Come Jonathan Livingston

Io e Iris abbiamo indagato sul fattaccio e, di recente, sono emersi particolari interessanti. Se l’indagine l’avesse svolta chi di dovere sarebbe stato meglio, ma, in questo paese, i comportamenti delinquenziali delle persone cosiddette ‘perbene’ sono considerati argomenti spinosi, quindi si ritiene che sia meglio non affrontarli né dal punto di vista sociale né legale. Perché, raccapezzarsi su un evento che ti è accaduto è una cosa, ottenere giustizia per ciò che si è dovuto sopportare un’altra. Gli strascichi estenuanti, infatti, fungono da sprone per svelare il non detto, cioè la vita meschina di coloro i quali usano Iris a mo’ di capro espiatorio. La cagna morbosa, la spia del piano di sotto sono esempi di donne cresciute nel completo disvalore di se stesse. Per rimpolpare la loro autostima, che giace a livelli minimi, per ottenere apprezzamenti e il riconoscimento sociale loro indispensabile, infangano, usano la maldicenza e opprimono perché sono oppresse. Questo è uno degli elementi emersi dalla nostra indagine. E, se davvero la mancanza di prove ha impedito l’avvio di un’indagine ufficiale, per tacitare le chiacchiere bastava una prova di dignità da parte delle persone obbligate ad ascoltare la campagna diffamatoria della cagna. Crediamo che la nostra indagine informale sul perché e il percome dell’accaduto, possa giovare ad Iris e, magari, risvegli la coscienza intorpidita degli altri. Forse, la comunità femminile tutta si è dovuta confrontare con la mentalità corrente, certo, molto ostile alle donne. All’Altro che, in quanto tale, è sempre meno importante dell’Uno. La cagna, la spia e ce ne sono tante così, si trovano bene nel brodo culturale che le svilisce. Per quanto mi riguarda non ho mai accettato il pensiero unico dei modelli di genere, che si avvale di strumenti molto più sofisticati delle botte per dirci che dobbiamo stare buone e zitte. Credo che, se anche rincorressimo le stronze con uno specchio, non si avvedrebbero della loro imbecillità. Per questo motivo chiedo a loro e a tutti quelli come loro di non leggere oltre. É una richiesta sincera, non un atto di superbia.

Come è noto molte donne, a un certo punto della loro vita, iniziano a sbraitare perché vogliono l’attestato di esistenza: un uomo cui appartenere e dei figli per sentirsi importanti in una società dove la donna-individuo è offuscata dai ruoli di madre e moglie. Di conseguenza le altre, che non hanno la smania di sistemarsi per ottemperare a un dovere, tra l’altro non richiesto, gli stanno sulle scatole. Gli stiamo sulle scatole perché non contrattiamo protezione e sicurezza con la rinuncia a realizzarci a tutto tondo. Personalmente credo di poter stabilire cosa sia l’amore e di sicuro non è la smania di sistemarsi attraverso la stipula di un contratto. I cortei celebrativi in onore del sacrificio femminile puzzano di ipocrisia e pure tanto. Lo sperpero delle energie vitali devolute al benessere altrui e non al proprio, atteggiamento sbandierato come il non plus ultra dell’amore coniugale, fa semplicemente vomitare. Svariati gruppetti sociali, nel panorma contemporaneo, presentano un’alta percentuale di cretinaggine. Privati di un inconscio DOC, all’occorrenza, ne arraffano stock di seconda mano, forniti dal mondo pubblicitario/televisivo e li cambiano come i vestiti, con la frequenza di uno spot. Le femmine facenti parte di tali gruppetti, tra cui la cagna e la spia del piano di sotto della storia di Iris, le hanno lobotomizzate da piccole. Quando esemplari del genere crescono producono gli effetti già noti. Dunque, a queste condizioni le nuove generazioni dovrebbero confrontarsi e identificarsi, oltre che nelle bellone dei rotocalchi, in branchi di galline/oche cattive e rompicoglioni. A suo tempo, mi fu impossibile identificarmi in questo tipo di donne, perché i gruppi di burocrate dell’ordine costituito ci sono sempre state. Perciò, ho cercato esempi, non modelli standard, di femminilità, nel pensiero, negli scritti, nello studio e nella musica di donne che mi somigliavano di più. Gli ostacoli alla nostra affermazione nella vita lavorativa e sociale vengono definiti metaforicamente il ‘soffitto di cristallo’, che pare piombi sopra le nostre teste come fosse un’entità sovrumana. Ma non si parla molto dell’educazione e della socializzazione al femminile, distinta da quella al maschile. Così, quel soffitto sembra messo lì apposta, come catalizzatore di problemi inerenti una cultura che vuole le donne soprattutto stupide. Non si tratta di vincere, cioè agognare il podio per pareggiare il conto con l’autostima, ma di giocare e soprattutto di vivere. Quelle che giocano per vincere lo fanno atraverso le regole di un sistema che le sfrutta, infatti, sbraitano lo stesso. Ovvio che non basta lo sventolìo della fede nuziale a mo’ di drappo di copertura, nè un titolo e neanche la magica comparsa di una scrivania, dietro cui stare per trent’anni, a convincerle di essere pari con i loro sogni. Senno non ci sarebbero donne sottomesse, pavide e desiderose dell’approvazione sociale. Non ci sarebbero le bamboline che puntano tutto sulla bellezza o quelle che usano la scorciatoia della sistemazione basata su contratto matrimoniale, con annessa immolazione del fine settimana. Nessuno osa parlare di ciò perché teme la ribellione delle schiave e le schiave servono.

Giorni fa un’amica ha discusso con me per motivi inesistenti, ma riversandomi addosso i suoi problemi. Io ho assistito all’esplosione senza prendermela dal punto di vista personale. Poi ho riflettuto sull’amicizia. In base ai luoghi comuni le donne sarebbero bravissime, buonissime e tanto amiche, specialmente se si rapportano in modo convenzionale, evitando accuratamente di menzionare i disagi personali o di abbandonarsi a qualche scazzo. Siamo molto criticate quando lo facciamo, invece di comportarci come le altre che covano il malessere e, simulando bontà e benessere, riescono nel loro sporco gioco dello scarico dei fardelli. Comunque, l’amicizia è un bel sentimento ed è unisex, poichè non entrano in ballo gli schemi secondo cui se sei una donna ti devi comportare in un modo, se sei un uomo in un altro. Molti uomini sono restii ad allacciare legami simili con l’altro sesso, preferiscono la brigata al maschile. Nei bar con i tavoli all’aperto e tra i resti di un passato glorioso, sarebbe bello poter chiedere: ‘Un caffè, grazie e un amico vero, che non voglia vendicarsi su di me di un suo momento amaro’. È da un po’ che circolo e raramente mi è capitato di incontrare donne che esprimono simpatia per diventarti amiche, molto più spesso in testa non hanno l’amicizia in sé, ma ciò che avvertono come una missione: cambiarti per farti diventare simile a loro. La costrizione alla gregarietà, sulla base di un ruolo da derelitte che ci accomunerebbe, è molto avvilente. In questa prospettiva, non è difficile sentirsi estranee nei confronti di un mondo chiuso, tutto e solo al femminile, monotonico, monocromatico e dai confini angusti. Perché, se anche volessi e non voglio, far capire a una, che non fa altro che pestarmi i piedi per primeggiare, che l’hanno addestrata a desiderare l’infelicità, mi direbbe che la sbagliata sono io e che lei è vincente. Un fatto risulta estremamente curioso: tutte le sgomitatrici professioniste, le reginette della maldicenza a fini di lucro e prestigio, che si incontrano nella vita e nel lavoro, alla fin fine accettano un ruolo subalterno e conforme ai modelli sociali. Non esprimono apertamente il loro disagio. Cosa ne è della tracotanza che le contraddistingue quando si tratta di rischiare, di essere disprezzate dai genitori per essere diverse da loro e ammirate per lo stesso motivo? Che ne è della loro volontà quando si tratta di metterci la buona volontà e poi vedere cosa succede? No, di questo non parlano mai, esse preferiscono il gioco dello scarico. Peccato! Perché il gabbiano Jonathan Livingston insegna che obbedire alle proprie idee può riservare grandi sorprese, come il fatto di sentirsi orgogliose di sé a prescindere dall’apprezzamento degli altri.

Manuela.

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La primavera

Facciamo come se le parole che utilizziamo usualmente ci abbiano stancato. Non servono più a dire quello che vogliamo esprimere. Come? Non vi capita mai? Peccato! Se vi capitasse, invece, potremmo cambiare le parole e, forse, cambierebbe anche la realtà. Per esempio, oblungo sta a significare qualcosa che ha forma allungata. Le giornate si sono allungate, cioè il sole sorge prima e tramonta più tardi. Non che qualcuno abbia stiracchiato le giornate. Alzarsi che albeggia, quando in inverno è ancora buio, dà una certa frenesia. Come gli orsi nell’uscita dal letargo, mi accingo a iniziare un nuovo giorno. Sì come gli orsi, a parte la stazza e un pizzico di eleganza in più nei movimenti. C’è quello che al mattino presto quando passeggi col cane tiene in mano le cassette della frutta e ti guarda di sbieco. Chissà, forse gli rode perché si fa il mazzo. Poco prima una tizia dice bravo al beagle che porta al guinzaglio perché fa la pipì sulla ruota di una macchina. C’è da pensare a quante volte dicano bravi ai loro cani, viste le cacche spiaccicate sui marciapiedi. Poco dopo un’altra sposta un secchio dell’immondizia per parcheggiarsi e ne va fiera. Il giro è quasi terminato, quando la fornaia, che con la bocca non mangia mai il pane, ci guarda (a me e al mio cane) con fare di sfida, chissà di quali ataviche frustrazioni personali ha da vendicarsi. È lunedì, certo. Arriva una telefonata di Carlo: ‘Ciao cara, si è sparsa la voce che hai rivelato la storia di Iris. Il gruppetto di ignavi è furibondo, hanno paura di essere smascherati’. Capisco. Il branco, cagne e affiliati, usa altre donne come attaccapanni per sfogarsi. Il branco, sì, di poveretti e lo dico senza compassione per loro.

Parentesi: arriva la primavera. Oh, la primavera e poi la bella stagione. C’è da pensarci. Gli occhi sono come una tela che proietta immagini interiori, estasi primaverili. Le promesse tornano chiamate dalla necessità a sfidare gli anni e le delusioni. Le grandi speranze si rinnovano. Il parterre, col passare del tempo, si sfoltisce. Oltre la platea stanno i disillusi, dentro gli altri ed io con loro. Il tempo scorre tra le nostre dita. Le mani aperte non più nel tentativo invano di fermare nuove ragioni e passioni, nuove illusioni. Ma per constatare ed arrenderci, che siamo qui e non contano le promesse mantenute, ma conta che esse si ripetano. Arriva la primavera, questa sì che è una notizia. Grazie al cielo esistono le stagioni a rifornirci di linfa vitale. Chiusa parentesi.

A lume di naso c’è una moltitudine di donne uguali alla cagna morbosa, a quella del piano di sotto che fa la spia e, chissà, quante storie come quella raccontata da Iris accadono in questo paese popolato da barbari vestiti a festa. Donnette con ambizioni meschine, che al posto del cuore hanno un registratore di cassa e considerano l’amore come una malattia da curare, perché non sono capaci di provarne né per gli altri né per se stesse. Esse si concedono nel fine settimana in cambio di rassicurazione, dell’appartenenza al rango sociale desiderato e poi ci tengono a farsi chiamare ‘signore’. Sarà per questo che a me tale appellativo non sconfinfera, non voglio essere come loro. Storie di soprusi di donne su altre donne e di uomini contro i e le proprie simili. Storie che non vengono dette, per paura o per rassegnazione ed ossequio alla prepotenza di una subcultura senza etica. Come vermi essi pullulano nel sottobosco sociale, nascosti nell’apparenza di un benessere effimero. Si intendono attraverso segnali codificati ed esibiscono tronfiaggine quando riescono a far del male ad altri in modo vigliacco, per mezzo di calunnie e cattiverie sibillate alle spalle. L’Altro per loro è il non identico, quindi da sottomettere. A casa mia tutto ciò si chiama mafia, marcescenza dell’anima, rigor mortis del sentire genuino. Così il sopruso si isituzionalizza e la differenza tra ciò che è normale e ciò che non lo è rimane a discrezione del più prepotente. Strano paese è il nostro.

Senza vincoli né parentesi. In primavera le rondini disegnano fili invisibili nel cielo. In primavera, nel tardo pomeriggio, esse si apprestano ai nidi, nel silenzio, che è in perfetta sintonia con il loro garrito. L’immagine migliore da accostare al volo delle rondini è quella del mio cane, accoccolato sul divano. A volte, una forza indefinibile mi spinge a dire no, io non ci sto al vostro sporco gioco, per vedere cosa c’è oltre l’orbita di un mondo soffocante. Trainata dalla volontà di respirare che è l’immagine più limpida di ciò che sono e desidero essere. ‘Se non sono io per me, chi sara’ per me? E quand’ anche io pensi a me, che cosa sono io? E se non ora, quando?’

Manuela.

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Come si vive nel lager del terzo millennio

Il lager del terzo millennio è un luogo dove uno vive la propria vita, anzi deve far finta di vivere la propria vita, la menzogna è la regola numero uno. La regola numero due è l’eliminazione di chi, non volendo mentire, mette a repentaglio l’artificio sociale. Sembrava che lo sterminio delle razze ‘inferiori’, di chi non è allineato al sistema e non si piega ad esso, fosse un abominio. Ma l’educazione civica ci insegnava ad attraversare la strada, non ad evitare di essere investiti da qualcuno che comunque avrebbe tentato di farlo, così per paura o per noia. Che ne sapeva il legislatore dell’astio, dell’insoddisfazione cronica che avrebbero portato la gente ‘normale’ a comportarsi come le bestie. La legge non può nulla contro il malanimo e la volontà di sopraffare, cresciuti di pari passo con un benessere effimero. Il calcolo innanzi tutto, per acquisire uno straccio di potere, subito dopo la convenienza, poi la scelta del/della partner, del lavoro e delle amicizie. Nella testa o nel cuore di ciascuno, credo, anzi spero, c’è un vecchio giradischi. A volte, sul piatto gira una canzone, stavolta è un verso, che fa così: ‘Se non son io per me, chi sarà per me?’.

Incontro la mia amica Iris un mattino, quando il cielo ti avverte che la vernice è fresca e i colori colano sui pensieri. Sediamo in uno di quei bar con i tavolini all’aperto, nel centro di Roma. Se ci vai nel fine settmana, mentre schiere di individui si riversano nelle pizzerie, puoi dire di non aver fatto niente di speciale, compiacendoti di dire una bugia innocua. É meglio accoccolarsi tra i resti di un passato artistico glorioso (benché sia fatto di pietra ci si sta bene, chè l’arte può esitere a prescindere dalla gloria ottenuta con le guerre), per bere un caffè e fumare una sigaretta, magari col sole che ti scalda e davanti a un paesaggio meraviglioso, che frequentare un posto alla moda, essendo trendy il luogo, non la gente, che è troppo pettinata. Come lager sono quei luoghi pubblici dove si buttano i disperati nel fine settimana o durante la settimana, essendo ormai diventati anche gli uffici o similari degli allestimenti per esibizionismi vari. Nell’intento di emergere, gli eterodiretti, maschi e femmine, cacciano su la loro testolina che poi viene risospinta all’istante nella melma catramosa dell’anonimato di massa. E più si aizzano più la mano invisibile li spinge giù. Invece delle divise hanno abiti firmati, la griffe è il numeretto identificativo, i corpi un involucro per appoggiarci i marchi. Donnette e ometti mediocri, rigorosamente il linea con gli standard nazionali, compiono riti di seduzione che hanno imparato nelle fiction tv. Poi si accoppiano in base ai modelli di mascolinità e femminilità in voga. E, poco tempo dopo, si ritrovano più disperati di prima, accorgendosi di non amarsi. Tanto più se ne rendono conto quanto più usano chicchessia per sfogare la loro frustrazione. Ma, abbarbicandosi uno all’insoddisfazione dell’altra, si illudono che il loro sia vero amore. Il tutto si conlude con scambio vicendevole di corna. Dopotutto, l’ometto ha bisogno della donnetta con funzione ornamentale e la donnetta di un poveretto cui rinfacciare la mancata realizzazione personale. Quale affronto per lei e per molte altre come lei, le quali, sin da piccole, sono state abituate a primeggiare in tutto, trovarsi ad accudire emotivamente uomini-bambini, trafficare con panni sporchi e camicie da stirare. Idealmente, perché la volontà di vivere di cui difettano le induce a chiamare a raccolta come forsennate un esercito di donne straniere, sfruttate, uno stuolo di servitù che neanche Buckingam Palace ha mai visto. Quelle sono le femmine italiche di nuova generazione: delle indemoniate pronte a sbranare le proprie simili. Sono femmine velenose, figlie di altre femmine velenose, che si accaniscono inspiegabilmente al fine di tenersi stretti uomini che non le amano e che non amano, non le fanno godere, le trattano come buchi fatti apposta per essere riempiti, che disprezzano la donna e la accettano solo nella versione di madre accudente. Il tentativo di alcune di anteporre i propri sentimenti ed esigenze a quelli degli altri, viene considerato dalle cagnette un atto di insubordinazione. Il motivo è che loro, le cagnette, non riescono a pensarsi come individui. Si dirà che nei centri sociali, ad esempio, le cose vanno diversamente. Mica tanto, è la risposta. Anno 2007, era accaduto da poco il fattaccio. Iris frequentava un laboratorio teatrale e, una sera, andò con i nuovi amici in un centro sociale (di sinistra) che si trovava nella zona in cui abitava. Non l’avesse mai fatto! Al diffondersi della campagna diffamatoria organizzata dalla cagna, quelli alternativi, che cantano canzoni impegnate, la presero di mira, come impegati del catasto che non perdono occasione per abusare di un misero potere. I suoi amici si fecero visibilmente protettivi nei suoi confronti, ma ciò non bastò a placare la smania collettiva. Il fatto è che a quei tizi piace schierarsi in base a ideologie che non esistono più, così, per avere un pretesto e farsi la guerra. Un po’ come succede nei parapiglia mediatici tra avversari politici, che si offendono, si insultano, poi vanno insieme a fare bisboccia. ‘È lo spettacolo della politica, carina, sveglia!’, direbbe qualcuno. Ho capito, però a tizio, caio e sempronio piace vedere gli altri che si insultano, perché tizio, caio e sempronio sono marci dentro. Eppoi, quelli dei centri sociali non erano anarchici e contro il sistema? Macchè, peggio dei fascisti di destra sono quelli di sinistra. Formano milizie in difesa dello status quo, dei privilegi dei loro padri, che gli permettono di bighellonare a spese loro. Una domanda: perché questo paese non cambia?! La risposta più plausibile è che a molti piace stare in un lager, camuffato da parco giochi per deficienti.

Ho parlato abbastanza. Adesso continua la mia amica, Iris dagli occhi grandi:

‘Mi piace stare qui e non fare altro. Vorresti sapere cosa ha significato per me tutta questa facenda? Eh, allora, ho capito che il gruppetto molesto è infastidito dai miei sentimenti, quelli che rendono l’esistenza non pianificabile a tavolino. Siccome loro non ne hanno, vorrebbero obbligare anche me a non averne. Pensa che la cagna morbosa, per dirla alla Carlo, nel tempo che fu mi seguiva passo passo, avrebbe voluto qualche sicario anche di notte e si servì di molti sicari di giorno. La volevo denunciare per stalking, ma nessuno testimoniò, perché, in questo paese, la donna-serva ha dei privilegi (ride), è considerata come un minore, irresponsabile di quello che fa e dice. Credo che lo stalking da parte di un uomo sia a dir poco urticante, ma da parte di una donna è schifoso, provavo ribrezzo sapendo di essere spiata dalla cagna. Ancor oggi, se sto in casa e canto la spia del piano di sotto diffonde la notizia, perché c’è sempre un branco di maiali, femmine e maschi, che specula sul fatto. Vogliono imporre la loro visione ottusa e striminzita del mondo anche agli altri, ma io gli presto attenzione per una frazione di secondo, poi volto lo sguardo e vedo pezzi di realtà ignorati: statue sui ponti del Tevere, angeli che brandiscono spade, simboli religiosi e simboli laici, bandiere italiane e europee, cartelloni pubblicitari, il profano. Che linguaggio parlano, cosa vogliono dirci gli speaker alla radio? Gli individui non si pongono domande, forse pensano di essere delle isole. Cosa vogliono da noi, perché è chiaro che vogliono la nostra attenzione. Ci dicono sempre le stesse cose per confonderci le idee? O, forse, sono loro ad averle confuse, come quando le oche starnazzano mentre leggono le notizie nel giornale del padrone’. Ascolto Iris e il mondo appare popolato di individui non estranei a se stessi, voglio cercare quelli che hanno il sangue dei fratelli nelle vene, per sentirci uguali, eppure diversi. È un bel mondo questo qui, non c’è da essere nulla di più o di meno di quello che si è e trovarsi non è difficile. ‘Se non son io per me, chi sarà per me?’

Manuela.

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Un grande amore: la libertà

‘Approntatevi gente, presso il nuovo mercato degli schiavi, dove la stima del valore di mercato della carne umana è la completa accettazione di un destino misero. Venite, signore e signori, godetevi lo spettacolo dei vostri simili, abissi di frustrazione con il morso alla bocca, legati al guinzaglio dei doveri e delle brame, che incombono sulle teste di tutti voi. Per voce dei nostri signori, vi preghiamo: siate qualcuno! Umiliatevi, se è il caso. Imparate il sopruso, insegnatelo senza protestare, non lagnatevi’. Il mercante di schiavi promette un divertimento di grana grossa, come il sacrificio sull’altare della somma indifferenza, mascherata con un doveroso rispetto. Una giovane donna entra nell’agone, salta e balla con un sorriso insolente, gesticola come un grosso ippopotamo, ma è secca e, col viso aguzzo, declama ad alta voce: ‘Sono Iris. Mi sono pesata, faccio 40 chili. Ma non sono in vendita. Non ho valore sul mercato. Ah, Ah!. Non sono disposta a mentire, neanche se muoio di freddo e non sento più freddo. Sono come mi voglio io e non so simulare i sentimenti adatti per piacervi. Oh, sappiate che me ne fotto delle vostre lusinghe. Ho stabilito da tempo che non avrei mai più finto un orgasmo’. La folla è sdegnata: ‘Cacciatela dalla città’, grida, ‘la voce limpida confonde le nostre coscienze intorpidite. Ci è costata fatica e un lavorìo masochistico quotidiano per giungere a essere perfetti come siamo: neanche un dubbio, né un baliginio del nostro autentico sé a farci chinare il capo sul petto per vedere l’abisso’. Il mercante degli schiavi, seduto sul trono, ascolta. Iris esce di scena ed entra un’altra: ‘Sono Silvia, signore e signori, ho poca voglia, anzi, non ho voglia di amare. So fare finta, però, se occorre. Sono come mi volete e so adulare un cretino che, opportunamente, chiamo uomo, accucciarmi e credere a tutto quello che mi dice, voglio piacergli per avere un posto tra voi. So manipolare le donne libere nella mente, proverò a convincerle ad arrendersi allo status quo se nel cuore hanno ancora un desiderio. Spargerò sofferenza e male ovunque, affinchè tutte e tutti siano infelici come me e come voi’. La gente applaude la porta in processione come una santa. Poi, per coronare i suoi sogni di vittoria, la fa sedere sul divano del tinello, le mette nella mano sinistra un carciofo a mo’ di scettro, un grembiule come drappo da cerimonia e, nella mano destra, un libricino con istruzioni indispensabili: come dimenticare di avere un clitoride e ricordare di fingere di averlo nel timore della cancellazione dall’albo dei presenti. La folla è entusiasta porta la santa per le vie della città.

Il parapetto si snoda per molti chilometri e diventa ciò che vuole. È il Lungotevere, adesso un rendez-vous per gabbiani, in un ardente mattino d’inverno. Guardo il fiume che, in quanto tale, non ha grattacapi. All’inizio di un nuovo giorno non rifà il letto, lascia stracci e detriti sui rami attorno, non mette a posto le pantofole. Si sveglia e scorre, dalla sorgente alla foce. Vorrei passare la mano sulla pietra e seguire il percorso, infantilmente, come a dire: un giorno farò anch’io grandi cose. Invece, dirigo lo sguardo verso l’orizzonte e poi ad incrociare quello dei passanti, per intuire se sentono di aver fatto qualcosa di grande. Infine, penso che stare qui a godersi lo scintillio del sole è un risultato apprezzabile.

‘Ciao, che fai di bello?’, è una voce maschile, mi volto e vedo il mio amico. ‘Ciao, Carlo che piacere incontrarti’. Insieme a lui c’è una ragazza dagli occhi grandi e i capelli arruffati. Dall’ultima volta che ci siamo visti, in treno, Carlo è divenuto più tenero. Non che sia commestibile, è utile precisarlo, perché nei civilissimi paesi occidentali è ancora in uso il cannibalismo nella visione dell’altro come mezzo da utilizzare per sè. Carlo ha una faccia da meringa simbolica: tonda, bianca, dolce e non deperibile. Io: ‘Al solito, vado a studiare per provare meraviglia del mondo. Camminiamo insieme?’. Carlo: ‘Sì, volentieri, (ci pensa un attimo) e non per ottenere carta regalo buona a impacchettare ambizioni carrieristiche?’ Io: ‘No’. Carlo: ‘Neanch’io, d’altronde come potremmo, siamo troppo semplici… Ti voglio presentare Iris. È la ragazza di cui ti ho parlato in treno, siamo diventati amici’. Lo dice con orgoglio, quello che ti fa luccicare gli occhi. ‘Ciao Iris, sono Manuela’ e le porgo la mano. Lei sorride e contraccambia, l’avvolge un silenzio che è una richiesta di giustizia. La avvicino con l’espressione più umana che abbia mai provato per un umano, spontaneamente. Camminiamo con passo lento, come si fa in certe situazioni, nella maniera di un compromesso tra il muoversi e lo stare fermi. Solitamente gli occhi rimbalzano tra la punta delle scarpe e l’orizzonte e si procede facendo oscillare lievemente la testa. Poi, compare un sorriso che è una carezza ai pensieri di felicità. Ci fermiamo per osservare se il fiume sia davvero indifferente alla nostra presenza. La prendo sottobraccio, come se ci conoscessimo da sempre e lei mi racconta di quella brutta storia, di come il suo mondo sia cambiato repentinamente, del clima inquisitorio, delle vessazioni e dell’ostilità nei suoi confronti, della sua volontà mai ascoltata di essere lasciata in pace, di essere libera. La gente ci passa accanto e qualcuno origlia, poi fa una smorfia e tossisce. La tosse è la rabbia degli oppressi. ‘Ma che vogliono?’, domando. ‘Si comportano sempre così’, risponde Iris, ‘tutti i giorni mi segnalano, ovunque vada. Quella scema che abita al piano di sotto tende l’orecchio anche di notte per ascoltare quante volte mi muovo nel letto. Si divertono a fare gli stronzi e, con il gioco di società che hanno inventato, vivono la mia vita anziché la loro. È gentaccia, certo, ma pericolosa. Chiacchierano alle spalle e dicono delle assurdità. Appena vedono come essi sono, provano orrore e ciò che li riguarda lo proiettano su di me. Mi trattano come se non gli piacessi, ma fosse vero, almeno la smetterebbero’. Provo la sensazione di essere presa in trappola da questa sorta di grande fratello dei poveracci. Capisco perché Iris sia sola, nessuno vuol entrare nella rete che le hanno costruito addosso. E tutto ciò per colpa di due cretini, per un fedifrago e una cornuta. Parlando di quel periodo della sua vita, Iris rammenta il clima sociale, quando la cagna depravata, come la chiama Carlo, la seguiva come un’ombra, morbosamente si appropriava dei pezzi della sua identità, chè le faceva fatica averne una propria. Le riuscì perché gli altri lo vollero o cedettero alla sua cattiveria. ‘Di donnette ne ho conosciute tante’, continua Iris, ‘ma non avrei mai immaginato che ne esistesse una così idiota, stupida in modo imbarazzante. Aveva l’abitudine di fare i suoi bisogni, come le cagne, appunto, vicino casa mia. Mi seguì persino al paese dove ho abitato per un po’ di tempo. Lei, lui e la banda dei mascalzoni hanno inscenato un teatrino in cui mi sbeffeggivano, mi offendevano platealmente. Me ne accorsi vedendo gli effetti sul comportamento degli altri: il dolore, causato dalla cattiveria, superò la solidarietà umana. Quella massa di bestie mi ha disumanizzato agli occhi degli altri. Ci sono voluti anni e tanto impegno da parte mia, per cancellare ciò che hanno fatto’. ‘Come ci sei riuscita?’, le domando. ‘Il fatto è che io non ho mai smesso di sentirmi una persona’, Iris parla con lo sguardo intenso, come quando ti viene in mente che stai dicendo qualcosa su cui non cambierai idea. Nella presentazione abbiamo tralasciato i convenevoli, forse, volevamo lanciare nell’aria punti interrogativi come mongolfiere, domande cui non dovremo rispondere noi: se questi sono uomini e donne appartenenti alla specie umana. Carlo, per tutto il tempo, ha giocherellato con dei fili di lana. Lui è un uomo speciale, uno di quelli che son contenti di voler bene a qualcuno e ciò gli basta. Vado a svolgere i miei impegni. A volte, lamento che non ci sia quasi mai corrispondenza tra quello che è scritto nei libri e la realtà. Adesso so che c’è sempre la possibilità di leggere la realtà con quello che è scritto nei libri.

Manuela.

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Il treno dei desideri

Sto con un quaderno in mano e scrivo. Lo spazio di pertinenza è quello di un sedile, nell’intercity Genova-Roma, lo sguardo esplora i dintorni, ma gli altri scompartimenti sono lontani. Osservo il paesaggio, che, nei mezzi di trasporto, è il mio passatempo preferito. C’è un uomo davanti a me, il cui viso, a tratti, si rasserena, poi si contrae di nuovo, perplesso. Pensa. Credo che voglia dirmi qualcosa. I raggi del sole filtrano attraverso il vetro. Forse aspetta che creino il momento adatto. Passa il controllore, ma è donna, quindi la controllora. La precisazione è per creare scompiglio, dissonanza. Controllora sembra una parola stonata e le parole delle donne sono stonate, anche per questo mi piace parlare in quanto donna. La controllora ci oblitera i biglietti. Anche obliterare suona male, ma questo è un altro discorso ed è tutt’altra stonatura quella del burocratese.

L’uomo si piglia i pensieri che filtrano tra le dita, tese a sorreggere le tempie e mi avvicina con un’espressione liquida. ‘Vedo che hai un quaderno’, mi dice, ‘vorrei raccontarti una storia’. Lo ascolto. Quando non pretendono di colmare distanze incolmabili o per costruirne altre, come garbati e civilissimi muri di confine, le parole sono per dire e basta. Il treno entra in una galleria con un rumore assordante: è la velocità, una delle conquiste che fanno imbaldanzire la gente. Il tempo dentro i treni, invece, scorre lento. Come un maître d’alto livello, crea l’ambiente adatto per i discorsi intimi, per l’incipit di un amore o di un’amicizia. Le stazioni ferroviarie, più che nodi nevralgici di un sistema di suprema efficienza produttiva, sono scenografie in cui gli individui lasciano pezzi di cuore o se ne servono per moltiplicarne gli effetti, per sentirli meglio poi. Avvolgono l’organo palpitante, metafora e fulcro del sentimento, con la carta stagnola, quella con cui da piccoli ci davano una prelibatezza, per custodirli. Ti accorgevi di quanto ti volevano bene da come incartavano la leccornia. Se l’involucro ben si confaceva al contenuto, allora eri veramente amato o amata. Altrimenti, ci rimanevi male. Ma, come si sa, i bambini offrono sempre un’infinità di chance agli adulti affinchè migliorino. Storie il cui mistero rimane custodito nelle carrozze dei treni, le quali fuori sfrecciano, mentre dentro trascorrono anni. Al riapparire della luce naturale del giorno, l’uomo inzia a raccontare: ‘C’è una ragazza a Roma, dove vivo, verso cui la sorte è stata davvero ingiusta. Per gli altri è diventata un personaggio di un gioco di società, viene seguita da un gruppetto di gentaccia, come una setta, che ficca il naso dappertutto. Ovunque vada, a un convegno, un teatro, al cinema, c’è qualcuno che informa della sua presenza. Neanche a casa la lasciano in pace, perché l’inquilina di sotto la spia e riferisce agli altri tutto quello che sente provenire dall’appartamento di lei. Anche quando va al bagno. Sono anni che questa ragazza vive così e si accorge di tutto quello che le hanno creato intorno’. Sento i fili della storia avvinghiarsi lentamente su di me. ‘Perché si comportano così, cosa è accaduto?’, domando io. ‘Tanti anni fa conobbe e frequentò un uomo, un cretino detto per inciso, il quale, come spesso succede, affermò di essere single, invece non lo era. Lui aveva fornito l’immagine adatta per piacerle, ma, ben presto, quella versione si rivelò falsa e lei se ne stava accorgendo. Così il tizio cominciò a parlarne male con gli altri. Quando la relazione finì tornò a casa e disse tutto alla manovalanza, la compagna, la quale, da vera cagna, andò a rompere le scatole a tutti quelli che conoscevano questa ragazza: dagli amici, al lavoro, per denigrarla. Ci riuscì per la pochezza della gente con cui ebbe a che fare, ma l’intenzione di quella donnaccia era di distruggere la rivale per modo di dire, perché lei non sapeva neanche che quella stronza esistesse’. ‘Poi cosa accadde?’, parlo in modo incalzante, ormai sono curiosa e voglio sapere tutta la storia. ‘Accadde che la ragazza dovette lasciare il lavoro, smettere di frequentare gli amici e cambiare casa, dato che il clima era diventato invivibile. Ma c’è di più, la gente si comportò in modo pazzesco: ogni suo discorso, ogni parola veniva distorta per ricavarne significati assurdi, cioè il significato che volevano attribuirle gli altri. Io penso che tanta gente che abita in questo paese sia fondamentalmente criminale e, quello che hanno fatto nei confronti di questa ragazza, ne è la riprova. Non so come sia riuscita a cavarsela, eppure c’è riuscita. La vedo spesso perché abita nel mio quartiere, è sempre colorata, anche quando sul suo viso passa qualche nube. Non che non si sia ribellata, anzi, lotta strenuamente per essere lasciata in pace e libera, ma non vogliono ascoltarla, vogliono capire solo quello che fa comodo a loro. A volte, penso ne abbiano paura, per la resistenza che ha dimostrato e dimostra, per la chiarezza del suo animo, in cui quella gentaccia si rispecchia. Questo sottobosco sociale è composto di infami, davvero, l’hanno presa di mira perché, vedendo lei, capiscono chi sono loro’. Al che una domanda sorge spontanea e me ne esco con veemenza: ‘Ma nessuno l’aiuta, voglio dire, non c’è qualcuno che abbia un po’ di coraggio e si offra per testimoniare e denunciare questi stronzi?’. ‘Io lo farei volentieri e so che a molti il comportamento meschino degli altri fa schifo. Il fatto è che tra quelli, donne e uomini, che la calunniano e tra quelli che se ne stanno zitti, c’è tanta gente da turarsi il naso. Voglio dire, si comportano così perché hanno una vita infernale in casa. Molte di quelle donne che sparlano di lei, per esempio, sono delle vere zoccole e la dimostrazione è che sparlano. Sono quelle che rimangono con uomini che non amano, solo per avere una posizione sociale e scopano con loro ma provano disgusto di se stesse. Solo che sono troppo vigliacche per prendersi la responsabilità di una scelta e scaricano tutta la loro frustrazione sul capo espiatorio. A me è capitato di conoscere una donna di quelle, aveva dei sentimenti da catalogo e li esprimeva nel modo più adatto per ottenere il mio riconoscimento e, in qualche modo, rendermi dipendente da lei. Ma si vedeva che fingeva in ogni situazione, anche nell’intimità. Come fanno gli altri uomini a non accorgesene?’. ‘Forse se ne accorgono, ma gli va bene così’, dico io. ‘Le donne stupide e incapaci di amare veramente sono meno impegnative delle altre’. ‘Sì, penso che le cose stiano così. Comunque io quella che mi voleva imbrogliare l’ho mandata al diavolo’. Il tono delle parole del mio interlocutore ha un qualcosa di bambinesco, cantilenante. Che stia ricordando i baci della madre, i consigli e l’affetto nutriti dall’infanzia.

Il treno, a 200km orari, fa brillare i frutti della tecnologia moderna su campi di un verdissimo smeraldo, che hanno accolto mezzi di locomozione assai meno sofisticati. Tra di noi si posa un silenzio niente affatto imbarazzante. Respiriamo per assorbire meglio il senso delle parole dette. Poi, l’uomo guarda le mie mani e il quaderno: ‘Sai, da anni la ragazza di cui ti ho parlato non ha un’amicizia veramente sincera. Tutti e dico tutti quelli con cui si confida vanno a spifferare il contenuto della conversazione, lo rendeno pubblico e dimostrano di non aver rispetto né dignità di se stessi. Fanno così per spavalderia, per essere al centro dell’attenzione, e io so che a lei, invece, tutta questa baraonda fa schifo’.

Io: ‘Ti dispiace per lei?’.

Lui: ‘Sì, mi dispiace e sento di volerle bene’

Io: ‘Perché mi hai raccontato questa storia?’

Lui: ‘Mi chiamo Carlo, ti ho raccontato questo, perché mi son chiesto che persona voglio essere. Un uomo capace di provare ancora dei sentimenti o un vegetale, oppure un individuo che va al lavoro, torna a casa passando per il supermaket e così per trent’anni, senza condizionale, spegnendo il cervello. Ti consegno un vissuto, anzi due, quello di lei e il mio’

Gli dico il mio nome e lo ringrazio. Adesso scorgo Roma, la scopro oltre le antenne e le paraboliche che captano messaggi via etere, sulla scia degli incontri e dei desideri lustrati a nuovo.

Manuela.

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Frankenweenie – la favola del cane Sparky

Quanto è importante lo sviluppo della creatività per diventare adulti e consapevoli?. Tanto, ce lo suggerisce anche Tim Burton con il suo nuovo film di animazione: ‘Frankenweenie’, che parla di un ragazzino, di un cane e di New Holland, una tranquilla cittadina americana. Il protagonista e il suo cane Sparky sono inseparabili. Il ragazzino ha il pallino della scienza e, durante una lezione, rimane affascinato dalla spiegazione del professore sull’energia atmosferica sprigionata dai fulmini, perciò chiede al padre e alla madre di poter partecipare alla gara di scienze indetta dalla scuola. I genitori accettano, ma spingono il figlio a dedicarsi anche al baseball, perché ritengono sia troppo introverso. Durante una partita, un tiro troppo lungo lancia la palla in strada, Sparky la insegue, ma viene investito da un’auto e muore. Il dolore è troppo forte, quindi, senza titubanze, il ragazzo compie un tentativo estremo, quello di riportare in vita il suo cane. Nottetempo si appresta al cimitero, scava nella tomba per prendere il suo fedele amico, lo porta a casa e lì compie una specie di miracolo. Come fosse Frankenstein (che è il cognome di famiglia) piazza delle tenaglie sul corpo del seguigio, lo espone alle intemperie, un fulmine lo colpisce e Sparky torna in vita. Nel frattempo, gli esperimenti proposti dal professore di scienze hanno provocato negli alunni una certa effervescenza, causando qualche piccolo incidente. Per questo motivo i genitori, tranne quelli del protagonista, inscenando sdegno, protestano, affinchè l’insegnante lasci la scuola. New Holland, in quanto tranquilla cittadina, ha qualche pecca, che è un effetto di quel tipo di tranquillità, i cittadini non sopportano che qualcuno scombini la loro routine. Il Prof. è costretto ad andarsene, non prima di aver incoraggiato il ragazzo a seguire i suoi sogni e a coltivare la passione per la scienza, i cui prodotti tutti vogliono, ma non le domande che essa pone. ‘Non mi piace quando gli adulti inibiscono nei bambini ogni tentativo di esplorazione ardita e ogni impulso creativo poco convenzionale’, ha detto il regista del film, che affronta il tema della morte e lo fa con un linguaggio comprensibile ai bambini ovvero, dato che non lo è pienamente neanche per gli adulti, ponendo il discorso sul piano dell’amore. Chissà se gli adulti capiranno. Intanto, però, qualcuno sembra voler abbattere il tabù della morte e, quindi, ragionare sulla vita.

Manuela.

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Cuore in corsa

‘Per favore, fatemi passare, spostatevi’, Stella grida, mentre attraversa i vagoni del metrò. Cammina velocemente, come se il convoglio non finisse mai. Capelli arruffati e in testa l’idea di arrivare. ‘Dove vai, resta ferma, fai come noi’, le dicono i passeggeri: cappotti e giacche con dentro carne semiviva. Gli mette un dito sotto il naso per sentire se respirano ancora. Le sopravvivenze indolenti  si aggrappano ai sostegni del metrò e all’energia altrui. Le certezze-zavorre contro la libertà, che implica la possibilità di una scelta e per loro è un fastidio. Stella cammina con gli occhi vispi e lascia alle sue spalle quelle raccomandazioni ingannevoli.

Stella, un nome da fiaba popolare, ha i capelli proprio arruffati, mica un prodotto sintetico, ossia quella finta trasandatezza dei molti che evitano il pettine come fosse il demonio. No, lei si pettina e più si pettina, più i suoi capelli si arruffano. Le sta accanto un uomo che asseconda il movimento della carrozza. Ha un paltò blu, è alto, non più ragazzo, ma con quello sguardo. Gli uomini, generalmente, hanno due occhi, un naso, una bocca e due orecchie, ma non sono tutti uguali. Per le donne è lo stesso. Le sembianze limitano e di molto il contenuto. Al contrario i luoghi sembra che incidano di più sulla fisionomia e sul carattere. Stella, da ragazzina, pensava che gli occhi a mandorla e la pelle nera fossero una conseguenza del posto, perciò, uno nato in Italia, avrebbe avuto caratteristiche fisiognomiche tipiche di questo paese, pur avendo genitori stranieri. Di conseguenza, c’erano luoghi in cui era sconsigliabile nascere e altri in cui era più vantaggioso. Poi, ha scoperto la fortuna di essere femmina, ancora viva, anche se nata in Italia. Qui, l’autostima delle donne è a rischio solo quando urtano contro la morale imposta, invece è intatta quando si sottomettono, vengono maltrattate e puliscono il culo all’umanità. I meriti sono prerogativa della discendenza, della parentela e qualcun altro ci mette una specie di copyright, ma se una li vuole per sé non ha neanche una patria. Tanto quelli che odiano ideologicamente il pettine, quanto gli altri, che per farsi la riga prendono la squadra, sarebbero pronti a giurare che noi non siamo arretrati e le donne mica hanno il burqa. No, certo. Stella ha capito che alcuni maschi sono soliti inventarsi dei motivi per sentirsi superiori agli altri e tra questi altri ci sono le donne. La faccenda è spinosa, come lo spuntone che hanno nel fianco quelli sull’uso controverso del pettine e pare non lo sentano. Però, questa idea del luogo quale elemento determinante e sovrumano non è male. Cosicché, se una volesse gli occhi a mandorla, potrebbe andare in estremo oriente, la pelle nera in Africa e, magari, per la musica nel sangue potrebbe azzardare, andando sulle rive del Mississippi, ad esempio. Semmai ci si stancasse degli occhi a mandorla e della pelle nera, si potrebbe ritornare in Europa, guardando con scetticismo la ‘normalissima’ Italia oppure, nel caso di avvenuta trasmissione della musica nel sangue, stare qui gridando al miracolo.

Stella si pone di fronte all’uomo. La faccia è come tante altre facce, ha due braccia e due gambe anche lui. Supera le pieghe del volto e poi il volume del corpo. Va oltre, per cercare ciò che è nascosto dalle impronte livellatrici, che non contraddistinguono gli individui. Finalmente, il vagone arriva dove iniziano le cose, le idee diventano fatti e le parole storie. Sono, ormai, loro due soli e l’uomo inizia a raccontare di una donna che ha il vezzo di cantare. ‘C’è un popolo in un popolo’, dice, ‘in un paese scaldato dal sole, dove maschi e femmine sono attratti gli uni dalle altre. Ma non sanno cosa sia l’amore. I capelli delle donne, come organismi viventi dotati di volontà, eseguono movimenti impercettibili e armoniosi, gli occhi degli uomini sono privi di violenza. Si avvicinano e si baciano di gioia, per allegria e inquietudine e non hanno bisogno di dare nomi altisonanti ai loro sentimenti. Poi, capendo qualcosa che non sia soltanto il sentimento della vita, annaspano nei vuoti, tendono le braccia per toccare i corpi, si prendono senza aversi mai. È slancio verso il mondo, a volte, si ritrovano esattamente e lo chiamano Amore’. L’uomo continua, dicendo del giorno in cui ha regalato una delle sue storie alla cantora. Lei, vedendo il suo cuore in quello di un altro, si mise a correre. Corse forte, scuotendo il capo, sparpagliando i pensieri tutt’intorno. Attraversò le auto con un balzo, scavalcò steccati e continuò a correre. Corse ancora, più forte, ridendo. Col fiato grosso, si fermò quando sentì diluire l’incontenibile sentimento di gratitudine e di felicità che aveva dentro di sé.

Stella è nel metrò e cammina velocemente. Grida agli ectoplasmi di spostarsi. Inizia a correre. Arriva in un luogo splendente di sole, dove si sente un canto di uomini con gli occhi privi di violenza e i suoi capelli iniziano a danzare.

Manuela.

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Ciò che un attimo fa non c’era

I giovani sono sassolini bianchi lungo strade cittadine, con gli occhi smarriti e ingordi di speranze. Li ho visti invocare un salvataggio come dispersi in mare. Con le loro barche, affondate prima ancora di salpare, chiedevano quale fosse il loro posto in questo paese. Dimenticando di esserlo, chiedevano un’opportunità per sentirsi vivi. Il brecciolino spesso custodisce fiori selvatici. Il branco li vuole per divorarli. Le nuove generazioni, monche di sogni, vengono sacrificate sull’altare dell’apatia, necessaria antidoto alla disobbedienza. Il rito iniziatico procura nuovi affiliati al ceto medio famelico, con referenti politici e scarsa propensione all’autocoscienza. Tutti lamentano il disordine costituito, la corruzione degli animi, ma si inchinano di fronte ai baluardi della rassegnazione: familismo, possesso, frigo e tv, esistenze fantasma, anestetico riscatto del week end. Qualcuno, invece, vuole cambiarlo.

M. abita in uno strano paese in cui le cose per andar bene devono prima andare molto male. M., inoltre, è una donna e, nello strano paese in cui vive, le donne sono preposte a fare la claque di uomini miserevoli. In Italia, infatti, per declinare la realtà al maschile, tutto o quasi tutto deve avere soltanto una definizione, cioè la definizione che conviene. M. sta per Mara. Le piace sentire il suo viso che s’increspa e le piace disegnare le coordinate del suo sguardo. Per scavare quei solchi c’è voluto tanto tempo. Mara è giovane, per questo motivo i suoi pensieri, in questo strano paese, sono soltanto sogni. Lavora in una boutique, con due loschi figuri, cioè una famiglia, ma di quelle che bisogna consultare un manuale di criminologia per capirne le intenzioni. La padrona (va in visibilio quando la chiamano così) pare la Madonna di Pompei. É fornita di un marito, che detesta in modo socialmente approvato e utile e di tutte le congetture più atroci tipiche di una mente affaristica media, con immagini e fantasie dipendenti dal serbatoio kitsch del teleschermo. Il marito si crede dio e lancia anatemi contro tutte le donne che ledono il principio di realtà, la sua realtà. Il caso ha un precedente nel mito. Come Apollo con Cassandra, la quale, per aver respinto le avance del dio, fu da lui maledetta e condannata a vaticinare senza essere creduta. Il mito sta a indicare che il potere non ha mai un’unica definizione, ma questo l’ometto non l’ha capito. La famiglia tipo così costituita predilige i suoi simili, che garantiscono un certo riserbo sulle malefatte condivise, tacciono sulle ipocrisie e, tappandosi gli occhi, fanno finta di essere davvero brave persone. I facenti parte della banda, parenti, amici e affini si nutrono del lavoro degli altri e la modalità prevista nella relazione uomo donna è quella dello sfruttamento. Sin da piccola a Mara hanno detto che tutto ciò è desiderabile, senza convincerla.

Un giorno, nella boutique, entrò un’anziana signora e iniziò a curiosare tra gli scaffali. I due orrendi individui non erano arrivati. Poi si rivolse a Mara: ‘Sai parlare?’, le domandò. ‘Sì’, rispose lei. ‘E parli?’ ribatté la signora con ironia. Mara annuì. ‘Lo sai che in questo paese per le donne vige l’obbligo del silenzio reverenziale?’ Non che te lo dicano papale papale, perché questa è una di quelle cose che non devono essere messe in discussione’. Mara la ascoltava interessata e l’anziana aggiunse: ‘Allora, sei prigioniera?’. ‘Non saprei, cosa intende?. Non ho commesso crimini. No, non sono prigioniera’, rispose. ‘Bene, guarda la realtà e raccontala’, disse l’altra. La giovane non afferrò il significato di quella frase, ma pensò che se fosse stata prigioniera non avrebbe potuto parlare, pur avendo il dono della parola. Subito dopo uscirono entrambe dal negozio. Intanto i due erano ritornati e, mentre servivano i clienti, Mara e la signora li osservavano. ‘Guarda, diceva l’anziana alla giovane, ‘guarda come pigiano i tasti della cassa per emettere lo scontrino. Come sono contenti di poter dimostrare di essere perbene in un modo così facile e conveniente’. ‘Siamo in democrazia’, disse Mara, ‘ad alcuni serve ad eliminare il disturbo di incontrare lo specchio. Lo specchio mi è amico, ma non sapevo che per essere uguale agli altri avrei dovuto tararmi al ribasso. ‘Una gran bella conquista, la vostra democrazia’, disse lei con ironia. ‘Dico davvero, so che molti ci hanno creduto e ci credono. Ai miei tempi, noi donne non ce la passavamo benissimo, però, uno che si credeva un dio, lo potevi anche mandare al diavolo. Almeno, non dovevamo campare frotte di specialisti e di uomini di chiesa preoccupati di farci sentire in colpa. Ma, anche allora, si giustificavano le guerre creando un nemico’.

Mara, con la sua esistenza, negava il misero potere di cui potevano avvalersi i coniugi ontologicamente disonesti, i quali covarono un terribile risentimento nei suoi confronti. Si prodigarono per nuocerle, poiché ignoravano molte cose, ma conoscevano bene la balla della rispettabilità, posta con la funzione di controllo sul comportamento femminile. Mara lasciò quel lavoro e fuggì dal naufragio delle speranze, da ciò che le avevano preparato e che alcuni chiamano una vita tranquilla. Un dì incontrò la signora nel parco. Tra alberi, alti come colonne di un tempio, non le domandò cosa stesse facendo lì e neanche se stesse aspettando proprio lei. Le due donne puntarono il loro sguardo sui palazzi. Le case ad un tratto apparvero come depositi di larve contenenti scarafaggi kafkiani. ‘Di giorno hanno le sembianze umane e la notte si trasformano in insetti’, disse la giovane, ‘con orecchie tese ad origliare le parole e i rumori che provengono dagli appartamenti degli umani. Poi, si rintanano nelle crepe del muro, nel pavimento, mentre noi, con un corpo ingombrante di palpiti, ci muoviamo, respirando l’onere e l’onore della vita’. Il vaticinio dell’anziana si è avverato, Mara parla. Racconta di giovani lungo le strade, impauriti dalla vita ancor prima di averla sfidata e della gioventù, che gareggia col trascorrere del tempo, sbocciando nel nuovo, in ciò che un attimo fa non c’era.

Manuela.

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La Felicità al Festival delle Scienze 2013

Al Festival delle Scienze 2013, a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, dal 17 al 20 gennaio, si parla di Felicità. La rassegna dà voce al dibattito intorno a un’idea, che ha le sue radici nell’antichità e su cui si sono interrogati molti pensatori e pensatrici. Il discorso sulla felicità ha un ruolo molto importante nell’ambito delle discipline scientifiche, dalle neuroscienze, alla biologia, dall’antropologia, alla sociologia. Filosofi, politici ed economisti si sono espressi sull’argomento in questione. Amartya Sen, premio nobel per l’economia nel 1998 e professore ad Harvard, nella serata di venerdì 18 gennaio, ha illustrato le contraddizioni e i conflitti generati dal sistema economico attuale. Nella conferenza dal titolo ‘Felicità e disuguaglianze’, introdotta da Luigino Bruni, il premio nobel ha spiegato i concetti fondamentali del suo pensiero sul tema della felicità, associata all’organizzazione politica ed economica degli Stati nell’era della globalizzazione. Il concetto di benessere, inteso come indicatore della qualità della vita, rievoca la frase di Robert Kennedy, pronunciata il 18 marzo 1968, nel discorso sulla ricchezza delle Nazioni e sul PIL il quale ‘misura tutto tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta’. Tuttavia, le teorie di Sen, terribilmente concrete, come ha rilevato Luigino Bruni, permettono di sviluppare il dibattito, articolandolo sulle conseguenze prodotte negli ultimi 50 anni dalle politiche economiche neoliberiste. É vero che il PIL non tiene conto della percezione individuale del benessere, ma è anche vero che tale percezione può risultare falsata dalle crisi economiche e sociali che hanno investito e investono ampie fasce della popolazione mondiale. La felicità è un concetto difficilmente rilevabile non solo perché multidimensionale, ma anche perché, ciò che ognuno avverte come il proprio desiderio, in periodi di recessione, spesso è il risultato del livellamento verso il basso delle aspirazioni più profonde e più grandi. Per verificare il grado di felicità pro capite occorrerebbe tener conto della situazione economica e politica nei paesi interessati e delle relative conseguenze. A tale proposito Sen ci porta a riflettere sul concetto di benessere individuale, associato a quello di benessere collettivo e, soprattutto, sulla felicità che si esprime nel fare pratico. Quindi, affronta il tema sul piano dell’occupazione, delle relazioni sociali e politiche. L’accordo tra spinte individualistiche e le richieste di partecipazione democratica, quindi non conformista si trova nell’ambito esperienziale. In un paese con un’alta percentuale di occupati e che sa impiegare al meglio le capacità e le abilità individuali, si può constatare un buon grado di benessere. Così accade anche per le relazioni che i membri di una comunità intessono tra di loro. Allo stesso modo si può verificare l’efficacia delle politiche del welfare, le quali dovrebbero avere come obiettivo l’equa distribuzione delle risorse finanziarie nei vari settori. Amartya Sen guarda di buon occhio l’intensificarsi delle relazioni tra Stato ed economia sul piano organizzativo, a patto che né l’azione dello Stato né dell’economia siano autoreferenziali. A tale proposito distingue tra felicità e benessere, intesi in termini di calcolo utilitaristico e il concetto gramsciano di filosofia spontanea. Ciascuno è filosofo, cittadino/a partecipe e consapevole. Il premio nobel ha esaminato la situazione di crisi in cui vertono alcuni paesi europei e ha criticato i mancati accordi sul piano politico tra i paesi dell’eurozona. Inoltre, ha criticato il regime di austerità, i relativi tagli alla spesa pubblica e agli investimenti nei settori produttivi e per l’innovazione. Sen, a proposito di disuguaglianze, ha fatto notare che indignarsi va bene. Tuttavia, l’indignazione può essere condivisa, la miseria no. Se la popolazione europea è indignata con le politiche economiche degli stati di cui fa parte, la maggior parte della popolazione mondiale vive nella povertà. E, se gli stati e le organizzazioni internazionali considerassero veramente questo aspetto, dovrebbero avviare un lungo processo di trattative finanziarie e politiche. Il dibattito ha esplorato varie possibilità per valutare razionalmente il fattore felicità, per impiegare al meglio le energie future e della politica del futuro. Occorre trovare un modo di pensare il benessere sul piano della razionalità, cioè attraverso un pensiero che non pretenda di assolutizzarsi. Felici si nasce, forse è così. D’altra parte, la felicità non può essere interpretata come mera soddisfazione individuale. Sono queste le sfide che attendono i politici, gli economisti e la società già da ora. La conferenza tenuta da Amartya Sen è visionabile sul sito www.auditorium.com al termine del festival.

Manuela.

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La museruola non si addice alla donna

Come pensate che potremmo amarvi più della vita nostra, più dell’avventura cui andiamo incontro con i nostri compagni fidati: facce sfrontate di un’insolenza cosciente, che tagliano il vento contrario facendone stracci. Come potete pensare che le vostre lusinghe interessate ci rallegrino più di questo incontenibile sentimento di essere vive e che ci dolgano i vostri ingiustificati capricci dell’egoismo e della superbia. La donna che lavora per vivere, ovvero che senza lavoro non vivrebbe, ascolta il freddo del mattino, la fatica e le ossa rotte e risponde con spudoratezza. Aggiusta la graduatoria dei mali con discernimento: al primo posto c’è la sferzata offerta gratuitamente dalla vita, la fatica per mangiare, avere un riparo per sé e per chi si ama, poi il resto. Anche la donna occidentale nutre da tempo un ragionevole dubbio sulla natura dei guai sentimentali, persuasa com’è della sua innata superiorità che non trova riscontro nei fatti. Bravissima, a detta del solito circoletto, quelli con la tosse arrogante che la sfruttano, ma sola e per di più afona. Ci pensa. Intanto sta con un uomo che la irrita solo a vederlo.

I tormenti sentimentali erano il tributo versato per entrare a pieno titolo nel sistema che garantisce la sopravvivenza, oltre che false ma rassicuranti certezze. Cosa rimane degli strazi, pegni dovuti a uomini indecenti? Dimenticati, mentre le lacrime per il freddo, la fatica e le ossa rotte non li dimenticherà mai più, così come non dimenticherà la gioia di poter contare su se stessa. Non che quei tormenti amorosi fossero ridicoli. Ridicolo e malvagio era lo spuntone dell’obbedienza e dell’obbligo, conficcato nell’animo di donna. Il pungiglione del dover essere e dover sentire ciò che gli altri si aspettano da te. Dì che mi adori da impazzire, implorano gli omuncoli bisognosi di una conferma mentre maltrattano la donna. No che non ti adoro, perché sei un coglione, pensa lei. Poi, se fa tutto il contrario e si dispera, la schiera di anime morte si rallegra. Con i denti aguzzi e luccicanti le dicono: ‘Sii infelice come noi!. Dai, unisciti al nostro gruppo DIC (disperati inconsapevoli per convenienza). Sii buona, non costringerci a invidiarti, ad augurarti la mala sorte’. La ucciderebbero: lei con quel desiderio di amare e loro, carogne, che fingono di esistere e di essere buoni. A un tratto spegne l’interruttore: adesso basta!. Buca quel pensiero, fluttuante come una bolla di sapone senza rivendicare la propria esistenza e ammette: ma come potrei amarvi miseri esseri succhia sangue. E scattano le manette: le anime morte, invidiose della determinazione femminile, gemono come bestie dannate. Già, prima era normale, ella si disperava e stava male, ora non è più normale, desidera.

Come potremmo amarvi più dei nostri amici di una vita e perche mai dovremmo?. La donna aggiunge un altro dolore: la morte, che conquista il primo posto e si interroga cercando dappertutto (dov’è?, forse in quell’angolo oppure è lì, tra il mobile e la credenza. Devo guardare meglio, perché un significato lo trovo sempre). Adesso i neuroni si defilano per inadeguatezza confessa e rimane il sentimento e l’indicibilità che lo avvolge. Cos’è questa sensazione: il viso pare che vada in pezzi, gli zigomi in terra e gli occhi che rotolino sul pavimento. Io so che tu non sei più qui né in nessun punto della terra, eppure non voglio non amarti. Nella graduatoria del dolori il peggiore è sicuramente la morte. Dunque, era fasullo quello strazio amoroso: non sei con me e vorrei non amarti, per non soffrire, ma so che tu ci sei da qualche parte, nel mondo. Che amore era quello lì?. Amavamo, appiccicandoci addosso sentimenti preconfezionati, ma comprensibilissimi, senza chiederci se fossero quelli veri. Ora un pensiero si inerpica con fare amorevole, per comprendere gesti e sentimenti inseriti nel flusso del tempo ed essi risultano inintelligibili. Lo smercio di una cultura su misura per il genere femminile ci ha ingannate. Società ipocrita, cosa ci ha insegnato sull’amore?. Solo la sofferenza d’ordinanza e lo strazio dovuto alla spocchia maschile. Voglio ben pensare, dice la donna e non frodare me stessa come fanno i benpensanti. Solo così il languore e la mancanza non oltrepassano l’amor proprio, ma trovano sistemazione nell’amore stesso che ne mitiga gli effetti. Quale raggiro è stato ordito ai danni di un genere dalla specie umana, deficiente in sentimento. Se ci fosse la Facoltà di Sentimentologia, il rettore sarebbe un cane, un uomo o una donna, ma senza museruola.

Quella volta che eravamo tutti col viso in alto c’era la guerra. Allora prendemmo ufficialmente il vostro posto nei campi, nelle fabbriche e facemmo con voi la lotta partigiana. Se i nostri muscoli dolenti avessero potuto parlare, avremmo dimostrato molto prima la nostra non ‘innata’ debolezza. Dopo, ci ritrovammo di nuovo tra la cucina e il tinello, la domenica sedute accanto a voi sul divano, ad annoiarci davanti alla tv, suprema conquista del benessere, cui furono sacrificati gli anni di miseria, di guerra e di morti. Pertanto, oggigiorno, avremmo l’ardire di sperare, in particolare che i nostri visi possano affiancarsi di nuovo, ma con il sorriso, non con la paura cagionata da un arbitrio scriteriato. Ah! Nella graduatoria dei giorni felici non ci siete. Eh, no. Anzi, siete sullo sfondo, da cui, per convenienza, molte di noi vi riportano in primo piano dicendo, per esempio, che il giorno più bello della loro vita è quello del matrimonio. Per altre è il giorno della laurea (nell’istantanea il fatto di sbalzarvi in pole position è abbastanza pratico e non richiede sforzo). Per qualcuna il giorno più felice è quello più felice, quando l’apparato ridondante sparisce e rimane l’inconfutabile esistenza del mondo e la sua vaghezza, mentre la gente si dimena convinta che la sua vita di merda sia la realtà. Allora, si sgretola la monumentalità delle regole sociali erette a difendersi dalla vita, e si svela una trama nascosta. Lì abita la felicità e altro che sfugge allo sguardo bendato dai paraocchi delle convenienze.

Ci hanno detto che l’essere umano crea realtà con l’immaginazione e con la parola. Ebbene ne siamo capaci. Abbiamo risposto al monito e appreso molto sulla facoltà di sentire. Come voi proiettiamo i nostri desideri sugli altri. Poi, a cose fatte, abbiamo constatato che le vostre fantasie diventano subito realtà oggettive e le nostre rimangono solo fantasie, per giunta declassate a fisime. Nonostante ciò, ci siamo accorte che le nostre fantasie non sempre sono ‘troppo grandi’. Perciò, ci siamo prese la libertà di chiamare Amore le parole sussurrate, gli sguardi appassionati e timidi degli uomini sinceri, concentrandovi storie lunghe un’eternità. Come fate voi. Solo che, a causa del magico effetto della proiezione, quella sincerità era più nostra che dell’amato, il quale, sbrigandosi a negare il languore dei suoi sguardi e delle sue movenze, ha subito ristabilito l’ordine cameratesco e il segreto che vi lega e che nessuno deve confessare. Vale a dire che nessun uomo è libero di dimostrare la sua statura morale, per non far sfigurare la vostra (e per non produrre un disastroso effetto domino sulle vostre devote gracchianti). Comunque, noi siamo differenti anche in questo, noi avremmo creduto alla ‘verità’ delle proiezioni maschili e avremmo accolto i complimenti interessati e i giudizi adulatori, ignorando che la libertà di sentenziare non si esaurisce in quelli positivi, ma rivela presto il rovescio della medaglia. Quindi, per evitare il tranello della proiezione, ci siamo messe a scrivere, a disegnare, a cantare, a ballare. Come non fate voi.

La donna, con la graduatoria dei dolori e delle gioie tra le mani, tende l’orecchio per scovare parole simili alle non parole suggerite dal linguaggio misterioso del mondo. Qui, c’è un racconto in cerca di uditori, che non afferro, ma sento. Intende dire ciò che è o sarà dicibile.

Manuela.

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