quadro idilliaco solo molto dopo. Su questa considerazione tira un sospiro, solleva l’ennesima sporta e si acquieta il cuore.

Il giovane Ireneo e l’amico barista suonano nella rock-band denominata: ‘Gli sfollati’. Marisa tende l’orecchio con maggior attenzione, per far capire ai ragazzi che li sta ascoltando. ‘Venerdì suoneremo al campo rom al La Rustica’, Ireneo pronuncia questa frase con grande enfasi. Girolamo, l’amico barista, lo guarda e non capisce. Marisa capisce e coglie al volo l’occasione per intervenire: ‘Mi piacerebbe assistere alla vostra esibizione, adoro la musica rock e gli zingari mi sono simpatici. Avete deciso il repertorio?’. ‘I Queen e qualche brano a richiesta’, risponde Girolamo perché Ireneo è troppo su di giri. Il fatto degno di essere menzionato è che questo evento canoro era stato programmato dal comitato di quartiere, quindi favorito dalle istituzioni comunali, i quali si rivolsero per tempo a ‘Gli sfollati’ perché le altre band non volevano suonare in un campo rom. Certo, non lo dissero esplicitamente, ma ognuna inventò degli impegni improrogabili per non farlo.’Gli sfollati’ invece avevano delle affinità con gli zingari per via del nome e per altre ragioni.

Questa sera di inverno è speciale, piena di stelle, di quelle sere che vorresti non finissero mai e ti godi appieno ogni istante. Se alzi la testa ti accorgi che il mondo è grande. Nel campo ci sono tavole imbandite e fiori. C’è un grande falò a illuminare la notte con crepitii che vanno fino in cielo. Marisa vive in un desiderio, i ragazzi della band suonano. Le nuove generazioni dei rom cantano i brani più famosi dei Queen. Ballano tutti, rom e non rom, insieme. Alle due di notte la musica lascia il posto all’aria fredda. Ireneo, guardando il fuoco affievolirsi, infiamma le corde vocali di sentimento e canta in modo che un altro fuoco ad alta intensità riscaldi gli animi.
Ore 5 del mattino, la strada del ritorno a casa. Ireneo e Girolamo sembrano due lampadine fluorescenti tanta è l’energia che hanno dentro. Guidano in stato di allegria senza aver assunto sostanze stupefacenti. Dopo aver percorso circa 1 chilometro nella sperduta campagna ai bordi della capitale incontrano Marisa che si sbraccia per chiedere aiuto, dice anche qualche parolaccia, ma senza rabbia. Però, se avesse i razzi li lancerebbe in aria. La sua automobile ha una gomma bucata. I ragazzi armeggiano nel porta bagagli e tirano fuori la ruota di scorta. Marisa supervisiona e offre sostegno morale ché di sostituzioni e ruote ne sa molto meno di loro.
‘Questa notte è proprio blu e tutte queste stelle le ho sognate, ieri. Sì, credo di sì, era ieri…’ Marisa, Ireneo, Girolamo rapiti dallo stesso sogno. Le parole incantate riecheggiano dentro e, all’improvviso, attirati dal vociare incombente si voltano. All’orizzonte, vedono profilarsi schiere di zingari che trascinano carrelli della spesa e brandiscono ferri come scettri. É l’alba di un sabato, ma i rom non fanno la settimana corta, anzi nel week end lavorano di più perché di mondezza ce ne è a bizzeffe. A fianco corrono branchi di cani randagi. Marisa, Ireneo e Girolamo corrono sulla scia dei cani e degli zingari, attratti dal luccichio della brina nei prati, lasciando la macchina aperta. Alle 8 del mattino, con il naso che cola e la faccia rossa, destati da un sogno, tornano e trovano i loro genitori accanto alla vettura, i quali strizzano gli occhi non tanto per mettere a fuoco la prole quanto per pescare il ricordo di quella notte in cui anche loro si erano abbandonati a correre con i cani randagi, amare gli zingari, attratti dal luccichio dei brillanti di brina nell’erba. Poi nulla dicono ai figli, solo gli sorridono. Domani saranno di più a sentire il grido.

Manuela

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Variazioni sul tema

Sorge il sole, un attimo prima era notte. D’inverno le serrande scalano i muri dei palazzi, sostenute da mani audaci e occhi desiderosi di scoprire nuovi scenari nello stesso angolo di mondo. Le luci artificiali illuminano piccoli e grandi spazi metropolitani colmi di fiducia nel giorno a venire. I luoghi, in questo tempo, parlano più delle persone. Forse è perché di gente ne hanno vista passare molta, raccogliendone i sogni sparsi qua e là con un’occhiata rapida o un sospiro, all’insaputa dei passanti stessi, artefici inconsapevoli di quelle visioni. L’umanità spera nel destino e nella fortuna. Mi avvicino alla finestra e isso le vele. Ci vuole coraggio per navigare. Le serrande sono palpebre giganti che si schiudono sull’impulso di sogni più veri del vero. Ma cos’è vero in quella realtà di finzioni?. Adesso so che la verità si disperde ai raggi del sole, come i bambini quando giocano a nascondersi. Vaga mossa dal vento e gira nell’atmosfera fino a ricaderci in testa con gocce di pioggia colorata. Se mi avessero detto che l’amministrazione comunale avrebbe addobbato le vie del centro interpretando la mia visione non ci avrei creduto. Eppure è così, si vede che è una visione condivisa. Più guardo intorno a me e più mi convinco che per parlare di qualcosa devo aprirmi un varco nella realtà ufficiale ed entrarvi in modo deciso. Serve un inizio, con cui afferrare la prova inconfutabile dell’esistenza di variazioni musicali sul tema e fendere la corteccia dell’ordinario. Soltanto allora mi diverto.
Nina alza le serrande con la volontà di scorgere una macchia nel quadro, un difetto di fabbrica, un’imperfezione dell’insieme, a testimoniare che l’illusione vera, cui vale la pena credere, non è fuori produzione. Non si tratterebbe di macchie, difetti o imperfezioni se non ci fosse uno stampo, nel civilissimo paese in cui viviamo, una matrice fallata con cui imprimere i pensieri oziosi della gente e dare a tutti la stessa fisionomia.
La variazione sul tema è un altro piano di realtà, un’espressione benaugurale, un balcone fiorito in estate. Per avvertirla basta affacciarsi, come un balcone. I balconi sono un’invenzione straordinaria, pensata per non far crepare di noia gli individui chiusi nei loro loculi. Ognuno può fare ciò che vuole con le proprie orecchie, dopotutto viviamo in democrazia. Chi sente i rumori di fondo, chi gli strilloni, e chi non sente niente. Dipende dall’idea di partenza. Perciò, quelli che ascoltano gli strilloni seguiranno a contorcersi come vermi, quelli che sentono i rumori di fondo diventeranno sempre più abili nel percepire anche qualcosa di più. Se è vero che il mondo è un’immensa armonia, potrà capitare di sentirne la musica, come è già capitato a me aprendo la finestra di prima mattina. Quando è ancora buio, per l’appunto, cioè nell’attimo che precede la luce sole, pronta a rischiarare con la ragione ciò che potrebbe apparire solo un sogno. L’alternarsi della notte e del giorno è un evento importante e ricco di significati, soprattutto ora, perché, alla viltà della gente che declassa i sogni a non realtà, si può contrapporre soltanto una sinfonia ben orchestrata. Per fare ciò non occorre un equipaggiamento speciale, cioè apparecchi tecnologici sofisticati. Basta alzare lo sguardo al cielo tirato a lucido, mentre un assiepamento di stelle di diversa luminosità suona una melodia che corrisponde perfettamente all’animo osservatore e ciò accade per un accordo segreto che non so spiegare. A realizzarsi è un tempo diverso e un altrove, quando guardavi le stelle e ti preparavi a vivere un nuovo giorno da un altro angolo di mondo. Quell’attimo presenzia a ciò che è vivo nel cuore e lo sarà sempre. Suona lo scorrere del tempo impresso da una matrice perfetta, un’immensa dolcezza, un ordine superiore. Poi, nel diradarsi di quella musica, le cose di quaggiù prendono il sopravvento, ma un pensiero rimane.
‘Girare pagina è un’espressione odiosa’, Nina inaugura un nuovo foglio e scrive perché vuole entrare a gamba tesa nel consolidato. In parte per prodursi nell’ennesima smorfia irriverente sulle false certezze di molti, ma molto di più per addentarsi nel mistero delle improvvise corrispondenze tra il sempre e il qui ed ora. Quell’idea abrasiva, con cui scorticare la patina di rassicurante normalità, ti balena nella testa come un germoglio in primavera. Una corrispondenza pure quella. Infatti mica puoi prevederne né controllarne la fioritura. Il verso invece sì ed è quello che preme, come a una partoriente il nascituro.
Le serrande dei negozi si alzano, le auto circolano nelle strade. Sempre alla stessa ora puoi vedere il tale che esce di casa, un altro prepara la merce da vendere. Quella che chiacchiera per far sentire a tutti quanto è stanca della sua vita, tra beghe coniugali, panni da stirare e cene da preparare. E quello che ti guarda con boria, appannato dal fumo della sua sigaretta. Forse è il marito di quell’altra, entrambi convinti di avere il diritto di azzerare le ambizioni del paese intero perché da anni questo paese se ne infischia di loro. Ma come fanno?. Dietro la messinscena quotidiana c’è la vita: bizzosa, crudele, bella. Nessuno pare la senta. Eppure gira i fogli del tempo. Certo, non tutti i giorni si susseguono come le pagine di un libro, alcuni le riempiono, altri segnano dei limiti, un prima e un dopo. Luoghi, persone, esseri amati.
Nina cammina lungo il marciapiede e guarda i passanti: ‘Tutto si trasforma intorno a un’essenza che è per sempre. Se fermassi un tizio e gli chiedessi degli addii che ha detto, del momento in cui ciò che viveva è diventato all’improvviso il passato, senza un preavviso, senza esserne preparati. Se gli dicessi di come ci si sente quando la tua casa non c’è più e nel tuo cuore hai un nucleo compatto fatto della volontà di stringerti per sempre agli amori più grandi?’. Lei guarda gli altri in faccia, scrutando le espressioni fugaci per cogliere un indizio che le faccia capire la persona giusta cui chiedere tutto ciò. Ma la gente le cammina a fianco e sembra che nessuno abbia dovuto dire un addio, né abbia voluto eternizzare alcunché. Merito o colpa dei ritmi convulsi delle metropoli. Chi lo sa e, a volte, dubitiamo di poter essere capiti.
‘Buonasera, sono qui per il corso di scrittura’. Nina presenta il documento all’accettazione e ottiene una tessera per entrare in un grande edificio, un’istituzione dove di storie se ne sono raccontate tante. Si siede e attende che la lezione abbia inizio. É l’ultima. A sentire gli insegnanti pare che maneggiare le parole per raccontare qualcosa sia un gioco da bambini. Creare, inventare, stravolgere le regole, ma il risultato deve suonare bene se no non ha senso. Sembra facile. La fine della lezione è l’incipit di un racconto. Si parla di un ponte e di parole in tensione per dare forma al mondo di dentro e farlo esistere fuori. ‘L’arte è più della vita’, dice l’insegnante. ‘La cosiddetta realtà è troppo poco’, pensa Nina.
Intanto il sole accorcia i suoi raggi fino a concedere spazio alla sera. Una sera di città, apparentemente come le altre, ma si fa sempre in tempo a farla diventare speciale. La donna entra nel vini e oli, un luogo di ritrovo e di aggregazione del tutto sorpassato dal roboante caos dei centri commerciali e dei supermarket. C’è un gruppetto di uomini sbagliatissimi che fumano nel locale. ‘La vita è fatta di gioie e dolori’, dice uno. Un altro annuisce intriso più di rassegnazione che di sapienza, ma soprattutto di vino. Quello sobrio ha lo sguardo pieno di rughe, segni che rivelano storie in cerca di un approdo. Nina scandaglia il fondo di quegli occhi cercando un ponte di parole per arrivarci. La musica del mondo continua a suonare su gioie e dolori, diluisce il languore dei cuori, è qualcosa di più, come l’arte. Suonano mari e deserti, i monti, gli animali e le piante, il cielo stellato, il balugino rosato del sole al mattino. La sera si inerpica nel sentiero della notte, l’aria intrisa di smog e freddo cede il passo all’odore di pasti caldi e indumenti comodi. Nina varca la soglia del portone, apre la porta ed è di nuovo a casa.

Manuela.

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La notte dei desideri

‘Ahh!! Quelli della banda della borsetta aggirasi nella spiaggia. Udite, udite, frignano per rovinare la festa dei ragazzi. Dobbiamo aiutarli, dobbiamo fermare i malviventi!!!’. Lo spiritello Joshoua caprioleggia all’indietro, fa sempre così quando è arrabbiato. I suoi compagni lo ascoltano perplessi. Chi sostiene di rispettare il patto di non ingerenza nella faccende degli umani, chi chiede una deroga al patto. Il dì 6 agosto le anime notturne si sono riunite nell’antico tempio di Apollo, a Delfi, per deliberare sul fatto. ‘Andremo nella città e porteremo il messaggio ai ragazzi. Vorrei che Ugo incontrasse il capo clan della banda per rompergli i denti’, Joshua tira un pugno nell’aria, immaginando di essere Ugo e di colpire lo smargiassone. In effetti, andando a rivedere il patto, tra le azioni consentite agli spiritelli, all’art. 9 comma 1, è previsto l’incontro casuale tra umani, sebbene il testo non stabilisca nulla circa l’esito dell’incontro. Dimitri ascolta assorto. Ha mille anni e non è il più vecchio, ma è un signor spiritello, per così dire, maturo. Tira su il capo interrompendo il suo silenzio: ‘Se Ugo picchierà quel brutto ceffo non ci sarà nessuna festa’. È un appunto dettato dal buon senso misto a prudenza, perciò gli pesa esternarlo. Diventare vecchi, pensa e predicare la prudenza dinanzi ai soprusi, lo fa somigliare a quei bipedi e ne ha visti tanti, che per ogni capello bianco che gli cresce in testa cedono un granello di gioventù. Pare che obbediscano a un ricatto. La giustizia degli umani rasenta il paradosso, a volte, è la legittimazione dell’ingiustizia. La sera prima guardava la mezza luna e disegnava nella mente la parte mancante. Si ricordò che da ragazzo vedeva solo la mezza luna, invece del sole che la illuminava a metà. Ora si tace e fa parlare Joshua: ‘Potremmo tendergli un’imboscata’ ‘E in che modo, Joshua?’, rispondono gli altri. ‘La tarantola Gina, mia amica e i tarantolini’

Anatoli: ‘I tarantolati, Joshua, si dice i tarantolati’

Joshua: ‘No, i tarantolini’

Tirina: ‘Allora i tarantini, i fan del regista?’

‘Macchè…’, Joshua sta per perdere la pazienza. ‘Ragazzi i tarantolini… Ho avuto un’idea, diremo a Gina di tessere una tela portentosa e magica con cui ghermiremo i teppisti mentre si appropinquano alla festa. La trasporteremo volando’, e mima il gesto come un torero con il mantello.

Anita: ‘Si avvicinano, Joshua, appropinquano è demodè’

Joshua: ‘No, ho detto appropinquano’. Lo spiritelli Joshua è alquanto scatenato.

La banda della borsetta è composta da giovinastri viziati e molto sfaticati, denominata della borsetta dal comportamento delle femmine del clan, che adorano mostrare in giro l’accessorio con tronfia soddisfazione. Questi loschi figuri fracassano tutto ciò che trovano, si dilettano a schernire i non graduati, ovvero i non appartenenti alla banda se capitano nei paraggi. Sono dei teppistelli protetti dal teppismo adulto dei genitori, fatto di buone maniere e conformismo ipocrita. Odiano la festa dell’estate perché gli manca la volontà e la capacità per organizzarne una.

Claudio tiene in mano un mestolo come fosse uno scettro. Mescola e rimescola il riso cotto nell’acqua bollente. É sudato fradicio. I tratti del viso cedono alla stanchezza, ma, con il grembiule fino alle ginocchia, non molla. Poco distante da lui Erminia, la sorella di Clara, prepara la mega melanzana alla parmigiana nella versione con il sugo, Clara quella senza. Una sezione dei lavoranti, capitanata da Siria, procede con la parmigiana ai pinoli. Sono le dieci del mattino del 7 agosto e il lungomare inaspettatamente è quasi deserto. Nel ristorante risuona il fragore delle tazzine, il vociare degli avventori del bar e, da lontano, il motore di un aliscafo. In cucina le pentole capovolte attendono che il cuoco e i suoi aiutanti le prendano per il manico e le ribaltino, ci mettano dentro spezie e le erbe aromatiche. Un cartello dice che per pranzo si servirà cous cous. Gli arnesi della cucina riposano appesi alla parete. Quasi tutto tace e ciò che non tace ha la grazia del suono. Il mattino non presenta un grumo, è azzurro nella sua tonalità più nitida. Olga e Alina, piedi immersi nella sabbia, mani a visiera e sottane svolazzanti, guardano l’orizzonte, facendo come se fossero lì, dove arriva l’occhio e stessero mirando a riva. La squadra delle ragazze trasporta tavoli e panche da disporre a ferro di cavallo. È arduo prevedere chi vi si siederà e di che cosa parlerà. Nei giardini di città, le garbate panchine ospitano vagabondi, innamorati, uomini o donne sole, oppure mucchi di pettegole. Tutti vi lasciano parole buone o cattive, pungenti o consolatorie. Olga e Alina, colte da un’intuizione improvvisa, vi spargono sopra il vento che gonfia gli indumenti, come fosse una polverina magica, un antidoto all’inopportuno debutto del male nel bel mezzo della festa.

Giacomo ha trafficato per una settimana con le sfere giganti porta-stuzzichini. Un negozio gli ha regalato 40 palle forate. Quando si dice la fortuna!. Ha costruito 16 anelli di saturno, moltiplicati per 40 saturni. Giacomo pensava che avrebbe beneficiato per tutta la vita di un pizzico di pazienza al dì, dosando con parsimonia il contenuto del sacco datogli in dotazione alla nascita. Non aveva mai fatto esperienza delle palle forate, però e, in una settimana, ha dilapidato quasi tutto il suo patrimonio. La costruzione di una specie di multiverso artigianale si è svolta nelseguente modo: inizialmente Giacomo pensò di disegnare i pianeti su dei fogli di plastica. Poi dedusse che, se avesse ricoperto completamente le sfere, gli invitati avrebbero dovuto sbirciare nell’oblò per distinguere il contenuto. Al che ebbe un’idea, dotò gli invitati di braccia bioniche, in grado di resistere alle tempeste che imperversano nello spazio cosmico. Trattasi di pinze fatte a forma di sonde spaziali, gagliarde, con la parte superiore rotonda e le zampe mobili e prensili. É l’8 agosto, ore 23,05. Giacomo lavora su 40 globi terrestri, ma disegna solo i mari e i continenti, 40 pianeti giove, li ha creati un po’ più grandi degli altri, 40 saturni con anelli e 40 lune. Cinge le sfere con nastri di metallo rette da viti sporgenti, da incastonare nei bastoni, a loro volta muniti di cerchi a livelli sfalsati. Ore 24,00, a lavoro finito Giacomo danza tra i pianeti e gli arnesi. Nel garage del padre si sente come un bambino compiaciuto della sua creazione. In altre parole, nel suo cuore balena una scintilla divina, gli esseri umani di solito la chiamano felicità.

É pomeriggio, il10 di agosto. Giovanni e Ugo mostrano il petto nudo, indossano bermuda e, in testa, un foulard di cotone. I corpi gocciano sudore come fontane. Armeggiano con assi e bulloni. Lo spazio circostante emana calore, si fa indefinito e dissolve. Giovanni e Ugo galoppano nel deserto come antichi tuareg e, mentre il vento caldo Shariano turbina in mulinelli di sabbia, avvistano un’oasi: il palco, per la festa che sarà.

La madre ha preso il treno all’alba per raggiungere Giovanni. Questo è uno di quei viaggi che ti fanno sentire contenta se timbri il biglietto, percorri la banchina, visioni i displayluminosi che indicano gli orari e il binario. È la felicità nell’abbondanza, meglio di quella ordinaria. Sono felice perché non mi è capitata una catastrofe, sono felice se non manco il treno, altrimenti non arriverò dove voglio arrivare… Nella versione dell’abbondanza sono felice di fare quello che faccio, abolita la sfiga o la possibilità di non essere felice. La madre è felice così e tresca con gli spiritelli nell’intento di sventare l’agguato dei facinorosi. All’unanimità, dopo una lunga assemblea, stabiliscono una strategia. Oh, sì! Dopotutto, chi avrebbe creduto che la soffiata sui teppisti provenisse dagli spiritelli. Ci voleva un fatto e un umano che lo accertasse. Lei avrebbe fatto volentieri a meno di interpretare la madre istituzionale. Comunque accettò. Avrebbe atteso dietro a un albero che la tela avvinghiasse i malviventi e subito dopo avrebbe avvertito la polizia. A quel punto non ci sarebbero stati equivoci, il blitz poteva dirsi riuscito. Trovandoli che brandivano bastoni e mazze, i poliziotti li avrebbero condotti in commissariato per interrogarli. Questo è quanto hanno deciso le anime notturne e una madre simpatizzante.

Ondeggiando come storni nella spiaggia. Sono non un popolo, non la massa anonima, non uno più uno, quelli che vedi per strada, corpi che si muovono senza spessore, pezzi di carne slegati dagli altri ma forzati a viverci accanto e non sai come vivono e se vivono, ma neanche te ne frega niente di saperlo. Questa moltitudine invece è un effetto, è lo spirito che traduce il palpito del muscolo cardiaco. Li puoi vedere uno per uno. Non sono la somma di tanti che fa altro. Un raggio di luce si innalza fino al cielo, è la voce di 700 individui. Stasera guida la musica. Adesso non è importante onorare un impero e scompare anche il più piccolo e insignificante rimasuglio di cupidigia. L’importante è cantare una canzone, non il gruppo che la canta. L’importante ora è celebrare un inno alla vita, non chi lo celebra.

Poco prima dell’inizio della festa, al calar della notte, la madre raggiunge il bosco. Si apposta dietro a un albero. Fa in tempo ad avvertire lo scalpitio della banda dei teppisti, quando Joshua le svolazza intorno accigliato, è in assetto da guerra. ‘Tra poco scatterà la retata, hii, hii, hii’, ride per il doppio senso. Poi torna nei suoi ranghi, accosta la mano all’orecchio e ode la combriccola che procede a passi spiegati. I malviventi fiancheggiano gli alberi della pineta come se fossero insignitidi un titolo onorifico planetario che li autorizza a ignorare la realtà che gli sopravvivrà. Giunti in prossimità del luogo fatidico scatta la trappola. La rete fatata li avvolge come una visione angosciosa che avevano rimosso. Gli spiritelli si congratulano a vicenda, la volante porta via tutti i componenti della banda, armati come sono, sarà difficile convincerli che volevano solo dare una sbirciatina alla festa.

‘Che forza!’, Joshua chiama i suoi: ‘Guardate!’

Kermisi: ‘Nel cuore della notte i ragazzi e le ragazze danzano, formando un’onda gigantesca’

Anatoli: ‘Questo non è la cronaca di una partita di calcio, sii meno compassato, per favore’

Kermisi: ‘I ragazzi e le ragazze danzano sotto la baccheta di un dio che non obbliga nessuno a obbedirgli…’ Joshua: ‘Naturalmente nessun dio ha mai chiesto un dovere tanto inutile quanto la sottomissione’ Joshua interviene per precisare.

Anita: ‘Si, ma la gente preferisce i despoti’

Joshua: ‘E’ vero’

Kermisi: ‘Sono liberi, liberiiii di essere non soltanto l’effetto di una causa, ma la causa di altra vita, agiscono da effetto della vita che li anima e si trasformano in causa’ ‘Che scoperta! Non ci aveva pensato nessuno…’, risponde Tirina ironicamente. Kermisi appallotta della terra e la tira nei capelli di Tirina la quale reagisce tirandogli le bretelle. Joshua vola alla fonte e torna con le gote gonfie sbruffando acqua sul viso di Anatoli. In sostanza gli spiritelli cominciano a giocare tra loro.

Ugo, Giovanni, la madre, Giacomo, Claudio, Olga e Alina, Siria, Clara e l’onda danzante, ognuno con la sua stella tra le mani e una missione da assolvere, farla brillare ancora.  

Manuela.

    

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Il suono cristallino della notte

Dei pentoloni, ci volevano dei pentoloni per cuocere tutto quel riso. L’avrebbero rovesciato in 8 abissi pieni di acqua bollente. Come streghe ridanciane e sguaiate, i sorteggiati avrebbero mescolato per ore ed ore, respirato il vapore, sopportato il bollore proveniente da quei pertugi convergenti verso il centro della terra.

I ragazzi e le ragazze perlustrarono la zona, informando i ristoranti vicini alla spiaggia della loro missione, per dirgli che avrebbero fatto la festa dell’estate e ci sarebbe stata una moltitudine, un fiume di persone a illuminare il litorale. I ristoranti balenari non sono ristoranti qualunque, sono quei luoghi che scappano fuori nel bel mezzo di un inverno, assieme alla natura che si sveglia dal letargo. Anch’essi protendono tutt’intornogli odori, simili a flebili ramoscelli. Con gli ingredienti dell’estate non si può star mai tranquilli. Per fare un’insalata di riso ci vuole il riso, bisogna aggiungere piselli, uova, prosciutto a cubetti, formaggio, maionese o olio, e il risultato che si ottiene è l’insalata di riso o la pasta fredda. Ma se, per caso, il naso capta all’improvviso un profumo di frittura, il risultato non è mai prevedibile. Aggiungi il tepore di un sole estivo e la brezza marina. In un tic tac cammini sulla battigia, dove l’acqua è materia. Il fatto di combinare gli ingredienti dell’estate non dà mai risultati prevedibili, perché a che serve definire l’immagine improvvisa e tangibile del mare?

Alina: ‘Una parmigiana per sei persone? Dunque, mia madre compra 2 chili di melanzane e 1/2 chilo di formaggio’

Urbano: ‘Siamo 700 persone, non sei’

Alina: ‘Sì, lo so, dicevo per dire. Volevo comparare la dimensione domestica della parmigiana con la più grande parmigiana che abbia mai pensato e preparato’

Clara: ‘Non pensarla nella versione domestica, questa qui è tutta un’altra storia. La melanzana casalinga serve per celebrare la domenica, facciamo che la parmigiana nostra sia un atto di provocazione contro la banalità e le false sicurezze borghesi’

Ugo: ‘L’ideologia della parmigiana! Ragazzi, non c’è bisogno di definire i simboli della rivoluzione, la chiamate e vi risponde: è la festa dell’estate. Però, è forte l’ideologia delle melanzane! Va be’, bando alle ciance, cuociamo 20 chili di pasta e 20 di riso, con il condimento quasi raddoppiamo, dovrebbero andare bene per tutti. E andranno bene anche 15 chili di melanzane e 5 di formaggio’

Claudio: ‘Facciamo la melanzana senza sugo e con il sugo’

Siria: Sì, inventiamo!’

Claudio: ‘In quella senza sugo io ci metterei anche i pinoli’

Urbano: ‘I pinoli metticeli quando la prepari a casa tua. Adesso sperimentiamo…

Giovanni: ‘Perché non provare?

Ugo: ‘Vada per la melanzana sperimentale, però prima la sperimentiamo noi’

Giacomo: ‘Ho pensato di fabbricare quegli oggetti curiosi che i negozianti tenevano vicino alla cassa, delle sfere di vetro aperte ai lati dove mettevano le caramelle e i ciccolatini. Noi potremmo riempirli di patatine, pop corn e stuzzichini’

Olga: ‘Potremmo disegnarle, farne pianeti e satelliti: giove, saturno, la terra, la luna, marte’

Giacomo: ‘Sì, danzeremo intorno ai pianeti…’  

Olga: ‘L’importante è che non rovistino come bambini maleducati’

Urbano: ‘Va be’, stiamo parlando di gente adulta’

Olga: ‘Appunto’

Ugo: ‘Quante sfere giganti?’

Giacomo: ‘Quaranta’

Givanni: ‘Alla faccia! Te ne occupi tu?’

Giacomo: ‘Sì, rasserenatevi!  

Ugo: ‘I tavoli per servire il cibo sono 10, ognuno attrezzato di bicchieri, piatti e posate…’

Fervono i preparativi. L’ardore dei ragazzi e delle ragazze riverbera i suoi effetti ovunque, pian piano stacca la patina del visibile e lascia intravedere l’oltre. Il sole tondeggia infuocato tra i rami degli alberi al tramonto. Nell’ora del desio è davvero una stella. Segna il tempo, ricordando a chi lo contempla del giorno che sta per finire. Tra poco suonerà il campanello che annuncia il turno della notte e il tintinnio degli acchiappasogni. Il trillo dei sogni è accessibile solo attraverso l’immaginazione. Cambia scenario, signore e signori. Gli spiritelli del buio sanno della festa dell’estate, già sgambettano e saltellano gai. Da decenni gli umani non osavano tanto. La madre ascolta Giovanni che parla al telefono. Con il viso rosso dall’emozione le dice delle melanzane, della pasta e del riso, dei cosi porta-stuzzichini, e sorride. Quando sta per succedere qualcosa di bello il mondo fa il tifo, le anime della notte hanno sparso la voce: ‘Si farà la festa dell’estate, vento soffia, foglie frusciate al passaggio dei ragazzi e delle ragazze, frusc! Chè gli umani hanno ripreso a dare un senso alla loro vita’. Gli spiritelli volteggiano beati nell’aria notturna. La madre sorride, partecipa con questi strani esseri all’epopea del figlio, ha fili d’erba al posto delle ciglia e gli occhi come specchi d’acqua.

Manuela.

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Come x sta a Y

‘5 chili di pizzette moltiplicato per 7 fanno 35 chili di pizzette’, Clara da una settimana è al capo dell’organizzazione del I gruppo, settore viveri e dà i numeri. ‘Non possiamo basarci sulle feste casalinghe con un tot di panini, tramezzini e rustici. Qui ci vuole cibo cucinato, piatti freddi magari, altrimenti usciamo dai gangheri’, Alina si alza in piedi e parla con calma. ‘Sì, è opportuno esplorare il mondo del catering’, rispondono gli altri in coro. L’universo del catering per i ricevimenti è vasto e variopinto. Bisogna dirlo: quale migliore rassicurazione del cibo scodellato! Al bivio, non sapendo dove sbattere la testa, indecisi tra l’abracadabra dei pentoloni bollenti e il conforto del potere del denaro, sarebbe stato facile sterzare in corsa e dirigersi verso la pappa pronta. In ogni modo, i nostri hanno optato per l’abracadabra. La manifattura artigianale non costa denaro, costa ingegno. Ciò significa che dovranno armeggiare intorno alle braci come stuoli di adepti alle prese con il rito magico. ‘Insalate di riso, paste fredde, melanzane alla parmigiana. Stucchini sì, bruschette anche’. ‘Allora dovremo accendere un falò’. ‘Accenderemo un falò’. Sembra facile, ma non lo è. Ci vuole calma, sangue freddo e originalità. Per sfrondare le complicazioni, sorte in fase di pianificazione, i rappresentanti dei 10 gruppi hanno deciso di iniziare dal dolce. Tuttavia, la realtà ci ha messo del suo. Infatti, un elemento di mistero, materializzandosi dal nulla, ha dato un tocco noir alla vicenda. Sette crostate di frutta x 5 e sette torte della nonna x 5. La matematica non è un’opinione, i dolci forse sì. Le cose sono andate così. Siccome alla teoria di solito segue la pratica, i ragazzi e le ragazze, fugato ogni dubbio, si lanciarono ai mercati generali come missili, con l’intento di acquistare alcune cassette di frutta mista, nonché ortaggi per decorare i tavoli. Misero la sporta davanti al garage di Claudio, ma il giorno successivo era sparito tutto. Furto senza scasso. Ingenti quantità di banane, melanzane e cavoli trafugate nella notte. Nessun testimone. Chi poteva essere stato? Gli inquirenti ebbero le mani legate per poco tempo. ben presto, gli amici, emersero dalla coltre del sospetto reciproco e, con un briciolo di buon senso, non fu difficile dipanare la matassa. Sicuramente era stato un estraneo, il quale, intrufolatosi nottetempo, aveva fatto razzia di quel ben di Dio. L’indagine durò giorni, ma non diede gli esiti sperati. L’episodio venne fatto passare sotto silenzio, infatti Ugo e Giovanni non ne erano stati informati. Finchè un giorno i due amici chiesero del dolce. Allora, iniziò un depistaggio imbarazzante. Giacomo aveva un gatto che si era mangiato le albicocche, si va be’ ma una cassetta di albicocche? Urbano aveva un pitone goloso di banane. ‘Ragazzi che sta succedendo?’ domandò Ugo. Siate seri. Tuttavia, non ce la facevano ad essere seri, ma ebbero l’accortezza di rimanere in silenzio.

É sereno, il mare invita la ciurma a navigare. Intanto, Giovanni fronteggia lo sportello comunale dei permessi per l’occupazione di suolo pubblico. É il suo turno. Una goccia di sudore gli cade sulla camicia. L’unico soffio d’aria respirabile è mosso da un ventilatore. I visi degli utenti, così si chiamano le persone in un ufficio, sono imperlati di sudore, espressione risolutiva, che ti consente di dire abbastanza, con una formula di provata efficacia e con poco sforzo.

L’organizzazione della festa dell’estate richiede impegno. A pensar male si fa presto è più difficile pensar bene, ci vuole coraggio, per questo pochi lo fanno. Ci sono infinite varianti alla faccenda. Ci sono quelli che si mettono in testa un obiettivo, determinano con precisione i mezzi, stanno ben attenti a non trasformarli in fini e a non farsi trascinare da screzi e da idiosincrasie in discussioni sfiancanti. Ci sono quelli che procedono in autonomia e ogni tanto si aggregano ad altri. Ci sono quelli che proferiscono paroloni e di nascosto aggiustano il tiro, ovvero fanno il minimo indispensabile, dimostrando di operare per un principio nobile e pensando al loro tornaconto. I più determinati sono quelli che attingono direttamente alla fonte dei sogni. Al riguardo i ragazzi hanno avuto il campo spianato da quella favorevole congiunzioneastrale che si verifica quando gli animi, liberi da ingorghi e smanie di protagonismo, si armonizzano su un obiettivo. Adesso è l’estate, domani sarà qualcos’altro. Perciò è un evento raro. Ora è così, ma le stelle nel cielo di questi ragazzi potrebbero allinearsi chissà quando a loro favore. É come il passaggio di una cometa, la caduta di un meteorite o un’eclissi. Ma meglio, è come quando trovi un amico, un amore, qualcuno di speciale e senti che non potresti più vivere senza. Di solito le circostanze volgono completamente a favore di questo miracolo, cioè i due esseri sono indissolubilmente legati l’uno all’altro e nulla, per nessuna ragione, li può separare, né il capriccio che tormenta gli innamorati, né la sorte avversa. Infatti la calamita quando scatta scatta, se tu sei lì, lontano da me, io farò di tutto e ancora di più per averti con me. L’amore talvolta sfiora la proporzione matematica, e allora il figlio sta al genitore, un amore all’anima gemella, un cane al padrone, un lavoro al lavoratore come x sta a y. Non si tratta di un freddo calcolo, chè quello non è uguale a quell’altro. Non si tratta neanche di tigna, non è che uno si impunta come un somaro per avere a tutti i costi ciò che desidera, piuttosto è la folgorante consapevolezza di desiderare quel figlio, quell’amore, quel cane, di fare quel lavoro e nient’altro. Anche la festa dell’estate capita, è quell’evento che ha caratterisitiche di irripetibilità e può causare spossatezza data la caducità delle faccende umane.

Sgominata banda di contraffattori rubavano frutta di qualità e la sostituivano con merce scadente. La gang perlustrava i quartieri della città, seguiva gli acquirenti di ingenti quantità di ortaggi e di notte sottraeva la refurtiva. Lo scambio li proteggeva dalle conseguenze dei misfatti. Infatti, una volta scoperta la fregatura, la gente se la prendeva con i commercianti. Stavolta però qualcosa è andato storto. Appena arrivati i ladruncoli avevano aperto il cancello con un passpartout. Poi erano entrati nel garage, ma qualcuno si era affacciato alla finestra. Perciò, avevano fatto in tempo a scambiare la merce e a scappare in fretta e furia con un furgoncino. Tale furgone era parcheggiato vicino al secchio della spazzatura, dove si inerpicava un ratto di orribili fattezze: occhi rossi che luccicavano nell’oscurità, orecchie appuntite e mazzetti di peli irti che spuntavano dappertutto, denti aguzzi in cerca di cibo e una coda lunga che fluttuava a comando del sorcio. L’individuo in finestra l’aveva visto e, incuriosito, lo stava fotografando. Nell’istantantea figurò anche la targa del camioncino. Così, la polizia reperì il veicolo e i ladri di frutta, i quali si difesero dicendo che la loro azione era a favore della comunità e dell’ambiente. Il loro non era un furto, piuttosto un nobile gesto per evitare che la merce di cattiva qualità andasse sprecata. Moralmente ineccepibile, secondo loro, era la ragione che li muoveva, ma l’attenuante non resse.

Giovanni, Ugo&company, riavuta la frutta in discrete condizioni, intrugliano con creme e pasta frolla. Hanno anche aggiunto al menù un mega tiramisù di proporzioni galattiche. Come si può immaginare, i preparativi sono una cosa, la festa un’altra. I ragazzi e le ragazze avranno un mare di ricordi da sistemare: ‘Quello di quando cucinavamo tutti insieme e ci divertivamo lo metto qui’, qualcuno dirà, ‘a fare il paio con l’attimo in cui sostai nel patio per riposare e mi ripensavo tutta scarmigliata e inzaccherata di sugo. E la musica suonava’. In tiro, ma non troppo, sarà facile credere al potere degli eventi di autogenerarsi. Non come le donne in ciabattine e pantaloncini, accerchiate da ragazzini urlanti. Non farti ingannare da loro. Alcune sono nerborute da palestra, almeno lo è la maggior parte, perché ha il dovere di esserlo. E ti chiedi che c’entrano quelle bustone bitorzolute, cariche di provviste ficcate dentro alla rinfusa, con l’immaginetta di donna tutto ok. Che le cose vadano da sole nella credenza e nel frigo, che non ci siano bambini piagnucolosi intorno? No, ce le debbono mettere loro le provviste nella credenza, come tutti. E sorridono per nascondere lo strazio, per non dire andate tutti al diavolo, ma dove sta scritto che l’onere di sfacchinare in questo modo è solo mio. Non lo dicono, neanche le signore ingioiellate che mettono a posto la spesa lo dicono. Anche loro la tirano fuori da bustone gonfie e sgraziate. Le personcine ‘perbene’ debbono rendere esteticamente convincente la mera sussistenza con un vestito alla moda, un portamento da signora, altrimenti sarebbe riprovevole aver bisogno di cibo per vivere e di fare la spesa per procurarselo. Con la festa dell’estate invece non si vuol mentire, sebbene appaia un fatto nato per partenogenesi, è impossibile occultare l’impegno e la fatica, poiché l’animo, al riguardo, si cheta di ogni affanno e ride, nutrendosi di azioni foriere di un avvenire.

Manuela.     

 

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