La risposta è nel vento!

La giovinezza ha di bello che da giovani non sappiamo niente. Questo niente però non è difettoso, è pieno di idee, principalmente concentrate sull’eterno presente. Il passato non incombe, il futuro non è una minaccia. Quando il verde degli anni tende a imbrunire, la giovinezza prende le sembianze di uno stato d’animo, di un dono del tempo. Il sentimento della gioventù avvampa, brucia nei corpi sottomessi al trascorrere degli anni, come a ricordarci un desiderio di essere altrove oltre che qui. Il sentimento non si può ingabbiare in un corpo, troppo stretta è una dimensione. Straripiamo dal qui ed ora, per dileguarci nel vento, felici di aver posto una soluzione alla nostra limitatezza e, questione di non poco conto, di averlo fatto in vita. Molti varcano la soglia dell’età adulta tutti baldanzosi, convinti che da quel momento in poi capiranno tutto, che il più delle volte è niente. La realtà diventa scialba e banale per accontentare una pavida fame di certezze. Magari dopo vorrebbero tornare nello stato di vaghezza e spavalderia iniziale, ma ciò è impossibile. Proprio loro, che stavano in prima fila e non vedevano l’ora di dimenticare l’euforia del niente gravido di idee e l’indeterminatezza di senso per le false sicurezze di una pseudo-vita, prudente e ordinata secondo il comune sentire?. Ma non ci facciano ridere!

La giovinezza ha di bello che l’avvenire è come un foglio bianco. Si è convinti che la vita sia tutta una festa, o un disastro e in ciò non assomiglia per niente alla cancrena dell’animo, a quella cancrena dove trova giustificazione e rifugio il pensare vigliacco della gente e dove le delusioni sono artifici modulati con scrupolosomasochismo, atte a rendere vano qualsiasi tentativo di essere felici. Quelli devoti, custodi e garanti del vivere meschino, spacciano infelicità, nella pretesa che la vita degli altri debba essere grigia come la loro. Essi sono i veri divoratori di gioventù, quella anagrafica o conservata sfidando il tempo. A quelli gli si risponde che non l’avranno mai la gioventù, neanche da giovani. Sappiano che il presente si vestirà ancora e malgrado loro di sorrisi, lacrime e grida. Il passato è un souvenir e l’avvenire è una sorpresa, comunque bella.

Quante volte sarà capitato di scrivere sull’agenda: ricordarti di come ti sentivi da adolescente? Poche davvero o forse nessuna. Certo, in una società così seria da prendere sul serio solo le stupidaggini, è effimera e alquanto pericolosa la reminiscenza di un tempo felice. Risolvere la faccenda è semplice se a prendere il sopravvento è un entusiamo ragazzino. Da adolescente non ritenevi necessario interpellarti di continuo su ciò che ti passava per la testa, se fosse giusto o sbagliato, in primis perché era sempre giusto, chiaramente. Eppoi perché ogni cosa aveva un significato ben preciso oppure non ce l’aveva proprio e allora mica ci pensavi. Se si andava al mare, si andava al mare, se si andava a ballare non potevano sorgere dubbi in proposito, di ballare si trattava. Ora, io sono una di quelle che andava e va in discoteca per ballare, appunto. La notizia non cambierà il corso della Storia, ma potrebbe fare scalpore, come la scoperta dell’acqua calda, chè a esternarla ho il sentore di non essere l’unica, semplice a detta di molti, certo più scaltri e vanagloriosi di me in quanto a sentimenti. Dato che il sentore ce l’ho, lo dico. Del resto, nel tempo, ho capito che questo mio modo d’essere ha orientato l’altrui giudizio verso un imbarazzo scandalizzato. Infatti, non solo riguardo al fatto in sé, ma, da un punto di vista abbastanza diffuso, agire senza secondi fini dichiarati o taciti è una cosa riprovevole. Nel caso in questione è ben noto che i maschi vadano in discoteca per rimorchiare e le femmine per farsi vedere. E presumo che a risultare disdicevole sia la mia riluttanza più che alla passerella a nascondere un’intenzione in un’altra. Le serate danzerecce fornivano un esempio del disallineamento dei pianeti a venire. Sì, perché col crescere, all’indeterminatezza positiva, la maggior parte della gente preferisce quella negativa, su cui mette le pezze del sospetto e della malfede e, sebbene da adulti sappiano che tutti o quasi mentono, la menzogna li protegge dal fastidio di interrogarsi onestamente sul modo in cui conducono la loro esistenza. Il diritto alla realtà più vera e sgusciante, in cui nuotarci dentro come un’anguilla, sarà un ricordo per molti fonte di fastidi e insidierà l’apparato di menzogne davvero ben congegnato e sostenuto dalla società. Oh, naturalmente se c’è un diritto da cogliere al volo, siccome non riescono a darsene, i più mica se lo lasciano sfuggire. Così il diritto al matrimonio c’è e bisogna approfittarne. Per il diritto alla proprietà e al lavoro vale lo stesso discorso. Non è che si chiedono se vogliono davverso sposarsi o se ciò che possiedono abbia un valore soggettivo, oppure se amano il loro lavoro. No, questi sono diritti, tutti speciali per la verità, e ne debbono usufruire. La particolarità consiste nella versatilità a traformarsi in pretesti per abusare di un potere misero, perché, mi pare che ogni diritto implichi un dovere. I loro diritti invece implicano degli obblighi. Parafrasando una nota canzone rap, essi sono obbligati a mettermi i piedi in testa per sentirsi meglio. Allora, se ci fosse il diritto di buttarsi al fiume forse ci si butterebbero e ciò sarebbe interessante almeno come fenomeno da osservare. Per questo motivo, come quei pochi io non smaniavo al varco, non ero intenta ad acciuffare brandelli di status da esibire e l’ho oltrepassato nella dolce e malinconica consapevolezza di una perdita, che è altro dalla baldanza ebete.

Ci fosse la stessa armonia che c’è nell’universo anche nel vivere associato il problema del disallineamento non sarebbe tale. Il problema invece esiste dal momento che l’abitudine alla menzogna non è riuscita ad ammutolire la voce interiore di quei molti. Perciò ti si piazzano nell’orbita di prepotenza, con la scusa che sei diversa e devi somigliargli di più nella capacità di fottere la tua personalità più vera. Chiaramente non vorresti dargli retta neanche tra un secolo. Piuttosto io gli chiederei se cortesemente si facessero da parte, chè hanno riportato indetro il tempo di un secolo, generando un anacronismo terribile. Le nuove generazioni rimangono impigliate così, tra le convenzioni ipocrite e l’ostinata messa in scena del gioco sociale, in cui i molti possono mentire a se stessi e agli altri, a scapito dei pochi non inclini alla menzogna. Quello di vivere in una realtà più vera più che un bisogno è un desiderio, e ci sono vari strati di realtà e di verità che, se uno li sbuccia, poi arriva a sentire un’armonia, scongiura la dissonanza con la giusta distanza, in quel vuoto-pieno dove girano i pianeti.

Nei campi magnetici in forma umana mi ci smarrisco ancora volentieri e senza paura. Effetto della bella stagione della vita, la quale intona parole desuete: prendimi per mano, andiamo via, adesso. Cambiamo il mondo, il male non conta niente. Io e te, noi. Scappiamo nei luoghi che nessuno conosce, dove gli occhi li guardi e li senti. Gli occhi di chi ti si offre totalmente. La resa inceppa il meccanismo della fabbrica dei piccoli individui, la grandezza è nel riflesso di quell’atto di abbandono. Il vento ci attraverserà come una bufera, per amore saremo protetti dal mistero, da un’investitura regale, il dono di qualcuno che si abbandona a noi.

Manuela. 

 

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Il mistero del vento

Alberi alti un metro, due metri, dieci metri, palazzi e cose ingialliti dal tempo, guardarsi intorno è come sfogliare un calendario. Paolo passeggia con la moglie Silvia. La tradisce con donne che cattura con l’aiuto della compagna complice e mascherando la personalità distorta di entrambi. Quando se ne accorgono distrugge la loro reputazione. Odia le donne e anche la moglie, che è stupida, quindi può disprezzarla con raffinatezza e non essere sgamato. S’innervosisce quando se ne rende conto. Ha paura non tanto che gli si svaluti la cagna, soltanto lui può maltrattarla, quanto di venir scoperto nelle sue tare. Lei è furibonda non perché il marito la tradisca, ma perché glielo dice. Francesco è l’analogo di Paolo, anche lui con accanto l’esemplare femmina più gettonata in quanto cretina. Sono questi uomini che odiano con eleganza le loro donne e con brutalità quelle che non si sottomettono. Una donna al balcone traffica con dei fiori, sembra che gli imponga di crescere perfetti, per risarcirla agli occhi degli altri di una vita familiare d’inferno. Lei vorrebbe fuggire da una gabbia in cui viene trattata come un essere fatto apposta per servire e dare piacere ai familiari, ma non lo fa, intanto spia morbosamente la dirimpettaia, con i bigodini in testa, ma single e libera. Personaggi come tanti, che, però, vogliono si parli di loro in modo encomiastico. Lo pretendono irragionevolmente. Personaggi secondari nel corso dei grandi eventi, quelli che sono grandi per il personalissimo metro di giudizio dei vivi. Personaggi immobili attraversati in un istante dal vento che fa vorticare le foglie e spinge il tasto ‘on’.

Si inizia così, con un vortice di vento. Sollevandomi da un incarico davvero troppo oneroso, entra in scena il non umano. Mentre diminuisce l’eccesso di fatica, la fantasia inizia a correre a briglie sciolte. Umanizzare il vento non è difficile, farlo diventare il protagonista della storia neanche. Magari se avesse il dono della parola lo si potrebbe intervistare per chiedergli di svelarci il suo mistero.

La faccia della gente cresciuta senza conoscere affanni al posto degli occhi, del naso e della bocca ha un punto interrogativo. Eppure essi vedono e sentono di più, sentono solo te. Vorrebbero che gli dicessi che significa soffrire, arrabbiarsi, amare. Ma non glielo potrai mai spiegare, le parole e gli sguardi non bastano. Quelli vissuti sempre al riparo dalle passioni hanno bisogno di provarne, ma si ritraggono e poi ci riprovano. Alla fine fanno ciò che gli riesce meglio: appropriarsi di chi sa amare, soffrire, annoiarsi, gioire, vivere. Eppoi, ci sono occhi piantati nel viso di uomini che hanno qualcosa di speciale e di disarmante. Sono come buchi neri, che ti risucchiano per portarti dove tutto il resto non c’è, dove tutto il resto si vede e si sente distrattamente. Quegli occhi ti guardano come ti guarderesti tu e ti sentono nel profondo per questo non puoi sfuggirgli. Sì, potremmo domandare al vento qual è il suo segreto, oppure in un buco nero lanciare una sonda dialogante.

‘Il portaombrelli non è mai al suo posto’, Elena inveisce a voce alta, entra nel portone, sale le scale, posa il trench. La luce pende da un soffitto altissimo, quello dei palazzi antichi. É calda, fa una bella figura se abbinata all’uggia delle giornate uggiose, come quando entravi in classe e c’erano ombrelli e soprabiti ad asciugare dappertutto, sul termosifone anche le scarpe vicino alle merende. Una specie di palo pieno di spuntoni, in acciaio e molto trendy, assolve la funzione di attaccapanni. Fa le veci degli attaccapanni in fila sul muro, ognuno col suo nome. Poggia le sue cose e accende il pc. Notizie dai quotidiani on line: Funerale sontuoso, una grande folla commossa per la vittima, quella dentro la bara. Dispiaciuti tutti, istituzioni comprese. Dolore d’ordinanza, dolore sincero, dolore, di che marca è il vostro dolore? Dietro agli occhi gonfi gli strazi attesi, sopra la vostra coscienza incosciente l’obbedienza. Solito copione: punita la femmina ribelle, quella che non si sottomette, quella tanto intelligente da potervi far saltare in aria come una bomba. Quindi, sventato attacco terroristico alle vostre sicurezze ipocrite, plauso e inchino al potere dei miserabili, prepotenti con i deboli, servili con gli altri. Paura, sgomento per il mostro, la vostra ennesima creatura disgraziata, prodotto della vostra maleducazione delinquente. Misero lui, ma morta lei. Li volete così, persi, senza futuro, senza dignità, senza amore. Condannate il mostro, santificate la vittima che, in quanto tale, da viva, vi dava fastidio. Ipocriti, condannate la vostra cultura dello sfacelo, perché non lo fate? Perché non vi guardate allo specchio, perché non parlate prima che ne ammazzino un’altra. Tutti sanno, tutti hanno sempre saputo, nessuno parla, perché la femmina ribelle deve morire. La protesta che viene dal basso vi piace? Sì è di moda, è chic. Ma quando viene dal basso veramente vi fa schifo, quel basso troppo lontano da voi, quel basso che è disagio sociale, male di vivere, sfortuna o mancanza di risorse. Quelli dal basso non sono mica come voi, guardateli sul serio che non vi piaceranno poi così tanto. Essi non sono amabili e non sono mai stati amati. E in questo vi somigliano. Voi che avete avuto tutto tranne ciò di cui avevate un disperato bisogno e non avete saputo chiedere. L’amore c’è o non c’è, vi dà fastidio questa regola? Chi è capace d’amore si vede, lotta sempre. Quelli dal basso sono cattivi, abituati a prendere calci nel culo dalla vita, i calci li subiscono. Voi i calci nel culo di spettanza li avete schivati perché qualcuno ve li ha tolti dadavanti o li ha presi al posto vostro. Né loro né voi trasformate le sberle in risorse, eppure vi piccate davanti ai vostri coetanei di aver studiato al liceo. Quelli dal basso sono gretti, ma non stupidi quanto voi, la vostra stupidità è colpevole, chè, tra le cose imparate, scartate quelle che vi danno fastidio. Ossequiosi sino alla nausea, dite una cosa e ne pensate un’altra. Avete donne cretine per sentirvi a vostro agio e, ogni giorno che ha fatto Dio, date supplenza di divinità e sentenziate sulla femmina che non si inchina al vostro cospetto ridicolo. Quelle del popolo sono meno conformiste delle vostre bombolette, non potete mentire, siete costretti ad odiarle apertamente. Chiedete aiuto alla famiglia allora, all’istituzione che vi protegge dalle vostre malefatte, per far sentire la femmina ribelle come volete voi, ossia molto male, e non come vuole lei, cioè molto bene. Siete colpevoli di chiamare unioni d’amore dei vincoli criminali. Pentitevi.

Elena legge l’articolo di giornale e pensa che, grazie al cielo, qualcuno ha il coraggio e lo scrupolo di abbinare le parole ai fatti.

Manuela.

 

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Caterina, 11 anni e tanta voglia di vivere

Di solito la gente invece di provare ad eternizzare l’attimo insiste a reiterarlo. Adesso va di moda dirsi ‘buona giornata’, buona giornata di qua e buona giornata di là. Un saluto in apparenza discreto, ma in realtà insinuante, come a spalmare una giornata in tutte quelle di una vita, procedendo in circolo invece che in avanti e mimando un immobilismo totale. Così molti strapazzano la giovinezza e fingono di ignorare il tempo che passa. Esplodono nei ritocchi più o meno felici al viso e al corpo, che fanno somigliare le donne a bambole di gomma e gli uomini a spazzoloni capovolti.

Caterina ha 11 anni e crede veramente che la vita sia qualcosa di speciale in sé e per sè. Il carattere di irripetibilità delle persone e degli eventi rafforza il suo entusiamo traboccante. L’unicità li strappa al tempo. Non può fare a meno di avvertire anche il singolo palpito del suo cuore affinchè non vada sprecato. È meglio rischiare di sbagliare che lasciarlo intonso, inghiottito da un nulla che in quanto tale lo annullerebbe.

La ragazzina è seduta sulla panca della palestra della scuola e sta aspettando il suo turno. Guarda a destra e a sinistra. Sulla parete, nel fondo della sala, c’è un quadro, la didascalia dice che è “Forme grido ‘Viva l’Italia’” (1915) di Giacomo Balla. La lezione di educazione fisica le mette sempre un po’ di agitazione, ma questa volta la sensazione è più forte. Infatti, sta partecipando alla gara di ginnastica ritmica tra le allieve della scuola. Caterina detesta le gare sportive, perché il termine gara è sinonimo di competizione, il che a sua volta significa che alla fine ci deve essere un vincente e un perdente. L’uso corrente del termine annulla tutte le altre emozioni associate alla partecipazione. Caterina trova sgradevole sia la sensazione di ansia causata dal significato diffuso del gareggiare,sia la visione monocolore che si ha di esso. Per gli esami scolastici invece devi studiare e poi dire all’insegnante quello che hai capito, il che è decisamente più consono al suo modo di essere. Ma detesta le gare specialmente quando si svolgono tra femmine, che notoriamente si caverebbero gli occhi l’una con l’altra per conquistare il podio. Alla ragazzina sembra molto avvilente il modo di comportarsi delle sue coetanee, le quali, un attimo prima della competizione, si abbracciano come sorelle, ma durante si massacrano. Fasulla la loro amicizia e fasullo in definitiva anche il premio, vinto a costo di eliminare ogni impedimento, cioè ogni sentimento. Da grande tutto questo diventerà prassi consolidata, se penserai di farti valere indipendentemente dagli altri ti diranno che hai una bassa autostima. A quelle che ti molestano perché invidiose e gelose invece non diranno niente, anzi gli faranno un applauso, perché così fanno tutti: si pestano i piedi a vicenda in una triste guerra tra poveri.

Lei frequenta la Iª D e si trova bene con le sue compagne di classe. Ora, però, si domanda come facciano le altre a tacitare una varietà di sensazioni, per sentire soltanto il bisogno di vincere che le acceca. Osserva quelle della Iª B mentre si esercitano e parlottano tra loro come invasate. Di tanto in tanto lanciano sguardi minacciosi, carichi di ostilità alle compagne della sua squadra e anche a lei, con l’intento di sottometterle manipolandone lo stato d’animo. Si smarrisce per un attimo nel pensiero della lunga schiera di oche, nel loro bisogno di comportarsi in quel modo. Perché? Forse, tornando a casa senza trofeo, cioè senza la vittoria, non le faranno mangiare. Immagina che i genitori le rinchiudano dentro le loro stanze a mo’ di castigo, e la cosa la fa sorridere. Tirale fila del discorso, chè ormai è il suo turno. Durante l’esercizio Caterina non sbaglia neanche un passaggio, ma con un pizzico di vigore in più lo avrebbe potuto personalizzare meglio. Quindi, ricorda quella volta che ha eseguito la sequenza in camera sua. Ciò si rivela una specie di intuizione della traccia cui fanno riferimento molte situazioni, cioè che la tua parte migliore esce fuori quando non ti vede nessuno. Escogiterò un metodo per fissare l’attimo, pensa tra sé.

Nonostante le allieve della Iª D abbiano dato il meglio di sé, la gara è stata vinta da quelle della Iª B. Ciò significa che, di lì a poco e sino alla fine della scuola, per farle smettere di rompere le scatole bisognerà mettergli un guinzaglio, ma di quelli che danno la scossa. Caterina e le altre non si dispiacciono di non aver vinto. Al ritorno a casa le chiedono come è andata la gara. ‘Tutto bene, però non ho riportato il trofeo in famiglia’, risponde Caterina con ironia. ‘Va be’, brava lo stesso’, commenta la madre. La ragazzina forse cambierà idea, in fondo ad essere detestabili non sono le gare, ma il modo di fare della maggioranza che vi partecipa per vincere a tutti i costi.

Manuela.

 

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Hotel Belvedere

La tenda verde di un palazzo segnato dal tempo stoppa di petto i raggi del sole, poi li tira col collo del piede verso gli ombrelloni dei tavolini di un bar. Un colpo di testa, frantumandoli, li espande a raggiera nel cielo e scoperchia il mondo sottostante. È giorno. Un gatto randagio bianco e nero corre, così come un uomo in motorino, ma per andare dove?. Il tumulto esteriore è un movimento centrifugo, dentro i pensieri si attorcigliano come edera su un asse paziente. Gli umori delle persone si attrezzano di segni visibili, tramutandosi nel movimento lieve delle labbra degli uomini alla fermata del bus, quando fanno oscillare la 24ore come fosse il cestino dell’asilo. Il dondolio dei corpi maschili culla i sentimenti che hanno nel ventre e di cui sono gravidi.

Giulio fa il portiere di notte e sta correndo in motorino per tornare a casa. Ha 27 anni e studia biochimica. Dalle 20,00 alle 7,00 lavora nell’albergo Belvedere, nel centro della città. Si trastulla con la settimana enigmistica, ogni tanto alza lo sguardo verso i clienti che disturbano i suoi sogni ad occhi aperti. Gli chiede i documenti, regolarizza la prenotazione e gli dà le chiavi della stanza. Al mattino vede sfilare gruppetti di ragazze, bianchissime di pelle e biondissime di capelli, con pantaloncini che lasciano scoperte le cosciotte, ma lui le guarda senza bramosia. Non suscitano desideri erotici, gli fanno venire in mente quelle di pollo. Si adopera per aprire gli angoli della notte, vuole intrufolarcisi con tutto il suo essere. Nell’hotel vige una regola un po’ stramba, tra le mansioni dei portieri notturni c’è quella di annotare gli eventi e l’onere di descrivere gli avventori. Il motivo di ciò è un mistero. Di fatto Giulio ama il suo lavoro. Nei primi tempi la penna sembrava si muovesse da sé, gironzolava sul foglio spavalda. Ad un tratto si è fermata. Giacchè l’esistente oppone resistenza, Giulio si diede da fare per svellernei chiavistelli come fanno certi suoi clienti con la porta della stanza. Ma l’esistente non fa nulla, non ha forma, ed è allora che la gola lancia gemiti, partorisce parole scomposte. Gli umani si contorcono in uno sforzo viscerale, come i muti che vogliono parlare. Giulio ha un compagno di lavoro, è del Senegal, è un negro. I suoi gli occhi riflettono la luce delle lampade, spuntano dal buio in una sinfonia languida. Forse, sotto la camicia e, ancor più nel profondo, ci sono spazi abbaglianti, venti di scirocco, profumi del sud. Ma Akir li protegge con la sua pelle nera immersa nell’oscurità. Nel silenzio e nel buio c’è un sole che splende, gigante. È la lunga notte gravida di luce.

Sasha è un russo: camicia a quadri, pancia prominente, alto, in bermuda. Da un mese alloggia nell’hotel, la sera rientra alle 21,00 e sbuca alle 7,00 del giorno seguente nella sala per la colazione. Poi esce con i suoi occhialini a doppia lente, per il sole e da vista, compra il giornale e si dilegua tra le buganville, che lo rapiscono come fossero braccia protese lungo la strada. Riappare verso le 12,00: pelle lievemente sudata, quotidiano sotto al braccio, alettoni parasole alzati. Parla bene sia l’inglese che l’italiano. Per festeggiare il ventennale della nascita dell’hotel Belvedere l’azienda ha organizzato un ricevimento casereccio ma con stile. Tre serate a base di intrattenimento musicale, cibo e bevande e giochi di società. Tra questi è previsto il tiro alla fune. Neanche a dirlo è stato il momento più atteso della kermesse. Che gli organizzatori fossero bizzarri s’era già capito, ma con questo hanno fatto divertire davvero tutti, non solo la clientela, anche il personale. La squadra era composta nel modo seguente: quelli della stanza 1 fino alla 50 contro quelli della 51 fino alla 100. Shasa aveva la 34, così che Giulio e Akir si sono schierati con lui. Era della combriccola anche Albertine, una signora alta, capelli bianchi sguardo profondo, francese. Chi tirava da una parte chi tirava dall’altra e, con enormi sforzi, la squadra capitanata da Sasha ha vinto grazie a una distrazione. Agli atleti, infatti, è scappata di mano la fune. In un attimo gli altri, che strattonavano a più non posso, sono caduti a terra come pere dall’albero. C’è stato uno scoppio di ilarità generale tranne che per la coppia della stanza 77, antipatici a tutti, personale compreso. Con quei pochi cui erano simpatici hanno trascorso il resto della serata in un angolo, a sparlare degli altri. 

Il fatto è che, per quanto potesse apparire strano, questo modo di condurre l’attività lavorativa aveva successo, i clienti erano contenti e tornavano, il personale lavorava volentieri. Sebbene all’inizio qualcuno avesse interpretato le stravaganze come mancanza di serietà poi si era ricreduto.

Giulio ha descritto l’evento sul taccuino: Quella notte è stata davvero speciale, Sasha, Albertine, Akir ed io, intenti a tirare la fune, pensavamo gli stessi pensieri, un nastro rosso luminoso ondeggiava sopra le nostre teste, schizzato fuori da qualche parte. Chissà quanti altri ce ne sono come noi. La vita, raramente per la verità, si fa vedere in ciò che è inafferrabile e ci sovrasta, cui ti viene facile dire di sì. Un palmo sopra il quotidiano scorre un fiume potente: stessa discendenza, stessa matrice.

La notte, dischiudendosi a ventaglio, partorisce come sempre limpidi orizzonti. Il ragazzo salta in sella al motorino. L’emozione dell’attimo presente stoppa di petto i raggi del sole e, in un rinvio, li spinge lontano verso un grande fiume potente. È di nuovo giorno.

Manuela.

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C’era una volta e c’è ancora…

La stoffa dei jeans ben s’intona al rumore del brecciolino nei parchi. I piedi sgranocchiano il selciato, mentre il blu dei pantaloni appena lavati evoca lo svolazzare delle tende bianche delle case in riva al mare. Se i giorni fossero tutti uguali, non ci sarebbe bisogno di sentire i suoni né gli odori. In un futuro lontano e terrificante forse gli esseri umani si accontenteranno di incapsulare una vasta gamma di dati sensoriali, così da togliere l’imprevedibilità dal panorama esistenziale. Comunque, a tutt’oggi,chi più chi meno, le facoltà percettive della specie umana funzionano piuttosto bene. La città può sembrare un ambiente non molto vario dal punto di vista degli stimoli, ma anche qui non è difficile farsi sorprendere.

In piedi nelle jeep, gli esploratori che solcano il deserto adoperano cannocchiali e sono desiderosi di avvistare forme di vita differenti e altre rispetto a quelle nascoste sotto alla sabbia. Ugualmente dal bus è possibile scorgere un casolare o una torretta antica che svettano nel bel mezzo di un parco. L’Italia tutta è disseminata di luoghi densi di mistero, case o manieri  in cui aleggia qualche spirito inquieto: terribili megere, collezioniste di amanti morti ammazzati, uomini eroicamente deceduti in un duello. Le antiche leggende popolari narrano delle stranezze e dei presunti vizi dei nobili. Il nostro tempo si specchia nei personaggi di un tempo in cui le donne erano temute e punite per il loro ardimento e i lupi mannari, forse, erano poeti mancati, che lottavano per trasformare l’ululato in un canto. Eppoi c’erano fantasmi di cavalieri solitari costretti a errare per amore di qualche fanciulla. Vicino a Pontremoli, nella Lunigiana, per esempio, precisamente al castello del Piagnaro, nelle notti di luna piena, si aggira un licantropo. Allora, le madri allertano i figli di non uscire la sera e, a chi capitasse di incontrare il lupo mannaro per le vie del centro, raccomandano di non guardarlo negli occhi e salire tre scalini. Così narra la leggenda. La forza vitale che mai si arresta scorre attraverso le storie di antichi monasteri, in origine dedicati al culto delle divinità precristiane. A Calimera, nella provincia di Lecce, la Chiesa di San Vito ospita la pietra della fertilità, un grosso masso calcareo con un foro nel mezzo che emerge direttamente dal pavimento. Ogni lunedì di Pasqua la tradizione vuole che ci si passi in mezzo, nonostante l’apertura sia solo di 30 centimetri. Chi lo oltrepassa, secondo il culto cristiano, verrebbe purificato, rinascendo a nuova vita. Le presenze sovrumane, diaboliche o benevole, squarciano il confine tra la dimensione della realtà e quella della rappresentazione, dove prendono vita i desideri degli esseri umani. Così che il sortilegio o la benedizione, la bellezza o la bruttezza di un luogo, sono frutto di immagini fantastiche. Infatti, a seconda delle epoche, la natura è fonte di angoscia o di rapimento estatico. Ad Ortisei (Bz), per esempio, nella Chiesa di S. Giacomo c’è una campana scaccia demoni. Molto tempo fa sorgeva un castello abitato da nobili del luogo. La leggenda narra di una campana magica che aveva il potere di scacciare i demoni, ossia i fulmini. Il Trentino, di fatti, è una regione spesso colpita da mutamenti climatici. Le tempeste sono di conseguenza episodi molto frequenti per via dell’altitudine su cui si trovano la maggior parte dei paesi. Quando avveniva che un fulmine si abbatteva sulle case si credeva che ciò fosse causa del diavolo stesso. Perciò, il parroco, durante i forti temporali, faceva suonare la campana per scacciare il diavolo col suono benedetto! Le leggende spiegano ciò che in altro modo non sarebbe possibile dire poiché appartiene al mistero. Dati i progressi compiuti nella comprensione dei fenomeni che interessano la realtà, tutto ciò oggi può sembrare solo ingenuità e superstizione. Comunque, è sempre meglio della smania di catalogare tutto che ha tolto fascino e mistero a cose e persone. In fondo le anime che vagano nei secoli sono più vere dei vivi o presunti tali che bazzicano nei paraggi. Quelli che hanno l’impellenza di uniformarsi mi paiono più inquietanti dell’indefinitezza e dell’ignoto.

I viali della città di notte riposano. Sfiniti dal trambusto quotidiano, si liberano delle marce dei soldati e sodaltesse che infilano il salario nelle tasche. Di quelli che guadagnano il diritto di esistere con brutale obbedienza, ormai ciechi e sordi ai profumi che emananodai rami protesi. Gli odori dolci, i pollini della bella stagione sono come stanze segrete nel grande spazio cittadino, dove i fiori lasciano nell’aria una materia impalpabile e tu ci cammini dentro. I viali della città hanno occhi luminosi e dall’alto sbattono le palpebre. Pigramente vegliano sul sonno degli abitanti, su amori clandestini. Su tutti quelli che di notte raccolgono con mestizia la loro vera faccia, consapevoli che li renderebbe fieri di se stessi se avessero il coraggio di portarla in giro di giorno. I viali delle città sanno che nell’oscurità le persone sono più sincere e si scambiano i sogni nel silenzio del mostro sociale che tutto ingurgida. Le prime luci dell’alba li tirano indietro con forza, per farli sparire e poi riemergere, come le maree. I cuori audaci afferrano la vaghezza delle visioni nate nel buio, offrendole alla luce della ragione che le trasforma in realtà.

I pini delle ville romane sono uno scenario stupendo, in cui spesso si compiono alchimie miracolose. Sarà per osmosi, ma ad un tratto arrivano messaggi che pare provengano dall’interiorità, ma non sei sicura sia davvero così. Secondo alcuni tutto ciò che penso e sento è il prodotto della mia individualità e siamo tutti specialissimi perchè appartenenti alla specie umana. In sé l’idea mi piace, quindi mi prodigo per riconoscermi nei doni e corrispondere ad altri di ciò che ci fa brillare. Eh, sì, le cartoline sono immagini degli occhi di dentro che, sollevandoti dal peso di essere l’unica responsabile di ciò che ti accade, illustrano un sentimento indefinibile. E, semmai avesse una definizione, lo potresti spiegare solo in un secondo momento, oppure mai. Un sentimento che è nel passo, nel corpo. L’indole suggerisce che sia meglio addizionare più che sottrarre. Così ti volti per vedere se quello che fa esercizi muovendo le braccia ritmicamente, prima unite davanti e poi aperte o quella che fa jogging, i cani che scorrazzano, cioè i presenti siano anch’essi tutt’uno con i loro corpi in movimento e molto altro ancora. Ecco perchè il cannocchiale appeso al collo è uno strumento utilissimo, è una specie di radar, ma non un acchiappafantasmi. Se fosse soltanto una questione di spazio e di distanze si potrebbero percorre senza sosta tutte le strade, da nord a sud, da est a ovest, sicuri di trovare lì ciò che non è qui. Andare in giro con un binocolo al collo significa che non ti bastano quelle quattro cose che ti dicono di fare, in base a cui saresti utile alla collettività, previa amputazione di tutte le altre caratteristiche personali. Infatti, dato il clamoroso svantaggio, la maggior parte della gente si sbriga a pensare e a desiderare ciò che gli viene prescritto, tutti allo stesso modo, amputandosi da soli parti di sé non conformi al modello richiesto. E mi sa che da qui nascono le leggende moderne, a volte a fosche tinte, da quelle parti nascoste che reclamano il diritto di vivere.

Manuela.

 

 

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Il vestito buono

E se la scrittura stesse già dentro, da sempre nelle nostre viscere, in attesa di affiorare?

La scrittura è sorprendente. Io mi ci sono avvicinata quasi per caso, perché volevo inventarmi una professione. È stato l’inizio di un’avventura simile ad un viaggio, in cui bisogna navigare sulle onde della fantasia e imparare la legge del mare che è quella della propria coscienza. Nel tempo l’attitudine alla scrittura è diventato un modo di essere radicato nel profondo, che sfugge a ogni definizione, è un’identità che implica un’essenza relativa. Annoti delle frasi e aspetti che facciano la posa. Ti torneranno alla mente come se stessi dicendo a te stessa che quello che hai scritto puoi dirlo meglio. Scrittura e vita si rincorrono. Un pensiero in forma di racconto è un’espressione d’amore, un modo per onorare la vita, forse anche una forma di gratitudine. La realtà non si traduce facilmente in un linguaggio codificato e il marasma dell’esistente esige una scelta. Quindi occorre decidere sul come impastarla per farne qualcosa di bello. Non mi sono messa a tavolino a stilare la lista del raccontabile, piuttosto ho notato che è il raccontabile a farsi avanti. In altre parole spesso mi lascio avvicinare da ciò che il mondo mi porge in versi. Da lì nasce un discorso per iscritto. Può essere un’immagine, uno scorcio di orizzonte illuminato dal sole, gli atteggiamenti delle persone che incontro, un fatto curioso che mi suscita un’emozione. Questo ho capito della scrittura, che per scrivere ci vuole molto tempo, occorre ricevere e poi elaborare i messaggi esterni mischiandoli alle proprie sensazioni e filtrarli nel linguaggio. Per scrivere bisogna mettersi come i mendicanti ai bordi della strada e della vita, dei bordi reversibili, per cadere all’indietro nella dimensione nascosta della realtà. E seduti su un seggiolino infilare il quotidiano, al netto della monotonia, nella collana della vita, come perle che accarezzano la mente e diventano racconti.

Conosco da tempo una ragazzina che ha la testa piena di semi pronti a germogliare, chissà che piante diverranno. É abbastanza taciturna ciò rende imperscrutabile lo sviluppo delle sementi. Molto tempo fa aveva l’abitudine di passare davanti a un negozio di scarpe, per fermarsi a rimirare un paio di ballerine di coppale. La bambina desiderava ardentemente quelle scarpe, che le infiammavano gli occhi, come se avesse voluto possederle con lo sguardo. Durante i pomeriggi cittadini, dopo la scuola, usciva spesso in compagnia dei genitori e dei nonni, per fare una passeggiata nel quartiere. Puntualmente trascinava i suoi cari davanti al negozio. Lì si compiva il rito che consisteva nella favola delle scarpe di coppale, cui seguiva l’elenco delle ragioni secondo cui l’acquisto delle suddette calzature era sconsigliabile, oltre che sconveniente per il prezzo. I motivi addotti dai genitori sottolineavano la delicatezza del materiale. La vernice si sporca facilmente, dicevano loro. Ma, a questo problema, la bambina trovò subito una soluzione declamando le mirabili capacità del nonno che, in quanto mago factotum, le avrebbe pulite con una sostanza speciale. Comunque, non ebbe mai quelle scarpe, ma ci andò a ballare, ci uscì con il fidanzato, fece tutto ciò senza averle mai indossate. Un giorno si recò al negozio, ma il paio di scarpe magiche non c’era più. Il fatto le causò un sentimento di delusione. II  nonni le spiegarono che il negoziante aveva semplicemente cambiato la vetrina e nella nuova non c’erano le sue scarpe preferite. Non si parlò mai né lei fece mai cenno al fatto che qualcun’altra le avesse possedute. Tuttavia, l’epopea legata alle scarpe di coppale continuò ben oltre la loro scomparsa. La ragazzina ascoltava i nonni che facevano giochi di prestigio mischiando parole, fantasia e realtà. Le piaceva sentire l’affetto nel modo in cui la divertivano inventando storie. Gioiva più ad ascoltare le avventure con le scarpe di coppale che ad averle davvero ai piedi. Poteva far schioccare le punte, sentirne il rumore mentre camminava con passo sicuro. Tanto è vero che non gli dette più importanza. Le scarpe erano per chi se le comprava, le favole per lei, parlavano al suo cuore di bambina e la facevano sentire amata.

Sempre molto tempo fa la vita era scandita da azioni quotidiane dense di significato, al punto che anche l’acquisto di un cappotto diventava una cosa seria. Se il pupo o la pupa necessitava di un nuovo capo di abbigliamento, e solo in quel caso, ci si cominciava a pensare su. Bisognava ponderare bene la situazione, perchè un investimento simile era una questione di bravura e preveggenza genitoriale. Poi, si valutava il tessuto, il prezzo, la riuscita dell’indumento, come se dovesse durare nei secoli a venire. La famiglia tutta, compresi nonni e zii, usciva con aria seriosa e con simulata spigliatezza si avvicinava alle vetrine. I pargoli, beneficiari del gesto solenne e consapevoli di ciò, trotterellavano sui marciapiedi e si fermavano davanti alle vetrine indicando abiti improponibili. Dopo un lungo peregrinare, come stormi si assiepavano davanti al capo prescelto in base alla qualità, al prezzo e al gusto di chi lo avrebbe dovuto indossare. Mi sembra di vederli ancora che entrano nel negozio, e formano una carovana a testimonianza dell’indimenticabilità dell’attimo che fugge. Allora, il pupo o la pupa provavano il cappotto nuovo e tutti intorno a dire come gli stava… Se ha le maniche un po’ lunghe va bene lo stesso, diceva la madre lungimirante, e tu ti guardavi nello specchio, ma ancor di più addosso, fin dentro al petto sapendo che nessun vestito avrebbe mai cambiato quello che c’era lì. Evidemente, ciò accadeva a più di qualcuno, neanche tanto tempo fa. Non che fossimo poveri, è che eravamo bambini e ci interessava leggere la trama che scorreva dietro ai gesti e alle cose. Aspettavamo il verdetto finale, che il cappotto ce lo avrebbero comprato. Tutti erano contenti, come se si fossero tolti un peso, avevano scelto bene, il miglior cappotto. ‘Però, adesso, tienilo da conto’, ti dicevano. Lo mettevano nell’armadio che andavi ad aprire spesso per vedere il tuo paltò, quello buono delle grandi occasioni.  

Manuela.

 

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Ma che bello il mondo nel multiverso!

L’uguaglianza è un principio, un concetto giuridico e una parola. Nel vocabolario della lingua italiana uguaglianza indica un confronto tra soggetti o enti con caratteristiche o proprietà identiche. L’uguaglianza sociale o davanti alla legge significa stabilire un rapporto di parità ed essere pari vuol dire raggiungere un valore, un pregio o una virtù. L’uguaglianza dal punto di vista giuridico e secondo gli ordinamenti esistenti nel nostro paese, è un principio fondamentale, qualificante il tipo e la forma dell’unità politica e giuridica sancita nell’art. 3 della Costituzione italiana. Essa si distingue in uguaglianza formale, cioè l’uguaglianza di posizione davanti alla legge e il divieto di discriminazione e in uguaglianza sostanziale, che consiste nel diritto di esercitare ciascuno i propri diritti. I principi si incarnano nelle persone, per questo voglio parlare di uguaglianza. L’argomento è interessante, poichè il concetto di parità nasce da un confronto e si stabilisce sulla base di uno o più criteri validi per tutti. A conferma di ciò che può essere percepito a vari livelli, l’appartenenza a un’etnia, a un genere, il credo politico e religioso, le opinioni e la condizione socio-economica sono fattori che nell’insieme non costituiscono una discriminante. Anzi, noi siamo uguali poichè apparteniamo alla specie umana e a prescindere da questi dati. Non c’è bisogno di un evoluzionista per intendere che siamo uguali eppure diversi, perché la diversità è una caratteristica comune a tutte le forme di vita. D’altronde è anche vero che essere pari significa raggiungere un valore un pregio o una virtù ritenuti tali in un dato contesto sociale e politico. Quindi, in una neanche tanto ipotetica società, se i valori più gettonati sono il calco delle norme fondamentali di un’associazione a delinquere, perciò dei disvalori, l’onestà, la sincerità la generosità verso se stessi e gli altri vengono considerati disvalori insopportabili, che rendono diversi tutti quelli che se ne dichiarano portatori. Raggiunto e superato da un pezzo l’apice della demenza collettiva, i singoli, sfiancati dall’ipocrisia bestiale dilagante, nascondono i sani principi anche a se stessi, odiandoli e odiandosi perché la maggioranza li disprezza. La realtà, come è noto, non ci mette niente a superare la fantasia, infatti. Le masse si esaltano declamando i principi di democrazia, libertà e parità che si ficcano a fatica nella testa, ma non nel cuore, perché non tutti i cuori sono uguali. Gli idealisti, come i sognatori, sono tollerati e, a volte, anche simpatici alle masse, finchè se ne stanno sulle nuvole, molto meno se tentano di trasformare un ideale in realtà. Dipende da che parte si sta quando si sbandiera l’uguaglianza. Alcuni si battono, intendendo uniformare gli altri e sottometterli a quella che è la loro visione del mondo. Dato che contano più le idee di tutto il resto, nelle rivoluzioni sanguinarie, fatte per ottenere un’equa distribuzione del benessere, i perdenti, cioè le masse disorganiche, perdono sempre. Non a caso si è parlato tanto di coscienza di classe, di questi tempi un concetto demodé e anche un po’ angusto. Anche se non esitono più le classi sociali di una volta, nessun cartello è stato apposto con su scritto ‘vietato ascoltare la propria coscienza’. Al pensiero di dovermi identificare solo ed esclusivamente in un partito o in un altro gruppo sociale io mi sentirei in gabbia. D’altronde, per trovarci peschiamo nella miriade dell’esistente, a volte tiriamo su qualcosa che ci somiglia, ma possiamo costruire la nostra personalità anche con ciò che non ci somiglia. Per esempio, traggo un respiro di sollievo quando comunico con i portatori sani di principi, anche se attraverso messaggi cifrati. Così ci intendiamo, nella tirannia della maggioranza, eludendo la sorveglianza di gruppetti squallidi che infestano l’aria e se ne vantano.

L’uguaglianza e la parità sono parole che hanno definizioni ben precise, ma sentirsi uguali è un’altra cosa, è come volersi bene. Mi posso sentire uguale a un altro essere umano, a un fiore a una pianta, a un cane, perché viviamo nel mondo, in un tempo e in uno spazio determinati. Ma non è soltanto per questo. Sento qualcosa di me in un essere totalmente diverso da me, perché? La spiegazione è sofferta, ma dà anche molta gioia. Doso e mescolo i sentimenti che si equivalgono in quella sfuggente essenza di noi. Sono io: un nome, un sesso, una cittadinanza. Ma sono anche un uomo o una donna con la pella scura, un albero, un fiore mosso dal vento, un fiume, come se quelle caratterisitiche vivessero in me da sempre. Trovo l’io che sei tu innamorandomi, così come mi innamorai del mio cane, di un’isola, delle parole scritte come semi nella terra. Siamo uguali, se vogliamo. I bambini, che rispettano e fanno rispettare a tutti le regole del gioco, non sanno di essere democratici. Lo sapranno dopo, quando cresceranno. Gli diranno che vivono nel migliore dei mondi possibili, mentre hanno perso il senso della giustizia con cui valutare se le cose stanno davvero così. Agli adulti, invece, lo specchio mattutino non dice nulla già da un pezzo. A loro va bene qualsiasi fac simile di vita, anche l’immagine più scalcagnata che gli rinviano alcune delle istituzioni preposte. Ci mettono sopra un ipod, un’auto nuova, una borsetta alla moda e altre chincaglierie simili e, con nonchalance, portano in giro un grugno che struscia in terra. Ai scoglionati gli manca la polpa dei discorsi, i significati al posto di parole di cortesia, quelli che ti fanno sentire grato di appartenere alla specie umana, senza dei quali non rimarrebbe che il ringhio. Oh, sia chiaro, il ringhio darwiniano è una meraviglia, guai a perdere quell’istintualità antica che ti fa sentire creatura tra le altre. Mi piacerebbe sapere cos’è, a detta della gente, l’indispensabile per vivere. Non vorrei relegare la libertà, la democrazia e l’uguaglianza nel regno del superfluo in quanto valori in attesa di essere vissuti. Degli orecchini preziosi e bellissimi, che dovrebbero essere equiparati al grado di soddisfazione dei bisogni primari. I primitivi usavano ornarnarsi con monili e oggetti preziosi, disegnando il loro corpo con simboli sacri di appartenenza alla tribù. I nostri antenati vivevano confusi con il mondo, prima di sviluppare la coscienza di sé e del mondo. Chissà cos’è che ci fa ansimare nel nuovo millennio. Forse, l’esperienza di ciò che eravamo si espande nelle forme della coscienza e dello spirito e tenta di ricongiungersi con l’infinito. Facciamo paragoni, confrontandoci impariamo che siamo identici e differenti. La notte stellata ci fa gioire nel momento in cui offriamo la notte stellata ai nostri occhi e sentiamo di meritarla. Immagino la mia antenata che aveva bisogno di un riparo, del cibo e di vestiti. Ora, io estendo quel bisogno, desiderando il cibo che nutre il corpo come il cibo che nutre lo spirito. A dirla tutta l’umanità lascia un po’ a desiderare, e meno male, vuol dire che c’è ancora speranza di sperare e di desiderare. La civiltà può essere vista come un insieme di modi raffinati per essere brutali. Il primitivo che è in noi, però, ha una chance in questo mondo globale e sempre connesso che ci rimpasta col tutto. La novità è che ora siamo più esigenti. La civiltà diventa un’utopia possibile e l’uguaglianza un’ideale che si concretizza nel sentimento. 

Manuela.    

 

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Ali di farfalla, narici di drago e ampi respiri di libertà

Come è sottile il marchingengo della catena che stringe e strozza i cervelli. Quando un po’ tutto è la brutta copia del vero e della realtà, anche le manifestazioni di piazza diventano rappresentazioni di protesta più che proteste vere e proprie. Sulla cessione della propria, in cambio di vite facili da vivere perché di altri, ricade inevitabilmente il castigo della falsificazione. Il brulichio demenziale della folla confonde i fatti con la rappresentazione degli stessi. Razionale è qualsiasi azione adatta a soddisfare le pulsioni, in un pianosequenza senza fine, dove l’illimitatezza dei bisogni si spaccia per realtà. Tizio, caio o sempronia avvertono un bisogno, allungano la mano per soddisfarlo, la ritraggono e tutto torna alla situazione di partenza. Pare agiscano in trance, senza rendersi conto di ciò che fanno. Vanno al lavoro svogliatamente, per allungare la mano sullo scaffale del supermarket, escono e si relazionano per allungare la mano sull’altro e averlo. Consumano beni materiali, relazioni, sesso e altro, per distrazione. I loro desideri impulsivi non sono desiderati, come non è veramente desiderato ciò che hanno. Essi, disperdendosi nei paradisi artificiali, utilizzano comportamenti umani svuotati di senso. La punizione che meritano è il vuoto dell’anima, ma invano la riempiono di ciò che ingigantisce la falla. Se fossi Dante li spedirei all’inferno.

Pare non ci sia via di scampo, neanche a immaginarsi sotto l’ala protettiva di una bella escursione. Questa è la giungla. Tra le bestie feroci posso avvistare il predatore che impone il dominio mordendo la preda e lasciandola in terra sanguinante. Più in là, orde incoscienti potrebbero uccidere, procurarsi cibo o difendere il clan con la stessa inespressiva crudeltà. Su ciò, noi disinteressati a mordere, dovremmo costruire nuovi modi di convivenza. Considerato il contesto giunglesco e la legge imperante, sembrerebbe opportuno agire non parlare. Ma come si può combattere le disuguaglianze a colpi di bastone, con la stessa mentalità che le produce?. Sarebbe come pretendere di ottenere la parità tra i sessi sottomettendo gli uomini. Perché ripassare la pezzetta sullo stesso punto? Il potere, stanco delle fanfaronate gridate da decenni nelle piazze, ci ha già pensato. La catena riga non solo il collo delle donne, ma per vivere senza bisogna capire di più. L’aria è impregnata come sempre di un’indomabile vitalità. Naturalmente inspiriamo coraggio ed espiriamo energia, come fiamme dalle narici di drago. E poi, che resta? È colpa del mercato e delle leggi che impone, dicono alcuni. No, è colpa della politica alle dipendenze dalla finanza globale dicono altri. Sarà, comunque a me desiderare e basta non mi rallegra, ho bisogno anche di essere consapevole di poter colmare la distanza tra me e ciò che desidero. Così volgo il viso verso l’alto e inspiro coraggio, poi espiraro fuoco. Tutt’altra questione dal kit di istruzioni che ci danno alla nascita o giù di lì. Il primo comandamento è onorare il benessere materiale dell’uomo occidentale, bianco e ricchissimo. Gli altri sono feccia. Poi, il benessere dell’uomo occidentale bianco del ceto medio. Poi ancora della sua donna bianca e serva del maschio occidentale. Scendendo la scala sociale troveremo le minoranze etniche, dove benessere è un parolone, prima infatti viene la parola libertà, poi uguaglianza e diritti umani. Mica sono stupidi. Ora che anche i paesi dell’occidente sono in crisi, c’è da fare la conta dei seriamente motivati a cambiare il sistema. La vera uguaglianza, infatti, non è comoda, almeno non lo è per chi ha dei ‘privilegi’ da perdere. Ad esempio, immaginiamo uomini e donne occidentali che a parole si dicono convinti della parità tra i sessi. Poi immaginiamo che le donne, con un grave atto di insubordinazione, chiedano agli uomini di rifarsi il letto tutte le mattine e di sistemare la loro stanza. Precisazione, non è previsto l’aiutino della colf. Molto probabilmente, le donne gireranno sulla graticola della disapprovazione e gli uomini si metteranno a piangere per l’incapacità di gestire la situazione. Dopodichè domandiamo che ne pensano della parità. Specifichiamo anche che l’uguaglianza significa coesistenza della molteplicità delle identità e indifferenziazione dei ruoli. È meglio respirare l’aria inebriante della libertà senza prescrizioni di sorta o assicurarsi l’infelicità per l’avvenire? Chissà come risponderebbero. Io non ho dubbi, preferisco l’onere della libertà e della responsabilità  

Cocca, chi ti vuole ingabbiare mica fa tintinnare il guinzaglio. L’obbedienza nei tempi moderni è pianificata, non è roba da dilettanti. Però, è facile accorgersi dell’inghippo, quelli/e che non ci riescono sono predisposti a diventare sudditi. Basterebbe prendere atto della realtà, come molti non fanno. Si dirà, ma questa è saccenza. No, è che preferisco non attivare l’opzione delle tre scimmiette. Saettando dal cielo della teoria al concreto di questa terra affondo lo sguardo sulle modalità di relazione tra i sessi, dove il maschio, per sopperire alle proprie insicurezze si avvale dell’arma ideologica della rispettabilità con cui controlla e sottomette la donna. La rispettabilità è un valore tipicamente borghese e quindi scaduto, ma usato da ceti sociali senza scrupoli e in cerca di identità. I nuovi ragazzotti conoscono bene il meccanismo e usano la minaccia della cattiva nomea contro le coetanee, per ottenere da loro ciò che vogliono. L’onere di dimostrare all’infinito di essere perbene ora ricade solo sulla donna. Cos’è che ha scatenato la pruderie? Le orde non fanno che parlare ossessivamente di sesso, ma mimano l’amore, per sentirsi meglio. Combriccole volgari e sparpagliate ovunque, sessuofobe dentro e gradasse fuori, esibiscono prodezze da letto perché non possono far affidamento su altre qualità. Cacci uno stuolo di acide e frustrati dalla porta e rientra dalla finestra. Sui loro derivati fanno ripiombare l’inevitabilità del cappio. Un motivo c’è. Se son donne devono sposarsi, per valere e assomigliare alle madri, allo scopo di non valere veramente niente, ma servire sì. Dal ripostiglio non le stani mai e guai se sei single in età avanzata, interpretano il tuo status come una minaccia o meglio come un’insopportabile realtà. Loro oppresse, le altre no, per scelta. Branchi misti, femmine e maschi, insitonoa interpretarci attraverso le lenti deformate della loro disperazione. Vorrebbero contare veramente qualcosa. Quelle donne implacabili non hanno il senso del ridicolo, mentre continuano a inventarsi qualcuno che parli con loro. Poverine, interpretano i segni che nessuno gli indirizza. Pretendono di essere invidiate, in realtà non potrebbero ottenere neanche la compassione. Il branco osserva il comportamento della straniera, ma con fare morboso, poi sputa sentenze. In fondo essi si intrufolano nella vita altrui per essere osservati a loro volta. Arrivano a intepretare l’atto di andare in bagno come un messaggio a loro dedicato. Il fatto è che nella giungla o sei del branco o contro di esso. Le azioni quotidiane dei non assimilati assumono per le greggi un significato autoreferenziale. Ma di osservarli ci si stanca presto, chè poco interessanti quei processi mentali chiusi in loop noiosi. È chiaro che le masse vogliono essere viste, ma speriamo che si guardino allo specchio, se no continueranno a morderci i polpacci.

Meno male che sulla pessima tradizione dei matrimoni combinati ci hanno messo una pietra sopra. Tanto tempo fa si stringevano sodalizi tra famiglie, il movente era l’eredità o gli interessi economici. In alcuni paesi meno fortunati del nostro vigono ancora queste tradizioni. Il moderno mondo occidentale, che lotta contro il vento libertario dell’autoprogettualità e contro le tendenze ugualitarie, le ha sostituite con un programmino di vita valido per tutti. L’elenco dei ‘devi’ è il seguente: prima ti devi formare per avere una targa in ottone sulla porta, poi un lavoro, sempre lo stesso per tutta la vita, ignorando l’impossibilità di tradurre ilpotenzialeineffettivo. Eppure, come a dar spazio agli zombie, ci mancava tra gli altri quello del posto fisso. Il che significa garantiti alcuni e altri no. Il brodo culturale nostrano stringe il cappio con l’obbligo del matrimonio, anche perché il matrimonio è un valore, è denaro soprattutto da spendere. La laurea della femmina è in funzione di quella del maschio, in quanto accresce il suo prestigio. Quindi ha una funzione ornamentale per la vita della fanciulla, ma vale molto di più come requisito di maritabilità. Il programmino include l’accettazione per esasperazione di un lavoro qualsiasi, purchè siano soldi con cui andare a cena nel fine settimana, in vacanza d’estate e con cui mantenere la prole, a mezzi con le famiglie di origine. Intere generazioni di ventenni, trentenni ed ex giovani, che credevano di poter imparare a vivere vivendo, stanno in fila, pronte per i forni crematori, nello sterminio organizzato del tempo, della gioventù che ci è stata regalata. ‘Conosci te stesso’ dice l’antico motto. Ma come faccio a conoscere me stessa se non ho il tempo per farlo. Mi tocca scompaginare l’ordine degli eventi, anzi crearne di nuovi e personalissimi. La vita a fasi si trasforma, come in Pleasanteville, in una storia in continuo aggiornamento, di cui ognuno è artefice solo vivendo nel mondo. Al posto di arraffare identità in svendita nelle ceste dei mercatini, preferisco mettermi alla prova, rinunciando con piacere a misurare la fedeltà a me stessa e a monitorarmi per soppesare se quello che pensavo ieri è uguale a quello che penso oggi. La paura di perdere gli stati d’animo che mi orientano non l’ho mai avuta. Mi interessa invece navigare nei mari adatti a riaccenderli. Viviamo la nostra infanzia come brave bambine, senza mettere il naso fuori dal recinto entro il quale seguitiamo a vivere l’adolescenza e la giovinezza, da brave ragazze e poi da donne lo stesso brave e servizievoli. Ci fosse la possibilità di svicolare, col pollice potremmo pigiare l’aria circostante e plasmare la materia a modo nostro. Basta pensarlo, ed ecco che svicoliamo. Prima, però, tiriamo a lustro l’area nobile del cuore. La ragazzina, che ad un tratto cambia gioco e butta giù il castello di carte, inizia a sperimentare se stessa mentre agisce. Nel susseguirsi di un tempo in cui necessità fa virtù, con lei accendiamo tutti i nostri sensi. Captiamo lucidamente fenomeni mai osservati e diamo loro un senso. Siamo vive e libere di impiegare come vogliamo le nostre risorse cognitive ed emotive. Quasi sicuramente quelli che prima ci adulavano, specialmente se soffrivamo per loro, ci criticheranno e ci giudicheranno perché il percorso scelto da noi ci ha posto di fronte alla nostra immagine intera. Non siamo l’appendice di qualcun altro, non siamo serve e per alcuni non serviamo. Infatti, siamo felici di non servire. Le identità femminili bell’e pronte, intrugli di pudore, bontà e sentimentalismo, si appiccicano addosso come i percorsi imposti. Li stacco e poi detergo il rimasuglio di colla. Come quando apro un vecchio libro di ricette e trovo una farfalla, il sentimento di vergogna è per la farfalla, messa lì in bella mostra come un ornamento. Non diversamente ci sentiamo in difetto con noi stesse per un modo di agire che cattura le idee e poi vi imprime i saperi ufficiali, usi e costumi consolidati, schiacciando le ali alle farfalle e alle idee. Il monito ‘conosci te stesso’ ha un fondamento etico, distante tanto dall’individalismo esasperato quanto dall’omologazione, che spesso si danno la mano. Dato che l’essere umano è sostanzialmente egoista, come ci hanno detto, ha bisogno di un potere che ponga un limite agli interessi particolari. Ho spesso dubitato di questa versione, perché tra le belve con i denti aguzzi, ma vestite bene, io non potrei mai trovare un interlocutore. Ho pensato che la spinta all’identificazione con questo essere umano egoista, a livello individuale e collettivo giustificasse l’agire per mero calcolo. L’esortazione a comprendere la realtà sulla base del principio del calcolo mi è apparsa riduttiva. Mi è anche balenata l’idea, una delle poche certezze dell’esistenza, che gli esseri umani siano proprio stupidi, si comportano male invece di fare ciò che li fa star bene. Non ho confutato del tutto l’ipotesi. Però, approfondendo l’argomento, ho scoperto un’altra cosa. Infatti, mi è arrivata voce che l’essere umano è portato verso l’altro e a condividere gratuitamente le risorse acquisite. Agendo in base ai miei principi e coerentemente con essi, tra i miei pensieri fanno capolino dei dubbi sbarazzini. Il disordine momentaneo mi mette alla prova per ritrovare il bandolo. Ma allora è vero che conta il viaggio e non la meta. Ho capito anche che la vita dei fanatici dell’idea dell’essere umano cattivo cattivo è più facile della mia. Meno fortunati i sostenitori di quello buono buono. Così, gli uni trovano in tutte le situazioni un motivo per assolversi, gli altri per incoraggiarsi. Ah, come sono fortunati i primi, non devono far altro che chinare la testa. Banalizzandola, arzigogolano la realtà, per darsi pena di vivere una vita che non è la loro. Non pensano neanche sia possibile spendere del tempo per conoscersi, ancor meno per amarsi abbastanza da non scannarsi. Eppure, invocando l’ordine e la morale, sgomitano dalle retrovie per guadagnare i primi posti. Ecco, perché stentano a vedersi. Chissà a quale morale si appellano se la loro è muta. L’ordine gerarchico che si danno sui piedi e che declamano è quello della fila. Esso stabilisce chi sono i primi e gli ultimi e loro sono gli ultimi, è curioso che lo difendano.   

Manuela.          

 

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Io, donna e per giunta senza marchio

Voglio essere libera. Sento l’odore della libertà e fiuto ciò che la minaccia da sempre. Non ho dubbi quando si tratta di schierarmi contro i comportamenti prescritti riguardo al mio sesso. Per esempio, non ho mai accettato l’obbligo di stare zitta, nè quello di mentire. Se qualcosa è rosso non può essere di un altro colore, neanche e soprattutto per quieto vivere. Non si vive bene quietando le perturbazioni inevitabili. Girare la testa altrove è un misero compromesso, preludio ad altri e più gravi malumori. Non accetto l’idea precostituita secondo cui, in quanto femmina, dovrei essere naturalmente predisposta al romanticismo di maniera, al facile sentimentalismo. Ci sono donne che giurerebbero spudoratamente di sapere tutto sui sentimenti, anzi si piccano di interpretarci e di indottrinarci su come praticare l’ipocrisia con ricatto. L’ipocrisia con ricatto è un po’ come la cena con delitto, corredata da cupe figure che cadono quasi sempre in piedi, a meno che sulla scena non appaia un bravo o brava detective. All’ipocrisia ‘normale’, infatti, nella variante dell’ipocrisia con ricatto, si aggiunge il silenzio omertoso e le tacite minacce, che svolgono la funzione di inibire chiunque voglia portare alla luce la falsità del gioco sociale. Secondo la visione ipocrita un’ingiustizia è oggettivamente giusta in base alla capacità di mentire degli occhi che fanno finta di non vedere dove c’è colpa e giudicano dove non ce n’è. Se, ad esempio, il problema fossero veramente i bollori, i tanti maschietti, più o meno felicemente accoppiati e desiderosi di spargere il loro seme ovunque, potrebbero essere etichettati come porci e non ci sarebbe bisogno di etichettare le donne come puttane. L’unica libertà sarebbe del marcare, dunque, in modo che tu dai del porco a me, io do del porco a te. Quindi, meno verosimilemte porci con le ali, più appropriata invece la definizione di porci con la tosse, vista l’indispensabilità sociale dell’etichettatura, soprattutto per la femmina. Ma il problema non sono le cornificazioni reciproche con cui ci tedia la coppia. La rivoluzione culturale è un’epoca lontana, ormai un anacronismo. Un segno dei tempi che cambiano, riportando la civiltà all’età della pietra, sono le Smart che spandono nell’aria ‘Pensieri e parole’. Ma che ne sanno loro di un campo di grano?. Il mondo delle smart è lontano anni luce da quello delle persone che dialogavano ancora con la propria coscienza. Nella guerra di tutti contro tutti, l’obiettivo è portare a compimento l’involuzione delle libertà fondamentali di ciascuno. L’apparato sociale, che non si fa mai cogliere impreparato, si è attrezzato con un branco di bestie a difesa della sporcizia, da quella coniugale a quella sistemica, dalla particella al tutto. Con l’arma della normatizzazione della vita affettiva e sessuale e con una morale sudicia da copertura, dopo averli lobotomizzati, anestetizza gli individui da ogni passione. Il sacrificio sotto forma di godimento continuo apre la strada alla virtù. L’amore e il mondo dei sentimenti sfuggono alla normalizzazione, perciò diventano demoni da combattere. Il gambero sistemico guadagna potere dal senso di frustrazione collettiva, le donne gli danno molte soddisfazioni e sono venerate per questo. In fondo la pomposità dell’istituzione familiare si avvale anche dello spirito di abnegazione femminile. Negli ultimi tempi, sul suolo italico, circolano strani animali, maschi e femmine autoctoni; una moltitudine di anime disperate intente a scalciare al solo accenno di un discorso sull’amore e sulla possibilità di essere amate/i. L’esperienza amorosa porta con sé notevoli modifiche all’ordine esistente e potrebbe con facilità mettere a repentaglio la loro ‘carriera’ di schiavi/e. Essi, fedeli a un sistema che li svilisce, ne stanno alla larga.

Quando la realtà scarseggia di libertà si pensa ad essa come a una condizione fondamentale dell’esistenza. Quelli e quelle si trovano bene nelle gabbiette. Io, intanto, penso al modo migliore per realizzare una forma di autogoverno. Chissà come fanno le altre ad essere contente di contrattare la loro dignità con comode rassicurazioni, neanche fossero menomate. Sarà che per legittimare un’idea femminile occorre che l’uomo se ne appropri, sia dell’idea sia della donna. E, se la femmina non ha padrone, non le è concessa parola né il pensiero che, a quel punto, sono liberi dai vincoli della schiavitù domestica. Rischiando la condanna per eresia, constato l’irritazione altrui e ne parlo. Dò fastidio soprattutto quando mi metto sullo stesso piano del maschio o della femmina proprietà del maschio, cioè di quelli e quelle col marchio che li rende idonei a vivere in questa società. L’attestato deriva da un’occupazione ‘importante’, ma ciò che conta veramente è la loro arroganza da camorristi con cui si distinguono dagli altri. Infatti, sulla inconsistenza di questa specie di tribù non mi sbaglio. Ormai, li riconosco a naso. Certo, in Italia ci sono molti cervelli femminili da prendere ad esempio, però hanno dovuto scontrarsi con gli ostacoli appena menzionati. Ci sono anche uomini ribelli, non omologati al pensiero dominante, infatti stanno sulle palle, come le donne eretiche. Che poi, la distanza tra un eretico/a e il gregge è tanto più grande quanto più la realtà difetta di pluralismo, di democrazia. In qualità di eretica attivo il cervello e mi esprimo, non nascondo la realtà dietro un falso perbenismo. Il gregge, nella forma della tirannia della maggioranza, usa parole che la offuscano invece di svelarla. Un esempio socialmente approvato di uso ipocrita delle parole è la finzione che nasconde sempre un’insinuazione sgradevole. Pasolini diceva che i borghesi pronunciano ‘buongiorno’, ma intendono dire ‘vorrei morire’. Io, a volte, interpreto così il saluto altrui. Ovvero, sto al gioco, ma il mio saluto è un saluto e, quando capita, mi limito a rimandargli il significato delle loro parole. Invece, l’ipocrisia è il secondo sport nazionale dopo il calcio. Troppo convinti di essere buoni e bravi, i gregari razionalizzano l’odio e lo sparpagliano, chè se lo tenessero li ucciderebbe. Oppure, con enormi sforzi, lo celano dietro la routine. Ad esempio non è politically corret dire che il microcosmo è una fabbrica di marciume, preferiscono romanticizzare con varie definizioni: turbolenza delle classi disagiate, ceto medio colpito dalla crisi, problematiche di coppia. Ciò tradotto significa che le relazioni si basano sull’avidità, sull’indifferenza e mancanza di rispetto. Il modello burocratico organizza ogni ambito della vita, anche la sessualità e la predispone in forma di passione misurata, specialmente per la femmina. Pare sia caduto il confine tra il dicibile e l’indicibile, pare che la gente sia estremamamente disinvolta nello spiattellare in piazza i fatti personali, ma per non farsene carico. La sensazione che ho è che l’esibizione di prodezze da circo equestre nasconda i veri sentimenti delle persone. L’ipocrisia del linguaggio quotidiano li aiuta ad occultare se stessi. L’infelicità viene smascherata dalle turbolenze del fine settimana, quando donne e uomini, regolati come soldatini nel tempo feriale, si ingroppano in quello festivo: a casa, al ristorante mentre chiedono la pizza, fanno tutto in quello ‘stile’. Praticano calcetto, shopping, si spulciano come le scimmie e vanno allo stadio, per dimenticare i problemi. Per le donne diventa un’estenuante e ridicola gara a chi è più sfacciata o più troia, ma ciò ha un’accezione positiva solo se la donna è di proprietà del maschio. Chissà come si sentono le giovani e meno giovani che son trattate come bamboline da una cultura che le disprezza, ma le lusinga. E le lusinga perché le disprezza, dicendogli in tutti i modi che sono stupide. Sembra ci sia un solo modo per risolvere la questione: prendere a capocciate metaforiche i dogmi sessisti. La prassi non è elegante, ma non fa niente, va bene ugualmente.

Ecco, pare che la questione italica sia tutta qui. A tener banco non è la realizzazione di sogni e ambizioni, ma il dovere di vendersi a pezzi sul mercato di beni che gli altri paesi non stimano. Sulla ribalta essi pongono idee e nuovi stili di vita. La maggior parte di noi preferisce esibire facce su cui spalmare una contentezza ebete. Sui motivi del loro gaudio ci sarebbe tanto da dire. Mi sorprende sempre, perché non la capisco e mi fa indignare, la ragione della loro felicità, che consiste nella consapevolezza di aver umiliato o di aver fatto del male ad altri. E mi fa incazzare la stupidità mista a ignoranza. È vero, non si può essere sempre intelligenti, ma chi lo è si ravvede della propria stupidità. A me pare che la moda dilangante non contempli delicatezze o dubbi del genere e spesso ho la sensazione di essere circondata da macchine programmate per emettere nell’aria qualcosa di peggio dell’ossido di carbonio. Contro i delinquentelli e delinquentelle, pieni di se stessi e vuoti di tutto il resto, io opto per essere libera. Non mi serve il marchio che esime dal pensare sentendo. Il significato lo trovo da me.

Manuela.

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La rivoluzione nell’impresa…di vivere

L’Italia è un paese specializzato nella produzione dell’odio, ne fabbrica in quantità industriale, anche per esportarlo, come se non ce fosse già abbastanza altrove. Alcuni hanno sperimentato vari antidoti che rendono immuni al malanimo. Uno tra questi è la sostituizione di segni che significano qualcosa a quelli che non significano niente. Non è sempre agevole, chè i lamenti dei poveretti sortiscono l’effetto di far sprofondare qualsiasi sussulto vitale.

Le parole si impigliano tra i denti, le sfilo ad una ad una e con immensa gioia le scrivo. Dopo anni perigliosi, alla mercè di ogni forma di prevaricazione umanamente sopportabile, annuncio l’inizio di una stagione rigogliosa. È stato come per un bambino la scoperta di un nido di vipere, tirar su il sasso che nasconde la massa viscida dei rettili. Poi vederle attorcigliarsi furoreggianti se le tocco con un bastoncino. Come i dannati, il veleno che hanno in corpo è la ragione della loro esistenza, far del male li fa sentire vivi. Come un guizzo li pervade la consapevolezza incosciente di ferire. Alternandosi, appestarono e appestano l’aria di Iris. Tra loro ce ne sono di meno scaltri o forse sono solo più sprovveduti di altri, certo meno bravi dei loro padri a buttare l’immondizia sotto al tapppeto. L’immoralità di quelle unioni senza amore diventa morale, perché così fan tutti. Troppo ipocriti e ipocrite per vedere che la prostituzione vera, soprattutto nella forma del patto coniugale, è diventata un vezzo. Contento il maschio senza qualità ai cui piedi si inchinano migliaia di donne desiderose del certificato di esistenza. Nel fine settimana scorrazzano come branchi di bestie. É possibile vederli, ma ci riesce solo chi ha l’occhio allenato, capace di scorticare le false buone maniere per portare alla luce lo sporco. Causa la vicinanza forzata, con l’aggravante, per la parte femminile, del contatto sessuale col maschio, essi sibilano e pongono il sibilare sotto forma di un linguaggio sensato, ma non è così. Allorchè, specialmente dopo la repressione dello sbuffo e dello sbadiglio tra le lenzuola, le coppie di poveretti usano fare sfoggio in pubblico del loro ‘grande amore’, si inventano non soltanto gelosie e invidie da parte dell’altra, ma soprattutto si inventano l’altra, il nemico. Se ragionassero e di indizi ne hanno tanti, si accorgerebbero che non c’è nessun nemico, nessun’altra. Infatti, qualsiasi persona dotata di amor proprio sarebbe, non dico felice, ma di più, se uomini come quelli rimanessero con le cretine che hanno in loro dotazione. Tuttavia, a causa di un disperato bisogno del nemico, essi vedono minacce dappertutto. Senza dovrebbero rendersi conto che non si sopportano.

Io e Iris non ci siamo accontentate. Infatti, non è stato sufficiente prendere atto del condizionamento della cultura nostrana che, oltre a volere le donne stupide, nel caso del branco di galline cattive e rompicoglioni ci riesce veramente. Sappiamo, come tutti d’altronde, dell’esistenza di un gruppetto sociale molesto: dei disgraziati/e e delinquenti che monitorano la vita di Iris, come se fosse un loro diritto e non lo è. Si chiudono al suo sguardo perché essi si spaventano di quello che pensano. Le fanno le pulci e congetturano su qualcosa che non va in lei per sentirsi meglio di quanto non si sentirebbero se non avessero inventato il nemico. Davvero dei campioni dello strisciare!  Detto in un altro modo, sono molti i tasselli da incastonare nel quadro generale. Tra questi le ambizioni e i grandi desideri, sconfessati dall’ignavia piccolo borghese, giocano un ruolo importantissimo. Il discorso è interessante, perchè la coppia tipo, quale perfetta associazione a delinquere, è un effetto, non la causa. Lo spaccio illegale di stili di vita che elogiano l’infelicità vede nella famiglia tipo tradizionale, tradizionalmente timorosa anche di vivere, il produttore ufficiale della riproduzione della disillusione da tramandare alle nuove generazioni. Sicuramente la maldicenza e le cattiverie che hanno appestato l’aria di Iris lasciano intravedere i fallimenti dei e delle maldicenti. La rinuncia a se stessi getta sui figli/e l’onere della riscossa. All’ignavia di quelli che hanno abbandonato i sogni nel cassetto con viltà si aggiunge la cattiveria, che li porta a fare di tutto purchè nessuno riesca dove loro hanno fallito. La tirannia della gente falsamente perbene è sopportata in quanto tirannia. A ben vedere l’avidità piccolo borghese ha avuto un discreto successo prendendo a sprangate i sogni e le aspirazioni più alte, per conformale alle capacità e all’immaginario degli ‘illustri’ rappresentanti di questo ceto sociale. Certo, sono gli unici ad assicurare qualche soldo, atto a rifocillare il sistema economico, perché dal sistema politico ebbero numerosi vantaggi che oggi i figli non hanno. Si dirà che è premura, una sorta gabbia protettiva dal rischio fallimento. In realtà è egoismo, che sbarra la strada a nuovi modi di pensare e di vivere non incentrati sullo strisciare. E una gabbia è sempre una gabbia, tanto è vero che necessitano di nemici su cui sfogare la paura di essere spodestati dall’avanzare del nuovo. I teppistelli, maschi e femmine, bulleggiano, ma hanno bisogno di aiuto per garantire l’unione delle parti che, altrimenti, sarebbero inconciliabili. E, tanto più si detestano, quanto più hanno bisogno dell’attacapanni. Perciò, eleggono senza concorso la figura della strega moderna, che, idealmente, assicura stabilità a un sistema in cui tutti sono contro tutti. Questa specie di dispotismo del ceto medio, oltre a produrre odio, produce fattacci. Tanto per cominciare l’orrendo incubo di branchi di femmine tanto prepotenti quanto preoccupate di piacere ed avere successo, ma prive di ambizioni e della forza per realizzarle. Poi uomini viziati ed egoisti, con zero capacità e zero volontà di assumersi le loro responsabilità. E ha numerose conseguenze come i roghi approntati con alacrità sotto i piedi di chi vuole cambiare il mondo.

Crollo delle speranze + rassegnazione = meschinità del quotidiano. Nella formula il gruppetto di pavidi si trova benissimo. Io no.

Ma cos’è che induce gli inetti a stare insieme, che se potessero decidere autonomamente neanche si guardarebbero in faccia. Forse è il clima culturale, dove occorre essere in due e, per contare qualcosa, in tre. Pur di trovare riparo sotto l’ombrello della coppia parecchie donne sono disposte a farsi maltrattare da uomini che non valgono nulla e sono le prime a difendere la supremazia del maschio violento. L’unione da sfoggio domenicale, nella mentalità corrente, offre il lascia passare a ogni nefandezza, come se fosse un premio per la sopportazione dello scontento di coppia. Eppoi, cos’è che fa fuggire il cervello dal corpo dei e delle giovani in cambio di un lavoro dequalificante? La risposta possibile è questa: così piacciono, non osano essere migliori del gruppetto che li tiranneggia. Sapevo e so che la dignità deriva da qualità personali, dalla fiducia che abbiamo in noi stessi/e, non da una vita mediocre però riscattata strappando a morsi la felicità degli altri. Ecco, è con grande gioia che preannununcio la fine dell’epoca dei parassiti. Ha inizio una specie di rivoluzione dell’impresa esistenziale. No ai fumi che oscurano il cielo, si al coraggio di vivere le belle idee che ci fanno annuire con la testa.

Manuela.

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