Variazioni sul tema

Sorge il sole, un attimo prima era notte. D’inverno le serrande scalano i muri dei palazzi, sostenute da mani audaci e occhi desiderosi di scoprire nuovi scenari nello stesso angolo di mondo. Le luci artificiali illuminano piccoli e grandi spazi metropolitani colmi di fiducia nel giorno a venire. I luoghi, in questo tempo, parlano più delle persone. Forse è perché di gente ne hanno vista passare molta, raccogliendone i sogni sparsi qua e là con un’occhiata rapida o un sospiro, all’insaputa dei passanti stessi, artefici inconsapevoli di quelle visioni. L’umanità spera nel destino e nella fortuna. Mi avvicino alla finestra e isso le vele. Ci vuole coraggio per navigare. Le serrande sono palpebre giganti che si schiudono sull’impulso di sogni più veri del vero. Ma cos’è vero in quella realtà di finzioni?. Adesso so che la verità si disperde ai raggi del sole, come i bambini quando giocano a nascondersi. Vaga mossa dal vento e gira nell’atmosfera fino a ricaderci in testa con gocce di pioggia colorata. Se mi avessero detto che l’amministrazione comunale avrebbe addobbato le vie del centro interpretando la mia visione non ci avrei creduto. Eppure è così, si vede che è una visione condivisa. Più guardo intorno a me e più mi convinco che per parlare di qualcosa devo aprirmi un varco nella realtà ufficiale ed entrarvi in modo deciso. Serve un inizio, con cui afferrare la prova inconfutabile dell’esistenza di variazioni musicali sul tema e fendere la corteccia dell’ordinario. Soltanto allora mi diverto.
Nina alza le serrande con la volontà di scorgere una macchia nel quadro, un difetto di fabbrica, un’imperfezione dell’insieme, a testimoniare che l’illusione vera, cui vale la pena credere, non è fuori produzione. Non si tratterebbe di macchie, difetti o imperfezioni se non ci fosse uno stampo, nel civilissimo paese in cui viviamo, una matrice fallata con cui imprimere i pensieri oziosi della gente e dare a tutti la stessa fisionomia.
La variazione sul tema è un altro piano di realtà, un’espressione benaugurale, un balcone fiorito in estate. Per avvertirla basta affacciarsi, come un balcone. I balconi sono un’invenzione straordinaria, pensata per non far crepare di noia gli individui chiusi nei loro loculi. Ognuno può fare ciò che vuole con le proprie orecchie, dopotutto viviamo in democrazia. Chi sente i rumori di fondo, chi gli strilloni, e chi non sente niente. Dipende dall’idea di partenza. Perciò, quelli che ascoltano gli strilloni seguiranno a contorcersi come vermi, quelli che sentono i rumori di fondo diventeranno sempre più abili nel percepire anche qualcosa di più. Se è vero che il mondo è un’immensa armonia, potrà capitare di sentirne la musica, come è già capitato a me aprendo la finestra di prima mattina. Quando è ancora buio, per l’appunto, cioè nell’attimo che precede la luce sole, pronta a rischiarare con la ragione ciò che potrebbe apparire solo un sogno. L’alternarsi della notte e del giorno è un evento importante e ricco di significati, soprattutto ora, perché, alla viltà della gente che declassa i sogni a non realtà, si può contrapporre soltanto una sinfonia ben orchestrata. Per fare ciò non occorre un equipaggiamento speciale, cioè apparecchi tecnologici sofisticati. Basta alzare lo sguardo al cielo tirato a lucido, mentre un assiepamento di stelle di diversa luminosità suona una melodia che corrisponde perfettamente all’animo osservatore e ciò accade per un accordo segreto che non so spiegare. A realizzarsi è un tempo diverso e un altrove, quando guardavi le stelle e ti preparavi a vivere un nuovo giorno da un altro angolo di mondo. Quell’attimo presenzia a ciò che è vivo nel cuore e lo sarà sempre. Suona lo scorrere del tempo impresso da una matrice perfetta, un’immensa dolcezza, un ordine superiore. Poi, nel diradarsi di quella musica, le cose di quaggiù prendono il sopravvento, ma un pensiero rimane.
‘Girare pagina è un’espressione odiosa’, Nina inaugura un nuovo foglio e scrive perché vuole entrare a gamba tesa nel consolidato. In parte per prodursi nell’ennesima smorfia irriverente sulle false certezze di molti, ma molto di più per addentarsi nel mistero delle improvvise corrispondenze tra il sempre e il qui ed ora. Quell’idea abrasiva, con cui scorticare la patina di rassicurante normalità, ti balena nella testa come un germoglio in primavera. Una corrispondenza pure quella. Infatti mica puoi prevederne né controllarne la fioritura. Il verso invece sì ed è quello che preme, come a una partoriente il nascituro.
Le serrande dei negozi si alzano, le auto circolano nelle strade. Sempre alla stessa ora puoi vedere il tale che esce di casa, un altro prepara la merce da vendere. Quella che chiacchiera per far sentire a tutti quanto è stanca della sua vita, tra beghe coniugali, panni da stirare e cene da preparare. E quello che ti guarda con boria, appannato dal fumo della sua sigaretta. Forse è il marito di quell’altra, entrambi convinti di avere il diritto di azzerare le ambizioni del paese intero perché da anni questo paese se ne infischia di loro. Ma come fanno?. Dietro la messinscena quotidiana c’è la vita: bizzosa, crudele, bella. Nessuno pare la senta. Eppure gira i fogli del tempo. Certo, non tutti i giorni si susseguono come le pagine di un libro, alcuni le riempiono, altri segnano dei limiti, un prima e un dopo. Luoghi, persone, esseri amati.
Nina cammina lungo il marciapiede e guarda i passanti: ‘Tutto si trasforma intorno a un’essenza che è per sempre. Se fermassi un tizio e gli chiedessi degli addii che ha detto, del momento in cui ciò che viveva è diventato all’improvviso il passato, senza un preavviso, senza esserne preparati. Se gli dicessi di come ci si sente quando la tua casa non c’è più e nel tuo cuore hai un nucleo compatto fatto della volontà di stringerti per sempre agli amori più grandi?’. Lei guarda gli altri in faccia, scrutando le espressioni fugaci per cogliere un indizio che le faccia capire la persona giusta cui chiedere tutto ciò. Ma la gente le cammina a fianco e sembra che nessuno abbia dovuto dire un addio, né abbia voluto eternizzare alcunché. Merito o colpa dei ritmi convulsi delle metropoli. Chi lo sa e, a volte, dubitiamo di poter essere capiti.
‘Buonasera, sono qui per il corso di scrittura’. Nina presenta il documento all’accettazione e ottiene una tessera per entrare in un grande edificio, un’istituzione dove di storie se ne sono raccontate tante. Si siede e attende che la lezione abbia inizio. É l’ultima. A sentire gli insegnanti pare che maneggiare le parole per raccontare qualcosa sia un gioco da bambini. Creare, inventare, stravolgere le regole, ma il risultato deve suonare bene se no non ha senso. Sembra facile. La fine della lezione è l’incipit di un racconto. Si parla di un ponte e di parole in tensione per dare forma al mondo di dentro e farlo esistere fuori. ‘L’arte è più della vita’, dice l’insegnante. ‘La cosiddetta realtà è troppo poco’, pensa Nina.
Intanto il sole accorcia i suoi raggi fino a concedere spazio alla sera. Una sera di città, apparentemente come le altre, ma si fa sempre in tempo a farla diventare speciale. La donna entra nel vini e oli, un luogo di ritrovo e di aggregazione del tutto sorpassato dal roboante caos dei centri commerciali e dei supermarket. C’è un gruppetto di uomini sbagliatissimi che fumano nel locale. ‘La vita è fatta di gioie e dolori’, dice uno. Un altro annuisce intriso più di rassegnazione che di sapienza, ma soprattutto di vino. Quello sobrio ha lo sguardo pieno di rughe, segni che rivelano storie in cerca di un approdo. Nina scandaglia il fondo di quegli occhi cercando un ponte di parole per arrivarci. La musica del mondo continua a suonare su gioie e dolori, diluisce il languore dei cuori, è qualcosa di più, come l’arte. Suonano mari e deserti, i monti, gli animali e le piante, il cielo stellato, il balugino rosato del sole al mattino. La sera si inerpica nel sentiero della notte, l’aria intrisa di smog e freddo cede il passo all’odore di pasti caldi e indumenti comodi. Nina varca la soglia del portone, apre la porta ed è di nuovo a casa.

Manuela.

Pubblicato in Uncategorized | 23 commenti

La notte dei desideri

‘Ahh!! Quelli della banda della borsetta aggirasi nella spiaggia. Udite, udite, frignano per rovinare la festa dei ragazzi. Dobbiamo aiutarli, dobbiamo fermare i malviventi!!!’. Lo spiritello Joshoua caprioleggia all’indietro, fa sempre così quando è arrabbiato. I suoi compagni lo ascoltano perplessi. Chi sostiene di rispettare il patto di non ingerenza nella faccende degli umani, chi chiede una deroga al patto. Il dì 6 agosto le anime notturne si sono riunite nell’antico tempio di Apollo, a Delfi, per deliberare sul fatto. ‘Andremo nella città e porteremo il messaggio ai ragazzi. Vorrei che Ugo incontrasse il capo clan della banda per rompergli i denti’, Joshua tira un pugno nell’aria, immaginando di essere Ugo e di colpire lo smargiassone. In effetti, andando a rivedere il patto, tra le azioni consentite agli spiritelli, all’art. 9 comma 1, è previsto l’incontro casuale tra umani, sebbene il testo non stabilisca nulla circa l’esito dell’incontro. Dimitri ascolta assorto. Ha mille anni e non è il più vecchio, ma è un signor spiritello, per così dire, maturo. Tira su il capo interrompendo il suo silenzio: ‘Se Ugo picchierà quel brutto ceffo non ci sarà nessuna festa’. È un appunto dettato dal buon senso misto a prudenza, perciò gli pesa esternarlo. Diventare vecchi, pensa e predicare la prudenza dinanzi ai soprusi, lo fa somigliare a quei bipedi e ne ha visti tanti, che per ogni capello bianco che gli cresce in testa cedono un granello di gioventù. Pare che obbediscano a un ricatto. La giustizia degli umani rasenta il paradosso, a volte, è la legittimazione dell’ingiustizia. La sera prima guardava la mezza luna e disegnava nella mente la parte mancante. Si ricordò che da ragazzo vedeva solo la mezza luna, invece del sole che la illuminava a metà. Ora si tace e fa parlare Joshua: ‘Potremmo tendergli un’imboscata’ ‘E in che modo, Joshua?’, rispondono gli altri. ‘La tarantola Gina, mia amica e i tarantolini’

Anatoli: ‘I tarantolati, Joshua, si dice i tarantolati’

Joshua: ‘No, i tarantolini’

Tirina: ‘Allora i tarantini, i fan del regista?’

‘Macchè…’, Joshua sta per perdere la pazienza. ‘Ragazzi i tarantolini… Ho avuto un’idea, diremo a Gina di tessere una tela portentosa e magica con cui ghermiremo i teppisti mentre si appropinquano alla festa. La trasporteremo volando’, e mima il gesto come un torero con il mantello.

Anita: ‘Si avvicinano, Joshua, appropinquano è demodè’

Joshua: ‘No, ho detto appropinquano’. Lo spiritelli Joshua è alquanto scatenato.

La banda della borsetta è composta da giovinastri viziati e molto sfaticati, denominata della borsetta dal comportamento delle femmine del clan, che adorano mostrare in giro l’accessorio con tronfia soddisfazione. Questi loschi figuri fracassano tutto ciò che trovano, si dilettano a schernire i non graduati, ovvero i non appartenenti alla banda se capitano nei paraggi. Sono dei teppistelli protetti dal teppismo adulto dei genitori, fatto di buone maniere e conformismo ipocrita. Odiano la festa dell’estate perché gli manca la volontà e la capacità per organizzarne una.

Claudio tiene in mano un mestolo come fosse uno scettro. Mescola e rimescola il riso cotto nell’acqua bollente. É sudato fradicio. I tratti del viso cedono alla stanchezza, ma, con il grembiule fino alle ginocchia, non molla. Poco distante da lui Erminia, la sorella di Clara, prepara la mega melanzana alla parmigiana nella versione con il sugo, Clara quella senza. Una sezione dei lavoranti, capitanata da Siria, procede con la parmigiana ai pinoli. Sono le dieci del mattino del 7 agosto e il lungomare inaspettatamente è quasi deserto. Nel ristorante risuona il fragore delle tazzine, il vociare degli avventori del bar e, da lontano, il motore di un aliscafo. In cucina le pentole capovolte attendono che il cuoco e i suoi aiutanti le prendano per il manico e le ribaltino, ci mettano dentro spezie e le erbe aromatiche. Un cartello dice che per pranzo si servirà cous cous. Gli arnesi della cucina riposano appesi alla parete. Quasi tutto tace e ciò che non tace ha la grazia del suono. Il mattino non presenta un grumo, è azzurro nella sua tonalità più nitida. Olga e Alina, piedi immersi nella sabbia, mani a visiera e sottane svolazzanti, guardano l’orizzonte, facendo come se fossero lì, dove arriva l’occhio e stessero mirando a riva. La squadra delle ragazze trasporta tavoli e panche da disporre a ferro di cavallo. È arduo prevedere chi vi si siederà e di che cosa parlerà. Nei giardini di città, le garbate panchine ospitano vagabondi, innamorati, uomini o donne sole, oppure mucchi di pettegole. Tutti vi lasciano parole buone o cattive, pungenti o consolatorie. Olga e Alina, colte da un’intuizione improvvisa, vi spargono sopra il vento che gonfia gli indumenti, come fosse una polverina magica, un antidoto all’inopportuno debutto del male nel bel mezzo della festa.

Giacomo ha trafficato per una settimana con le sfere giganti porta-stuzzichini. Un negozio gli ha regalato 40 palle forate. Quando si dice la fortuna!. Ha costruito 16 anelli di saturno, moltiplicati per 40 saturni. Giacomo pensava che avrebbe beneficiato per tutta la vita di un pizzico di pazienza al dì, dosando con parsimonia il contenuto del sacco datogli in dotazione alla nascita. Non aveva mai fatto esperienza delle palle forate, però e, in una settimana, ha dilapidato quasi tutto il suo patrimonio. La costruzione di una specie di multiverso artigianale si è svolta nelseguente modo: inizialmente Giacomo pensò di disegnare i pianeti su dei fogli di plastica. Poi dedusse che, se avesse ricoperto completamente le sfere, gli invitati avrebbero dovuto sbirciare nell’oblò per distinguere il contenuto. Al che ebbe un’idea, dotò gli invitati di braccia bioniche, in grado di resistere alle tempeste che imperversano nello spazio cosmico. Trattasi di pinze fatte a forma di sonde spaziali, gagliarde, con la parte superiore rotonda e le zampe mobili e prensili. É l’8 agosto, ore 23,05. Giacomo lavora su 40 globi terrestri, ma disegna solo i mari e i continenti, 40 pianeti giove, li ha creati un po’ più grandi degli altri, 40 saturni con anelli e 40 lune. Cinge le sfere con nastri di metallo rette da viti sporgenti, da incastonare nei bastoni, a loro volta muniti di cerchi a livelli sfalsati. Ore 24,00, a lavoro finito Giacomo danza tra i pianeti e gli arnesi. Nel garage del padre si sente come un bambino compiaciuto della sua creazione. In altre parole, nel suo cuore balena una scintilla divina, gli esseri umani di solito la chiamano felicità.

É pomeriggio, il10 di agosto. Giovanni e Ugo mostrano il petto nudo, indossano bermuda e, in testa, un foulard di cotone. I corpi gocciano sudore come fontane. Armeggiano con assi e bulloni. Lo spazio circostante emana calore, si fa indefinito e dissolve. Giovanni e Ugo galoppano nel deserto come antichi tuareg e, mentre il vento caldo Shariano turbina in mulinelli di sabbia, avvistano un’oasi: il palco, per la festa che sarà.

La madre ha preso il treno all’alba per raggiungere Giovanni. Questo è uno di quei viaggi che ti fanno sentire contenta se timbri il biglietto, percorri la banchina, visioni i displayluminosi che indicano gli orari e il binario. È la felicità nell’abbondanza, meglio di quella ordinaria. Sono felice perché non mi è capitata una catastrofe, sono felice se non manco il treno, altrimenti non arriverò dove voglio arrivare… Nella versione dell’abbondanza sono felice di fare quello che faccio, abolita la sfiga o la possibilità di non essere felice. La madre è felice così e tresca con gli spiritelli nell’intento di sventare l’agguato dei facinorosi. All’unanimità, dopo una lunga assemblea, stabiliscono una strategia. Oh, sì! Dopotutto, chi avrebbe creduto che la soffiata sui teppisti provenisse dagli spiritelli. Ci voleva un fatto e un umano che lo accertasse. Lei avrebbe fatto volentieri a meno di interpretare la madre istituzionale. Comunque accettò. Avrebbe atteso dietro a un albero che la tela avvinghiasse i malviventi e subito dopo avrebbe avvertito la polizia. A quel punto non ci sarebbero stati equivoci, il blitz poteva dirsi riuscito. Trovandoli che brandivano bastoni e mazze, i poliziotti li avrebbero condotti in commissariato per interrogarli. Questo è quanto hanno deciso le anime notturne e una madre simpatizzante.

Ondeggiando come storni nella spiaggia. Sono non un popolo, non la massa anonima, non uno più uno, quelli che vedi per strada, corpi che si muovono senza spessore, pezzi di carne slegati dagli altri ma forzati a viverci accanto e non sai come vivono e se vivono, ma neanche te ne frega niente di saperlo. Questa moltitudine invece è un effetto, è lo spirito che traduce il palpito del muscolo cardiaco. Li puoi vedere uno per uno. Non sono la somma di tanti che fa altro. Un raggio di luce si innalza fino al cielo, è la voce di 700 individui. Stasera guida la musica. Adesso non è importante onorare un impero e scompare anche il più piccolo e insignificante rimasuglio di cupidigia. L’importante è cantare una canzone, non il gruppo che la canta. L’importante ora è celebrare un inno alla vita, non chi lo celebra.

Poco prima dell’inizio della festa, al calar della notte, la madre raggiunge il bosco. Si apposta dietro a un albero. Fa in tempo ad avvertire lo scalpitio della banda dei teppisti, quando Joshua le svolazza intorno accigliato, è in assetto da guerra. ‘Tra poco scatterà la retata, hii, hii, hii’, ride per il doppio senso. Poi torna nei suoi ranghi, accosta la mano all’orecchio e ode la combriccola che procede a passi spiegati. I malviventi fiancheggiano gli alberi della pineta come se fossero insignitidi un titolo onorifico planetario che li autorizza a ignorare la realtà che gli sopravvivrà. Giunti in prossimità del luogo fatidico scatta la trappola. La rete fatata li avvolge come una visione angosciosa che avevano rimosso. Gli spiritelli si congratulano a vicenda, la volante porta via tutti i componenti della banda, armati come sono, sarà difficile convincerli che volevano solo dare una sbirciatina alla festa.

‘Che forza!’, Joshua chiama i suoi: ‘Guardate!’

Kermisi: ‘Nel cuore della notte i ragazzi e le ragazze danzano, formando un’onda gigantesca’

Anatoli: ‘Questo non è la cronaca di una partita di calcio, sii meno compassato, per favore’

Kermisi: ‘I ragazzi e le ragazze danzano sotto la baccheta di un dio che non obbliga nessuno a obbedirgli…’ Joshua: ‘Naturalmente nessun dio ha mai chiesto un dovere tanto inutile quanto la sottomissione’ Joshua interviene per precisare.

Anita: ‘Si, ma la gente preferisce i despoti’

Joshua: ‘E’ vero’

Kermisi: ‘Sono liberi, liberiiii di essere non soltanto l’effetto di una causa, ma la causa di altra vita, agiscono da effetto della vita che li anima e si trasformano in causa’ ‘Che scoperta! Non ci aveva pensato nessuno…’, risponde Tirina ironicamente. Kermisi appallotta della terra e la tira nei capelli di Tirina la quale reagisce tirandogli le bretelle. Joshua vola alla fonte e torna con le gote gonfie sbruffando acqua sul viso di Anatoli. In sostanza gli spiritelli cominciano a giocare tra loro.

Ugo, Giovanni, la madre, Giacomo, Claudio, Olga e Alina, Siria, Clara e l’onda danzante, ognuno con la sua stella tra le mani e una missione da assolvere, farla brillare ancora.  

Manuela.

    

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Il suono cristallino della notte

Dei pentoloni, ci volevano dei pentoloni per cuocere tutto quel riso. L’avrebbero rovesciato in 8 abissi pieni di acqua bollente. Come streghe ridanciane e sguaiate, i sorteggiati avrebbero mescolato per ore ed ore, respirato il vapore, sopportato il bollore proveniente da quei pertugi convergenti verso il centro della terra.

I ragazzi e le ragazze perlustrarono la zona, informando i ristoranti vicini alla spiaggia della loro missione, per dirgli che avrebbero fatto la festa dell’estate e ci sarebbe stata una moltitudine, un fiume di persone a illuminare il litorale. I ristoranti balenari non sono ristoranti qualunque, sono quei luoghi che scappano fuori nel bel mezzo di un inverno, assieme alla natura che si sveglia dal letargo. Anch’essi protendono tutt’intornogli odori, simili a flebili ramoscelli. Con gli ingredienti dell’estate non si può star mai tranquilli. Per fare un’insalata di riso ci vuole il riso, bisogna aggiungere piselli, uova, prosciutto a cubetti, formaggio, maionese o olio, e il risultato che si ottiene è l’insalata di riso o la pasta fredda. Ma se, per caso, il naso capta all’improvviso un profumo di frittura, il risultato non è mai prevedibile. Aggiungi il tepore di un sole estivo e la brezza marina. In un tic tac cammini sulla battigia, dove l’acqua è materia. Il fatto di combinare gli ingredienti dell’estate non dà mai risultati prevedibili, perché a che serve definire l’immagine improvvisa e tangibile del mare?

Alina: ‘Una parmigiana per sei persone? Dunque, mia madre compra 2 chili di melanzane e 1/2 chilo di formaggio’

Urbano: ‘Siamo 700 persone, non sei’

Alina: ‘Sì, lo so, dicevo per dire. Volevo comparare la dimensione domestica della parmigiana con la più grande parmigiana che abbia mai pensato e preparato’

Clara: ‘Non pensarla nella versione domestica, questa qui è tutta un’altra storia. La melanzana casalinga serve per celebrare la domenica, facciamo che la parmigiana nostra sia un atto di provocazione contro la banalità e le false sicurezze borghesi’

Ugo: ‘L’ideologia della parmigiana! Ragazzi, non c’è bisogno di definire i simboli della rivoluzione, la chiamate e vi risponde: è la festa dell’estate. Però, è forte l’ideologia delle melanzane! Va be’, bando alle ciance, cuociamo 20 chili di pasta e 20 di riso, con il condimento quasi raddoppiamo, dovrebbero andare bene per tutti. E andranno bene anche 15 chili di melanzane e 5 di formaggio’

Claudio: ‘Facciamo la melanzana senza sugo e con il sugo’

Siria: Sì, inventiamo!’

Claudio: ‘In quella senza sugo io ci metterei anche i pinoli’

Urbano: ‘I pinoli metticeli quando la prepari a casa tua. Adesso sperimentiamo…

Giovanni: ‘Perché non provare?

Ugo: ‘Vada per la melanzana sperimentale, però prima la sperimentiamo noi’

Giacomo: ‘Ho pensato di fabbricare quegli oggetti curiosi che i negozianti tenevano vicino alla cassa, delle sfere di vetro aperte ai lati dove mettevano le caramelle e i ciccolatini. Noi potremmo riempirli di patatine, pop corn e stuzzichini’

Olga: ‘Potremmo disegnarle, farne pianeti e satelliti: giove, saturno, la terra, la luna, marte’

Giacomo: ‘Sì, danzeremo intorno ai pianeti…’  

Olga: ‘L’importante è che non rovistino come bambini maleducati’

Urbano: ‘Va be’, stiamo parlando di gente adulta’

Olga: ‘Appunto’

Ugo: ‘Quante sfere giganti?’

Giacomo: ‘Quaranta’

Givanni: ‘Alla faccia! Te ne occupi tu?’

Giacomo: ‘Sì, rasserenatevi!  

Ugo: ‘I tavoli per servire il cibo sono 10, ognuno attrezzato di bicchieri, piatti e posate…’

Fervono i preparativi. L’ardore dei ragazzi e delle ragazze riverbera i suoi effetti ovunque, pian piano stacca la patina del visibile e lascia intravedere l’oltre. Il sole tondeggia infuocato tra i rami degli alberi al tramonto. Nell’ora del desio è davvero una stella. Segna il tempo, ricordando a chi lo contempla del giorno che sta per finire. Tra poco suonerà il campanello che annuncia il turno della notte e il tintinnio degli acchiappasogni. Il trillo dei sogni è accessibile solo attraverso l’immaginazione. Cambia scenario, signore e signori. Gli spiritelli del buio sanno della festa dell’estate, già sgambettano e saltellano gai. Da decenni gli umani non osavano tanto. La madre ascolta Giovanni che parla al telefono. Con il viso rosso dall’emozione le dice delle melanzane, della pasta e del riso, dei cosi porta-stuzzichini, e sorride. Quando sta per succedere qualcosa di bello il mondo fa il tifo, le anime della notte hanno sparso la voce: ‘Si farà la festa dell’estate, vento soffia, foglie frusciate al passaggio dei ragazzi e delle ragazze, frusc! Chè gli umani hanno ripreso a dare un senso alla loro vita’. Gli spiritelli volteggiano beati nell’aria notturna. La madre sorride, partecipa con questi strani esseri all’epopea del figlio, ha fili d’erba al posto delle ciglia e gli occhi come specchi d’acqua.

Manuela.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Come x sta a Y

‘5 chili di pizzette moltiplicato per 7 fanno 35 chili di pizzette’, Clara da una settimana è al capo dell’organizzazione del I gruppo, settore viveri e dà i numeri. ‘Non possiamo basarci sulle feste casalinghe con un tot di panini, tramezzini e rustici. Qui ci vuole cibo cucinato, piatti freddi magari, altrimenti usciamo dai gangheri’, Alina si alza in piedi e parla con calma. ‘Sì, è opportuno esplorare il mondo del catering’, rispondono gli altri in coro. L’universo del catering per i ricevimenti è vasto e variopinto. Bisogna dirlo: quale migliore rassicurazione del cibo scodellato! Al bivio, non sapendo dove sbattere la testa, indecisi tra l’abracadabra dei pentoloni bollenti e il conforto del potere del denaro, sarebbe stato facile sterzare in corsa e dirigersi verso la pappa pronta. In ogni modo, i nostri hanno optato per l’abracadabra. La manifattura artigianale non costa denaro, costa ingegno. Ciò significa che dovranno armeggiare intorno alle braci come stuoli di adepti alle prese con il rito magico. ‘Insalate di riso, paste fredde, melanzane alla parmigiana. Stucchini sì, bruschette anche’. ‘Allora dovremo accendere un falò’. ‘Accenderemo un falò’. Sembra facile, ma non lo è. Ci vuole calma, sangue freddo e originalità. Per sfrondare le complicazioni, sorte in fase di pianificazione, i rappresentanti dei 10 gruppi hanno deciso di iniziare dal dolce. Tuttavia, la realtà ci ha messo del suo. Infatti, un elemento di mistero, materializzandosi dal nulla, ha dato un tocco noir alla vicenda. Sette crostate di frutta x 5 e sette torte della nonna x 5. La matematica non è un’opinione, i dolci forse sì. Le cose sono andate così. Siccome alla teoria di solito segue la pratica, i ragazzi e le ragazze, fugato ogni dubbio, si lanciarono ai mercati generali come missili, con l’intento di acquistare alcune cassette di frutta mista, nonché ortaggi per decorare i tavoli. Misero la sporta davanti al garage di Claudio, ma il giorno successivo era sparito tutto. Furto senza scasso. Ingenti quantità di banane, melanzane e cavoli trafugate nella notte. Nessun testimone. Chi poteva essere stato? Gli inquirenti ebbero le mani legate per poco tempo. ben presto, gli amici, emersero dalla coltre del sospetto reciproco e, con un briciolo di buon senso, non fu difficile dipanare la matassa. Sicuramente era stato un estraneo, il quale, intrufolatosi nottetempo, aveva fatto razzia di quel ben di Dio. L’indagine durò giorni, ma non diede gli esiti sperati. L’episodio venne fatto passare sotto silenzio, infatti Ugo e Giovanni non ne erano stati informati. Finchè un giorno i due amici chiesero del dolce. Allora, iniziò un depistaggio imbarazzante. Giacomo aveva un gatto che si era mangiato le albicocche, si va be’ ma una cassetta di albicocche? Urbano aveva un pitone goloso di banane. ‘Ragazzi che sta succedendo?’ domandò Ugo. Siate seri. Tuttavia, non ce la facevano ad essere seri, ma ebbero l’accortezza di rimanere in silenzio.

É sereno, il mare invita la ciurma a navigare. Intanto, Giovanni fronteggia lo sportello comunale dei permessi per l’occupazione di suolo pubblico. É il suo turno. Una goccia di sudore gli cade sulla camicia. L’unico soffio d’aria respirabile è mosso da un ventilatore. I visi degli utenti, così si chiamano le persone in un ufficio, sono imperlati di sudore, espressione risolutiva, che ti consente di dire abbastanza, con una formula di provata efficacia e con poco sforzo.

L’organizzazione della festa dell’estate richiede impegno. A pensar male si fa presto è più difficile pensar bene, ci vuole coraggio, per questo pochi lo fanno. Ci sono infinite varianti alla faccenda. Ci sono quelli che si mettono in testa un obiettivo, determinano con precisione i mezzi, stanno ben attenti a non trasformarli in fini e a non farsi trascinare da screzi e da idiosincrasie in discussioni sfiancanti. Ci sono quelli che procedono in autonomia e ogni tanto si aggregano ad altri. Ci sono quelli che proferiscono paroloni e di nascosto aggiustano il tiro, ovvero fanno il minimo indispensabile, dimostrando di operare per un principio nobile e pensando al loro tornaconto. I più determinati sono quelli che attingono direttamente alla fonte dei sogni. Al riguardo i ragazzi hanno avuto il campo spianato da quella favorevole congiunzioneastrale che si verifica quando gli animi, liberi da ingorghi e smanie di protagonismo, si armonizzano su un obiettivo. Adesso è l’estate, domani sarà qualcos’altro. Perciò è un evento raro. Ora è così, ma le stelle nel cielo di questi ragazzi potrebbero allinearsi chissà quando a loro favore. É come il passaggio di una cometa, la caduta di un meteorite o un’eclissi. Ma meglio, è come quando trovi un amico, un amore, qualcuno di speciale e senti che non potresti più vivere senza. Di solito le circostanze volgono completamente a favore di questo miracolo, cioè i due esseri sono indissolubilmente legati l’uno all’altro e nulla, per nessuna ragione, li può separare, né il capriccio che tormenta gli innamorati, né la sorte avversa. Infatti la calamita quando scatta scatta, se tu sei lì, lontano da me, io farò di tutto e ancora di più per averti con me. L’amore talvolta sfiora la proporzione matematica, e allora il figlio sta al genitore, un amore all’anima gemella, un cane al padrone, un lavoro al lavoratore come x sta a y. Non si tratta di un freddo calcolo, chè quello non è uguale a quell’altro. Non si tratta neanche di tigna, non è che uno si impunta come un somaro per avere a tutti i costi ciò che desidera, piuttosto è la folgorante consapevolezza di desiderare quel figlio, quell’amore, quel cane, di fare quel lavoro e nient’altro. Anche la festa dell’estate capita, è quell’evento che ha caratterisitiche di irripetibilità e può causare spossatezza data la caducità delle faccende umane.

Sgominata banda di contraffattori rubavano frutta di qualità e la sostituivano con merce scadente. La gang perlustrava i quartieri della città, seguiva gli acquirenti di ingenti quantità di ortaggi e di notte sottraeva la refurtiva. Lo scambio li proteggeva dalle conseguenze dei misfatti. Infatti, una volta scoperta la fregatura, la gente se la prendeva con i commercianti. Stavolta però qualcosa è andato storto. Appena arrivati i ladruncoli avevano aperto il cancello con un passpartout. Poi erano entrati nel garage, ma qualcuno si era affacciato alla finestra. Perciò, avevano fatto in tempo a scambiare la merce e a scappare in fretta e furia con un furgoncino. Tale furgone era parcheggiato vicino al secchio della spazzatura, dove si inerpicava un ratto di orribili fattezze: occhi rossi che luccicavano nell’oscurità, orecchie appuntite e mazzetti di peli irti che spuntavano dappertutto, denti aguzzi in cerca di cibo e una coda lunga che fluttuava a comando del sorcio. L’individuo in finestra l’aveva visto e, incuriosito, lo stava fotografando. Nell’istantantea figurò anche la targa del camioncino. Così, la polizia reperì il veicolo e i ladri di frutta, i quali si difesero dicendo che la loro azione era a favore della comunità e dell’ambiente. Il loro non era un furto, piuttosto un nobile gesto per evitare che la merce di cattiva qualità andasse sprecata. Moralmente ineccepibile, secondo loro, era la ragione che li muoveva, ma l’attenuante non resse.

Giovanni, Ugo&company, riavuta la frutta in discrete condizioni, intrugliano con creme e pasta frolla. Hanno anche aggiunto al menù un mega tiramisù di proporzioni galattiche. Come si può immaginare, i preparativi sono una cosa, la festa un’altra. I ragazzi e le ragazze avranno un mare di ricordi da sistemare: ‘Quello di quando cucinavamo tutti insieme e ci divertivamo lo metto qui’, qualcuno dirà, ‘a fare il paio con l’attimo in cui sostai nel patio per riposare e mi ripensavo tutta scarmigliata e inzaccherata di sugo. E la musica suonava’. In tiro, ma non troppo, sarà facile credere al potere degli eventi di autogenerarsi. Non come le donne in ciabattine e pantaloncini, accerchiate da ragazzini urlanti. Non farti ingannare da loro. Alcune sono nerborute da palestra, almeno lo è la maggior parte, perché ha il dovere di esserlo. E ti chiedi che c’entrano quelle bustone bitorzolute, cariche di provviste ficcate dentro alla rinfusa, con l’immaginetta di donna tutto ok. Che le cose vadano da sole nella credenza e nel frigo, che non ci siano bambini piagnucolosi intorno? No, ce le debbono mettere loro le provviste nella credenza, come tutti. E sorridono per nascondere lo strazio, per non dire andate tutti al diavolo, ma dove sta scritto che l’onere di sfacchinare in questo modo è solo mio. Non lo dicono, neanche le signore ingioiellate che mettono a posto la spesa lo dicono. Anche loro la tirano fuori da bustone gonfie e sgraziate. Le personcine ‘perbene’ debbono rendere esteticamente convincente la mera sussistenza con un vestito alla moda, un portamento da signora, altrimenti sarebbe riprovevole aver bisogno di cibo per vivere e di fare la spesa per procurarselo. Con la festa dell’estate invece non si vuol mentire, sebbene appaia un fatto nato per partenogenesi, è impossibile occultare l’impegno e la fatica, poiché l’animo, al riguardo, si cheta di ogni affanno e ride, nutrendosi di azioni foriere di un avvenire.

Manuela.     

 

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

L’amore è un nocciolo di pesca

Una folata di vento sparge i fogli dappertutto. Tu li metti sopra la scrivania, lui li vuole dietro a un tavolo. Rimetti in ordine. Al nuovo refolo ti lanci per afferrare le pagine che svolazzano, alcune le salvi altre cadono in terra.

Di domenica pomeriggio, tutto fa pensare che ci sarà bel tempo. Intanto piove. I temporali estivi generano cariche elettrostatichein una manciata di spazio e di tempo. Sembra di stare in un barattolo di petardi che si accendono di colpo. I tuoni brontolano, ma hanno la grazia di non spintonare il sereno come primedonne smaniose. Il cielo, da azzurro che era, si oscura all’improvviso e la luce, benché temporaneamente assente, rimane nell’aria come una promessa. Infatti, puoi uscire in canotta, tanto fa caldo, e avventurarti ovunque perchè rispunterà il sole. I raggi, appostati dietro le nubi, al momento opportuno si apriranno un varco. Sono tutti diversi per indole. Anziché rapire furbescamente la scena alle nuvole, alcuni che fanno? Attendono il loro turno. Come tuffatori sul trampolino con galanteria lasciano che i cirri sfumino, vadano altrove. Poi allargano le braccia, si piegano sulle ginocchia e caprioleggiano sul nostro mondo. La domenica è una giornata di riposo. Giovanni e Ugo passeggiano nel parco, hanno deciso di divertirsi senza fare ciò che ufficialmente dovrebbe farli divertire: andare in massa al mare di domenica, al pub o a cena o il sabato sera. Un po’ per sfidare i luoghi comuni, ma anche perché ci riescono a divertirsi così. I viali semideserti, le panchine vuote e bagnate dalla pioggia ricordano l’inverno. Lo ricordano con estrema soddisfazione dato che è estate e tra un attimo i prati e i viali brilleranno di luce. I due ragazzi camminano. Si fermano davanti a una fontana. Lo scroscio d’acqua fa pendant con il silenzio. La vita è nata quando qualcuno ha dimenticato il rubinetto aperto…

Ugo è un ragazzo magro e alto, rossiccio e con gli occhi grandi e dolci come coppette di crema alla nocciola. Lancia lo sguardo lontano e lui gli va dietro, fa una mossa  e sembra che interpelli un albero o risponda a un cespuglio. ‘Ho messo da parte un bel po’ di tavole di legno, il telaio e i bulloni per il palco. Li trasporteremo con un furgone e monteremo la struttura nel primo pomeriggio. I musicisti arriveranno alle sei, per quell’ora sarà tutto pronto’. Ugo è un ottimo organizzatore. È pragmatico, ma effervescente, quindi non rompiballe.

Giovanni: ‘La band che suonerà si chiama ‘I viv-aldi spavaldi’. Quando mi hanno detto il nome mi sono messo a ridere. Ma sono forti, hanno un repertorio vastissimo. Inizieranno con i Queen’.

Ugo: ‘Ce l’hanno l’accumulatore per le luci?’

Giovanni: ‘Sì, chiaro. Clara, Siria e i loro amici si occuparanno delle bibite. Quando glielo abbiamo detto non hanno battuto ciglio. Questa festa sta coinvolgendo tutti in un modo sorprendente, non me lo aspettavo. Nessuna faccia mesta o smorfie di disappunto. Di solito è difficile mettere d’accordo tutti. Invece, stavolta, ognuno fa volentieri la sua parte’.

Ugo: ‘I tavoli per le vivande?’.

Giovanni: ‘Se ne occupano Giacomo e Luca’

Ugo: ‘Digli di portare dei teli di carta’.

Giovanni: ‘Ok, va bene. Oh, neanche mia madre è così apprensiva. A proposito, forse ci sarà anche lei’

Ugo: ‘Sono contento, tua madre mi è simpatica. Comunque non sono apprensivo, sono pignolo’. Ugo flette lo sguardo addolcendo l’espressione come per cullarsi il cuore. Il suo tempo separa l’oggi dal domani. Lui ci agisce dentro. É fortunato, mica tutti hanno un tempo speciale in cui fare quello che vogliono. Per di più Ugo vuole ciò che può fare. I due ragazzi parlano della festa dell’estate, ad entrambi batte il cuore a pensarci

Ugo: ‘Quanti saremo?’

Giovanni: ‘Più o meno 700 persone. Ci saranno gli amici e gli amici degli amici. Si è sparsa la voce e adesso contiamo 700 persone’

‘È una moltitudine!’, Ugo strabuzza gli occhi e Giovanni ride.

Giovanni: ‘Sì, una moltitudine organizzata al minimo, ma in modo efficace. Considera che per il rinfresco Giacomo e Luca hanno formato dei sottogruppi, in tutto 10. In pratica abbiamo stilato una lista della spesa e l’abbiamo diffusa in ogni gruppo, che si occuperà di raccogliere i soldi e comprare il necessario. Meglio gestire 70 persone che 700. Ogni squadra è composta da cinque persone: una si occupa di reperire i soldi, due delle bevande e due del cibo’

Ugo: ‘Come stiamo messi con i permessi?’

Giovanni: ‘Sono andato al Comune per l’occupazione di suolo pubblico e alla Siae’

Ugo: ‘Gliel’hai detto che ripuliremo noi?

Giovanni: ‘Si, nella locandina della festa c’è scritto a caratteri cubitali che chi sporca verrà invitato ad allontarsi, nel senso che ciascuno è responsabile di quello che fa’.

Ugo è la mente e il braccio dell’impresa. Dato che gli piace impegnarsi si occuperà del palco. Sarà lui che farà vivere il cuore della festa. Quella architettura pulsante l’ho costruita io, dirà tra sé e sé e l’idea lo appaga della fatica. Perchè l’amore è un nocciolo di pesca, un cric crac da tenere stretto e lasciarlo se lo vuoi tu. Una volta disse ad una ragazza: ‘Oggi siamo stati bene insieme’ e avrebbe voluto che oggi non finisse mai.

Giovanni e Ugo, con le mani nelle tasche e l’aria disinvolta, passeggiano, ammorbiditi dall’odore della pioggia. I rami degli alberi se la scrollano di dosso come i cani, perciò se ci passi sotto piove senza piovere. Forse, per pudore dei sentimenti non si dicono di aver trascorso insieme un magnifico pomeriggio. Ma lo pensano. Il cuore di Ugo è una pesca profumata, dove prodi cavalieri, asserragliati in cima a una collina, attendono il segnale per lanciarsi all’attacco. Ugo crede nei combattimenti, quelli che legge nei libri. Ci crede come fossero veri. Ma l’ethos del guerriero, se fosse per lui, non farebbe morti. Nel suo cuore vagano gli amori, i portici del centro, le luci di Natale, ninnoli e caramelle, l’orchestrina che suona, il freddo dell’inverno e la tenerezza dei pomeriggi di città. Lì è sempre estate. Il viso di Giovanni risplende sulla sua camicia, azzurra come le case al mare, in cui ci mette i prodi cavalieri, gli amori, le luci di Natale, le speranze che sorgono e si abissano ciclicamente, come l’estate, come una barca tra le onde.

Manuela.

 

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

La festa dell’estate

Quel giovane è un uccello muto, pensa la madre. Lei tiene i gomiti appoggiati sulla tovaglia come ali distese. Il suo corpo calmo si intenerisce istintivamente per assorbire meglio un sentimento materno. Vede Giovanni che indossa una camicia chiara con dentro un petto d’uomo. La risposta suona come un richiamo: ‘Mamma’, come a volgere lo sguardo all’origine. ‘Mamma’, forse so cosa aspettarmi dalla vita. La voce si materializza attraverso il ricevitore e, nell’aria, prende la forma di un viso da baciare. Il viso di Giovanni è liscio, gli occhi catalizzano l’attenzione altrui. Sembrano il centro in cui converge la prospettiva più che il punto da cui si diparte. Le ciglia sono filetti d’erba che custodiscono giardini e specchi d’acqua. Le rughe affioreranno dopo, agli angoli della bocca, per sbeffeggiare un sorriso, oppure tracceranno delle righe scomposte intorno agli occhi. Le rughe sono la testimonianza di aver vissuto un tot numero di anni, ma non dicono nulla del come. Ciò è vero in generale, tanto più nel caso di un viso che le rughe non ce le ha. Infatti, a Giovanni i pensieri spuntano fuori senza avvertimento e chissà che forma prenderanno. Quando mette in ordine la casa o passeggia, per esempio. Ma che roba, pensa lui. Avessero almeno la sensibilità di preannunciarsi. Invece no, non succede nulla di tutto ciò. Anzi, quanto più si distrae, tanto più lascia campo libero. Ed ecco che gliene arriva qualcuno. Un albero non aveva nient’altro da fare che catturare un telo di plastica. Per terra sarebbe stato una sciatteria, lassù sembra un allegro pennacchio. Per attirare l’attenzione, sicuramente, lo ha fatto per questo. Giovanni non può non guardarlo, come se al mondo esistesse solo una chiazza di verde intenso. L’aria profuma di pinoli come se fosse l’odore del mondo intero. La parte per il tutto che, dileguandosi, traccia un solco e scopre la bellezza nascosta sotto a un telo. ‘Mamma, io e i miei amici faremo la festa dell’estate. Porteremo la musica in un lembo di spiaggia tutto per noi. Saremo così tanti che bisognerà srotolare il lungo mare fin oltre l’orizzonte! Questa è l’estate più importante della nostra vita’. Giovanni parla di fronte alla finestra. Gli infissi scrostati testimoniano che di lì sono passati tanti occhi sognanti.

La musica delle feste ha una specialità, suona per due motivi: su quello che vivi tu e su quello che vivi con gli altri. Poi intreccia le dimensioni del vivere, prima però disegna un pentagramma sui visi luccicanti. Le note si mescolano al blu mare-cielo e all’arancio-rosa del tramonto. É un’alchimia e inizia nel cuore con un pulviscolo di luce. La madre ascolta, poi appaia ‘l’estate più importante della nostra vita’ con gli anni trascorsi, in cui ogni estate fu la più importante della nostra vita. La stagione ti induce a dichiarare con convinzione che proprio quella che stai vivendo è la più importante di tutte. L’allegria cameratesca, il bicchiere in una mano e la sigaretta nell’altra sostengono l’illusione buona, di cui poi non ti pentirai, perchè sai che altrove e in un altro tempo sarà lo stesso. Le feste lungo la spiaggia, feste di fine anno, feste di compleanni e di lauree si diranno riuscite se gli animi saranno sintonizzati sulla stessa melodia. Questo è il segreto delle feste, condiviso in silenzio e preannunciato, quello si, da segni. D’altronde, anche l’albero, che cattura un telo e rivela la bellezza, ha la premura di avvertire. Se il principiante non coglie il segnale è perché cade subito nella dimensione scivolosa dell’incertezza. Quella dimensione, del tutto priva di rassicurazioni a buon mercato, ne conserva una preziosa, cioè che da una zona particolare del mondo possa inaspettatamente schizzare in superficie, come una macchia di colore, tutta la sua bellezza. Basta guardare, oppure sentire. Il brivido che passa attorno ai lobi delle orecchie e scorre lungo la schiena, per esempio. La certezza della magia che accadrà è un’idea appenna accennata, ovvero l’idea di sorridersi sempre. Un’intuizione tanto forte da durare negli anni. È un antidoto all’aridità del cuore. Mentre l’illusione cattiva è l’inganno delle vite sbruzzolose,che passa sui corpi come una sventagliata di mitra, il sogno, che da un pezzo di mondo lasciato vuoto possa emergere qualcosadi bello, diventa certezza. Ecco il sogno che poggia sulla realtà.

Quel ragazzo è un uccello muto, pensa la madre. Si arrabatta come può per accantonare un codice di parole andato a male. ‘Sì, amore, la festa dell’estate è un diritto irrinunciabile’, risponde lei. Vede suo figlio dinanzi al mare, che piega la testa a scatti per ascoltare meglio la musica. Giovanni, l’uccello muto situato nella traiettoria del suono, capta il movimento, le speranze e la felicità. Gli altri, uccelli come lui, stanno appollaiati su un divano, in pista, oppure vicino alla consolle. È ciò che resta al netto del superfluo. Gli esseri alati ad un tratto spiccano il volo. I loro doppi umani rimangono lì, chi a ballare chi a chiacchierare, a ridere o a bere. E la musica suona.

L’estate è tempo di sogni. ‘I sogni che non vogliamo davvero sono prepotenti. Prepotente è il mondo che, accarezzandoci, ci spegne come cicche. In biblioteca, i ragazzi e le ragazze in quanto studenti studiano. Non fanno vedere altro che gli ornamentirelativi al ruolo. Non appena tirano fuori l’idea di esprimersi, la ripongono, come fosse un abito fuori stagione. Siamo uguali, ugualmente giovani, ma divisi. Noi faremo la festa d’estate, saremo un mare di persone e loro? Perché a vent’anni sono già spenti? Sembra che non conoscano l’amore e, appena gli dici che l’amore esiste, si issano come serpi. Tali e quali ai loro genitori’. La madre ascolta senza parlare. Rammenta gli sguardi cagneschi delle donnette del paese, la cui cattiveria è tangibile e l’invidia anche, come a rimproverare lei e la sua stirpe di non essere tanto sciagurata quanto loro.

É tempo d’esami. Gli sguardi degli studenti corrono avidi sulle pagine, avidi di qualcosa che alcuni sanno non avranno mai. Invece altri su quel mai scintillano come stelle. Hanno tutti fame di sapere, ma gli uni, domandosi cos’è che gli sfugge, cos’è che gli hanno nascosto, si immobilizzano, gli altri lo vanno a cercare. I primi, imborghesiti precocemente, non pachi alzano il capo di tanto in tanto, per puntare una preda. Assiepati in gruppetti, alcuni di loro allungano gli artigli su un collo di ragazza, su una spalla nuda. Scindono la parte dal tutto: un seno, un braccio sensuale dal corpo. La persona non conta, il pezzo si. Agli altri i dubbi attraversano la mente come le nuvole il cielo. Il mondo compendiato in queste pagine dovrebbe assomigliare al mondo là fuori. Mentre si accingono a contemplarlo dalla finestra, agitano la penna tra le mani e assaporano il futuro. Chissà dovepiazzarlo il futuro, perché a chiamarlo il presente non dice ‘presente’. Eppure, i borghesucci si vedono già in pompa magna. Al pari di eroi ed eroine celebrati e riveriti come vincitori di mirabili scalate sociali. Forse, nei libri leggono promesse del genere, ma si innervosiscono pensando a ciò che rimane fuori dalla visuale. Contraccambiano il mondo che li guarda a pezzi con lo stesso sguardo. Sarai un lavoratore x, un coniuge x, un genitore x. Sarai una lavoratrice x, una moglie x, una madre x. Sentenza senza appello. O così o così. Dagli abiti ampi e leggeri traspaiono corpi di uomini e di donne e, ancor meglio che in inverno, le loro gioie, le ansie, le aspettative. Dal fondo i desideri risalgono in superficie. Essi guizzano come delfini, ma il chiacchiericcio li stordisce: ‘Che scandalo!’, gridano i carcerieri. Subito l’apparato sociale si adopera per nascondere lo squarcio nella location da fiction e fornisce facili anestetici, atti a sconfiggere aspirazioni non approvate, come fossero virus che potrebbero portare alla ribellione. Ma il vero virus è il modello cui devono assomigliare: ‘Sposati, fai dei figli, avrai l’autorizzazione a sentirti qualcuno. Vinci il premio. Faremo una gran festa per la tua capitolazione. Accontentati di essere un numero e non avrai affanni inutili’. Il messaggio ingannatore lampeggia con sprazzi demoniaci dietro agli sguardi apparentemente bonari dei sicari dei poteri forti. Essi lo ascoltano, non escono dal recinto, chinano il capo. I sogni che non vogliono davvero sono prepotenti, come il mondo che accarezzandoli li spegne come cicche. Quelli veri scivolano in fondo, si ingrossano e, di nuovo, risalgono con voce roca. Le giovani stelle, per scintillare davvero, sognano la realtà, in cui situare l’idea del futuro. Ma la realtà delle cose cui corrispondono i nomi è terminata. Ripristinatela, prego, cosicchè affioreranno altre parole e altre realtà. ‘La festa dell’estate si farà presto. Se ti va, vieni a trovarmi, mamma’. Lei sorride, non potrà mancare all’estate più importante della sua vita.

Manuela.

 

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Lavare a mano: capi delicati e che stingono

La madre di Giovanni ha la sensazione di aver generato una pianta esotica e fragile. Come tutti quelli della sua età, ragazzi e ragazze, Giovanni è equipaggiato con l’attitudine a mimetizzarsi bene nel contesto, mentre dentro conserva l’innocenza mai scesa in campo nella vita, che a volte fermenta e diventa paura. La madre però non era animata dall’intenzione egoistica di esporre la sua creatura in vetrina con le altre. Era diversa dalle fabbricanti di pupazzi che la guardano ancora di sbieco, gonfie di rabbiosa paura. La sera parla al telefono col figlio, partito dal paesino due anni fa, per studiare nella grande città. Quando se ne andò, lei lo accompagnò al treno, sapeva che il ricordo di quel giorno sarebbe rimasto a lungo. Per questo si preparò la sera prima massaggiando idealmente il suo cuore. L’indomani avrebbe offerto al figlio la faccia più adatta. Lui l’avrebbe ricordata nei momenti difficili per estrarla dal cilindro in caso di emergenza. Il giorno della partenza dal volto della madre emanava lo sforzo che compiva per amore. Espandeva il dispiacere con dignità su tutto il corpo, per evitare che si raggrumasse nelle lacrime. Il figlio se ne andava, lo vedeva buttato nella baronda. Si profilava l’ipotesi che la stortura del mondo avrebbe cancellato per sempre l’allegria di indossare un vestito profumato di pulito. Gliel’avrebbero fatta disprezzare quella sensazione stupida, chè i furbi, quelli vincenti, hanno ben altri obiettivi.

La sera madre e figlio parlano di argomenti su cui entrambi possono dilungarsi con infinite varianti. Così pensa Giovanni, quando elogia le caratteristiche di un detersivo, o quando elenca punto per punto, come uno scolaro davanti alla maestra, i passaggi corretti da fare, al fine di ottenere un buon bucato. Bisogna dividere i colorati dai bianchi e lavare a mano un eventuale capo rosso o blu, di quelli che stingono, perché nelle fibre hanno più colore di altri. Giovanni esprime le sue competenze, acquisite con l’esperienza, capisce che la madre è orgogliosa e lo ascolta con interesse. Parlando delle sue prodezze domestiche gli capita spesso di associarle a ciò che legge nei libri e pensa che è proprio vero: c’è un ordine nel mondo. Ma Giovanni non conosce la ragione, il motivo dell’orgoglio materno. A lei non importa tanto che il figlio diventi un perfetto casalingo, le piace sentire che si entusiasma per le cose semplici. Non gli domanda mai con chi sta, chi frequenta, come gli sembra il mondo universitario. Si dice che lei queste faccende non le capisce, ma forse ha paura della razione di delusione che la vita ha in serbo. Questo mondo rischiarato da una luce artificiosa non contempla l’incertezza. Non esiterà a sbattergliela in faccia la sbobba di putredine. E lei non potrà evitarlo. Il ruolo di madre prevede che lei tenga desta la vita dall’annientamento che incalza. È un ruolo anticonvenzionale, l’ha creato per non essere celebrata dalla comunità in quanto incarnazione della madre ideale. Per non farsi prendere in giro e non prendersi in giro. ‘Ma le hai viste quelle del paese’, diceva a Giovanni quando le chiedeva perchè non si affannava a sbeccarsi come facevano tutte. ‘Le hai viste o no?’, si pestano i piedi l’un l’altra, da isteriche, per decretare il figlio o la figlia migliore, il cavallo da corsa vincente. Hanno abdicato alla loro identità per l’ideale materno. Adesso non gli rimane che puntare sui figli, come fossero animali in eterno conflitto per far contenta mammà. Giovanni non è un gallo da combattimento, non si sgrugnerà drasticamente, non ritornerà ringhiante. La madre gli versa nel cuore un affetto non cervellotico. L’affetto cervellotico è la specialità delle donne che ti esaminano, ti controllano, per non essere costrette ad amarti veramente. L’affetto di sua madre è evanescente e al tempo stesso stabile. Non è mai solo un sentimento, ma anche quello che avanza, un residuo. É suo, ma non è suo. È una cantilena. Giovanni lo immagina come un’aura e pensa che tutti ce l’abbiano. Gli ricorda i disegni che faceva da ragazzino, e gli album in cui c’era da colorare delle silhuoette. Lui stava attento a non andare fuori dei margini del disegno. ‘Hai sbaffato’, lo redarguivano i suoi dolcemente. Ma poi si è accorto che la sbaffatura è inevitabile, che rimanere ossessivamente nei margini significa trattenere il colore entro confini prestabiliti. Quel colore in più pulsa come un’onda. Così per dare un centro all’anima irrequieta, se mai ce ne fosse una che stia bene nei miseri limiti che le toccano, la madre gli fa dire dei detersivi, e sul modo di risparmiare facendo la spesa. Non aspetta che il figlio si laurei, come fosse un traguardo, una bandierina da spostare sempre più in là. Si domanda perché tutti i mezzi debbono trasformarsi in fini. La conoscenza per esempio, mica è una meta, è uno strumento che ti permette di vivere meglio. Dicono tutti bene della cultura, ma in realtà molti la disprezzano. Un tempo i suoi genitori, che erano persone semplici, si vergognavano della loro ignoranza. Non c’è bisogno di maltrattare la propria dignità per ammettere di non sapere. Oggiorgiorno se ne vantano, difendono l’ignoranza, come difendono un mondo finto. Dilagano le congetture stupide e a difettare non è il sapere scolastico, ma ciò che lei chiama il ragionamento limpido. Perché li vede dietro le maschere che portano, nel luogo penoso della verità che nascondono, dove si rotolano come porci e scrofe. Piagnucolosi e dannati, implorano l’anestetico, la visione della realtà che gli plachi la coscienza. La prendono a prestito già confezionata dagli sceneggiati televisivi. E le donne, quelle che si sbeccano, sfruttate sin nel midollo, si inventano il o la nemica per tenersi stretta la borsa se ti incontrano. Vogliono credere a una realtà fasulla piuttosto che ammettere di non riuscire a capirla. Nella tirannia della stoltezza, in cui più o meno tutti siamo costretti a vivere, l’unico sfogo concesso è la garetta. La guerriglia in cui i poveretti si scalmanano come pidocchi. Bollettino di guerra, conquiste e disfatte: 20 morti e 10 feriti tra donne e uomini. La percentuale dei caduti è perfettamente il linea con i parametri della parità.

La madre di Giovanni ha dato al mondo un figlio, come fanno in molti. Alcuni con l’intenzione di distruggerlo, altri di migliorarlo. Generalmente la gente si preoccupa di più che i figli vadano bene al mondo piuttosto che chiedersi se questo mondo vada bene ai figli. Un escamotage da poco per non prendersi la briga di riflettere. Ma che ne sa il mondo di Giovanni, a pensarlo lei sente l’odore dei limoni e del mare. La bella stagione chiama il buio che è già tardi. Pare che il cielo, punteggiato da nuvole bianche e carnose, cada addosso all’umanità. Lei ha i gomiti poggiati sulla tovaglia. La tovaglia della cena è un sunto della giornata, intima più di quella del pranzo anche se è la stessa. La luce pende dall’alto con discrezione e sottolinea qua un mucchio di molliche, là una grinza. Chiama Giovanni: ‘Allora, amore, cos’hai fatto di bello oggi?’. Una domanda che non pretende una risposta precisa.

Manuela.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Zingari

Le stazioni ferroviarie dei sobborghi sono galline in posa per la cova. Alcune ispirano tenerezza come l’odore del caffè del mattino, con le tendine bianche e rosse alle finestre, i saluti e gli abbracci. Nelle stazioni di periferia gli occhi luccicanti si dicono parole coraggiose, che saranno imbarcate nei vagoni e portate via, per dimenticarle meglio. Gli istanti più importanti e luminosi della vita la gente li chiama ombre, incespicando nel sentimento, rifiutandosi di accogliere qualcosa che debordadai limiti delle figurine di una decenza media. Quel qualcosa turberebbe il pieno di false sicurezze con l’incertezza che tende all’infinito e ne hanno paura. Pretendono poco, ma quel poco deve essere ben definito e vivere nelle gabbie non li disturba. Anzi li vedo che lisciano le sbarre, ci si strusciano addosso con piacere. Esseri dalla forma ibrida, non più bestie, ma neanche umani: usano male la coscienza e hanno perso l’istinto. Stratificati nelle gerarchie sociali, i più istruiti sono anche più volgari di quelli livellati ai gradini in basso, ma complementari gli uni agli altri.

Le stazioni si stagliano nel paesaggio della periferia cittadina, quasi fossero messe lì a forza, intorno non c’è un negozio né un bar, né un’edicola, niente. Alle strade poste agli orli della città non compete l’assomigliare ai fiumi, ciò vale solo per le vie di campagna. Quelle strade periferiche invece sono percorse da auto infuriate. Sotto al sole di primavera le sterpaglie subentrano ai mucchi di case, sfoltite man mano che si esce dal centro urbano. Il far west, la stazione ferroviaria in periferia fa pensare al far west. La città è un far west. Al mattino nel cuore della metropoli la gente, chiusa dentro involucri di acciaio, scatena l’inferno. Nelle strade la gente scatena l’inferno, poi negli uffici e ancor prima nelle case. I prodotti urbani nocivi e annoiati e nocivi perché annoiati, sono in cerca di qualcosa che gli dia un’emozione, la parvenza di vivere. Furibondi e furibonde perché hanno rotto il giocattolo. Poverini, vorrebbero provare dei sentimenti e chi glielo impedisce? Che ne provino. Vorrebbero vedere più bellezza intorno a sé. E allora? Che la vedano. Donnette e omuncoli guidano col mento all’insù, chiusi nel personalissimo regno delle loro macchinette. Ostentano sicurezza nel possesso dell’auto, segno distintivo di ricchezza e motivo di tronfia soddisfazione, entrambi strettamente connessi all’aridità d’animo dei gamblers di cui fanno parte. La forestiera ai sobborghi osserva la cappa cittadina, dove svolazza un arazzo dagli angoli sfilacciati. Lei è forestiera in patria, ma nuota a suo agio nelle zolle di libertà dai contorni sfrangiati.

La periferia romana ha qualcosa di speciale, ospita i campi rom. La straniera nuota in quei mari e, ad un tratto, vede apparire le zingare con pargoli a seguito. Entrano in scena con fare risoluto, scostando un sipario immaginario. Sono armate di carrello per la spesa, hanno capelli neri raccolti in trecce o code, da cui fuorisce qualche ciuffo ribelle, vestono abiti colorati su cui spiccano rossetti dai colori accessi. Camminano sulle strade pensate per far sfrecciare le automobili. Procedono in fila indiana per non farsi arrotare. La forestiera le imita ben volentieri. Cammina anche lei nel deserto ai bordi della città. Nel modo in cui sono apparse le zingare così appare un grande cancello, che si apre su un comprensorio. Sembra l’atrio, l’inizio di qualcosa. Eppure il luogo non è gradevole dal punto di vista estetico, cioè è brutto. Sulla destra c’è un camion che scarica spazzatura, al centro un casotto e dietro dei prefabbricati: le case dei rom. A sinistra, immediatamente a ridosso dell’entrata, una siepe brucia producendo delle fiamme vere. Il fumo nero non impedisce di vedere due zingari che sventolano come bandiere, sopra una montagnola, subito dopo l’entrata. Vestono con camicie bianche, pantaloni e giacche nere e ridono. Ridono e le loro figure ondeggiano, vaghe e sfocate dal fumo. Ridono tra l’immondizia. Ridono noncuranti di tutto, che, forse, neanche vedono. Un’anziana donna rom parla con il personale del casotto. La forestiera si accinge a fare lo stesso: ‘Guardi, c’è una siepe che brucia!’. Il personale annuisce e risponde a modo. Sarà rassegnazione, ma il ponte di parole emette un bagliore, una speranza strampalata. In una realtà dove ad ardere non è più la passione negli occhi della gente, almeno che brucino le siepi. Sulla convenienza di attizzare gli animi, la forestiera pensa a questo. Chi ne trarrebbe vantaggio? Alcuni no, altri sì e desidera ridere come gli zingari e malgrado l’immondizia tutt’intorno.

Manuela.

Pubblicato in attualità | Lascia un commento

La risposta è nel vento!

La giovinezza ha di bello che da giovani non sappiamo niente. Questo niente però non è difettoso, è pieno di idee, principalmente concentrate sull’eterno presente. Il passato non incombe, il futuro non è una minaccia. Quando il verde degli anni tende a imbrunire, la giovinezza prende le sembianze di uno stato d’animo, di un dono del tempo. Il sentimento della gioventù avvampa, brucia nei corpi sottomessi al trascorrere degli anni, come a ricordarci un desiderio di essere altrove oltre che qui. Il sentimento non si può ingabbiare in un corpo, troppo stretta è una dimensione. Straripiamo dal qui ed ora, per dileguarci nel vento, felici di aver posto una soluzione alla nostra limitatezza e, questione di non poco conto, di averlo fatto in vita. Molti varcano la soglia dell’età adulta tutti baldanzosi, convinti che da quel momento in poi capiranno tutto, che il più delle volte è niente. La realtà diventa scialba e banale per accontentare una pavida fame di certezze. Magari dopo vorrebbero tornare nello stato di vaghezza e spavalderia iniziale, ma ciò è impossibile. Proprio loro, che stavano in prima fila e non vedevano l’ora di dimenticare l’euforia del niente gravido di idee e l’indeterminatezza di senso per le false sicurezze di una pseudo-vita, prudente e ordinata secondo il comune sentire?. Ma non ci facciano ridere!

La giovinezza ha di bello che l’avvenire è come un foglio bianco. Si è convinti che la vita sia tutta una festa, o un disastro e in ciò non assomiglia per niente alla cancrena dell’animo, a quella cancrena dove trova giustificazione e rifugio il pensare vigliacco della gente e dove le delusioni sono artifici modulati con scrupolosomasochismo, atte a rendere vano qualsiasi tentativo di essere felici. Quelli devoti, custodi e garanti del vivere meschino, spacciano infelicità, nella pretesa che la vita degli altri debba essere grigia come la loro. Essi sono i veri divoratori di gioventù, quella anagrafica o conservata sfidando il tempo. A quelli gli si risponde che non l’avranno mai la gioventù, neanche da giovani. Sappiano che il presente si vestirà ancora e malgrado loro di sorrisi, lacrime e grida. Il passato è un souvenir e l’avvenire è una sorpresa, comunque bella.

Quante volte sarà capitato di scrivere sull’agenda: ricordarti di come ti sentivi da adolescente? Poche davvero o forse nessuna. Certo, in una società così seria da prendere sul serio solo le stupidaggini, è effimera e alquanto pericolosa la reminiscenza di un tempo felice. Risolvere la faccenda è semplice se a prendere il sopravvento è un entusiamo ragazzino. Da adolescente non ritenevi necessario interpellarti di continuo su ciò che ti passava per la testa, se fosse giusto o sbagliato, in primis perché era sempre giusto, chiaramente. Eppoi perché ogni cosa aveva un significato ben preciso oppure non ce l’aveva proprio e allora mica ci pensavi. Se si andava al mare, si andava al mare, se si andava a ballare non potevano sorgere dubbi in proposito, di ballare si trattava. Ora, io sono una di quelle che andava e va in discoteca per ballare, appunto. La notizia non cambierà il corso della Storia, ma potrebbe fare scalpore, come la scoperta dell’acqua calda, chè a esternarla ho il sentore di non essere l’unica, semplice a detta di molti, certo più scaltri e vanagloriosi di me in quanto a sentimenti. Dato che il sentore ce l’ho, lo dico. Del resto, nel tempo, ho capito che questo mio modo d’essere ha orientato l’altrui giudizio verso un imbarazzo scandalizzato. Infatti, non solo riguardo al fatto in sé, ma, da un punto di vista abbastanza diffuso, agire senza secondi fini dichiarati o taciti è una cosa riprovevole. Nel caso in questione è ben noto che i maschi vadano in discoteca per rimorchiare e le femmine per farsi vedere. E presumo che a risultare disdicevole sia la mia riluttanza più che alla passerella a nascondere un’intenzione in un’altra. Le serate danzerecce fornivano un esempio del disallineamento dei pianeti a venire. Sì, perché col crescere, all’indeterminatezza positiva, la maggior parte della gente preferisce quella negativa, su cui mette le pezze del sospetto e della malfede e, sebbene da adulti sappiano che tutti o quasi mentono, la menzogna li protegge dal fastidio di interrogarsi onestamente sul modo in cui conducono la loro esistenza. Il diritto alla realtà più vera e sgusciante, in cui nuotarci dentro come un’anguilla, sarà un ricordo per molti fonte di fastidi e insidierà l’apparato di menzogne davvero ben congegnato e sostenuto dalla società. Oh, naturalmente se c’è un diritto da cogliere al volo, siccome non riescono a darsene, i più mica se lo lasciano sfuggire. Così il diritto al matrimonio c’è e bisogna approfittarne. Per il diritto alla proprietà e al lavoro vale lo stesso discorso. Non è che si chiedono se vogliono davverso sposarsi o se ciò che possiedono abbia un valore soggettivo, oppure se amano il loro lavoro. No, questi sono diritti, tutti speciali per la verità, e ne debbono usufruire. La particolarità consiste nella versatilità a traformarsi in pretesti per abusare di un potere misero, perché, mi pare che ogni diritto implichi un dovere. I loro diritti invece implicano degli obblighi. Parafrasando una nota canzone rap, essi sono obbligati a mettermi i piedi in testa per sentirsi meglio. Allora, se ci fosse il diritto di buttarsi al fiume forse ci si butterebbero e ciò sarebbe interessante almeno come fenomeno da osservare. Per questo motivo, come quei pochi io non smaniavo al varco, non ero intenta ad acciuffare brandelli di status da esibire e l’ho oltrepassato nella dolce e malinconica consapevolezza di una perdita, che è altro dalla baldanza ebete.

Ci fosse la stessa armonia che c’è nell’universo anche nel vivere associato il problema del disallineamento non sarebbe tale. Il problema invece esiste dal momento che l’abitudine alla menzogna non è riuscita ad ammutolire la voce interiore di quei molti. Perciò ti si piazzano nell’orbita di prepotenza, con la scusa che sei diversa e devi somigliargli di più nella capacità di fottere la tua personalità più vera. Chiaramente non vorresti dargli retta neanche tra un secolo. Piuttosto io gli chiederei se cortesemente si facessero da parte, chè hanno riportato indetro il tempo di un secolo, generando un anacronismo terribile. Le nuove generazioni rimangono impigliate così, tra le convenzioni ipocrite e l’ostinata messa in scena del gioco sociale, in cui i molti possono mentire a se stessi e agli altri, a scapito dei pochi non inclini alla menzogna. Quello di vivere in una realtà più vera più che un bisogno è un desiderio, e ci sono vari strati di realtà e di verità che, se uno li sbuccia, poi arriva a sentire un’armonia, scongiura la dissonanza con la giusta distanza, in quel vuoto-pieno dove girano i pianeti.

Nei campi magnetici in forma umana mi ci smarrisco ancora volentieri e senza paura. Effetto della bella stagione della vita, la quale intona parole desuete: prendimi per mano, andiamo via, adesso. Cambiamo il mondo, il male non conta niente. Io e te, noi. Scappiamo nei luoghi che nessuno conosce, dove gli occhi li guardi e li senti. Gli occhi di chi ti si offre totalmente. La resa inceppa il meccanismo della fabbrica dei piccoli individui, la grandezza è nel riflesso di quell’atto di abbandono. Il vento ci attraverserà come una bufera, per amore saremo protetti dal mistero, da un’investitura regale, il dono di qualcuno che si abbandona a noi.

Manuela. 

 

Pubblicato in attualità | Lascia un commento

Il mistero del vento

Alberi alti un metro, due metri, dieci metri, palazzi e cose ingialliti dal tempo, guardarsi intorno è come sfogliare un calendario. Paolo passeggia con la moglie Silvia. La tradisce con donne che cattura con l’aiuto della compagna complice e mascherando la personalità distorta di entrambi. Quando se ne accorgono distrugge la loro reputazione. Odia le donne e anche la moglie, che è stupida, quindi può disprezzarla con raffinatezza e non essere sgamato. S’innervosisce quando se ne rende conto. Ha paura non tanto che gli si svaluti la cagna, soltanto lui può maltrattarla, quanto di venir scoperto nelle sue tare. Lei è furibonda non perché il marito la tradisca, ma perché glielo dice. Francesco è l’analogo di Paolo, anche lui con accanto l’esemplare femmina più gettonata in quanto cretina. Sono questi uomini che odiano con eleganza le loro donne e con brutalità quelle che non si sottomettono. Una donna al balcone traffica con dei fiori, sembra che gli imponga di crescere perfetti, per risarcirla agli occhi degli altri di una vita familiare d’inferno. Lei vorrebbe fuggire da una gabbia in cui viene trattata come un essere fatto apposta per servire e dare piacere ai familiari, ma non lo fa, intanto spia morbosamente la dirimpettaia, con i bigodini in testa, ma single e libera. Personaggi come tanti, che, però, vogliono si parli di loro in modo encomiastico. Lo pretendono irragionevolmente. Personaggi secondari nel corso dei grandi eventi, quelli che sono grandi per il personalissimo metro di giudizio dei vivi. Personaggi immobili attraversati in un istante dal vento che fa vorticare le foglie e spinge il tasto ‘on’.

Si inizia così, con un vortice di vento. Sollevandomi da un incarico davvero troppo oneroso, entra in scena il non umano. Mentre diminuisce l’eccesso di fatica, la fantasia inizia a correre a briglie sciolte. Umanizzare il vento non è difficile, farlo diventare il protagonista della storia neanche. Magari se avesse il dono della parola lo si potrebbe intervistare per chiedergli di svelarci il suo mistero.

La faccia della gente cresciuta senza conoscere affanni al posto degli occhi, del naso e della bocca ha un punto interrogativo. Eppure essi vedono e sentono di più, sentono solo te. Vorrebbero che gli dicessi che significa soffrire, arrabbiarsi, amare. Ma non glielo potrai mai spiegare, le parole e gli sguardi non bastano. Quelli vissuti sempre al riparo dalle passioni hanno bisogno di provarne, ma si ritraggono e poi ci riprovano. Alla fine fanno ciò che gli riesce meglio: appropriarsi di chi sa amare, soffrire, annoiarsi, gioire, vivere. Eppoi, ci sono occhi piantati nel viso di uomini che hanno qualcosa di speciale e di disarmante. Sono come buchi neri, che ti risucchiano per portarti dove tutto il resto non c’è, dove tutto il resto si vede e si sente distrattamente. Quegli occhi ti guardano come ti guarderesti tu e ti sentono nel profondo per questo non puoi sfuggirgli. Sì, potremmo domandare al vento qual è il suo segreto, oppure in un buco nero lanciare una sonda dialogante.

‘Il portaombrelli non è mai al suo posto’, Elena inveisce a voce alta, entra nel portone, sale le scale, posa il trench. La luce pende da un soffitto altissimo, quello dei palazzi antichi. É calda, fa una bella figura se abbinata all’uggia delle giornate uggiose, come quando entravi in classe e c’erano ombrelli e soprabiti ad asciugare dappertutto, sul termosifone anche le scarpe vicino alle merende. Una specie di palo pieno di spuntoni, in acciaio e molto trendy, assolve la funzione di attaccapanni. Fa le veci degli attaccapanni in fila sul muro, ognuno col suo nome. Poggia le sue cose e accende il pc. Notizie dai quotidiani on line: Funerale sontuoso, una grande folla commossa per la vittima, quella dentro la bara. Dispiaciuti tutti, istituzioni comprese. Dolore d’ordinanza, dolore sincero, dolore, di che marca è il vostro dolore? Dietro agli occhi gonfi gli strazi attesi, sopra la vostra coscienza incosciente l’obbedienza. Solito copione: punita la femmina ribelle, quella che non si sottomette, quella tanto intelligente da potervi far saltare in aria come una bomba. Quindi, sventato attacco terroristico alle vostre sicurezze ipocrite, plauso e inchino al potere dei miserabili, prepotenti con i deboli, servili con gli altri. Paura, sgomento per il mostro, la vostra ennesima creatura disgraziata, prodotto della vostra maleducazione delinquente. Misero lui, ma morta lei. Li volete così, persi, senza futuro, senza dignità, senza amore. Condannate il mostro, santificate la vittima che, in quanto tale, da viva, vi dava fastidio. Ipocriti, condannate la vostra cultura dello sfacelo, perché non lo fate? Perché non vi guardate allo specchio, perché non parlate prima che ne ammazzino un’altra. Tutti sanno, tutti hanno sempre saputo, nessuno parla, perché la femmina ribelle deve morire. La protesta che viene dal basso vi piace? Sì è di moda, è chic. Ma quando viene dal basso veramente vi fa schifo, quel basso troppo lontano da voi, quel basso che è disagio sociale, male di vivere, sfortuna o mancanza di risorse. Quelli dal basso non sono mica come voi, guardateli sul serio che non vi piaceranno poi così tanto. Essi non sono amabili e non sono mai stati amati. E in questo vi somigliano. Voi che avete avuto tutto tranne ciò di cui avevate un disperato bisogno e non avete saputo chiedere. L’amore c’è o non c’è, vi dà fastidio questa regola? Chi è capace d’amore si vede, lotta sempre. Quelli dal basso sono cattivi, abituati a prendere calci nel culo dalla vita, i calci li subiscono. Voi i calci nel culo di spettanza li avete schivati perché qualcuno ve li ha tolti dadavanti o li ha presi al posto vostro. Né loro né voi trasformate le sberle in risorse, eppure vi piccate davanti ai vostri coetanei di aver studiato al liceo. Quelli dal basso sono gretti, ma non stupidi quanto voi, la vostra stupidità è colpevole, chè, tra le cose imparate, scartate quelle che vi danno fastidio. Ossequiosi sino alla nausea, dite una cosa e ne pensate un’altra. Avete donne cretine per sentirvi a vostro agio e, ogni giorno che ha fatto Dio, date supplenza di divinità e sentenziate sulla femmina che non si inchina al vostro cospetto ridicolo. Quelle del popolo sono meno conformiste delle vostre bombolette, non potete mentire, siete costretti ad odiarle apertamente. Chiedete aiuto alla famiglia allora, all’istituzione che vi protegge dalle vostre malefatte, per far sentire la femmina ribelle come volete voi, ossia molto male, e non come vuole lei, cioè molto bene. Siete colpevoli di chiamare unioni d’amore dei vincoli criminali. Pentitevi.

Elena legge l’articolo di giornale e pensa che, grazie al cielo, qualcuno ha il coraggio e lo scrupolo di abbinare le parole ai fatti.

Manuela.

 

Pubblicato in donne | Lascia un commento