Il vestito buono

E se la scrittura stesse già dentro, da sempre nelle nostre viscere, in attesa di affiorare?

La scrittura è sorprendente. Io mi ci sono avvicinata quasi per caso, perché volevo inventarmi una professione. È stato l’inizio di un’avventura simile ad un viaggio, in cui bisogna navigare sulle onde della fantasia e imparare la legge del mare che è quella della propria coscienza. Nel tempo l’attitudine alla scrittura è diventato un modo di essere radicato nel profondo, che sfugge a ogni definizione, è un’identità che implica un’essenza relativa. Annoti delle frasi e aspetti che facciano la posa. Ti torneranno alla mente come se stessi dicendo a te stessa che quello che hai scritto puoi dirlo meglio. Scrittura e vita si rincorrono. Un pensiero in forma di racconto è un’espressione d’amore, un modo per onorare la vita, forse anche una forma di gratitudine. La realtà non si traduce facilmente in un linguaggio codificato e il marasma dell’esistente esige una scelta. Quindi occorre decidere sul come impastarla per farne qualcosa di bello. Non mi sono messa a tavolino a stilare la lista del raccontabile, piuttosto ho notato che è il raccontabile a farsi avanti. In altre parole spesso mi lascio avvicinare da ciò che il mondo mi porge in versi. Da lì nasce un discorso per iscritto. Può essere un’immagine, uno scorcio di orizzonte illuminato dal sole, gli atteggiamenti delle persone che incontro, un fatto curioso che mi suscita un’emozione. Questo ho capito della scrittura, che per scrivere ci vuole molto tempo, occorre ricevere e poi elaborare i messaggi esterni mischiandoli alle proprie sensazioni e filtrarli nel linguaggio. Per scrivere bisogna mettersi come i mendicanti ai bordi della strada e della vita, dei bordi reversibili, per cadere all’indietro nella dimensione nascosta della realtà. E seduti su un seggiolino infilare il quotidiano, al netto della monotonia, nella collana della vita, come perle che accarezzano la mente e diventano racconti.

Conosco da tempo una ragazzina che ha la testa piena di semi pronti a germogliare, chissà che piante diverranno. É abbastanza taciturna ciò rende imperscrutabile lo sviluppo delle sementi. Molto tempo fa aveva l’abitudine di passare davanti a un negozio di scarpe, per fermarsi a rimirare un paio di ballerine di coppale. La bambina desiderava ardentemente quelle scarpe, che le infiammavano gli occhi, come se avesse voluto possederle con lo sguardo. Durante i pomeriggi cittadini, dopo la scuola, usciva spesso in compagnia dei genitori e dei nonni, per fare una passeggiata nel quartiere. Puntualmente trascinava i suoi cari davanti al negozio. Lì si compiva il rito che consisteva nella favola delle scarpe di coppale, cui seguiva l’elenco delle ragioni secondo cui l’acquisto delle suddette calzature era sconsigliabile, oltre che sconveniente per il prezzo. I motivi addotti dai genitori sottolineavano la delicatezza del materiale. La vernice si sporca facilmente, dicevano loro. Ma, a questo problema, la bambina trovò subito una soluzione declamando le mirabili capacità del nonno che, in quanto mago factotum, le avrebbe pulite con una sostanza speciale. Comunque, non ebbe mai quelle scarpe, ma ci andò a ballare, ci uscì con il fidanzato, fece tutto ciò senza averle mai indossate. Un giorno si recò al negozio, ma il paio di scarpe magiche non c’era più. Il fatto le causò un sentimento di delusione. II  nonni le spiegarono che il negoziante aveva semplicemente cambiato la vetrina e nella nuova non c’erano le sue scarpe preferite. Non si parlò mai né lei fece mai cenno al fatto che qualcun’altra le avesse possedute. Tuttavia, l’epopea legata alle scarpe di coppale continuò ben oltre la loro scomparsa. La ragazzina ascoltava i nonni che facevano giochi di prestigio mischiando parole, fantasia e realtà. Le piaceva sentire l’affetto nel modo in cui la divertivano inventando storie. Gioiva più ad ascoltare le avventure con le scarpe di coppale che ad averle davvero ai piedi. Poteva far schioccare le punte, sentirne il rumore mentre camminava con passo sicuro. Tanto è vero che non gli dette più importanza. Le scarpe erano per chi se le comprava, le favole per lei, parlavano al suo cuore di bambina e la facevano sentire amata.

Sempre molto tempo fa la vita era scandita da azioni quotidiane dense di significato, al punto che anche l’acquisto di un cappotto diventava una cosa seria. Se il pupo o la pupa necessitava di un nuovo capo di abbigliamento, e solo in quel caso, ci si cominciava a pensare su. Bisognava ponderare bene la situazione, perchè un investimento simile era una questione di bravura e preveggenza genitoriale. Poi, si valutava il tessuto, il prezzo, la riuscita dell’indumento, come se dovesse durare nei secoli a venire. La famiglia tutta, compresi nonni e zii, usciva con aria seriosa e con simulata spigliatezza si avvicinava alle vetrine. I pargoli, beneficiari del gesto solenne e consapevoli di ciò, trotterellavano sui marciapiedi e si fermavano davanti alle vetrine indicando abiti improponibili. Dopo un lungo peregrinare, come stormi si assiepavano davanti al capo prescelto in base alla qualità, al prezzo e al gusto di chi lo avrebbe dovuto indossare. Mi sembra di vederli ancora che entrano nel negozio, e formano una carovana a testimonianza dell’indimenticabilità dell’attimo che fugge. Allora, il pupo o la pupa provavano il cappotto nuovo e tutti intorno a dire come gli stava… Se ha le maniche un po’ lunghe va bene lo stesso, diceva la madre lungimirante, e tu ti guardavi nello specchio, ma ancor di più addosso, fin dentro al petto sapendo che nessun vestito avrebbe mai cambiato quello che c’era lì. Evidemente, ciò accadeva a più di qualcuno, neanche tanto tempo fa. Non che fossimo poveri, è che eravamo bambini e ci interessava leggere la trama che scorreva dietro ai gesti e alle cose. Aspettavamo il verdetto finale, che il cappotto ce lo avrebbero comprato. Tutti erano contenti, come se si fossero tolti un peso, avevano scelto bene, il miglior cappotto. ‘Però, adesso, tienilo da conto’, ti dicevano. Lo mettevano nell’armadio che andavi ad aprire spesso per vedere il tuo paltò, quello buono delle grandi occasioni.  

Manuela.

 

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Ma che bello il mondo nel multiverso!

L’uguaglianza è un principio, un concetto giuridico e una parola. Nel vocabolario della lingua italiana uguaglianza indica un confronto tra soggetti o enti con caratteristiche o proprietà identiche. L’uguaglianza sociale o davanti alla legge significa stabilire un rapporto di parità ed essere pari vuol dire raggiungere un valore, un pregio o una virtù. L’uguaglianza dal punto di vista giuridico e secondo gli ordinamenti esistenti nel nostro paese, è un principio fondamentale, qualificante il tipo e la forma dell’unità politica e giuridica sancita nell’art. 3 della Costituzione italiana. Essa si distingue in uguaglianza formale, cioè l’uguaglianza di posizione davanti alla legge e il divieto di discriminazione e in uguaglianza sostanziale, che consiste nel diritto di esercitare ciascuno i propri diritti. I principi si incarnano nelle persone, per questo voglio parlare di uguaglianza. L’argomento è interessante, poichè il concetto di parità nasce da un confronto e si stabilisce sulla base di uno o più criteri validi per tutti. A conferma di ciò che può essere percepito a vari livelli, l’appartenenza a un’etnia, a un genere, il credo politico e religioso, le opinioni e la condizione socio-economica sono fattori che nell’insieme non costituiscono una discriminante. Anzi, noi siamo uguali poichè apparteniamo alla specie umana e a prescindere da questi dati. Non c’è bisogno di un evoluzionista per intendere che siamo uguali eppure diversi, perché la diversità è una caratteristica comune a tutte le forme di vita. D’altronde è anche vero che essere pari significa raggiungere un valore un pregio o una virtù ritenuti tali in un dato contesto sociale e politico. Quindi, in una neanche tanto ipotetica società, se i valori più gettonati sono il calco delle norme fondamentali di un’associazione a delinquere, perciò dei disvalori, l’onestà, la sincerità la generosità verso se stessi e gli altri vengono considerati disvalori insopportabili, che rendono diversi tutti quelli che se ne dichiarano portatori. Raggiunto e superato da un pezzo l’apice della demenza collettiva, i singoli, sfiancati dall’ipocrisia bestiale dilagante, nascondono i sani principi anche a se stessi, odiandoli e odiandosi perché la maggioranza li disprezza. La realtà, come è noto, non ci mette niente a superare la fantasia, infatti. Le masse si esaltano declamando i principi di democrazia, libertà e parità che si ficcano a fatica nella testa, ma non nel cuore, perché non tutti i cuori sono uguali. Gli idealisti, come i sognatori, sono tollerati e, a volte, anche simpatici alle masse, finchè se ne stanno sulle nuvole, molto meno se tentano di trasformare un ideale in realtà. Dipende da che parte si sta quando si sbandiera l’uguaglianza. Alcuni si battono, intendendo uniformare gli altri e sottometterli a quella che è la loro visione del mondo. Dato che contano più le idee di tutto il resto, nelle rivoluzioni sanguinarie, fatte per ottenere un’equa distribuzione del benessere, i perdenti, cioè le masse disorganiche, perdono sempre. Non a caso si è parlato tanto di coscienza di classe, di questi tempi un concetto demodé e anche un po’ angusto. Anche se non esitono più le classi sociali di una volta, nessun cartello è stato apposto con su scritto ‘vietato ascoltare la propria coscienza’. Al pensiero di dovermi identificare solo ed esclusivamente in un partito o in un altro gruppo sociale io mi sentirei in gabbia. D’altronde, per trovarci peschiamo nella miriade dell’esistente, a volte tiriamo su qualcosa che ci somiglia, ma possiamo costruire la nostra personalità anche con ciò che non ci somiglia. Per esempio, traggo un respiro di sollievo quando comunico con i portatori sani di principi, anche se attraverso messaggi cifrati. Così ci intendiamo, nella tirannia della maggioranza, eludendo la sorveglianza di gruppetti squallidi che infestano l’aria e se ne vantano.

L’uguaglianza e la parità sono parole che hanno definizioni ben precise, ma sentirsi uguali è un’altra cosa, è come volersi bene. Mi posso sentire uguale a un altro essere umano, a un fiore a una pianta, a un cane, perché viviamo nel mondo, in un tempo e in uno spazio determinati. Ma non è soltanto per questo. Sento qualcosa di me in un essere totalmente diverso da me, perché? La spiegazione è sofferta, ma dà anche molta gioia. Doso e mescolo i sentimenti che si equivalgono in quella sfuggente essenza di noi. Sono io: un nome, un sesso, una cittadinanza. Ma sono anche un uomo o una donna con la pella scura, un albero, un fiore mosso dal vento, un fiume, come se quelle caratterisitiche vivessero in me da sempre. Trovo l’io che sei tu innamorandomi, così come mi innamorai del mio cane, di un’isola, delle parole scritte come semi nella terra. Siamo uguali, se vogliamo. I bambini, che rispettano e fanno rispettare a tutti le regole del gioco, non sanno di essere democratici. Lo sapranno dopo, quando cresceranno. Gli diranno che vivono nel migliore dei mondi possibili, mentre hanno perso il senso della giustizia con cui valutare se le cose stanno davvero così. Agli adulti, invece, lo specchio mattutino non dice nulla già da un pezzo. A loro va bene qualsiasi fac simile di vita, anche l’immagine più scalcagnata che gli rinviano alcune delle istituzioni preposte. Ci mettono sopra un ipod, un’auto nuova, una borsetta alla moda e altre chincaglierie simili e, con nonchalance, portano in giro un grugno che struscia in terra. Ai scoglionati gli manca la polpa dei discorsi, i significati al posto di parole di cortesia, quelli che ti fanno sentire grato di appartenere alla specie umana, senza dei quali non rimarrebbe che il ringhio. Oh, sia chiaro, il ringhio darwiniano è una meraviglia, guai a perdere quell’istintualità antica che ti fa sentire creatura tra le altre. Mi piacerebbe sapere cos’è, a detta della gente, l’indispensabile per vivere. Non vorrei relegare la libertà, la democrazia e l’uguaglianza nel regno del superfluo in quanto valori in attesa di essere vissuti. Degli orecchini preziosi e bellissimi, che dovrebbero essere equiparati al grado di soddisfazione dei bisogni primari. I primitivi usavano ornarnarsi con monili e oggetti preziosi, disegnando il loro corpo con simboli sacri di appartenenza alla tribù. I nostri antenati vivevano confusi con il mondo, prima di sviluppare la coscienza di sé e del mondo. Chissà cos’è che ci fa ansimare nel nuovo millennio. Forse, l’esperienza di ciò che eravamo si espande nelle forme della coscienza e dello spirito e tenta di ricongiungersi con l’infinito. Facciamo paragoni, confrontandoci impariamo che siamo identici e differenti. La notte stellata ci fa gioire nel momento in cui offriamo la notte stellata ai nostri occhi e sentiamo di meritarla. Immagino la mia antenata che aveva bisogno di un riparo, del cibo e di vestiti. Ora, io estendo quel bisogno, desiderando il cibo che nutre il corpo come il cibo che nutre lo spirito. A dirla tutta l’umanità lascia un po’ a desiderare, e meno male, vuol dire che c’è ancora speranza di sperare e di desiderare. La civiltà può essere vista come un insieme di modi raffinati per essere brutali. Il primitivo che è in noi, però, ha una chance in questo mondo globale e sempre connesso che ci rimpasta col tutto. La novità è che ora siamo più esigenti. La civiltà diventa un’utopia possibile e l’uguaglianza un’ideale che si concretizza nel sentimento. 

Manuela.    

 

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Ali di farfalla, narici di drago e ampi respiri di libertà

Come è sottile il marchingengo della catena che stringe e strozza i cervelli. Quando un po’ tutto è la brutta copia del vero e della realtà, anche le manifestazioni di piazza diventano rappresentazioni di protesta più che proteste vere e proprie. Sulla cessione della propria, in cambio di vite facili da vivere perché di altri, ricade inevitabilmente il castigo della falsificazione. Il brulichio demenziale della folla confonde i fatti con la rappresentazione degli stessi. Razionale è qualsiasi azione adatta a soddisfare le pulsioni, in un pianosequenza senza fine, dove l’illimitatezza dei bisogni si spaccia per realtà. Tizio, caio o sempronia avvertono un bisogno, allungano la mano per soddisfarlo, la ritraggono e tutto torna alla situazione di partenza. Pare agiscano in trance, senza rendersi conto di ciò che fanno. Vanno al lavoro svogliatamente, per allungare la mano sullo scaffale del supermarket, escono e si relazionano per allungare la mano sull’altro e averlo. Consumano beni materiali, relazioni, sesso e altro, per distrazione. I loro desideri impulsivi non sono desiderati, come non è veramente desiderato ciò che hanno. Essi, disperdendosi nei paradisi artificiali, utilizzano comportamenti umani svuotati di senso. La punizione che meritano è il vuoto dell’anima, ma invano la riempiono di ciò che ingigantisce la falla. Se fossi Dante li spedirei all’inferno.

Pare non ci sia via di scampo, neanche a immaginarsi sotto l’ala protettiva di una bella escursione. Questa è la giungla. Tra le bestie feroci posso avvistare il predatore che impone il dominio mordendo la preda e lasciandola in terra sanguinante. Più in là, orde incoscienti potrebbero uccidere, procurarsi cibo o difendere il clan con la stessa inespressiva crudeltà. Su ciò, noi disinteressati a mordere, dovremmo costruire nuovi modi di convivenza. Considerato il contesto giunglesco e la legge imperante, sembrerebbe opportuno agire non parlare. Ma come si può combattere le disuguaglianze a colpi di bastone, con la stessa mentalità che le produce?. Sarebbe come pretendere di ottenere la parità tra i sessi sottomettendo gli uomini. Perché ripassare la pezzetta sullo stesso punto? Il potere, stanco delle fanfaronate gridate da decenni nelle piazze, ci ha già pensato. La catena riga non solo il collo delle donne, ma per vivere senza bisogna capire di più. L’aria è impregnata come sempre di un’indomabile vitalità. Naturalmente inspiriamo coraggio ed espiriamo energia, come fiamme dalle narici di drago. E poi, che resta? È colpa del mercato e delle leggi che impone, dicono alcuni. No, è colpa della politica alle dipendenze dalla finanza globale dicono altri. Sarà, comunque a me desiderare e basta non mi rallegra, ho bisogno anche di essere consapevole di poter colmare la distanza tra me e ciò che desidero. Così volgo il viso verso l’alto e inspiro coraggio, poi espiraro fuoco. Tutt’altra questione dal kit di istruzioni che ci danno alla nascita o giù di lì. Il primo comandamento è onorare il benessere materiale dell’uomo occidentale, bianco e ricchissimo. Gli altri sono feccia. Poi, il benessere dell’uomo occidentale bianco del ceto medio. Poi ancora della sua donna bianca e serva del maschio occidentale. Scendendo la scala sociale troveremo le minoranze etniche, dove benessere è un parolone, prima infatti viene la parola libertà, poi uguaglianza e diritti umani. Mica sono stupidi. Ora che anche i paesi dell’occidente sono in crisi, c’è da fare la conta dei seriamente motivati a cambiare il sistema. La vera uguaglianza, infatti, non è comoda, almeno non lo è per chi ha dei ‘privilegi’ da perdere. Ad esempio, immaginiamo uomini e donne occidentali che a parole si dicono convinti della parità tra i sessi. Poi immaginiamo che le donne, con un grave atto di insubordinazione, chiedano agli uomini di rifarsi il letto tutte le mattine e di sistemare la loro stanza. Precisazione, non è previsto l’aiutino della colf. Molto probabilmente, le donne gireranno sulla graticola della disapprovazione e gli uomini si metteranno a piangere per l’incapacità di gestire la situazione. Dopodichè domandiamo che ne pensano della parità. Specifichiamo anche che l’uguaglianza significa coesistenza della molteplicità delle identità e indifferenziazione dei ruoli. È meglio respirare l’aria inebriante della libertà senza prescrizioni di sorta o assicurarsi l’infelicità per l’avvenire? Chissà come risponderebbero. Io non ho dubbi, preferisco l’onere della libertà e della responsabilità  

Cocca, chi ti vuole ingabbiare mica fa tintinnare il guinzaglio. L’obbedienza nei tempi moderni è pianificata, non è roba da dilettanti. Però, è facile accorgersi dell’inghippo, quelli/e che non ci riescono sono predisposti a diventare sudditi. Basterebbe prendere atto della realtà, come molti non fanno. Si dirà, ma questa è saccenza. No, è che preferisco non attivare l’opzione delle tre scimmiette. Saettando dal cielo della teoria al concreto di questa terra affondo lo sguardo sulle modalità di relazione tra i sessi, dove il maschio, per sopperire alle proprie insicurezze si avvale dell’arma ideologica della rispettabilità con cui controlla e sottomette la donna. La rispettabilità è un valore tipicamente borghese e quindi scaduto, ma usato da ceti sociali senza scrupoli e in cerca di identità. I nuovi ragazzotti conoscono bene il meccanismo e usano la minaccia della cattiva nomea contro le coetanee, per ottenere da loro ciò che vogliono. L’onere di dimostrare all’infinito di essere perbene ora ricade solo sulla donna. Cos’è che ha scatenato la pruderie? Le orde non fanno che parlare ossessivamente di sesso, ma mimano l’amore, per sentirsi meglio. Combriccole volgari e sparpagliate ovunque, sessuofobe dentro e gradasse fuori, esibiscono prodezze da letto perché non possono far affidamento su altre qualità. Cacci uno stuolo di acide e frustrati dalla porta e rientra dalla finestra. Sui loro derivati fanno ripiombare l’inevitabilità del cappio. Un motivo c’è. Se son donne devono sposarsi, per valere e assomigliare alle madri, allo scopo di non valere veramente niente, ma servire sì. Dal ripostiglio non le stani mai e guai se sei single in età avanzata, interpretano il tuo status come una minaccia o meglio come un’insopportabile realtà. Loro oppresse, le altre no, per scelta. Branchi misti, femmine e maschi, insitonoa interpretarci attraverso le lenti deformate della loro disperazione. Vorrebbero contare veramente qualcosa. Quelle donne implacabili non hanno il senso del ridicolo, mentre continuano a inventarsi qualcuno che parli con loro. Poverine, interpretano i segni che nessuno gli indirizza. Pretendono di essere invidiate, in realtà non potrebbero ottenere neanche la compassione. Il branco osserva il comportamento della straniera, ma con fare morboso, poi sputa sentenze. In fondo essi si intrufolano nella vita altrui per essere osservati a loro volta. Arrivano a intepretare l’atto di andare in bagno come un messaggio a loro dedicato. Il fatto è che nella giungla o sei del branco o contro di esso. Le azioni quotidiane dei non assimilati assumono per le greggi un significato autoreferenziale. Ma di osservarli ci si stanca presto, chè poco interessanti quei processi mentali chiusi in loop noiosi. È chiaro che le masse vogliono essere viste, ma speriamo che si guardino allo specchio, se no continueranno a morderci i polpacci.

Meno male che sulla pessima tradizione dei matrimoni combinati ci hanno messo una pietra sopra. Tanto tempo fa si stringevano sodalizi tra famiglie, il movente era l’eredità o gli interessi economici. In alcuni paesi meno fortunati del nostro vigono ancora queste tradizioni. Il moderno mondo occidentale, che lotta contro il vento libertario dell’autoprogettualità e contro le tendenze ugualitarie, le ha sostituite con un programmino di vita valido per tutti. L’elenco dei ‘devi’ è il seguente: prima ti devi formare per avere una targa in ottone sulla porta, poi un lavoro, sempre lo stesso per tutta la vita, ignorando l’impossibilità di tradurre ilpotenzialeineffettivo. Eppure, come a dar spazio agli zombie, ci mancava tra gli altri quello del posto fisso. Il che significa garantiti alcuni e altri no. Il brodo culturale nostrano stringe il cappio con l’obbligo del matrimonio, anche perché il matrimonio è un valore, è denaro soprattutto da spendere. La laurea della femmina è in funzione di quella del maschio, in quanto accresce il suo prestigio. Quindi ha una funzione ornamentale per la vita della fanciulla, ma vale molto di più come requisito di maritabilità. Il programmino include l’accettazione per esasperazione di un lavoro qualsiasi, purchè siano soldi con cui andare a cena nel fine settimana, in vacanza d’estate e con cui mantenere la prole, a mezzi con le famiglie di origine. Intere generazioni di ventenni, trentenni ed ex giovani, che credevano di poter imparare a vivere vivendo, stanno in fila, pronte per i forni crematori, nello sterminio organizzato del tempo, della gioventù che ci è stata regalata. ‘Conosci te stesso’ dice l’antico motto. Ma come faccio a conoscere me stessa se non ho il tempo per farlo. Mi tocca scompaginare l’ordine degli eventi, anzi crearne di nuovi e personalissimi. La vita a fasi si trasforma, come in Pleasanteville, in una storia in continuo aggiornamento, di cui ognuno è artefice solo vivendo nel mondo. Al posto di arraffare identità in svendita nelle ceste dei mercatini, preferisco mettermi alla prova, rinunciando con piacere a misurare la fedeltà a me stessa e a monitorarmi per soppesare se quello che pensavo ieri è uguale a quello che penso oggi. La paura di perdere gli stati d’animo che mi orientano non l’ho mai avuta. Mi interessa invece navigare nei mari adatti a riaccenderli. Viviamo la nostra infanzia come brave bambine, senza mettere il naso fuori dal recinto entro il quale seguitiamo a vivere l’adolescenza e la giovinezza, da brave ragazze e poi da donne lo stesso brave e servizievoli. Ci fosse la possibilità di svicolare, col pollice potremmo pigiare l’aria circostante e plasmare la materia a modo nostro. Basta pensarlo, ed ecco che svicoliamo. Prima, però, tiriamo a lustro l’area nobile del cuore. La ragazzina, che ad un tratto cambia gioco e butta giù il castello di carte, inizia a sperimentare se stessa mentre agisce. Nel susseguirsi di un tempo in cui necessità fa virtù, con lei accendiamo tutti i nostri sensi. Captiamo lucidamente fenomeni mai osservati e diamo loro un senso. Siamo vive e libere di impiegare come vogliamo le nostre risorse cognitive ed emotive. Quasi sicuramente quelli che prima ci adulavano, specialmente se soffrivamo per loro, ci criticheranno e ci giudicheranno perché il percorso scelto da noi ci ha posto di fronte alla nostra immagine intera. Non siamo l’appendice di qualcun altro, non siamo serve e per alcuni non serviamo. Infatti, siamo felici di non servire. Le identità femminili bell’e pronte, intrugli di pudore, bontà e sentimentalismo, si appiccicano addosso come i percorsi imposti. Li stacco e poi detergo il rimasuglio di colla. Come quando apro un vecchio libro di ricette e trovo una farfalla, il sentimento di vergogna è per la farfalla, messa lì in bella mostra come un ornamento. Non diversamente ci sentiamo in difetto con noi stesse per un modo di agire che cattura le idee e poi vi imprime i saperi ufficiali, usi e costumi consolidati, schiacciando le ali alle farfalle e alle idee. Il monito ‘conosci te stesso’ ha un fondamento etico, distante tanto dall’individalismo esasperato quanto dall’omologazione, che spesso si danno la mano. Dato che l’essere umano è sostanzialmente egoista, come ci hanno detto, ha bisogno di un potere che ponga un limite agli interessi particolari. Ho spesso dubitato di questa versione, perché tra le belve con i denti aguzzi, ma vestite bene, io non potrei mai trovare un interlocutore. Ho pensato che la spinta all’identificazione con questo essere umano egoista, a livello individuale e collettivo giustificasse l’agire per mero calcolo. L’esortazione a comprendere la realtà sulla base del principio del calcolo mi è apparsa riduttiva. Mi è anche balenata l’idea, una delle poche certezze dell’esistenza, che gli esseri umani siano proprio stupidi, si comportano male invece di fare ciò che li fa star bene. Non ho confutato del tutto l’ipotesi. Però, approfondendo l’argomento, ho scoperto un’altra cosa. Infatti, mi è arrivata voce che l’essere umano è portato verso l’altro e a condividere gratuitamente le risorse acquisite. Agendo in base ai miei principi e coerentemente con essi, tra i miei pensieri fanno capolino dei dubbi sbarazzini. Il disordine momentaneo mi mette alla prova per ritrovare il bandolo. Ma allora è vero che conta il viaggio e non la meta. Ho capito anche che la vita dei fanatici dell’idea dell’essere umano cattivo cattivo è più facile della mia. Meno fortunati i sostenitori di quello buono buono. Così, gli uni trovano in tutte le situazioni un motivo per assolversi, gli altri per incoraggiarsi. Ah, come sono fortunati i primi, non devono far altro che chinare la testa. Banalizzandola, arzigogolano la realtà, per darsi pena di vivere una vita che non è la loro. Non pensano neanche sia possibile spendere del tempo per conoscersi, ancor meno per amarsi abbastanza da non scannarsi. Eppure, invocando l’ordine e la morale, sgomitano dalle retrovie per guadagnare i primi posti. Ecco, perché stentano a vedersi. Chissà a quale morale si appellano se la loro è muta. L’ordine gerarchico che si danno sui piedi e che declamano è quello della fila. Esso stabilisce chi sono i primi e gli ultimi e loro sono gli ultimi, è curioso che lo difendano.   

Manuela.          

 

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Io, donna e per giunta senza marchio

Voglio essere libera. Sento l’odore della libertà e fiuto ciò che la minaccia da sempre. Non ho dubbi quando si tratta di schierarmi contro i comportamenti prescritti riguardo al mio sesso. Per esempio, non ho mai accettato l’obbligo di stare zitta, nè quello di mentire. Se qualcosa è rosso non può essere di un altro colore, neanche e soprattutto per quieto vivere. Non si vive bene quietando le perturbazioni inevitabili. Girare la testa altrove è un misero compromesso, preludio ad altri e più gravi malumori. Non accetto l’idea precostituita secondo cui, in quanto femmina, dovrei essere naturalmente predisposta al romanticismo di maniera, al facile sentimentalismo. Ci sono donne che giurerebbero spudoratamente di sapere tutto sui sentimenti, anzi si piccano di interpretarci e di indottrinarci su come praticare l’ipocrisia con ricatto. L’ipocrisia con ricatto è un po’ come la cena con delitto, corredata da cupe figure che cadono quasi sempre in piedi, a meno che sulla scena non appaia un bravo o brava detective. All’ipocrisia ‘normale’, infatti, nella variante dell’ipocrisia con ricatto, si aggiunge il silenzio omertoso e le tacite minacce, che svolgono la funzione di inibire chiunque voglia portare alla luce la falsità del gioco sociale. Secondo la visione ipocrita un’ingiustizia è oggettivamente giusta in base alla capacità di mentire degli occhi che fanno finta di non vedere dove c’è colpa e giudicano dove non ce n’è. Se, ad esempio, il problema fossero veramente i bollori, i tanti maschietti, più o meno felicemente accoppiati e desiderosi di spargere il loro seme ovunque, potrebbero essere etichettati come porci e non ci sarebbe bisogno di etichettare le donne come puttane. L’unica libertà sarebbe del marcare, dunque, in modo che tu dai del porco a me, io do del porco a te. Quindi, meno verosimilemte porci con le ali, più appropriata invece la definizione di porci con la tosse, vista l’indispensabilità sociale dell’etichettatura, soprattutto per la femmina. Ma il problema non sono le cornificazioni reciproche con cui ci tedia la coppia. La rivoluzione culturale è un’epoca lontana, ormai un anacronismo. Un segno dei tempi che cambiano, riportando la civiltà all’età della pietra, sono le Smart che spandono nell’aria ‘Pensieri e parole’. Ma che ne sanno loro di un campo di grano?. Il mondo delle smart è lontano anni luce da quello delle persone che dialogavano ancora con la propria coscienza. Nella guerra di tutti contro tutti, l’obiettivo è portare a compimento l’involuzione delle libertà fondamentali di ciascuno. L’apparato sociale, che non si fa mai cogliere impreparato, si è attrezzato con un branco di bestie a difesa della sporcizia, da quella coniugale a quella sistemica, dalla particella al tutto. Con l’arma della normatizzazione della vita affettiva e sessuale e con una morale sudicia da copertura, dopo averli lobotomizzati, anestetizza gli individui da ogni passione. Il sacrificio sotto forma di godimento continuo apre la strada alla virtù. L’amore e il mondo dei sentimenti sfuggono alla normalizzazione, perciò diventano demoni da combattere. Il gambero sistemico guadagna potere dal senso di frustrazione collettiva, le donne gli danno molte soddisfazioni e sono venerate per questo. In fondo la pomposità dell’istituzione familiare si avvale anche dello spirito di abnegazione femminile. Negli ultimi tempi, sul suolo italico, circolano strani animali, maschi e femmine autoctoni; una moltitudine di anime disperate intente a scalciare al solo accenno di un discorso sull’amore e sulla possibilità di essere amate/i. L’esperienza amorosa porta con sé notevoli modifiche all’ordine esistente e potrebbe con facilità mettere a repentaglio la loro ‘carriera’ di schiavi/e. Essi, fedeli a un sistema che li svilisce, ne stanno alla larga.

Quando la realtà scarseggia di libertà si pensa ad essa come a una condizione fondamentale dell’esistenza. Quelli e quelle si trovano bene nelle gabbiette. Io, intanto, penso al modo migliore per realizzare una forma di autogoverno. Chissà come fanno le altre ad essere contente di contrattare la loro dignità con comode rassicurazioni, neanche fossero menomate. Sarà che per legittimare un’idea femminile occorre che l’uomo se ne appropri, sia dell’idea sia della donna. E, se la femmina non ha padrone, non le è concessa parola né il pensiero che, a quel punto, sono liberi dai vincoli della schiavitù domestica. Rischiando la condanna per eresia, constato l’irritazione altrui e ne parlo. Dò fastidio soprattutto quando mi metto sullo stesso piano del maschio o della femmina proprietà del maschio, cioè di quelli e quelle col marchio che li rende idonei a vivere in questa società. L’attestato deriva da un’occupazione ‘importante’, ma ciò che conta veramente è la loro arroganza da camorristi con cui si distinguono dagli altri. Infatti, sulla inconsistenza di questa specie di tribù non mi sbaglio. Ormai, li riconosco a naso. Certo, in Italia ci sono molti cervelli femminili da prendere ad esempio, però hanno dovuto scontrarsi con gli ostacoli appena menzionati. Ci sono anche uomini ribelli, non omologati al pensiero dominante, infatti stanno sulle palle, come le donne eretiche. Che poi, la distanza tra un eretico/a e il gregge è tanto più grande quanto più la realtà difetta di pluralismo, di democrazia. In qualità di eretica attivo il cervello e mi esprimo, non nascondo la realtà dietro un falso perbenismo. Il gregge, nella forma della tirannia della maggioranza, usa parole che la offuscano invece di svelarla. Un esempio socialmente approvato di uso ipocrita delle parole è la finzione che nasconde sempre un’insinuazione sgradevole. Pasolini diceva che i borghesi pronunciano ‘buongiorno’, ma intendono dire ‘vorrei morire’. Io, a volte, interpreto così il saluto altrui. Ovvero, sto al gioco, ma il mio saluto è un saluto e, quando capita, mi limito a rimandargli il significato delle loro parole. Invece, l’ipocrisia è il secondo sport nazionale dopo il calcio. Troppo convinti di essere buoni e bravi, i gregari razionalizzano l’odio e lo sparpagliano, chè se lo tenessero li ucciderebbe. Oppure, con enormi sforzi, lo celano dietro la routine. Ad esempio non è politically corret dire che il microcosmo è una fabbrica di marciume, preferiscono romanticizzare con varie definizioni: turbolenza delle classi disagiate, ceto medio colpito dalla crisi, problematiche di coppia. Ciò tradotto significa che le relazioni si basano sull’avidità, sull’indifferenza e mancanza di rispetto. Il modello burocratico organizza ogni ambito della vita, anche la sessualità e la predispone in forma di passione misurata, specialmente per la femmina. Pare sia caduto il confine tra il dicibile e l’indicibile, pare che la gente sia estremamamente disinvolta nello spiattellare in piazza i fatti personali, ma per non farsene carico. La sensazione che ho è che l’esibizione di prodezze da circo equestre nasconda i veri sentimenti delle persone. L’ipocrisia del linguaggio quotidiano li aiuta ad occultare se stessi. L’infelicità viene smascherata dalle turbolenze del fine settimana, quando donne e uomini, regolati come soldatini nel tempo feriale, si ingroppano in quello festivo: a casa, al ristorante mentre chiedono la pizza, fanno tutto in quello ‘stile’. Praticano calcetto, shopping, si spulciano come le scimmie e vanno allo stadio, per dimenticare i problemi. Per le donne diventa un’estenuante e ridicola gara a chi è più sfacciata o più troia, ma ciò ha un’accezione positiva solo se la donna è di proprietà del maschio. Chissà come si sentono le giovani e meno giovani che son trattate come bamboline da una cultura che le disprezza, ma le lusinga. E le lusinga perché le disprezza, dicendogli in tutti i modi che sono stupide. Sembra ci sia un solo modo per risolvere la questione: prendere a capocciate metaforiche i dogmi sessisti. La prassi non è elegante, ma non fa niente, va bene ugualmente.

Ecco, pare che la questione italica sia tutta qui. A tener banco non è la realizzazione di sogni e ambizioni, ma il dovere di vendersi a pezzi sul mercato di beni che gli altri paesi non stimano. Sulla ribalta essi pongono idee e nuovi stili di vita. La maggior parte di noi preferisce esibire facce su cui spalmare una contentezza ebete. Sui motivi del loro gaudio ci sarebbe tanto da dire. Mi sorprende sempre, perché non la capisco e mi fa indignare, la ragione della loro felicità, che consiste nella consapevolezza di aver umiliato o di aver fatto del male ad altri. E mi fa incazzare la stupidità mista a ignoranza. È vero, non si può essere sempre intelligenti, ma chi lo è si ravvede della propria stupidità. A me pare che la moda dilangante non contempli delicatezze o dubbi del genere e spesso ho la sensazione di essere circondata da macchine programmate per emettere nell’aria qualcosa di peggio dell’ossido di carbonio. Contro i delinquentelli e delinquentelle, pieni di se stessi e vuoti di tutto il resto, io opto per essere libera. Non mi serve il marchio che esime dal pensare sentendo. Il significato lo trovo da me.

Manuela.

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La rivoluzione nell’impresa…di vivere

L’Italia è un paese specializzato nella produzione dell’odio, ne fabbrica in quantità industriale, anche per esportarlo, come se non ce fosse già abbastanza altrove. Alcuni hanno sperimentato vari antidoti che rendono immuni al malanimo. Uno tra questi è la sostituizione di segni che significano qualcosa a quelli che non significano niente. Non è sempre agevole, chè i lamenti dei poveretti sortiscono l’effetto di far sprofondare qualsiasi sussulto vitale.

Le parole si impigliano tra i denti, le sfilo ad una ad una e con immensa gioia le scrivo. Dopo anni perigliosi, alla mercè di ogni forma di prevaricazione umanamente sopportabile, annuncio l’inizio di una stagione rigogliosa. È stato come per un bambino la scoperta di un nido di vipere, tirar su il sasso che nasconde la massa viscida dei rettili. Poi vederle attorcigliarsi furoreggianti se le tocco con un bastoncino. Come i dannati, il veleno che hanno in corpo è la ragione della loro esistenza, far del male li fa sentire vivi. Come un guizzo li pervade la consapevolezza incosciente di ferire. Alternandosi, appestarono e appestano l’aria di Iris. Tra loro ce ne sono di meno scaltri o forse sono solo più sprovveduti di altri, certo meno bravi dei loro padri a buttare l’immondizia sotto al tapppeto. L’immoralità di quelle unioni senza amore diventa morale, perché così fan tutti. Troppo ipocriti e ipocrite per vedere che la prostituzione vera, soprattutto nella forma del patto coniugale, è diventata un vezzo. Contento il maschio senza qualità ai cui piedi si inchinano migliaia di donne desiderose del certificato di esistenza. Nel fine settimana scorrazzano come branchi di bestie. É possibile vederli, ma ci riesce solo chi ha l’occhio allenato, capace di scorticare le false buone maniere per portare alla luce lo sporco. Causa la vicinanza forzata, con l’aggravante, per la parte femminile, del contatto sessuale col maschio, essi sibilano e pongono il sibilare sotto forma di un linguaggio sensato, ma non è così. Allorchè, specialmente dopo la repressione dello sbuffo e dello sbadiglio tra le lenzuola, le coppie di poveretti usano fare sfoggio in pubblico del loro ‘grande amore’, si inventano non soltanto gelosie e invidie da parte dell’altra, ma soprattutto si inventano l’altra, il nemico. Se ragionassero e di indizi ne hanno tanti, si accorgerebbero che non c’è nessun nemico, nessun’altra. Infatti, qualsiasi persona dotata di amor proprio sarebbe, non dico felice, ma di più, se uomini come quelli rimanessero con le cretine che hanno in loro dotazione. Tuttavia, a causa di un disperato bisogno del nemico, essi vedono minacce dappertutto. Senza dovrebbero rendersi conto che non si sopportano.

Io e Iris non ci siamo accontentate. Infatti, non è stato sufficiente prendere atto del condizionamento della cultura nostrana che, oltre a volere le donne stupide, nel caso del branco di galline cattive e rompicoglioni ci riesce veramente. Sappiamo, come tutti d’altronde, dell’esistenza di un gruppetto sociale molesto: dei disgraziati/e e delinquenti che monitorano la vita di Iris, come se fosse un loro diritto e non lo è. Si chiudono al suo sguardo perché essi si spaventano di quello che pensano. Le fanno le pulci e congetturano su qualcosa che non va in lei per sentirsi meglio di quanto non si sentirebbero se non avessero inventato il nemico. Davvero dei campioni dello strisciare!  Detto in un altro modo, sono molti i tasselli da incastonare nel quadro generale. Tra questi le ambizioni e i grandi desideri, sconfessati dall’ignavia piccolo borghese, giocano un ruolo importantissimo. Il discorso è interessante, perchè la coppia tipo, quale perfetta associazione a delinquere, è un effetto, non la causa. Lo spaccio illegale di stili di vita che elogiano l’infelicità vede nella famiglia tipo tradizionale, tradizionalmente timorosa anche di vivere, il produttore ufficiale della riproduzione della disillusione da tramandare alle nuove generazioni. Sicuramente la maldicenza e le cattiverie che hanno appestato l’aria di Iris lasciano intravedere i fallimenti dei e delle maldicenti. La rinuncia a se stessi getta sui figli/e l’onere della riscossa. All’ignavia di quelli che hanno abbandonato i sogni nel cassetto con viltà si aggiunge la cattiveria, che li porta a fare di tutto purchè nessuno riesca dove loro hanno fallito. La tirannia della gente falsamente perbene è sopportata in quanto tirannia. A ben vedere l’avidità piccolo borghese ha avuto un discreto successo prendendo a sprangate i sogni e le aspirazioni più alte, per conformale alle capacità e all’immaginario degli ‘illustri’ rappresentanti di questo ceto sociale. Certo, sono gli unici ad assicurare qualche soldo, atto a rifocillare il sistema economico, perché dal sistema politico ebbero numerosi vantaggi che oggi i figli non hanno. Si dirà che è premura, una sorta gabbia protettiva dal rischio fallimento. In realtà è egoismo, che sbarra la strada a nuovi modi di pensare e di vivere non incentrati sullo strisciare. E una gabbia è sempre una gabbia, tanto è vero che necessitano di nemici su cui sfogare la paura di essere spodestati dall’avanzare del nuovo. I teppistelli, maschi e femmine, bulleggiano, ma hanno bisogno di aiuto per garantire l’unione delle parti che, altrimenti, sarebbero inconciliabili. E, tanto più si detestano, quanto più hanno bisogno dell’attacapanni. Perciò, eleggono senza concorso la figura della strega moderna, che, idealmente, assicura stabilità a un sistema in cui tutti sono contro tutti. Questa specie di dispotismo del ceto medio, oltre a produrre odio, produce fattacci. Tanto per cominciare l’orrendo incubo di branchi di femmine tanto prepotenti quanto preoccupate di piacere ed avere successo, ma prive di ambizioni e della forza per realizzarle. Poi uomini viziati ed egoisti, con zero capacità e zero volontà di assumersi le loro responsabilità. E ha numerose conseguenze come i roghi approntati con alacrità sotto i piedi di chi vuole cambiare il mondo.

Crollo delle speranze + rassegnazione = meschinità del quotidiano. Nella formula il gruppetto di pavidi si trova benissimo. Io no.

Ma cos’è che induce gli inetti a stare insieme, che se potessero decidere autonomamente neanche si guardarebbero in faccia. Forse è il clima culturale, dove occorre essere in due e, per contare qualcosa, in tre. Pur di trovare riparo sotto l’ombrello della coppia parecchie donne sono disposte a farsi maltrattare da uomini che non valgono nulla e sono le prime a difendere la supremazia del maschio violento. L’unione da sfoggio domenicale, nella mentalità corrente, offre il lascia passare a ogni nefandezza, come se fosse un premio per la sopportazione dello scontento di coppia. Eppoi, cos’è che fa fuggire il cervello dal corpo dei e delle giovani in cambio di un lavoro dequalificante? La risposta possibile è questa: così piacciono, non osano essere migliori del gruppetto che li tiranneggia. Sapevo e so che la dignità deriva da qualità personali, dalla fiducia che abbiamo in noi stessi/e, non da una vita mediocre però riscattata strappando a morsi la felicità degli altri. Ecco, è con grande gioia che preannununcio la fine dell’epoca dei parassiti. Ha inizio una specie di rivoluzione dell’impresa esistenziale. No ai fumi che oscurano il cielo, si al coraggio di vivere le belle idee che ci fanno annuire con la testa.

Manuela.

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Come Jonathan Livingston

Io e Iris abbiamo indagato sul fattaccio e, di recente, sono emersi particolari interessanti. Se l’indagine l’avesse svolta chi di dovere sarebbe stato meglio, ma, in questo paese, i comportamenti delinquenziali delle persone cosiddette ‘perbene’ sono considerati argomenti spinosi, quindi si ritiene che sia meglio non affrontarli né dal punto di vista sociale né legale. Perché, raccapezzarsi su un evento che ti è accaduto è una cosa, ottenere giustizia per ciò che si è dovuto sopportare un’altra. Gli strascichi estenuanti, infatti, fungono da sprone per svelare il non detto, cioè la vita meschina di coloro i quali usano Iris a mo’ di capro espiatorio. La cagna morbosa, la spia del piano di sotto sono esempi di donne cresciute nel completo disvalore di se stesse. Per rimpolpare la loro autostima, che giace a livelli minimi, per ottenere apprezzamenti e il riconoscimento sociale loro indispensabile, infangano, usano la maldicenza e opprimono perché sono oppresse. Questo è uno degli elementi emersi dalla nostra indagine. E, se davvero la mancanza di prove ha impedito l’avvio di un’indagine ufficiale, per tacitare le chiacchiere bastava una prova di dignità da parte delle persone obbligate ad ascoltare la campagna diffamatoria della cagna. Crediamo che la nostra indagine informale sul perché e il percome dell’accaduto, possa giovare ad Iris e, magari, risvegli la coscienza intorpidita degli altri. Forse, la comunità femminile tutta si è dovuta confrontare con la mentalità corrente, certo, molto ostile alle donne. All’Altro che, in quanto tale, è sempre meno importante dell’Uno. La cagna, la spia e ce ne sono tante così, si trovano bene nel brodo culturale che le svilisce. Per quanto mi riguarda non ho mai accettato il pensiero unico dei modelli di genere, che si avvale di strumenti molto più sofisticati delle botte per dirci che dobbiamo stare buone e zitte. Credo che, se anche rincorressimo le stronze con uno specchio, non si avvedrebbero della loro imbecillità. Per questo motivo chiedo a loro e a tutti quelli come loro di non leggere oltre. É una richiesta sincera, non un atto di superbia.

Come è noto molte donne, a un certo punto della loro vita, iniziano a sbraitare perché vogliono l’attestato di esistenza: un uomo cui appartenere e dei figli per sentirsi importanti in una società dove la donna-individuo è offuscata dai ruoli di madre e moglie. Di conseguenza le altre, che non hanno la smania di sistemarsi per ottemperare a un dovere, tra l’altro non richiesto, gli stanno sulle scatole. Gli stiamo sulle scatole perché non contrattiamo protezione e sicurezza con la rinuncia a realizzarci a tutto tondo. Personalmente credo di poter stabilire cosa sia l’amore e di sicuro non è la smania di sistemarsi attraverso la stipula di un contratto. I cortei celebrativi in onore del sacrificio femminile puzzano di ipocrisia e pure tanto. Lo sperpero delle energie vitali devolute al benessere altrui e non al proprio, atteggiamento sbandierato come il non plus ultra dell’amore coniugale, fa semplicemente vomitare. Svariati gruppetti sociali, nel panorma contemporaneo, presentano un’alta percentuale di cretinaggine. Privati di un inconscio DOC, all’occorrenza, ne arraffano stock di seconda mano, forniti dal mondo pubblicitario/televisivo e li cambiano come i vestiti, con la frequenza di uno spot. Le femmine facenti parte di tali gruppetti, tra cui la cagna e la spia del piano di sotto della storia di Iris, le hanno lobotomizzate da piccole. Quando esemplari del genere crescono producono gli effetti già noti. Dunque, a queste condizioni le nuove generazioni dovrebbero confrontarsi e identificarsi, oltre che nelle bellone dei rotocalchi, in branchi di galline/oche cattive e rompicoglioni. A suo tempo, mi fu impossibile identificarmi in questo tipo di donne, perché i gruppi di burocrate dell’ordine costituito ci sono sempre state. Perciò, ho cercato esempi, non modelli standard, di femminilità, nel pensiero, negli scritti, nello studio e nella musica di donne che mi somigliavano di più. Gli ostacoli alla nostra affermazione nella vita lavorativa e sociale vengono definiti metaforicamente il ‘soffitto di cristallo’, che pare piombi sopra le nostre teste come fosse un’entità sovrumana. Ma non si parla molto dell’educazione e della socializzazione al femminile, distinta da quella al maschile. Così, quel soffitto sembra messo lì apposta, come catalizzatore di problemi inerenti una cultura che vuole le donne soprattutto stupide. Non si tratta di vincere, cioè agognare il podio per pareggiare il conto con l’autostima, ma di giocare e soprattutto di vivere. Quelle che giocano per vincere lo fanno atraverso le regole di un sistema che le sfrutta, infatti, sbraitano lo stesso. Ovvio che non basta lo sventolìo della fede nuziale a mo’ di drappo di copertura, nè un titolo e neanche la magica comparsa di una scrivania, dietro cui stare per trent’anni, a convincerle di essere pari con i loro sogni. Senno non ci sarebbero donne sottomesse, pavide e desiderose dell’approvazione sociale. Non ci sarebbero le bamboline che puntano tutto sulla bellezza o quelle che usano la scorciatoia della sistemazione basata su contratto matrimoniale, con annessa immolazione del fine settimana. Nessuno osa parlare di ciò perché teme la ribellione delle schiave e le schiave servono.

Giorni fa un’amica ha discusso con me per motivi inesistenti, ma riversandomi addosso i suoi problemi. Io ho assistito all’esplosione senza prendermela dal punto di vista personale. Poi ho riflettuto sull’amicizia. In base ai luoghi comuni le donne sarebbero bravissime, buonissime e tanto amiche, specialmente se si rapportano in modo convenzionale, evitando accuratamente di menzionare i disagi personali o di abbandonarsi a qualche scazzo. Siamo molto criticate quando lo facciamo, invece di comportarci come le altre che covano il malessere e, simulando bontà e benessere, riescono nel loro sporco gioco dello scarico dei fardelli. Comunque, l’amicizia è un bel sentimento ed è unisex, poichè non entrano in ballo gli schemi secondo cui se sei una donna ti devi comportare in un modo, se sei un uomo in un altro. Molti uomini sono restii ad allacciare legami simili con l’altro sesso, preferiscono la brigata al maschile. Nei bar con i tavoli all’aperto e tra i resti di un passato glorioso, sarebbe bello poter chiedere: ‘Un caffè, grazie e un amico vero, che non voglia vendicarsi su di me di un suo momento amaro’. È da un po’ che circolo e raramente mi è capitato di incontrare donne che esprimono simpatia per diventarti amiche, molto più spesso in testa non hanno l’amicizia in sé, ma ciò che avvertono come una missione: cambiarti per farti diventare simile a loro. La costrizione alla gregarietà, sulla base di un ruolo da derelitte che ci accomunerebbe, è molto avvilente. In questa prospettiva, non è difficile sentirsi estranee nei confronti di un mondo chiuso, tutto e solo al femminile, monotonico, monocromatico e dai confini angusti. Perché, se anche volessi e non voglio, far capire a una, che non fa altro che pestarmi i piedi per primeggiare, che l’hanno addestrata a desiderare l’infelicità, mi direbbe che la sbagliata sono io e che lei è vincente. Un fatto risulta estremamente curioso: tutte le sgomitatrici professioniste, le reginette della maldicenza a fini di lucro e prestigio, che si incontrano nella vita e nel lavoro, alla fin fine accettano un ruolo subalterno e conforme ai modelli sociali. Non esprimono apertamente il loro disagio. Cosa ne è della tracotanza che le contraddistingue quando si tratta di rischiare, di essere disprezzate dai genitori per essere diverse da loro e ammirate per lo stesso motivo? Che ne è della loro volontà quando si tratta di metterci la buona volontà e poi vedere cosa succede? No, di questo non parlano mai, esse preferiscono il gioco dello scarico. Peccato! Perché il gabbiano Jonathan Livingston insegna che obbedire alle proprie idee può riservare grandi sorprese, come il fatto di sentirsi orgogliose di sé a prescindere dall’apprezzamento degli altri.

Manuela.

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La primavera

Facciamo come se le parole che utilizziamo usualmente ci abbiano stancato. Non servono più a dire quello che vogliamo esprimere. Come? Non vi capita mai? Peccato! Se vi capitasse, invece, potremmo cambiare le parole e, forse, cambierebbe anche la realtà. Per esempio, oblungo sta a significare qualcosa che ha forma allungata. Le giornate si sono allungate, cioè il sole sorge prima e tramonta più tardi. Non che qualcuno abbia stiracchiato le giornate. Alzarsi che albeggia, quando in inverno è ancora buio, dà una certa frenesia. Come gli orsi nell’uscita dal letargo, mi accingo a iniziare un nuovo giorno. Sì come gli orsi, a parte la stazza e un pizzico di eleganza in più nei movimenti. C’è quello che al mattino presto quando passeggi col cane tiene in mano le cassette della frutta e ti guarda di sbieco. Chissà, forse gli rode perché si fa il mazzo. Poco prima una tizia dice bravo al beagle che porta al guinzaglio perché fa la pipì sulla ruota di una macchina. C’è da pensare a quante volte dicano bravi ai loro cani, viste le cacche spiaccicate sui marciapiedi. Poco dopo un’altra sposta un secchio dell’immondizia per parcheggiarsi e ne va fiera. Il giro è quasi terminato, quando la fornaia, che con la bocca non mangia mai il pane, ci guarda (a me e al mio cane) con fare di sfida, chissà di quali ataviche frustrazioni personali ha da vendicarsi. È lunedì, certo. Arriva una telefonata di Carlo: ‘Ciao cara, si è sparsa la voce che hai rivelato la storia di Iris. Il gruppetto di ignavi è furibondo, hanno paura di essere smascherati’. Capisco. Il branco, cagne e affiliati, usa altre donne come attaccapanni per sfogarsi. Il branco, sì, di poveretti e lo dico senza compassione per loro.

Parentesi: arriva la primavera. Oh, la primavera e poi la bella stagione. C’è da pensarci. Gli occhi sono come una tela che proietta immagini interiori, estasi primaverili. Le promesse tornano chiamate dalla necessità a sfidare gli anni e le delusioni. Le grandi speranze si rinnovano. Il parterre, col passare del tempo, si sfoltisce. Oltre la platea stanno i disillusi, dentro gli altri ed io con loro. Il tempo scorre tra le nostre dita. Le mani aperte non più nel tentativo invano di fermare nuove ragioni e passioni, nuove illusioni. Ma per constatare ed arrenderci, che siamo qui e non contano le promesse mantenute, ma conta che esse si ripetano. Arriva la primavera, questa sì che è una notizia. Grazie al cielo esistono le stagioni a rifornirci di linfa vitale. Chiusa parentesi.

A lume di naso c’è una moltitudine di donne uguali alla cagna morbosa, a quella del piano di sotto che fa la spia e, chissà, quante storie come quella raccontata da Iris accadono in questo paese popolato da barbari vestiti a festa. Donnette con ambizioni meschine, che al posto del cuore hanno un registratore di cassa e considerano l’amore come una malattia da curare, perché non sono capaci di provarne né per gli altri né per se stesse. Esse si concedono nel fine settimana in cambio di rassicurazione, dell’appartenenza al rango sociale desiderato e poi ci tengono a farsi chiamare ‘signore’. Sarà per questo che a me tale appellativo non sconfinfera, non voglio essere come loro. Storie di soprusi di donne su altre donne e di uomini contro i e le proprie simili. Storie che non vengono dette, per paura o per rassegnazione ed ossequio alla prepotenza di una subcultura senza etica. Come vermi essi pullulano nel sottobosco sociale, nascosti nell’apparenza di un benessere effimero. Si intendono attraverso segnali codificati ed esibiscono tronfiaggine quando riescono a far del male ad altri in modo vigliacco, per mezzo di calunnie e cattiverie sibillate alle spalle. L’Altro per loro è il non identico, quindi da sottomettere. A casa mia tutto ciò si chiama mafia, marcescenza dell’anima, rigor mortis del sentire genuino. Così il sopruso si isituzionalizza e la differenza tra ciò che è normale e ciò che non lo è rimane a discrezione del più prepotente. Strano paese è il nostro.

Senza vincoli né parentesi. In primavera le rondini disegnano fili invisibili nel cielo. In primavera, nel tardo pomeriggio, esse si apprestano ai nidi, nel silenzio, che è in perfetta sintonia con il loro garrito. L’immagine migliore da accostare al volo delle rondini è quella del mio cane, accoccolato sul divano. A volte, una forza indefinibile mi spinge a dire no, io non ci sto al vostro sporco gioco, per vedere cosa c’è oltre l’orbita di un mondo soffocante. Trainata dalla volontà di respirare che è l’immagine più limpida di ciò che sono e desidero essere. ‘Se non sono io per me, chi sara’ per me? E quand’ anche io pensi a me, che cosa sono io? E se non ora, quando?’

Manuela.

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Come si vive nel lager del terzo millennio

Il lager del terzo millennio è un luogo dove uno vive la propria vita, anzi deve far finta di vivere la propria vita, la menzogna è la regola numero uno. La regola numero due è l’eliminazione di chi, non volendo mentire, mette a repentaglio l’artificio sociale. Sembrava che lo sterminio delle razze ‘inferiori’, di chi non è allineato al sistema e non si piega ad esso, fosse un abominio. Ma l’educazione civica ci insegnava ad attraversare la strada, non ad evitare di essere investiti da qualcuno che comunque avrebbe tentato di farlo, così per paura o per noia. Che ne sapeva il legislatore dell’astio, dell’insoddisfazione cronica che avrebbero portato la gente ‘normale’ a comportarsi come le bestie. La legge non può nulla contro il malanimo e la volontà di sopraffare, cresciuti di pari passo con un benessere effimero. Il calcolo innanzi tutto, per acquisire uno straccio di potere, subito dopo la convenienza, poi la scelta del/della partner, del lavoro e delle amicizie. Nella testa o nel cuore di ciascuno, credo, anzi spero, c’è un vecchio giradischi. A volte, sul piatto gira una canzone, stavolta è un verso, che fa così: ‘Se non son io per me, chi sarà per me?’.

Incontro la mia amica Iris un mattino, quando il cielo ti avverte che la vernice è fresca e i colori colano sui pensieri. Sediamo in uno di quei bar con i tavolini all’aperto, nel centro di Roma. Se ci vai nel fine settmana, mentre schiere di individui si riversano nelle pizzerie, puoi dire di non aver fatto niente di speciale, compiacendoti di dire una bugia innocua. É meglio accoccolarsi tra i resti di un passato artistico glorioso (benché sia fatto di pietra ci si sta bene, chè l’arte può esitere a prescindere dalla gloria ottenuta con le guerre), per bere un caffè e fumare una sigaretta, magari col sole che ti scalda e davanti a un paesaggio meraviglioso, che frequentare un posto alla moda, essendo trendy il luogo, non la gente, che è troppo pettinata. Come lager sono quei luoghi pubblici dove si buttano i disperati nel fine settimana o durante la settimana, essendo ormai diventati anche gli uffici o similari degli allestimenti per esibizionismi vari. Nell’intento di emergere, gli eterodiretti, maschi e femmine, cacciano su la loro testolina che poi viene risospinta all’istante nella melma catramosa dell’anonimato di massa. E più si aizzano più la mano invisibile li spinge giù. Invece delle divise hanno abiti firmati, la griffe è il numeretto identificativo, i corpi un involucro per appoggiarci i marchi. Donnette e ometti mediocri, rigorosamente il linea con gli standard nazionali, compiono riti di seduzione che hanno imparato nelle fiction tv. Poi si accoppiano in base ai modelli di mascolinità e femminilità in voga. E, poco tempo dopo, si ritrovano più disperati di prima, accorgendosi di non amarsi. Tanto più se ne rendono conto quanto più usano chicchessia per sfogare la loro frustrazione. Ma, abbarbicandosi uno all’insoddisfazione dell’altra, si illudono che il loro sia vero amore. Il tutto si conlude con scambio vicendevole di corna. Dopotutto, l’ometto ha bisogno della donnetta con funzione ornamentale e la donnetta di un poveretto cui rinfacciare la mancata realizzazione personale. Quale affronto per lei e per molte altre come lei, le quali, sin da piccole, sono state abituate a primeggiare in tutto, trovarsi ad accudire emotivamente uomini-bambini, trafficare con panni sporchi e camicie da stirare. Idealmente, perché la volontà di vivere di cui difettano le induce a chiamare a raccolta come forsennate un esercito di donne straniere, sfruttate, uno stuolo di servitù che neanche Buckingam Palace ha mai visto. Quelle sono le femmine italiche di nuova generazione: delle indemoniate pronte a sbranare le proprie simili. Sono femmine velenose, figlie di altre femmine velenose, che si accaniscono inspiegabilmente al fine di tenersi stretti uomini che non le amano e che non amano, non le fanno godere, le trattano come buchi fatti apposta per essere riempiti, che disprezzano la donna e la accettano solo nella versione di madre accudente. Il tentativo di alcune di anteporre i propri sentimenti ed esigenze a quelli degli altri, viene considerato dalle cagnette un atto di insubordinazione. Il motivo è che loro, le cagnette, non riescono a pensarsi come individui. Si dirà che nei centri sociali, ad esempio, le cose vanno diversamente. Mica tanto, è la risposta. Anno 2007, era accaduto da poco il fattaccio. Iris frequentava un laboratorio teatrale e, una sera, andò con i nuovi amici in un centro sociale (di sinistra) che si trovava nella zona in cui abitava. Non l’avesse mai fatto! Al diffondersi della campagna diffamatoria organizzata dalla cagna, quelli alternativi, che cantano canzoni impegnate, la presero di mira, come impegati del catasto che non perdono occasione per abusare di un misero potere. I suoi amici si fecero visibilmente protettivi nei suoi confronti, ma ciò non bastò a placare la smania collettiva. Il fatto è che a quei tizi piace schierarsi in base a ideologie che non esistono più, così, per avere un pretesto e farsi la guerra. Un po’ come succede nei parapiglia mediatici tra avversari politici, che si offendono, si insultano, poi vanno insieme a fare bisboccia. ‘È lo spettacolo della politica, carina, sveglia!’, direbbe qualcuno. Ho capito, però a tizio, caio e sempronio piace vedere gli altri che si insultano, perché tizio, caio e sempronio sono marci dentro. Eppoi, quelli dei centri sociali non erano anarchici e contro il sistema? Macchè, peggio dei fascisti di destra sono quelli di sinistra. Formano milizie in difesa dello status quo, dei privilegi dei loro padri, che gli permettono di bighellonare a spese loro. Una domanda: perché questo paese non cambia?! La risposta più plausibile è che a molti piace stare in un lager, camuffato da parco giochi per deficienti.

Ho parlato abbastanza. Adesso continua la mia amica, Iris dagli occhi grandi:

‘Mi piace stare qui e non fare altro. Vorresti sapere cosa ha significato per me tutta questa facenda? Eh, allora, ho capito che il gruppetto molesto è infastidito dai miei sentimenti, quelli che rendono l’esistenza non pianificabile a tavolino. Siccome loro non ne hanno, vorrebbero obbligare anche me a non averne. Pensa che la cagna morbosa, per dirla alla Carlo, nel tempo che fu mi seguiva passo passo, avrebbe voluto qualche sicario anche di notte e si servì di molti sicari di giorno. La volevo denunciare per stalking, ma nessuno testimoniò, perché, in questo paese, la donna-serva ha dei privilegi (ride), è considerata come un minore, irresponsabile di quello che fa e dice. Credo che lo stalking da parte di un uomo sia a dir poco urticante, ma da parte di una donna è schifoso, provavo ribrezzo sapendo di essere spiata dalla cagna. Ancor oggi, se sto in casa e canto la spia del piano di sotto diffonde la notizia, perché c’è sempre un branco di maiali, femmine e maschi, che specula sul fatto. Vogliono imporre la loro visione ottusa e striminzita del mondo anche agli altri, ma io gli presto attenzione per una frazione di secondo, poi volto lo sguardo e vedo pezzi di realtà ignorati: statue sui ponti del Tevere, angeli che brandiscono spade, simboli religiosi e simboli laici, bandiere italiane e europee, cartelloni pubblicitari, il profano. Che linguaggio parlano, cosa vogliono dirci gli speaker alla radio? Gli individui non si pongono domande, forse pensano di essere delle isole. Cosa vogliono da noi, perché è chiaro che vogliono la nostra attenzione. Ci dicono sempre le stesse cose per confonderci le idee? O, forse, sono loro ad averle confuse, come quando le oche starnazzano mentre leggono le notizie nel giornale del padrone’. Ascolto Iris e il mondo appare popolato di individui non estranei a se stessi, voglio cercare quelli che hanno il sangue dei fratelli nelle vene, per sentirci uguali, eppure diversi. È un bel mondo questo qui, non c’è da essere nulla di più o di meno di quello che si è e trovarsi non è difficile. ‘Se non son io per me, chi sarà per me?’

Manuela.

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Un grande amore: la libertà

‘Approntatevi gente, presso il nuovo mercato degli schiavi, dove la stima del valore di mercato della carne umana è la completa accettazione di un destino misero. Venite, signore e signori, godetevi lo spettacolo dei vostri simili, abissi di frustrazione con il morso alla bocca, legati al guinzaglio dei doveri e delle brame, che incombono sulle teste di tutti voi. Per voce dei nostri signori, vi preghiamo: siate qualcuno! Umiliatevi, se è il caso. Imparate il sopruso, insegnatelo senza protestare, non lagnatevi’. Il mercante di schiavi promette un divertimento di grana grossa, come il sacrificio sull’altare della somma indifferenza, mascherata con un doveroso rispetto. Una giovane donna entra nell’agone, salta e balla con un sorriso insolente, gesticola come un grosso ippopotamo, ma è secca e, col viso aguzzo, declama ad alta voce: ‘Sono Iris. Mi sono pesata, faccio 40 chili. Ma non sono in vendita. Non ho valore sul mercato. Ah, Ah!. Non sono disposta a mentire, neanche se muoio di freddo e non sento più freddo. Sono come mi voglio io e non so simulare i sentimenti adatti per piacervi. Oh, sappiate che me ne fotto delle vostre lusinghe. Ho stabilito da tempo che non avrei mai più finto un orgasmo’. La folla è sdegnata: ‘Cacciatela dalla città’, grida, ‘la voce limpida confonde le nostre coscienze intorpidite. Ci è costata fatica e un lavorìo masochistico quotidiano per giungere a essere perfetti come siamo: neanche un dubbio, né un baliginio del nostro autentico sé a farci chinare il capo sul petto per vedere l’abisso’. Il mercante degli schiavi, seduto sul trono, ascolta. Iris esce di scena ed entra un’altra: ‘Sono Silvia, signore e signori, ho poca voglia, anzi, non ho voglia di amare. So fare finta, però, se occorre. Sono come mi volete e so adulare un cretino che, opportunamente, chiamo uomo, accucciarmi e credere a tutto quello che mi dice, voglio piacergli per avere un posto tra voi. So manipolare le donne libere nella mente, proverò a convincerle ad arrendersi allo status quo se nel cuore hanno ancora un desiderio. Spargerò sofferenza e male ovunque, affinchè tutte e tutti siano infelici come me e come voi’. La gente applaude la porta in processione come una santa. Poi, per coronare i suoi sogni di vittoria, la fa sedere sul divano del tinello, le mette nella mano sinistra un carciofo a mo’ di scettro, un grembiule come drappo da cerimonia e, nella mano destra, un libricino con istruzioni indispensabili: come dimenticare di avere un clitoride e ricordare di fingere di averlo nel timore della cancellazione dall’albo dei presenti. La folla è entusiasta porta la santa per le vie della città.

Il parapetto si snoda per molti chilometri e diventa ciò che vuole. È il Lungotevere, adesso un rendez-vous per gabbiani, in un ardente mattino d’inverno. Guardo il fiume che, in quanto tale, non ha grattacapi. All’inizio di un nuovo giorno non rifà il letto, lascia stracci e detriti sui rami attorno, non mette a posto le pantofole. Si sveglia e scorre, dalla sorgente alla foce. Vorrei passare la mano sulla pietra e seguire il percorso, infantilmente, come a dire: un giorno farò anch’io grandi cose. Invece, dirigo lo sguardo verso l’orizzonte e poi ad incrociare quello dei passanti, per intuire se sentono di aver fatto qualcosa di grande. Infine, penso che stare qui a godersi lo scintillio del sole è un risultato apprezzabile.

‘Ciao, che fai di bello?’, è una voce maschile, mi volto e vedo il mio amico. ‘Ciao, Carlo che piacere incontrarti’. Insieme a lui c’è una ragazza dagli occhi grandi e i capelli arruffati. Dall’ultima volta che ci siamo visti, in treno, Carlo è divenuto più tenero. Non che sia commestibile, è utile precisarlo, perché nei civilissimi paesi occidentali è ancora in uso il cannibalismo nella visione dell’altro come mezzo da utilizzare per sè. Carlo ha una faccia da meringa simbolica: tonda, bianca, dolce e non deperibile. Io: ‘Al solito, vado a studiare per provare meraviglia del mondo. Camminiamo insieme?’. Carlo: ‘Sì, volentieri, (ci pensa un attimo) e non per ottenere carta regalo buona a impacchettare ambizioni carrieristiche?’ Io: ‘No’. Carlo: ‘Neanch’io, d’altronde come potremmo, siamo troppo semplici… Ti voglio presentare Iris. È la ragazza di cui ti ho parlato in treno, siamo diventati amici’. Lo dice con orgoglio, quello che ti fa luccicare gli occhi. ‘Ciao Iris, sono Manuela’ e le porgo la mano. Lei sorride e contraccambia, l’avvolge un silenzio che è una richiesta di giustizia. La avvicino con l’espressione più umana che abbia mai provato per un umano, spontaneamente. Camminiamo con passo lento, come si fa in certe situazioni, nella maniera di un compromesso tra il muoversi e lo stare fermi. Solitamente gli occhi rimbalzano tra la punta delle scarpe e l’orizzonte e si procede facendo oscillare lievemente la testa. Poi, compare un sorriso che è una carezza ai pensieri di felicità. Ci fermiamo per osservare se il fiume sia davvero indifferente alla nostra presenza. La prendo sottobraccio, come se ci conoscessimo da sempre e lei mi racconta di quella brutta storia, di come il suo mondo sia cambiato repentinamente, del clima inquisitorio, delle vessazioni e dell’ostilità nei suoi confronti, della sua volontà mai ascoltata di essere lasciata in pace, di essere libera. La gente ci passa accanto e qualcuno origlia, poi fa una smorfia e tossisce. La tosse è la rabbia degli oppressi. ‘Ma che vogliono?’, domando. ‘Si comportano sempre così’, risponde Iris, ‘tutti i giorni mi segnalano, ovunque vada. Quella scema che abita al piano di sotto tende l’orecchio anche di notte per ascoltare quante volte mi muovo nel letto. Si divertono a fare gli stronzi e, con il gioco di società che hanno inventato, vivono la mia vita anziché la loro. È gentaccia, certo, ma pericolosa. Chiacchierano alle spalle e dicono delle assurdità. Appena vedono come essi sono, provano orrore e ciò che li riguarda lo proiettano su di me. Mi trattano come se non gli piacessi, ma fosse vero, almeno la smetterebbero’. Provo la sensazione di essere presa in trappola da questa sorta di grande fratello dei poveracci. Capisco perché Iris sia sola, nessuno vuol entrare nella rete che le hanno costruito addosso. E tutto ciò per colpa di due cretini, per un fedifrago e una cornuta. Parlando di quel periodo della sua vita, Iris rammenta il clima sociale, quando la cagna depravata, come la chiama Carlo, la seguiva come un’ombra, morbosamente si appropriava dei pezzi della sua identità, chè le faceva fatica averne una propria. Le riuscì perché gli altri lo vollero o cedettero alla sua cattiveria. ‘Di donnette ne ho conosciute tante’, continua Iris, ‘ma non avrei mai immaginato che ne esistesse una così idiota, stupida in modo imbarazzante. Aveva l’abitudine di fare i suoi bisogni, come le cagne, appunto, vicino casa mia. Mi seguì persino al paese dove ho abitato per un po’ di tempo. Lei, lui e la banda dei mascalzoni hanno inscenato un teatrino in cui mi sbeffeggivano, mi offendevano platealmente. Me ne accorsi vedendo gli effetti sul comportamento degli altri: il dolore, causato dalla cattiveria, superò la solidarietà umana. Quella massa di bestie mi ha disumanizzato agli occhi degli altri. Ci sono voluti anni e tanto impegno da parte mia, per cancellare ciò che hanno fatto’. ‘Come ci sei riuscita?’, le domando. ‘Il fatto è che io non ho mai smesso di sentirmi una persona’, Iris parla con lo sguardo intenso, come quando ti viene in mente che stai dicendo qualcosa su cui non cambierai idea. Nella presentazione abbiamo tralasciato i convenevoli, forse, volevamo lanciare nell’aria punti interrogativi come mongolfiere, domande cui non dovremo rispondere noi: se questi sono uomini e donne appartenenti alla specie umana. Carlo, per tutto il tempo, ha giocherellato con dei fili di lana. Lui è un uomo speciale, uno di quelli che son contenti di voler bene a qualcuno e ciò gli basta. Vado a svolgere i miei impegni. A volte, lamento che non ci sia quasi mai corrispondenza tra quello che è scritto nei libri e la realtà. Adesso so che c’è sempre la possibilità di leggere la realtà con quello che è scritto nei libri.

Manuela.

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Il treno dei desideri

Sto con un quaderno in mano e scrivo. Lo spazio di pertinenza è quello di un sedile, nell’intercity Genova-Roma, lo sguardo esplora i dintorni, ma gli altri scompartimenti sono lontani. Osservo il paesaggio, che, nei mezzi di trasporto, è il mio passatempo preferito. C’è un uomo davanti a me, il cui viso, a tratti, si rasserena, poi si contrae di nuovo, perplesso. Pensa. Credo che voglia dirmi qualcosa. I raggi del sole filtrano attraverso il vetro. Forse aspetta che creino il momento adatto. Passa il controllore, ma è donna, quindi la controllora. La precisazione è per creare scompiglio, dissonanza. Controllora sembra una parola stonata e le parole delle donne sono stonate, anche per questo mi piace parlare in quanto donna. La controllora ci oblitera i biglietti. Anche obliterare suona male, ma questo è un altro discorso ed è tutt’altra stonatura quella del burocratese.

L’uomo si piglia i pensieri che filtrano tra le dita, tese a sorreggere le tempie e mi avvicina con un’espressione liquida. ‘Vedo che hai un quaderno’, mi dice, ‘vorrei raccontarti una storia’. Lo ascolto. Quando non pretendono di colmare distanze incolmabili o per costruirne altre, come garbati e civilissimi muri di confine, le parole sono per dire e basta. Il treno entra in una galleria con un rumore assordante: è la velocità, una delle conquiste che fanno imbaldanzire la gente. Il tempo dentro i treni, invece, scorre lento. Come un maître d’alto livello, crea l’ambiente adatto per i discorsi intimi, per l’incipit di un amore o di un’amicizia. Le stazioni ferroviarie, più che nodi nevralgici di un sistema di suprema efficienza produttiva, sono scenografie in cui gli individui lasciano pezzi di cuore o se ne servono per moltiplicarne gli effetti, per sentirli meglio poi. Avvolgono l’organo palpitante, metafora e fulcro del sentimento, con la carta stagnola, quella con cui da piccoli ci davano una prelibatezza, per custodirli. Ti accorgevi di quanto ti volevano bene da come incartavano la leccornia. Se l’involucro ben si confaceva al contenuto, allora eri veramente amato o amata. Altrimenti, ci rimanevi male. Ma, come si sa, i bambini offrono sempre un’infinità di chance agli adulti affinchè migliorino. Storie il cui mistero rimane custodito nelle carrozze dei treni, le quali fuori sfrecciano, mentre dentro trascorrono anni. Al riapparire della luce naturale del giorno, l’uomo inzia a raccontare: ‘C’è una ragazza a Roma, dove vivo, verso cui la sorte è stata davvero ingiusta. Per gli altri è diventata un personaggio di un gioco di società, viene seguita da un gruppetto di gentaccia, come una setta, che ficca il naso dappertutto. Ovunque vada, a un convegno, un teatro, al cinema, c’è qualcuno che informa della sua presenza. Neanche a casa la lasciano in pace, perché l’inquilina di sotto la spia e riferisce agli altri tutto quello che sente provenire dall’appartamento di lei. Anche quando va al bagno. Sono anni che questa ragazza vive così e si accorge di tutto quello che le hanno creato intorno’. Sento i fili della storia avvinghiarsi lentamente su di me. ‘Perché si comportano così, cosa è accaduto?’, domando io. ‘Tanti anni fa conobbe e frequentò un uomo, un cretino detto per inciso, il quale, come spesso succede, affermò di essere single, invece non lo era. Lui aveva fornito l’immagine adatta per piacerle, ma, ben presto, quella versione si rivelò falsa e lei se ne stava accorgendo. Così il tizio cominciò a parlarne male con gli altri. Quando la relazione finì tornò a casa e disse tutto alla manovalanza, la compagna, la quale, da vera cagna, andò a rompere le scatole a tutti quelli che conoscevano questa ragazza: dagli amici, al lavoro, per denigrarla. Ci riuscì per la pochezza della gente con cui ebbe a che fare, ma l’intenzione di quella donnaccia era di distruggere la rivale per modo di dire, perché lei non sapeva neanche che quella stronza esistesse’. ‘Poi cosa accadde?’, parlo in modo incalzante, ormai sono curiosa e voglio sapere tutta la storia. ‘Accadde che la ragazza dovette lasciare il lavoro, smettere di frequentare gli amici e cambiare casa, dato che il clima era diventato invivibile. Ma c’è di più, la gente si comportò in modo pazzesco: ogni suo discorso, ogni parola veniva distorta per ricavarne significati assurdi, cioè il significato che volevano attribuirle gli altri. Io penso che tanta gente che abita in questo paese sia fondamentalmente criminale e, quello che hanno fatto nei confronti di questa ragazza, ne è la riprova. Non so come sia riuscita a cavarsela, eppure c’è riuscita. La vedo spesso perché abita nel mio quartiere, è sempre colorata, anche quando sul suo viso passa qualche nube. Non che non si sia ribellata, anzi, lotta strenuamente per essere lasciata in pace e libera, ma non vogliono ascoltarla, vogliono capire solo quello che fa comodo a loro. A volte, penso ne abbiano paura, per la resistenza che ha dimostrato e dimostra, per la chiarezza del suo animo, in cui quella gentaccia si rispecchia. Questo sottobosco sociale è composto di infami, davvero, l’hanno presa di mira perché, vedendo lei, capiscono chi sono loro’. Al che una domanda sorge spontanea e me ne esco con veemenza: ‘Ma nessuno l’aiuta, voglio dire, non c’è qualcuno che abbia un po’ di coraggio e si offra per testimoniare e denunciare questi stronzi?’. ‘Io lo farei volentieri e so che a molti il comportamento meschino degli altri fa schifo. Il fatto è che tra quelli, donne e uomini, che la calunniano e tra quelli che se ne stanno zitti, c’è tanta gente da turarsi il naso. Voglio dire, si comportano così perché hanno una vita infernale in casa. Molte di quelle donne che sparlano di lei, per esempio, sono delle vere zoccole e la dimostrazione è che sparlano. Sono quelle che rimangono con uomini che non amano, solo per avere una posizione sociale e scopano con loro ma provano disgusto di se stesse. Solo che sono troppo vigliacche per prendersi la responsabilità di una scelta e scaricano tutta la loro frustrazione sul capo espiatorio. A me è capitato di conoscere una donna di quelle, aveva dei sentimenti da catalogo e li esprimeva nel modo più adatto per ottenere il mio riconoscimento e, in qualche modo, rendermi dipendente da lei. Ma si vedeva che fingeva in ogni situazione, anche nell’intimità. Come fanno gli altri uomini a non accorgesene?’. ‘Forse se ne accorgono, ma gli va bene così’, dico io. ‘Le donne stupide e incapaci di amare veramente sono meno impegnative delle altre’. ‘Sì, penso che le cose stiano così. Comunque io quella che mi voleva imbrogliare l’ho mandata al diavolo’. Il tono delle parole del mio interlocutore ha un qualcosa di bambinesco, cantilenante. Che stia ricordando i baci della madre, i consigli e l’affetto nutriti dall’infanzia.

Il treno, a 200km orari, fa brillare i frutti della tecnologia moderna su campi di un verdissimo smeraldo, che hanno accolto mezzi di locomozione assai meno sofisticati. Tra di noi si posa un silenzio niente affatto imbarazzante. Respiriamo per assorbire meglio il senso delle parole dette. Poi, l’uomo guarda le mie mani e il quaderno: ‘Sai, da anni la ragazza di cui ti ho parlato non ha un’amicizia veramente sincera. Tutti e dico tutti quelli con cui si confida vanno a spifferare il contenuto della conversazione, lo rendeno pubblico e dimostrano di non aver rispetto né dignità di se stessi. Fanno così per spavalderia, per essere al centro dell’attenzione, e io so che a lei, invece, tutta questa baraonda fa schifo’.

Io: ‘Ti dispiace per lei?’.

Lui: ‘Sì, mi dispiace e sento di volerle bene’

Io: ‘Perché mi hai raccontato questa storia?’

Lui: ‘Mi chiamo Carlo, ti ho raccontato questo, perché mi son chiesto che persona voglio essere. Un uomo capace di provare ancora dei sentimenti o un vegetale, oppure un individuo che va al lavoro, torna a casa passando per il supermaket e così per trent’anni, senza condizionale, spegnendo il cervello. Ti consegno un vissuto, anzi due, quello di lei e il mio’

Gli dico il mio nome e lo ringrazio. Adesso scorgo Roma, la scopro oltre le antenne e le paraboliche che captano messaggi via etere, sulla scia degli incontri e dei desideri lustrati a nuovo.

Manuela.

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