Frankenweenie – la favola del cane Sparky

Quanto è importante lo sviluppo della creatività per diventare adulti e consapevoli?. Tanto, ce lo suggerisce anche Tim Burton con il suo nuovo film di animazione: ‘Frankenweenie’, che parla di un ragazzino, di un cane e di New Holland, una tranquilla cittadina americana. Il protagonista e il suo cane Sparky sono inseparabili. Il ragazzino ha il pallino della scienza e, durante una lezione, rimane affascinato dalla spiegazione del professore sull’energia atmosferica sprigionata dai fulmini, perciò chiede al padre e alla madre di poter partecipare alla gara di scienze indetta dalla scuola. I genitori accettano, ma spingono il figlio a dedicarsi anche al baseball, perché ritengono sia troppo introverso. Durante una partita, un tiro troppo lungo lancia la palla in strada, Sparky la insegue, ma viene investito da un’auto e muore. Il dolore è troppo forte, quindi, senza titubanze, il ragazzo compie un tentativo estremo, quello di riportare in vita il suo cane. Nottetempo si appresta al cimitero, scava nella tomba per prendere il suo fedele amico, lo porta a casa e lì compie una specie di miracolo. Come fosse Frankenstein (che è il cognome di famiglia) piazza delle tenaglie sul corpo del seguigio, lo espone alle intemperie, un fulmine lo colpisce e Sparky torna in vita. Nel frattempo, gli esperimenti proposti dal professore di scienze hanno provocato negli alunni una certa effervescenza, causando qualche piccolo incidente. Per questo motivo i genitori, tranne quelli del protagonista, inscenando sdegno, protestano, affinchè l’insegnante lasci la scuola. New Holland, in quanto tranquilla cittadina, ha qualche pecca, che è un effetto di quel tipo di tranquillità, i cittadini non sopportano che qualcuno scombini la loro routine. Il Prof. è costretto ad andarsene, non prima di aver incoraggiato il ragazzo a seguire i suoi sogni e a coltivare la passione per la scienza, i cui prodotti tutti vogliono, ma non le domande che essa pone. ‘Non mi piace quando gli adulti inibiscono nei bambini ogni tentativo di esplorazione ardita e ogni impulso creativo poco convenzionale’, ha detto il regista del film, che affronta il tema della morte e lo fa con un linguaggio comprensibile ai bambini ovvero, dato che non lo è pienamente neanche per gli adulti, ponendo il discorso sul piano dell’amore. Chissà se gli adulti capiranno. Intanto, però, qualcuno sembra voler abbattere il tabù della morte e, quindi, ragionare sulla vita.

Manuela.

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Cuore in corsa

‘Per favore, fatemi passare, spostatevi’, Stella grida, mentre attraversa i vagoni del metrò. Cammina velocemente, come se il convoglio non finisse mai. Capelli arruffati e in testa l’idea di arrivare. ‘Dove vai, resta ferma, fai come noi’, le dicono i passeggeri: cappotti e giacche con dentro carne semiviva. Gli mette un dito sotto il naso per sentire se respirano ancora. Le sopravvivenze indolenti  si aggrappano ai sostegni del metrò e all’energia altrui. Le certezze-zavorre contro la libertà, che implica la possibilità di una scelta e per loro è un fastidio. Stella cammina con gli occhi vispi e lascia alle sue spalle quelle raccomandazioni ingannevoli.

Stella, un nome da fiaba popolare, ha i capelli proprio arruffati, mica un prodotto sintetico, ossia quella finta trasandatezza dei molti che evitano il pettine come fosse il demonio. No, lei si pettina e più si pettina, più i suoi capelli si arruffano. Le sta accanto un uomo che asseconda il movimento della carrozza. Ha un paltò blu, è alto, non più ragazzo, ma con quello sguardo. Gli uomini, generalmente, hanno due occhi, un naso, una bocca e due orecchie, ma non sono tutti uguali. Per le donne è lo stesso. Le sembianze limitano e di molto il contenuto. Al contrario i luoghi sembra che incidano di più sulla fisionomia e sul carattere. Stella, da ragazzina, pensava che gli occhi a mandorla e la pelle nera fossero una conseguenza del posto, perciò, uno nato in Italia, avrebbe avuto caratteristiche fisiognomiche tipiche di questo paese, pur avendo genitori stranieri. Di conseguenza, c’erano luoghi in cui era sconsigliabile nascere e altri in cui era più vantaggioso. Poi, ha scoperto la fortuna di essere femmina, ancora viva, anche se nata in Italia. Qui, l’autostima delle donne è a rischio solo quando urtano contro la morale imposta, invece è intatta quando si sottomettono, vengono maltrattate e puliscono il culo all’umanità. I meriti sono prerogativa della discendenza, della parentela e qualcun altro ci mette una specie di copyright, ma se una li vuole per sé non ha neanche una patria. Tanto quelli che odiano ideologicamente il pettine, quanto gli altri, che per farsi la riga prendono la squadra, sarebbero pronti a giurare che noi non siamo arretrati e le donne mica hanno il burqa. No, certo. Stella ha capito che alcuni maschi sono soliti inventarsi dei motivi per sentirsi superiori agli altri e tra questi altri ci sono le donne. La faccenda è spinosa, come lo spuntone che hanno nel fianco quelli sull’uso controverso del pettine e pare non lo sentano. Però, questa idea del luogo quale elemento determinante e sovrumano non è male. Cosicché, se una volesse gli occhi a mandorla, potrebbe andare in estremo oriente, la pelle nera in Africa e, magari, per la musica nel sangue potrebbe azzardare, andando sulle rive del Mississippi, ad esempio. Semmai ci si stancasse degli occhi a mandorla e della pelle nera, si potrebbe ritornare in Europa, guardando con scetticismo la ‘normalissima’ Italia oppure, nel caso di avvenuta trasmissione della musica nel sangue, stare qui gridando al miracolo.

Stella si pone di fronte all’uomo. La faccia è come tante altre facce, ha due braccia e due gambe anche lui. Supera le pieghe del volto e poi il volume del corpo. Va oltre, per cercare ciò che è nascosto dalle impronte livellatrici, che non contraddistinguono gli individui. Finalmente, il vagone arriva dove iniziano le cose, le idee diventano fatti e le parole storie. Sono, ormai, loro due soli e l’uomo inizia a raccontare di una donna che ha il vezzo di cantare. ‘C’è un popolo in un popolo’, dice, ‘in un paese scaldato dal sole, dove maschi e femmine sono attratti gli uni dalle altre. Ma non sanno cosa sia l’amore. I capelli delle donne, come organismi viventi dotati di volontà, eseguono movimenti impercettibili e armoniosi, gli occhi degli uomini sono privi di violenza. Si avvicinano e si baciano di gioia, per allegria e inquietudine e non hanno bisogno di dare nomi altisonanti ai loro sentimenti. Poi, capendo qualcosa che non sia soltanto il sentimento della vita, annaspano nei vuoti, tendono le braccia per toccare i corpi, si prendono senza aversi mai. È slancio verso il mondo, a volte, si ritrovano esattamente e lo chiamano Amore’. L’uomo continua, dicendo del giorno in cui ha regalato una delle sue storie alla cantora. Lei, vedendo il suo cuore in quello di un altro, si mise a correre. Corse forte, scuotendo il capo, sparpagliando i pensieri tutt’intorno. Attraversò le auto con un balzo, scavalcò steccati e continuò a correre. Corse ancora, più forte, ridendo. Col fiato grosso, si fermò quando sentì diluire l’incontenibile sentimento di gratitudine e di felicità che aveva dentro di sé.

Stella è nel metrò e cammina velocemente. Grida agli ectoplasmi di spostarsi. Inizia a correre. Arriva in un luogo splendente di sole, dove si sente un canto di uomini con gli occhi privi di violenza e i suoi capelli iniziano a danzare.

Manuela.

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Ciò che un attimo fa non c’era

I giovani sono sassolini bianchi lungo strade cittadine, con gli occhi smarriti e ingordi di speranze. Li ho visti invocare un salvataggio come dispersi in mare. Con le loro barche, affondate prima ancora di salpare, chiedevano quale fosse il loro posto in questo paese. Dimenticando di esserlo, chiedevano un’opportunità per sentirsi vivi. Il brecciolino spesso custodisce fiori selvatici. Il branco li vuole per divorarli. Le nuove generazioni, monche di sogni, vengono sacrificate sull’altare dell’apatia, necessaria antidoto alla disobbedienza. Il rito iniziatico procura nuovi affiliati al ceto medio famelico, con referenti politici e scarsa propensione all’autocoscienza. Tutti lamentano il disordine costituito, la corruzione degli animi, ma si inchinano di fronte ai baluardi della rassegnazione: familismo, possesso, frigo e tv, esistenze fantasma, anestetico riscatto del week end. Qualcuno, invece, vuole cambiarlo.

M. abita in uno strano paese in cui le cose per andar bene devono prima andare molto male. M., inoltre, è una donna e, nello strano paese in cui vive, le donne sono preposte a fare la claque di uomini miserevoli. In Italia, infatti, per declinare la realtà al maschile, tutto o quasi tutto deve avere soltanto una definizione, cioè la definizione che conviene. M. sta per Mara. Le piace sentire il suo viso che s’increspa e le piace disegnare le coordinate del suo sguardo. Per scavare quei solchi c’è voluto tanto tempo. Mara è giovane, per questo motivo i suoi pensieri, in questo strano paese, sono soltanto sogni. Lavora in una boutique, con due loschi figuri, cioè una famiglia, ma di quelle che bisogna consultare un manuale di criminologia per capirne le intenzioni. La padrona (va in visibilio quando la chiamano così) pare la Madonna di Pompei. É fornita di un marito, che detesta in modo socialmente approvato e utile e di tutte le congetture più atroci tipiche di una mente affaristica media, con immagini e fantasie dipendenti dal serbatoio kitsch del teleschermo. Il marito si crede dio e lancia anatemi contro tutte le donne che ledono il principio di realtà, la sua realtà. Il caso ha un precedente nel mito. Come Apollo con Cassandra, la quale, per aver respinto le avance del dio, fu da lui maledetta e condannata a vaticinare senza essere creduta. Il mito sta a indicare che il potere non ha mai un’unica definizione, ma questo l’ometto non l’ha capito. La famiglia tipo così costituita predilige i suoi simili, che garantiscono un certo riserbo sulle malefatte condivise, tacciono sulle ipocrisie e, tappandosi gli occhi, fanno finta di essere davvero brave persone. I facenti parte della banda, parenti, amici e affini si nutrono del lavoro degli altri e la modalità prevista nella relazione uomo donna è quella dello sfruttamento. Sin da piccola a Mara hanno detto che tutto ciò è desiderabile, senza convincerla.

Un giorno, nella boutique, entrò un’anziana signora e iniziò a curiosare tra gli scaffali. I due orrendi individui non erano arrivati. Poi si rivolse a Mara: ‘Sai parlare?’, le domandò. ‘Sì’, rispose lei. ‘E parli?’ ribatté la signora con ironia. Mara annuì. ‘Lo sai che in questo paese per le donne vige l’obbligo del silenzio reverenziale?’ Non che te lo dicano papale papale, perché questa è una di quelle cose che non devono essere messe in discussione’. Mara la ascoltava interessata e l’anziana aggiunse: ‘Allora, sei prigioniera?’. ‘Non saprei, cosa intende?. Non ho commesso crimini. No, non sono prigioniera’, rispose. ‘Bene, guarda la realtà e raccontala’, disse l’altra. La giovane non afferrò il significato di quella frase, ma pensò che se fosse stata prigioniera non avrebbe potuto parlare, pur avendo il dono della parola. Subito dopo uscirono entrambe dal negozio. Intanto i due erano ritornati e, mentre servivano i clienti, Mara e la signora li osservavano. ‘Guarda, diceva l’anziana alla giovane, ‘guarda come pigiano i tasti della cassa per emettere lo scontrino. Come sono contenti di poter dimostrare di essere perbene in un modo così facile e conveniente’. ‘Siamo in democrazia’, disse Mara, ‘ad alcuni serve ad eliminare il disturbo di incontrare lo specchio. Lo specchio mi è amico, ma non sapevo che per essere uguale agli altri avrei dovuto tararmi al ribasso. ‘Una gran bella conquista, la vostra democrazia’, disse lei con ironia. ‘Dico davvero, so che molti ci hanno creduto e ci credono. Ai miei tempi, noi donne non ce la passavamo benissimo, però, uno che si credeva un dio, lo potevi anche mandare al diavolo. Almeno, non dovevamo campare frotte di specialisti e di uomini di chiesa preoccupati di farci sentire in colpa. Ma, anche allora, si giustificavano le guerre creando un nemico’.

Mara, con la sua esistenza, negava il misero potere di cui potevano avvalersi i coniugi ontologicamente disonesti, i quali covarono un terribile risentimento nei suoi confronti. Si prodigarono per nuocerle, poiché ignoravano molte cose, ma conoscevano bene la balla della rispettabilità, posta con la funzione di controllo sul comportamento femminile. Mara lasciò quel lavoro e fuggì dal naufragio delle speranze, da ciò che le avevano preparato e che alcuni chiamano una vita tranquilla. Un dì incontrò la signora nel parco. Tra alberi, alti come colonne di un tempio, non le domandò cosa stesse facendo lì e neanche se stesse aspettando proprio lei. Le due donne puntarono il loro sguardo sui palazzi. Le case ad un tratto apparvero come depositi di larve contenenti scarafaggi kafkiani. ‘Di giorno hanno le sembianze umane e la notte si trasformano in insetti’, disse la giovane, ‘con orecchie tese ad origliare le parole e i rumori che provengono dagli appartamenti degli umani. Poi, si rintanano nelle crepe del muro, nel pavimento, mentre noi, con un corpo ingombrante di palpiti, ci muoviamo, respirando l’onere e l’onore della vita’. Il vaticinio dell’anziana si è avverato, Mara parla. Racconta di giovani lungo le strade, impauriti dalla vita ancor prima di averla sfidata e della gioventù, che gareggia col trascorrere del tempo, sbocciando nel nuovo, in ciò che un attimo fa non c’era.

Manuela.

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La Felicità al Festival delle Scienze 2013

Al Festival delle Scienze 2013, a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, dal 17 al 20 gennaio, si parla di Felicità. La rassegna dà voce al dibattito intorno a un’idea, che ha le sue radici nell’antichità e su cui si sono interrogati molti pensatori e pensatrici. Il discorso sulla felicità ha un ruolo molto importante nell’ambito delle discipline scientifiche, dalle neuroscienze, alla biologia, dall’antropologia, alla sociologia. Filosofi, politici ed economisti si sono espressi sull’argomento in questione. Amartya Sen, premio nobel per l’economia nel 1998 e professore ad Harvard, nella serata di venerdì 18 gennaio, ha illustrato le contraddizioni e i conflitti generati dal sistema economico attuale. Nella conferenza dal titolo ‘Felicità e disuguaglianze’, introdotta da Luigino Bruni, il premio nobel ha spiegato i concetti fondamentali del suo pensiero sul tema della felicità, associata all’organizzazione politica ed economica degli Stati nell’era della globalizzazione. Il concetto di benessere, inteso come indicatore della qualità della vita, rievoca la frase di Robert Kennedy, pronunciata il 18 marzo 1968, nel discorso sulla ricchezza delle Nazioni e sul PIL il quale ‘misura tutto tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta’. Tuttavia, le teorie di Sen, terribilmente concrete, come ha rilevato Luigino Bruni, permettono di sviluppare il dibattito, articolandolo sulle conseguenze prodotte negli ultimi 50 anni dalle politiche economiche neoliberiste. É vero che il PIL non tiene conto della percezione individuale del benessere, ma è anche vero che tale percezione può risultare falsata dalle crisi economiche e sociali che hanno investito e investono ampie fasce della popolazione mondiale. La felicità è un concetto difficilmente rilevabile non solo perché multidimensionale, ma anche perché, ciò che ognuno avverte come il proprio desiderio, in periodi di recessione, spesso è il risultato del livellamento verso il basso delle aspirazioni più profonde e più grandi. Per verificare il grado di felicità pro capite occorrerebbe tener conto della situazione economica e politica nei paesi interessati e delle relative conseguenze. A tale proposito Sen ci porta a riflettere sul concetto di benessere individuale, associato a quello di benessere collettivo e, soprattutto, sulla felicità che si esprime nel fare pratico. Quindi, affronta il tema sul piano dell’occupazione, delle relazioni sociali e politiche. L’accordo tra spinte individualistiche e le richieste di partecipazione democratica, quindi non conformista si trova nell’ambito esperienziale. In un paese con un’alta percentuale di occupati e che sa impiegare al meglio le capacità e le abilità individuali, si può constatare un buon grado di benessere. Così accade anche per le relazioni che i membri di una comunità intessono tra di loro. Allo stesso modo si può verificare l’efficacia delle politiche del welfare, le quali dovrebbero avere come obiettivo l’equa distribuzione delle risorse finanziarie nei vari settori. Amartya Sen guarda di buon occhio l’intensificarsi delle relazioni tra Stato ed economia sul piano organizzativo, a patto che né l’azione dello Stato né dell’economia siano autoreferenziali. A tale proposito distingue tra felicità e benessere, intesi in termini di calcolo utilitaristico e il concetto gramsciano di filosofia spontanea. Ciascuno è filosofo, cittadino/a partecipe e consapevole. Il premio nobel ha esaminato la situazione di crisi in cui vertono alcuni paesi europei e ha criticato i mancati accordi sul piano politico tra i paesi dell’eurozona. Inoltre, ha criticato il regime di austerità, i relativi tagli alla spesa pubblica e agli investimenti nei settori produttivi e per l’innovazione. Sen, a proposito di disuguaglianze, ha fatto notare che indignarsi va bene. Tuttavia, l’indignazione può essere condivisa, la miseria no. Se la popolazione europea è indignata con le politiche economiche degli stati di cui fa parte, la maggior parte della popolazione mondiale vive nella povertà. E, se gli stati e le organizzazioni internazionali considerassero veramente questo aspetto, dovrebbero avviare un lungo processo di trattative finanziarie e politiche. Il dibattito ha esplorato varie possibilità per valutare razionalmente il fattore felicità, per impiegare al meglio le energie future e della politica del futuro. Occorre trovare un modo di pensare il benessere sul piano della razionalità, cioè attraverso un pensiero che non pretenda di assolutizzarsi. Felici si nasce, forse è così. D’altra parte, la felicità non può essere interpretata come mera soddisfazione individuale. Sono queste le sfide che attendono i politici, gli economisti e la società già da ora. La conferenza tenuta da Amartya Sen è visionabile sul sito www.auditorium.com al termine del festival.

Manuela.

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La museruola non si addice alla donna

Come pensate che potremmo amarvi più della vita nostra, più dell’avventura cui andiamo incontro con i nostri compagni fidati: facce sfrontate di un’insolenza cosciente, che tagliano il vento contrario facendone stracci. Come potete pensare che le vostre lusinghe interessate ci rallegrino più di questo incontenibile sentimento di essere vive e che ci dolgano i vostri ingiustificati capricci dell’egoismo e della superbia. La donna che lavora per vivere, ovvero che senza lavoro non vivrebbe, ascolta il freddo del mattino, la fatica e le ossa rotte e risponde con spudoratezza. Aggiusta la graduatoria dei mali con discernimento: al primo posto c’è la sferzata offerta gratuitamente dalla vita, la fatica per mangiare, avere un riparo per sé e per chi si ama, poi il resto. Anche la donna occidentale nutre da tempo un ragionevole dubbio sulla natura dei guai sentimentali, persuasa com’è della sua innata superiorità che non trova riscontro nei fatti. Bravissima, a detta del solito circoletto, quelli con la tosse arrogante che la sfruttano, ma sola e per di più afona. Ci pensa. Intanto sta con un uomo che la irrita solo a vederlo.

I tormenti sentimentali erano il tributo versato per entrare a pieno titolo nel sistema che garantisce la sopravvivenza, oltre che false ma rassicuranti certezze. Cosa rimane degli strazi, pegni dovuti a uomini indecenti? Dimenticati, mentre le lacrime per il freddo, la fatica e le ossa rotte non li dimenticherà mai più, così come non dimenticherà la gioia di poter contare su se stessa. Non che quei tormenti amorosi fossero ridicoli. Ridicolo e malvagio era lo spuntone dell’obbedienza e dell’obbligo, conficcato nell’animo di donna. Il pungiglione del dover essere e dover sentire ciò che gli altri si aspettano da te. Dì che mi adori da impazzire, implorano gli omuncoli bisognosi di una conferma mentre maltrattano la donna. No che non ti adoro, perché sei un coglione, pensa lei. Poi, se fa tutto il contrario e si dispera, la schiera di anime morte si rallegra. Con i denti aguzzi e luccicanti le dicono: ‘Sii infelice come noi!. Dai, unisciti al nostro gruppo DIC (disperati inconsapevoli per convenienza). Sii buona, non costringerci a invidiarti, ad augurarti la mala sorte’. La ucciderebbero: lei con quel desiderio di amare e loro, carogne, che fingono di esistere e di essere buoni. A un tratto spegne l’interruttore: adesso basta!. Buca quel pensiero, fluttuante come una bolla di sapone senza rivendicare la propria esistenza e ammette: ma come potrei amarvi miseri esseri succhia sangue. E scattano le manette: le anime morte, invidiose della determinazione femminile, gemono come bestie dannate. Già, prima era normale, ella si disperava e stava male, ora non è più normale, desidera.

Come potremmo amarvi più dei nostri amici di una vita e perche mai dovremmo?. La donna aggiunge un altro dolore: la morte, che conquista il primo posto e si interroga cercando dappertutto (dov’è?, forse in quell’angolo oppure è lì, tra il mobile e la credenza. Devo guardare meglio, perché un significato lo trovo sempre). Adesso i neuroni si defilano per inadeguatezza confessa e rimane il sentimento e l’indicibilità che lo avvolge. Cos’è questa sensazione: il viso pare che vada in pezzi, gli zigomi in terra e gli occhi che rotolino sul pavimento. Io so che tu non sei più qui né in nessun punto della terra, eppure non voglio non amarti. Nella graduatoria del dolori il peggiore è sicuramente la morte. Dunque, era fasullo quello strazio amoroso: non sei con me e vorrei non amarti, per non soffrire, ma so che tu ci sei da qualche parte, nel mondo. Che amore era quello lì?. Amavamo, appiccicandoci addosso sentimenti preconfezionati, ma comprensibilissimi, senza chiederci se fossero quelli veri. Ora un pensiero si inerpica con fare amorevole, per comprendere gesti e sentimenti inseriti nel flusso del tempo ed essi risultano inintelligibili. Lo smercio di una cultura su misura per il genere femminile ci ha ingannate. Società ipocrita, cosa ci ha insegnato sull’amore?. Solo la sofferenza d’ordinanza e lo strazio dovuto alla spocchia maschile. Voglio ben pensare, dice la donna e non frodare me stessa come fanno i benpensanti. Solo così il languore e la mancanza non oltrepassano l’amor proprio, ma trovano sistemazione nell’amore stesso che ne mitiga gli effetti. Quale raggiro è stato ordito ai danni di un genere dalla specie umana, deficiente in sentimento. Se ci fosse la Facoltà di Sentimentologia, il rettore sarebbe un cane, un uomo o una donna, ma senza museruola.

Quella volta che eravamo tutti col viso in alto c’era la guerra. Allora prendemmo ufficialmente il vostro posto nei campi, nelle fabbriche e facemmo con voi la lotta partigiana. Se i nostri muscoli dolenti avessero potuto parlare, avremmo dimostrato molto prima la nostra non ‘innata’ debolezza. Dopo, ci ritrovammo di nuovo tra la cucina e il tinello, la domenica sedute accanto a voi sul divano, ad annoiarci davanti alla tv, suprema conquista del benessere, cui furono sacrificati gli anni di miseria, di guerra e di morti. Pertanto, oggigiorno, avremmo l’ardire di sperare, in particolare che i nostri visi possano affiancarsi di nuovo, ma con il sorriso, non con la paura cagionata da un arbitrio scriteriato. Ah! Nella graduatoria dei giorni felici non ci siete. Eh, no. Anzi, siete sullo sfondo, da cui, per convenienza, molte di noi vi riportano in primo piano dicendo, per esempio, che il giorno più bello della loro vita è quello del matrimonio. Per altre è il giorno della laurea (nell’istantanea il fatto di sbalzarvi in pole position è abbastanza pratico e non richiede sforzo). Per qualcuna il giorno più felice è quello più felice, quando l’apparato ridondante sparisce e rimane l’inconfutabile esistenza del mondo e la sua vaghezza, mentre la gente si dimena convinta che la sua vita di merda sia la realtà. Allora, si sgretola la monumentalità delle regole sociali erette a difendersi dalla vita, e si svela una trama nascosta. Lì abita la felicità e altro che sfugge allo sguardo bendato dai paraocchi delle convenienze.

Ci hanno detto che l’essere umano crea realtà con l’immaginazione e con la parola. Ebbene ne siamo capaci. Abbiamo risposto al monito e appreso molto sulla facoltà di sentire. Come voi proiettiamo i nostri desideri sugli altri. Poi, a cose fatte, abbiamo constatato che le vostre fantasie diventano subito realtà oggettive e le nostre rimangono solo fantasie, per giunta declassate a fisime. Nonostante ciò, ci siamo accorte che le nostre fantasie non sempre sono ‘troppo grandi’. Perciò, ci siamo prese la libertà di chiamare Amore le parole sussurrate, gli sguardi appassionati e timidi degli uomini sinceri, concentrandovi storie lunghe un’eternità. Come fate voi. Solo che, a causa del magico effetto della proiezione, quella sincerità era più nostra che dell’amato, il quale, sbrigandosi a negare il languore dei suoi sguardi e delle sue movenze, ha subito ristabilito l’ordine cameratesco e il segreto che vi lega e che nessuno deve confessare. Vale a dire che nessun uomo è libero di dimostrare la sua statura morale, per non far sfigurare la vostra (e per non produrre un disastroso effetto domino sulle vostre devote gracchianti). Comunque, noi siamo differenti anche in questo, noi avremmo creduto alla ‘verità’ delle proiezioni maschili e avremmo accolto i complimenti interessati e i giudizi adulatori, ignorando che la libertà di sentenziare non si esaurisce in quelli positivi, ma rivela presto il rovescio della medaglia. Quindi, per evitare il tranello della proiezione, ci siamo messe a scrivere, a disegnare, a cantare, a ballare. Come non fate voi.

La donna, con la graduatoria dei dolori e delle gioie tra le mani, tende l’orecchio per scovare parole simili alle non parole suggerite dal linguaggio misterioso del mondo. Qui, c’è un racconto in cerca di uditori, che non afferro, ma sento. Intende dire ciò che è o sarà dicibile.

Manuela.

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‘L’uva migliore’ – Roan Johnson

‘L’uva migliore’ è il documentario di Roan Johnson, regista del film ‘I primi della lista’, uscito la scorsa stagione nelle sale cinematografiche. L’autore ha voluto intervistare gli e le studenti dell’Università di Pisa, per dare spazio e voce alle loro aspirazioni e considerazioni. Il dibattito tra il regista e la cosiddetta ‘generazione choosy’ è proseguito con l’intervento di Beppe Severgnini e la presentazione del suo libro: ‘L’Italia di domani’. Entrambi i filmati: ‘L’uva migliore’ e ‘Generazione choosy’ sono visionabili su www.youtube.it. L’incontro all’Università di Pisa è parte di un progetto che vede coinvolti il regista e il giornalista. La finalità è quella di conoscere gli interessi, gli obiettivi professionali e le prospettive delle nuove generazioni. Un ragazzo di agraria inizia a raccontare la sua storia con un aneddoto che dà il titolo al documentario. Egli dice che la pianta della vite tira fuori il meglio di sé nel momento in cui viene messa in difficoltà. Questa è la sfida generazionale che i giovani sembrano aver colto molto bene, gli manca soltanto un po’ di spazio per esprimersi. Tuttavia, sono convinti di poterselo conquistare proprio perché necessità fa virtù. Fin qui il discorso fila liscio, tutto basato su un buon senso quasi sconcertante. Nessuna alzata di testa, nessuno sbraita con veemenza. Però, con il proseguire delle testimonianze, vengono fuori le difficoltà e per risolverle non basta l’impegno e l’audacia personale. Di fatti, si tratta dell’inadeguatezza del contesto sociale, paludoso e immobile, decisamente avverso all’intraprendenza giovanile. Sarà che son cresciuti in un clima familiare ovattato e iperprotettivo, ma l’impressione che si ha è che questi ragazzi/e si aspettano di trovare la stessa indulgenza nell’ambiente universitario. Più di una studente sottolinea la complessità dell’approccio con il mondo, soprattutto quando si esce fuori del contesto familiare. Sulle difficoltà economiche si tace con i genitori, se no ti fanno ritornare subito a casa e, per affrontare le asperità, si fa affidamento sull’affetto dei coetanei. Così dicono gli e le studenti. Una ragazza del sud Italia, trasferitasi a Pisa, afferma che l’università non è come la scuola superiore, evidenziando il bisogno di sentirsi parte di un mondo scolastico che è maggiormente selettivo. Poi, aggiunge che al suo paese, nel sud, non tornerebbe, poiché altrove ha sperimentato la scelta e prospettive future che il suo luogo di origine non può offrirle. Al contempo, però, lamenta la precarietà occupazionale, anelando al mito del posto fisso. Sembra una contraddizione che, però, mette in luce una delle tante mancanze del nostro paese, non solo del sud, cioè l’incapacità di elaborare i capisaldi delle vecchie generazioni, per trovare soluzioni alternative che possano rendere veramente felici quelle nuove. Ricalcare le orme di chi ci ha preceduto e glissare sulle difficoltà significa puntare in basso per paura delle delusioni. Per questo molti giovani si sono rassegnati alla mediocrità, dice la ragazza del sud e pare di vedere sfilare in parata la classe media italiana avida e disillusa. Comunque, i e le giovani intervistate hanno le idee chiare, talmente chiare che faticano a farsi ascoltare. É altrettanto chiaro, infatti, che non sono ‘choosy’. Ciò accade, in Italia, dopo un impulso di temeraria sincerità da parte di qualche coraggioso rappresentante delle istituzioni. Così alla Fornero hanno risposto i non ‘choosy’. Allo stesso modo, a Brunetta e Padoa Schioppa risposero i non bamboccioni, raccogliendo la sfida. I veri choosy e bamboccioni se ne stettero zitti, allora come adesso, per continuare con il loro bamboccismo un po’ vile, forse rassegnato, sicuramente conservatore. Il discorso non è sui partiti, ma sulla disponibilità dei governanti a fornire linee guida ai cittadini/e, indicando comportamenti virtuosi. Infatti, non sempre lo sprone arriva col sorriso, come hanno fatto Roan Johnson e Beppe Severgnini. Spesso, per infondere coraggio ai giovani ci vuole la scossa, ci vuole una provocazione, simile a quelle difficoltà attraverso cui ognuno può dare la sua uva migliore. Certo, c’è un limite a tutto. Per questo è importante attuare un cambiamento dalla base, nella società. Per esempio, non è ammissibile che i e le trentenni siano costrette a competere con i settantenni, come ha sottolineato Beppe Severgnini. Ciascuno può avere un ruolo nella vita lavorativa, sociale e politica, affinché l’audacia non debba trasformarsi in un tragico, anche se vitalissimo, eroismo quotidiano.

Manuela.

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Agricivismo – orti e giardini in città

‘O Italia, sei in chi ha di te pura passione;

in queste scure genti irreligiose

dove è nata la tua Religione;

in queste provincie, in queste corrose

città in cui con schiavo cuore il popolo

crede di saperti, e di te non sa

che ciò che di te splende nel suo fuoco

(splende solo nella sua beltà):

ti esprime, egli, inespresso, nel suo poco

esistere – un’unica generazione –

ma intera: nei suoi giorni è la storia

che nasce, tutta pura, la nazione

che è nell’atto e non nella memoria.

Oh, un’ora in te, nel rumore d’acque

Sorgenti in cui la tua natura

si muta in storia nel gridìo di Spacca-

Napoli, nei fiumi della pianura

lombarda dura d’echeggiante pace,

nella settecentesca Roma, ferma

nel marrone degl’intonachi di Via

Condotti e le pietre di bruna perla

di Piazza di Spagna in rapita allegria;

giù pei quartieri, con le calde pareti

picaresche, e le sensuali chiese,

calanti a Campo dei Fiori, al Ghetto,

a Trastevere e a Porta Portese,

al Gianicolo ossesso nella quiete.

E, dietro gli infetti rioni rotti

Sulle scarpate del Tevere, sulle

macerie e le immondizie e i barocchi

e imperiali archi, Tormarancio, Trullo,

Quadraro, Quarticciolo… Dà

agli stracci che pendono a migliaia

di finestre il sole un biancore che sa

di festive caserme, ride e abbaia

in ragazzi e cani la felicità…’

P. P. Pasolini, ‘Il canto popolare’.

L’Italia è un paese meraviglioso, di mare, di terra e colline, storia e natura. Lo spopolamento della campagna e il processo di urbanizzazione hanno prodotto un cambiamento non solo negli stili di vita delle persone, ma anche nel paesaggio. Recentemente è sorto un movimento spontaneo, l’agricivismo, per la riqualificazione delle aree urbane. L’intenzione è di portare un po’ di campagna nella città. L’agricivismo, in base alla definizione dello storico dell’urbanistica statunitense Richard Ingersoll: “Sprawltown”, si avvale dell’utilizzo delle attività agricole in zone urbane per migliorare la vita civica e la qualità ambientale e paesaggistica della città. Al crescente sovrappopolamento delle metropoli si risponde con una tendenza contraria. Il concetto di campagna urbana e la realizzazione di orti e giardini nei terrazzi e negli spazi pubblici, oltre a migliorare l’ambiente, favorisce il tessuto sociale, ripristinando legami di solidarietà e cooperazione. Quindi, fa bene all’ambiente e alle persone. Il fatto curioso e interessante, ma anche divertente, è che, a seguito della crescente domanda di verde urbano, è nato il movimento internazionale dei giardinieri d’assalto (guerrilla gardening), i quali chiedono aree verdi al posto del cemento. Il fenomeno è stato studiato con attenzione dalle associazioni di categoria, le quali hanno messo sul mercato semi adatti alla coltivazione di ortaggi sul terrazzo di casa, cioè pomodori, peperoni, zucchine, melanzane e fagiolini capaci di crescere in un vaso. In Italia molti comuni hanno messo a disposizione degli appezzamenti di terra per questo tipo di colture. In Val d’Aosta, nel Friuli Venezia Giulia e nel Veneto come a New York, crescono gli appassionati dell’agricivismo. Per avere maggiori informazioni si può consultare il sito www.eugea.it. Il progetto Eugea, dell’entomologo dell’Università di Bologna, Gianumberto Accinelli, ha come obiettivo il cambiamento sociale dal basso. Attraverso la divulgazione delle proprietà delle piante, ne spiega i benefici correlati, nella prospettiva del sistema complesso in cui viviamo. Spiega inoltre, come fare giardini e orti negli spazi urbani.

Manuela

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Diciamolo a chiare note

Le parole di una canzone si srotolano veloci nella bocca di un rapper. Due ragazzi, dal fondo di un autobus, seguono il ritmo con la testa, guardando i loro pensieri fuori dal finestrino. La gioventù, in questo Paese, è un concetto, un’astrazione. I giovani fanno volume, ma esistono solo nei versi di un rap. Due ragazze straniere chiedono informazioni al conducente dell’autobus che, tutto ringalluzzito, risponde e se ne vanta. Raggiunge i colleghi e scambia qualche parola con loro. Poi, di tacito accordo, il gruppetto si mette in posa. Occhiali da sole, gambe aperte per mostrare maggior sicurezza, aria spavalda: sono i maschi italiani. Si pavoneggiano quando riescono a dialogare con una donna, ma il fascino è solo un dettaglio inutile. L’importante non è la conquista del cuore femminile, ma la stima degli altri maschi. Forse, in loro alberga un’omosessualità latente. Alcuni odiano le donne, perciò le maltrattano. Le sottomettono villanamente per affermare la loro superiorità. Obbediscono a un clichè e scimmiottano i personaggi in vista che usano il sesso femminile per acquisire carisma e prestigio. Certo, in una società non sessista sarebbero considerati dei poveretti, ma qui ottengono l’applauso e la luce dei riflettori sempre puntata sulle loro facce idiote.

Il tempo delle feste sospende il tempo ordinario, conferma l’abitudine nel rito e negli eventi che si attengono al solito copione. In questo tempo sospeso la prepotenza si addobba a festa, la cattiveria e l’egoismo quasi spariscono e tutti fanno finta di essere davvero buoni. Sennonché, negli occhi di un popolo imbarbarito da anni, attraverso sguardi respingenti, riecheggia il malanimo. L’Italia ha diffidato la vita e il cambiamento in tutte le forme. Delle ragazzine, non più di sedici anni a testa, sfoggiano il loro anellino antimolestie. Se la scena avesse una colonna sonora sarebbe un controcanto rap al femminile: ‘Se apparteniamo a qualcuno non ci potete assillare/ poi, magari, coviamo un risentimento colossale/ da arrivare a un grado tale di cinismo e frustrazione/ da non vedere altra soluzione/ che rovinare l’esistenza della donna che pensa e dice/ a maggior ragione se ci capitasse di incontrarne una felice’. Prolifera il numero delle patite degli indicatori di status che, da un cantuccio riscaldato, ma angusto, guardano la libertà. Sanno cosa dovrebbero sopportare se vi si accostassero e sono invidiose del coraggio della donna che abita in sé e nel mondo. La cosiddetta razionalità dell’organizzazione sociale non vieta esplicitamente di andare oltre la scorza del quotidiano, ma la considera un’attitudine per persone complicate. Comunque, il non detto comincia a fare rumore e chiede parole per esistere. Chissà se qualcuno si è accorto di intere generazioni di donne ammansite da una razionalità che razionalizza gli stereotipi e la discriminazione sessuale?. Le opzioni sono due: vegetare in anestesia o parlare, rischiando di essere  risucchiate dal gorgo rapace del pregiudizio per combatterlo. Lo spettro delle scelte femminili ha subito una strettoia, dai buoni propositi libertari nati durante la rivoluzione culturale alla contemporaneità da inquisizione. Però, i sogni rimangono grandi e più di ogni tanto un fulmine illumina i volti delle donne. In un mondo che ha bisogno di ridefinire la realtà ogni giorno perché ha perso coscienza di sé, la passione non basta. L’ardore può diventare un intralcio, come i clochard ai bordi delle strade, pietre d’inciampo per lo sguardo perbenista, fastidiosa pulsione a vivere non catalogata né catalogabile. La passione ha bisogno di esprimersi. Siamo animate da pensieri di riscossa, quando essi poggiano sulla fiducia nella loro realizzazione, mentre brandiamo sogni, per avventurarci nel mare della vita, lottando contro le ipocrisie e la malafede istituzionalizzate. Un ceto medio piccolo borghese, convinto di possedere grandi virtù dopo aver dato il peggio negli ultimi cinquant’anni, da giù ci richiama all’ordine, indicandoci il bitorzolo per ‘correggerci’. Da sole potremmo perderci, ovvero potremmo vivere, seguire le nostre idee, fare e sbagliare, senza perderci d’animo. Niente da fare, se decidiamo, voliamo alte e non torniamo più indietro.

L’immaginazione femminile è ‘troppa’, ma può dare vita a pregiati scampoli di realtà, dialoganti con altri scampoli di realtà. Gli uomini hanno immaginazione, anch’essi troppa, ma, quando viaggiano con la mente, un privilegio mai messo in discussione, legittima i loro pensieri. Così, senza incontrare resistenza, creano la visione del mondo dominante, strutturata sulla classificazione della realtà secondo categorie, gerarchie e dualismi. Secondo la cultura maschile la donna ha una fantasia debordante, ‘pericolosa’ se non diluita in un pastone sentimentale da romanzo d’appendice. In realtà, la vivacità immaginativa è una qualità fondamentale per produrre opere di ingegno e di grande valore artistico. Nel definire eccessivo l’estro femminile, l’obiettivo è quello di inibirlo, ma, se la fantasia per gli uomini rappresenta una dote, deve essere così anche quando la visionarietà è sessuata al femminile. La sensazione, però, è che l’esondazione dell’immaginario delle donne imploda o svanisca nei pensieri senza voce, come bolle di sapone. Allora, se nel traffico o in coda alla posta ci viene voglia di svagarci con l’irriverenza di un rap femminista l’incipit potrebbe suonare così: ‘Ti guardo perché vivo/ Uomo: che ti fa tremare?/Non ti voglio sfidare/ neanche ti sono complementare/E lascia che ti dica una parola amico mio/ il privilegio di desiderare ce l’ho anch’io/ a dire io voglio, io non voglio son capace/e non cambierò perché sono umana e questo non ti piace/ Hai paura di me e mi aggredisci/, pare che più che camminare tu strisci/Il tuo ringhio spaventato contro il mio sorriso è un indizio/ voglio definirti e ti meriti un giudizio/ nei roghi che hai acceso per bruciarmi viva/il mio essere donna ti infastidiva/Se il mio amore e il mio impegno rappresentano un errore, rinuncia al titolo di signore/E quando ti sorrido sii gentile/ non vile/ almeno onesto nello scambio/ e fa vedere che la stima che hai di te non supera il livello del calcagno’. Gli uomini prevaricatori e prepotenti ci sono, quelli affetti da gallismo sono un’altra cosa. L’inibizione della vivacità e del talento femminile attraverso la mortificazione e l’umiliazione è una forma di violenza. Se gli altri uomini li redarguissero e se non avessero uno stuolo di donne rincitrullite a portali sul palmo della mano, se la pianterebbero e forse ci sarebbero meno episodi di violenza di genere. Comunque, la realizzazione personale delle donne non è legata ai comportamenti e agli atteggiamenti degli uomini. Il percorso, nell’Italia maschilista, è impervio, ma non è impossibile.

Manuela.

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Le donne: c’erano una volta e ci sono ancora

Uno sbadiglio dopo un lungo sonno: le donne si risvegliano dal torpore. Sul genere femminile l’anestesia collettiva produce il sonno della ragione che è anche un sonno senza sogni. Il pachiderma femmineo destato non dal bacio di un principe, ma dalla ferrea volontà di esistere, allunga le braccia si stropiccia gli occhi e osserva il mondo come non l’aveva mai visto. La versione della favola è nuova, ma, come in ogni favola, si intravede la morale e il percorso di crescita. Perciò, sarà una favola reale, senza una morale imposta e incomprensibile. Sarà un percorso di crescita senza steccati, quei solchi protettivi entro cui restare per non rischiare e per non cadere, il che equivale a non vivere pienamente. Fiduciose nelle nostre capacità e intuizioni, salpiamo verso il mare aperto. Troveremo da sole il bandolo della matassa, così come il luogo adatto per parlare di noi stesse. È come dire che spesso dal foglio dipende cosa si scrive e come. Quel quaderno sul tavolo, oltre ad appartenere alla nostra quotidianità, rappresenta una porticina magica: perseverando nella scrittura lascia intravedere un mondo. La curiosità ci sospinge a scrivere. Il desiderio di raccontare ci sorprenderà all’improvviso, sbucando fuori da un angolo remoto. Dei tanti e troppi desideri che la società ci induce a desiderare, scopriamo di essere ispirate dalle storie, dalla vita alla carta e viceversa. Ed è in quel foglio che si materializzano, nei luoghi che più amiamo, perché altrove le parole sarebbero mute, sarebbero delle estranee da guardare con sospetto.

Con le parole amiche le donne del nuovo secolo prendono coscienza del come e del perché questo paese le abbia bendate e ammutolite. Prima la speranza in un cambiamento per la liberazione dai ruoli tradizionali, poi il rigurgito di vecchi modelli sociali e di genere coperti da una patina di emancipazionismo. La rivoluzione culturale del secolo scorso, con la promessa dell’annullamento dei rapporti gerarchici tra i sessi, ha posto le basi per l’inizio di una nuova era. La donna tuttofare e ‘perfetta’, però, è divenuta l’espressione della versione moderna della cosiddetta ‘natura’ femminile. Pensiamo sempre a tutto, siamo brave e diligenti, ma, quando si tratta di avere spazio del dibattito politico, le cose si complicano e l’autorevolezza delle nostre opinioni dipende ancora da una morale imposta e dal giudizio pubblico sulla ‘rispettabilità’. Su altri fronti il rischio è di eccedere nel vittimismo. Da trent’anni, in Italia, non esiste più il delitto d’onore. Le violenze e gli abusi sono reati considerati tali non perché offendono la morale pubblica, come accadeva un tempo, ma vengono puniti per il danno alla persona (la donna). Tuttavia, sono ancora poche le donne che denunciano le violenze subite. Al contrario, soprattutto per quanto riguarda comportamenti meno lesivi, capita spesso di far leva sul sentimento di esclusione di discriminazione sessuale. Il fatto è che la maleducazione e la prepotenza sono pratiche assai diffuse e non solo a scapito delle donne. Perciò, almeno in questo possiamo tirare un respiro di sollievo e non sentirci delle vittime. La protezione a favore del genere femminile, quando serve, deve essere motivata e non risultare un modo nuovo per attuare un sistema vecchio: quello di proteggere le donne dal desiderio di conoscere e di abitare il mondo. La protezione in molti casi è una forma di reclusione, che vincola le donne ai doveri sociali e le mantiene al servizio dell’istituzione familiare. L’istruzione e l’educazione quando non spalancano la mente e il cuore, imbrigliano, si trasformano in meccanismi ben congegnati atti a mantenere le donne lontane da se stesse. Pare che le qualità dell’intelletto femminile servano solo a contribuire all’espletamento della funzione decorativa del genere. In altre parole, dato che l’uomo ha bisogno di una donna per acquisire prestigio sociale è meglio che la donna in questione sia laureata. Le donne sono bravissime, hanno talento e intelligenza, ma nel concreto queste qualità non sono apprezzate come dovrebbero.

Non trovando spazi immensi come i sogni, molte donne si chiudono volontariamente nei parchi giochi a tema, dove subiscono il frastuono stordente del gossip e cuociono nel brodo del sentimentalismo da fiction tv, per non mettere il naso fuori, dove tira un’aria contraria al mondo femminile. Così si consolano dei sogni mai realizzati, mai sognati, dei fac-simile di amori, a comando come la felicità o la tristezza, utili a giustificarne la presenza, ma terribilmente lontani da un sentimento onesto. Invece di correre le donne stanno in recinti come animali ammaestrati e docili e la loro creatività avvizzisce. Nel parco giochi la felicità e la tristezza sono sentimenti telecomandati, classificati a priori come chi li prova. Tutto deve rientrare nella casistica, le cause sono già definite in anticipo e sono uguali per tutti. Se ci si azzarda ad essere felici e basta, senza pescare nel repertorio delle motivazioni consentite e approvate socialmente, si fa fatica a riconoscere la felicità in quanto tale. Ansiosi di esporre il giustificativo per ogni sentimento che proviamo ci dimentichiamo di fare appello alla sensazione di essere vivi, senzienti, gioiosi come gli animali che celebrano la vita, ma con il privilegio o il limite di capirla. La tristezza non è una malattia e, sfiorandoci dolcemente e senza preavviso, come la scia lasciata dal grigio delle giornate invernali, si trasforma in languore poetico. Occorre immaginare storie, come rarefazioni atmosferiche che fluttuano sopra la testa di ognuna di noi e attendono. Attendono le parole, affinché gli si getti addosso una tintura che rende visibile ciò che prima non lo era, per sbalzare fuori dalla superficie del già visto. Attendono gli sguardi per diventare parole, quelli che infilzano la realtà prima che l’impressione fugga via per lasciare posto a un altro sentimento, come se il mondo sbattesse addosso ai corpi, che, in quanto corpi, garantiscono l’esistenza di una realtà e di noi stesse. I pensieri scendono dal limbo e si fanno voce. Per entrare nella vita bisogna bucare la membrana delle false certezze, comode e rassicuranti, nuotare contro corrente come i pesci o volare con il vento contrario come gli uccelli. Poi, sbattere la coda e le ali più forte che mai. Chi non si sbatte è già morto. Queste sono le storie da raccontare, poiché solo ciò che vien detto esiste. Lo sanno i poeti, le poete e le donne tutte. Riconosciamo il codice criptato della vita, lo sentiamo scorrere, in virtù di una sapienza antica.

Manuela.

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‘Una fidanzata in coma’, il documentario di Bill Emmott e Annalisa Piras

‘Una fidanzata in coma’ è il film-documentario di Bill Emmott, direttore dell’’Economist’ e di Annalisa Piras, giornalista collaboratrice de ‘l’Espresso’. Il titolo cita una canzone degli Smiths: ‘Girlfriend in a coma’. È stato presentato il 26 novembre a Londra ed uscirà nelle sale italiane nel 2013. La fidanzata in coma è l’Italia, senza troppi giri di parole. Bill Emmott e Annalisa Piras parlano dei mali del cosiddetto ‘Bel paese’: corruzione, clientelismo, mafia ed evasione fiscale; di ciò che manca: creatività e sviluppo, meritocrazia e di ciò che viene mal gestito: Stato, bene comune, media, giustizia e regole che favoriscono una buona concorrenza imprenditoriale. E poi di ciò che quasi non esiste: donne, etica, disponibilità al cambiamento. Non c’è da lagnarsi, Emmott e compagni non sono dei disfattisti, neanche dei comunisti, poiché l’analisi sulla condizione dell’Italia non è pro partitica. Al contrario, indica le responsabilità e le mancanze della politica degli ultimi vent’anni e non solo. Nel documentario si parla di creatività, la quale innesca un circolo virtuoso portando benessere economico e mobilità sociale. Creatività e mobilità sociale incentivano la creatività. Tuttavia, se consideriamo vera la prima ipotesi e cioè che la creatività è più importante del resto ed è una variabile indipendente, l’Italia appare attorcigliata nelle spire di un circolo vizioso dove non c’è creatività né crescita. Il picco più alto della virtuosità lo abbiamo raggiunto negli anni ’60-’70, l’unico precedente degno di nota è il periodo del Rinascimento. Bill Emmott, che nel 2001 criticò l’agire politico di Berlusconi, compì un viaggio in Italia e scrisse ‘Good Italy, bad Italy’, da cui trasse spunto per il documentario che era già in fase di preparazione. La critica era rivolta non tanto alla persona né agli scandali, ma all’inevitabile concentrazione di poteri (potere economico, potere dello Stato e potere dei media), evento nefasto per ogni democrazia. É passata l’epoca berlusconiana e con essa l’illusione collettiva che tutto sarebbe andato bene finché ci fosse stato qualcosa da arraffare, ma l’Italia fatica a svegliarsi dal coma. Per quelli che hanno creduto o hanno voluto credere al paese della cuccagna la realtà è un boccone amaro da mandar giù. L’Italia è un paese che rifiuta la realtà, dice Emmott. L’ostilità al cambiamento è motivata dagli egoismi e dalla difesa degli interessi di partito, corporativi e di sindacato. Chiunque voglia proporre delle riforme efficaci troverà (o ha già trovato) l’opposizione di gruppi che difendono i loro interessi particolaristici a spese degli altri e, soprattutto, del futuro di questo paese. Gli stessi partiti non si sbilanciano nella programmazione di riforme audaci, poiché temono di perdere il voto dell’elettorato, abbarbicato com’è nella difesa di privilegi che in un periodo di crisi non ha senso difendere. Emmott, durante il suo viaggio in Italia, ha notato una tendenza diffusa a negare la realtà, atteggiamento causato anche dalla disinformazione e dalla divulgazione di dati falsi o falsati: l’alto tasso di risparmio privato in realtà si è dimezzato, così come la capacità di acquisto pro capite. L’Italia non è competitiva in più di un settore, tra cui quello manifatturiero, per lo scarso sviluppo di competenze necessarie in una società post-industriale e rimane chiusa in un sistema dove le maestranze, istruite ad eseguire meccanicamente delle procedure, non sono preparate ad interagire tra di loro. Inoltre, se l’innata creatività italiana è stata distrutta e il disvalore è diventato il parametro dominante, ciò ha a che fare con la corruzione e il clientelismo. La crisi, però, non è soltanto un evento negativo, ma anche un’opportunità. È la scossa per un paese dormiente. Tuttavia, se i gruppi di interesse continueranno a negare l’utilità delle riforme, vanificheranno ogni tentativo di cambiamento. Forse, credono in una magia, nella disponibilità della Germania a pagare i debiti dei Paesi dell’Europa del Sud o in una mossa ad effetto di Mario Draghi alla Bce, dice Emmott. Comunque, all’osservatore d’oltremanica risulta difficile comprendere la mentalità dell’Italia di oggi, in cui la furbizia è una qualità e le ruberie e la prepotenza un mezzo. Nel documentario non manca la vicenda dell’Ilva di Taranto, ripresa quando la magistratura stava aprendo l’inchiesta contro il gruppo Riva per crimini ambientali. Lo choc dell’osservatore esterno, ancora una volta, scaturisce dall’atteggiamento dei cittadini, quasi ignari dei danni provocati in cinquant’anni di attività dal complesso siderurgico. Ignari o rassegnati, inascoltati da sempre. La seconda parte del documentario apre uno spiraglio di luce con le testimonianze di padre Giacomo Panizza e il Progetto Sud, la Nutella di Giovanni Ferrero, lo Slow Food di Carlo Petrini e John Elkann che si dice ottimista per il futuro d’Italia. Marchionne sottolinea la scarsa competitività, ma rincuora lodando il talento e il design italiano. Le testimonianze di Umberto Eco, Nanni Moretti, Roberto Saviano e di altri personaggi di spicco si uniscono al capezzale dell’Italia, per risvegliarla dal coma e ripartire alla grande. Speriamo bene. Forse gli italiani/e, negli ultimi anni, hanno dato fondo a tutte le risorse non solo economiche e hanno anche dilapidato un patrimonio umano, non valorizzandolo. Anzi, si ha la sensazione che l’impegno, la buona volontà e il talento diano fastidio a quelli che hanno paura del cambiamento, poiché ciò significherebbe per loro solo una cosa: non tenere più i piedi al caldo. Trasformare la crisi in un’opportunità significa che vivremo sperando di superare le limitazioni poste alla creatività e all’innovazione da un sistema farraginoso. Vivremo e spereremo. Noi che vorremmo impegnarci e, infatti, ci impegniamo perché la ricompensa è questa, senza fare compromessi, senza rinunciare a noi stessi. Il trailer del documentario è visionabile nel web. Per maggiori informazioni consultare il sito ‘Girlfriend in a coma’: http://girlfriendinacoma.eu

Manuela.

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