Babele.

torre

Non m’accosto al mondo come un vestito al corpo. Il mio sentire va sprecato. Spreco il tempo, ne ho troppo. E’ l’eccedenza, che si posa come una farfalla sul muro di casa. Il bene, come l’acqua, non conosce le leggi di mercato. Non accumula, si dà.

Io e Sancho camminiamo solennemente, affondando i piedi nella sabbia. La torre solitaria è la meta che sognavamo e splende, formando vortici di luce infantili in cui perdersi. Il vento sfiora i nostri petti, sparge nell’aria quello che c’è dentro.

‘Vacanza, sole, mare. Usiamo concetti e parole adatti all’occasione?’

‘No, Sancho, chiudi il libretto delle istruzioni del mondo’.

I primi che incontriamo hanno le sembianze di una coppia: un uomo e una donna, con appresso piccole copie di se stessi. Sono figure ambigue, escono da un’automobile gigante, aprono il portellone del bagagliaio che sembra il magazzino di un negozio di giocattoli. I bambini indossano vestiti da adulti, sia il maschio che la femmina sono come i genitori in miniatura. Lei urla nervosa. Abbaia, anzi latra e manda dei sicari per punire chi osa suscitare la sua ira, lo può fare perché lavora al Comune. Lui cammina che sembra un pezzo di legno. Sicuro di sé, vuole suscitare approvazione. E’ macho visto da dietro, sulla schiena, perché si vergogna e si indigna per aver bisogno di sentirsi così.

Da lontano scorgiamo una donna grassa e attempata affacciata al balcone. Lei accudisce i vecchi. Ha l’espressione arcigna e, mentre sbatte i tappeti, bestemmia in una lingua straniera, però è una gran brava donna. I suoi, sotto al porticato, con le braccia conserte, gridano: ‘Maledetti, ingannatori, sfruttatori!’. Sono delusi, perché il paradiso che hanno visto dentro la scatola che parla non c’è. Anch’essi non hanno patria, ma non per scelta.

‘Sancho, hanno rubato la realtà’

‘L’hanno inghiottita, messa in un sacco, come fa il giorno con la notte’

‘Ascolta Sancho, rumori che fanno immaginare battaglie cruenti, andiamo a vedere’

‘Che brusio insopportabile, che odore nauseante! Cos’è quella macchia informe a mezz’aria che sbanda?’. Cimici furibonde volano in sciami, colpiscono ovunque. Devastano un fiore, poi sfregano le zampe in segno di vittoria.

Oltre l’inferno delle cimici la torre spunta come un sorriso nei cuori d’inverno. C’è una ragazzina e un ragazzo in sella alla bici. Lui la guarda senza parlare, come si guarda una cosa bizzarra. Fotte il mondo perché vede quello che nessuno riesce a vedere. Forse è bella, forse le attribuisce il merito di piacergli e l’ammira come i fiori sui prati per non perdere l’infanzia.  Il sole si sbriciola sul mare in miliardi di frammenti di luce. Da una piega del tempo si sentono voci grasse di mangiafuoco. Creature orrende monitorano la crescita dei ragazzini servendosi di schermi giganti. Controllano il futuro per non farlo essere troppo diverso dal presente. Demoni sabotatori e dozzinali, abbinati a ciascuno e mandati da non si sa chi, narrano la storia secondo il volere dei capi. ‘Il ragazzino e la ragazzina devono essere trattati’, strilla qualcuno da fuori. ‘Iniettate ogni giorno gocce di paura, poche per carità, finchè da grandi ecco cosa accadrà’. Uno schermo coperto da un telo proietta le immagini di ciò che diventeranno. Gonfie le vene del collo, gli occhi furenti consumano lo sguardo. Voltati dalla parte opposta ai loro sentimenti, soggiogati e costretti ad odiarsi, annientano se stessi. ‘Nessuno se ne accorgerà saranno tutti anestetizzati, grida la voce. ‘Fammi sentire qualcosa’, grida il ragazzo impazzito mentre la scuote. Lei lo guarda severamente, il demone gli sussurra: ‘Infilale una mano nel petto, se vuoi strappa, fa a pezzi quello che trovi, rompi, uccidi’. Un solco di dolore segna all’improvviso il volto del giovane: è dolore e amore. La piega del tempo, chiusa come si chiude una lampo, svanisce e i demoni pure.

L’esitazione è bellezza.

‘Le parole sono tornate, Sancho’. Parlo, guardando il mio compagno.

Io e Sancho, fieri dell’immunità concessaci, con i piedi immersi nella sabbia, ancheggiamo sgraziati. Portiamo ovunque il nome di cavalieri erranti.

Manuela Grillo Spina.

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Idiozia.

Può succedere di avvertire un sentimento di continuità, di essere riflessa nel mondo circostante. Può succedere che, dopo tanto incespicare su identità ad uso e consumo della clientela che bazzica nel supermarket-mondo, cercandone e rimestando con enorme pazienza stralci adattabili all’ambiente, per cucirsele addosso, una scelga di imitare il modo di nascere, crescere e vivere della natura. La diversità biologica non è costrittiva, dunque è possibile adattarsi senza morire. La natura, cos’è? E qual è il mondo circostante? Certo la realtà non è qualcosa che metti in un imbuto, bisogna sempre scegliere. La natura è l’ambiente, con cui gli individui pensano di interloquire traendo il maggior guadagno con il minimo sforzo? Oppure la natura è qualcosa da ignorare passandoci accanto?. Quelli che sfiorano i paesaggi, li sfiorano con sguardi vuoti. Poveri paesaggi, o poveri quelli. Poveri, ormai non gli dicono più nulla.

La natura esiste, è un orizzonte di senso. La natura non sempre è accessibile come il collegamento ad internet. Anzi, la bellezza ama nascondersi, ma mica lo fa per dispetto. Forse è perché la natura non è natura se non ci si mette del proprio. Il lampo e la tempesta, diciamo che hanno la funzione di destare la coscienza del soggetto votante. Diciamo così, per parlare il linguaggio comprensibile alla maggioranza, che capisce un qualcosa che serve a qualcos’altro. Al cospetto della natura il/la cittadino/a dello Stato democratico è esonerato dall’esercizio del diritto di voto, un diritto alquanto inutile in prospettiva di un corretto uso della democrazia. Perciò, Il soggetto votante non sa che fare, non è abituato a sentire, ma a fare qualcosa o a non farla, a pensare e desiderare ciò che deve pensare e desiderare, egli non sente un sentimento che lo scuote. La natura ama nascondersi, ci deve essere un motivo. Questo motivo risulta chiaro, poiché la natura è maggiormente ignorata nei luoghi dove più è presente.

Dapprima è silenzio e poi parole da cercare. Vedo la bianca luce del mattino che non indugia, anzi si spinge oltre la coltre scura della notte. La bellezza è un dialogo costante, spesso mi chiama. Perché è più attraente il mio cane quando mette il muso nella cassetta di legno dove razzolano i pulcini pigolanti che si ritraggono, ma non sono impauriti. E’ più attraente il comportamento del cane che le scaramucce, le scenette da operetta che bollono nel pentolone del quotidiano. Io, che guardo divertita un quadrupede affettuoso e dei pulcini sfrontati, come un’idiota mi diverto. La bellezza ama nascondersi e infatti si nasconde. Solo alcuni possono vederla.

Manuela Grillo Spina.

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Alibi.

Appariva come un arazzo ornato dalla fantasia. Invece era un’idea, non una fuga dalla realtà. Il castello nacque nei giorni che il calendario riporta più per consuetudine che per importanza. Insomma, nei giorni qualsiasi, mentre la gente in macchina va al lavoro o torna dal lavoro, passando per l’asilo, il supermarket o la palestra. Ci deve essere. Anzi, è lì, sulla collina, dove le dimensioni del tempo si sfiorano. Capitati per scelta, una di quelle scelte che scaturiscono dall’interno, sedimentate come i cerchi degli alberi e non ti chiedi se siano giuste perché sai che lo sono. Mica si trattava dei soliti fantasmi, la gente del luogo non raccontava aneddoti terrificanti, nè sentiva rumori di catene né urla o lamenti strazianti. C’erano occhi nella notte e sbucavano tra i cespugli. Insomma, nemmeno quella scarica adrenalinica che di questi tempi serve per ricordare alla gente di essere viva. Benché non si neghi a nessuno non c’era nemmeno quella. Il divertimento di massa è divertente, ma alla lunga va stretto. Come i sequel in tv, i centri commerciali e le presentazioni di libri con buffet. Il divertimento di massa è programmato sin nei minimi dettagli per non lasciare nulla di imprevisto, dunque non è sovversivo, non diverte. Anche gli esperti del settore avrebbero detto che si trattava di una casa popolata da fantasmi scalcagnati: ‘La paura non è assicurata, fate la fila da un’altra parte’, avrebbero detto e tutti a cambiare rotta per affollare luoghi nuovi.

Le presenze, noi ce le avevano messe negli anni, durante le ore vuote di riposo, di serenità, di solitudine o di noia, quando per ogni sentimento che provavamo ci aspettavamo un qualcosa di più da farci qualcosa, un ricamo o un quadro, per esempio, una canzone, oppure il verso di una poesia. Erano di più del sentire normale, ma non si poteva tagliarli come la pasta avanzata da un dolce steso nella teglia. Così, frementi, entrammo in stanze abbandonate per pigrizia o capriccio, fecemmo rivivere personaggi sbilenchi e non fummo per niente affatto a disagio a causa di quelle presenze reali eppure effimere come i sogni. Produzione propria, è il marchio. Come potevamo biasimare la fanciulla scapigliata che ci guardava attonita e divertita. Il gentiluomo con gli occhi liquidi raccontava storie, seduto accanto al tavolo, con una mano appoggiata al ginocchio, diceva cose così. Nello suo sguardo scorrevano nuvole bianche come il cielo nei giorni di vento. Raccontava di scorrazzate lungo le strade di città, di luoghi e di persone, vivi nel racconto per quel di più del sentire che non esaurisce mai la vita nell’attimo vissuto. Le immagini sono come i fiori sbocciati e appassiti in un soffio di aria fredda, cambiano forma e colore. Le immagini cangianti, il gentiluomo le scansava da davanti, con le dita, come la frangia dei capelli. La fanciulla guardava fuori della finestra. I suoi pensieri, custoditi gelosamente da anni, la separavano dal mondo. E quando sentiva la musica nella testa, il cuore si apriva e si chiudeva come una fisarmonica. A chi avrebbe potuto dirlo?. Quel ragazzo è tutto per lei, lo rivede a parlar del mondo e delle cose. A lei piacciono le sue parole sgorgate da sorgente limpida e più lo ascolta più si innamora di lui. Solo nel castello potevano esistere i doppi, ossia zavorre di una realtà incerta, dislocazioni, prodotti dell’obbligo di essere normali.

Andammo sin lassù, per vederli e ricongiungerli alla concretezza dei sogni veri. Alibi sgangherati, effetti di un mondo che non capivamo.

Manuela Grillo Spina.

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Il mondo di lana.

Vesto bene o vesto male?. I vestiti sono maschere, finzioni che hanno un’utilità sociale. Mi vesto, sono autorizzata a circolare nel mondo, facile facile. L’immagine conta, la gente dà importanza ai vestiti, interpreta anche quelli come un tutto, per trovare una logica confortante e sottile sottile. La moda determina l’abbigliamento. La moda è utile, fa riconoscere le persone a prima vista, pertanto inganna, infatti si dice che l’abito non fa il monaco. Infatti, che ne sa la gente di un abito, bisognerebbe chiederlo al monaco. Una gonna o un vestito aderiscono al carattere, alcuni più di altri, e lo sai solo tu. Ben presto te ne accorgi, mentre molto di rado fai caso ai vestiti che ti mettono addosso gli altri. E lo fai tanto più malvolentieri quanto più gli indumenti non combaciano con quello che sei veramente. Eppure, una gonna di lana prende la piega dei tuoi passi, come l’allegro indugiare ai pensieri senza guerra. Il mondo fatto di lana è popolato di sole che filtra tra le fronde e da alberi che spandono giovinezza in ombre e luci. Non si mette mai in lizza per ottenere il certificato, nonostante ciò esiste affianco al traffico, alle lancette che scandiscono un tempo sordo e inesorabile. Chissà se hanno ragione quelli che dicono che per fare la rivoluzione servono le bombe. Sarà l’incedere calmo nella devastazione, nel fragore dei bastoni dei padroni strusciati sulle gabbie degli schiavi, tre le urla bestiali, sarà questo la rivoluzione?. Tolgo i vestiti che non ho mai messo.

Vivere, come si dice? L’immagine del cuore che pulsa è generica. Dalle molte vite vissute cucio immagini recenti. Voce, ritmo, andatura. Il corpo dentro l’abito fende il vuoto. Il corpo percorre strade, è anche fuori, frizza a contatto con l’ossigeno. Un breve compendio prima di svoltare l’angolo, quindi attraverso la strada assieme al cielo. Il cielo: coperto di nuvole o sereno, un turbinio di foglie d’inverno. Sono i colori delle albe estive. L’incedere calmo brucia nelle strade a contatto con la gente che teme la rivoluzione. Produce immagini in gestazione come semi nella terra. La musica cambia in tonalità di mare che lambisce i miei piedi. Quante volte non ho detto: questo è il momento, l’attimo irripetibile. Ho agito, non l’ho detto. Passano gli anni, ascoltando i tg. Leggendo vivo, con le orecchie tese ad ascoltare anche il più lieve rumore che annunci l’onda. Tolti i vestiti che non ho mai messo, il mare avanza e diventa realtà. L’onda lambisce i miei piedi, sotto al braccio tengo gli ideali e i sogni con cui starci su.

Manuela Grillo Spina.

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Un giorno particolare.

La rugiada scivola nel solco di una foglia, gli occhi brillano di luce nuova. Dettagli per chi è distratto dalla velocità vincente e superficiale. È vincente per forza ed è superficiale per essere vincente. La rissosa quotidianità irreale sbiadisce al cospetto di un prato coperto di brina, delimitato da linee invisibili, dove non arriva il rumore dei clacson. Il cieco arrivismo urta contro il muro e cade, incespicando se ne va. Il sole illumina di sbieco una pozza gelata, si posa sulle foglie lisce e bianche di rugiada, fitte fitte come le onde del mare, sfiorate da sguardi intrepidi e sfuggenti, che scambiano gli effetti del clima per magie. Luca ha un amico, si chiama Giovanni. Un pensiero trasversale scontenta i pensieri appropriati per classe ed età. Immagini predefinite indietreggiano sino a sparire, corucciate e vendicative, niente affatto convinte che esistano altri dèi all’infuori di loro.

Le vacanze di Natale. Luca guarda fuori dalla finestra, attraverso lo stesso cerchio sul vetro appannato da cui Giovanni osserva il mondo. Appare sovente ad entrambi la teglia con l’amalgama per i dolci, quella della nonna, perché sia Luca che Giovanni hanno mischiato da tempo e per sempre gli ingredienti che gli appartengono con altri ben scelti, s’intende.

È la sera della vigilia. La madre prepara i fritti, l’animo del marito e il suo sorriso, il sorriso di quando è felice. Chissà che emozione proverà a rivedere il padre vecchio invecchiato. La pace vera è un privilegio, che spunta come un fiore selvatico. La vita scalcia ed è una fortuna a saperla dire. Quelli che non se ne accorgono, o che mentre vivono fanno altro, sono nocivi, gli urge la ricerca del sentimento sprofondato in giorni cupi. La madre immerge la ricotta e i broccoli nella pastella, mette i pezzi nella padella con l’olio bollente, poi si asciuga le mani sul grembiule. L’odore di frittura pervade la casa, annuncia che stasera è la vigilia di Natale. L’idea di un giorno particolare infonde nei cuori la speranza di un sentimento genuino. Luca apparecchia la tavola con la governante, che, ormai, è una di famiglia. La tovaglia del Natale è rossa, con al centro quattro candele di diversa grandezza. Oltre alla tovaglia rossa e alle candele i bicchieri di cristallo confermano che è festa. Ciascuno ha il suo posto. Luca esita domandandosi se i tovaglioli vadano nei bicchieri o vicino al piatto. L’attesa è come un filo che unisce le persone. Improvvisamente le vedi più partecipi e non sempre ti sanno dire perché. Poi capisci che è grazie alla gioia inedita che si prova a voler bene a qualcuno. Frammenti di felicità condivisa: nonno indosserà il maglione nuovo, quello a scacchi viola e celesti, la zia la collana delle grandi occasioni. Ciascuno avrà un profumo con cui distinguersi. I cappotti andranno sul letto. Cappotti e borse rimarranno chiusi, al buio, per tutta la sera, se qualcuno dimenticherà le sigarette o il telefono allora dirà: ‘Dove sono i giacconi?’ e mamma risponderà: ‘Nella stanza da letto’. Luca li accompagnerà.

Luca non sarà l’unico a dedicarsi ai dettagli. Luca, non avendo vizi privati da nascondere, lo sfoggio di pubbliche virtù gli fa schifo. L’uniforme ordinaria gli va stretta, ma a Natale, quando anche gli uni si permettono di vivere, è felice, per gli altri non c’è speranza.

Manuela Grillo Spina.

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L’estate di Luca.

Luca raccoglie la sabbia, con la mano a paletta improvvisa una clessidra Il viso ha il broncio scolpito. L’aria densa di salsedine arruffa la frangia, resta nelle ciglia folte. Luca fissa la tempesta di sabbia: un piccolo terremoto nella sua mano. Si trastulla, come i semplici che contemplano lo scorrere del tempo. Gli adulti, variamente impegnati nei trastulli da salotto, passano il tempo perdendolo. Lui lo contempla. Nessuno avrà da ridire fino alla maggiore età. Al compimento dei 18 anni raggiungerà l’età della ragione e del voto. Tanto più ci si avvicina alla fatidica età della patente, quanto più la visuale si restringe, per finire nell’imbuto asfissiante del ruolo e della funzione previsti dalla società per il/la giovane gagliardo/a e di belle speranze. Una specie di vicolo cieco, da cui, una volta entrati, è difficile uscire. Da giovani le priorità che contano sono diverse. La realtà molteplice implica il tempo vuoto, che non è vuoto per niente. I visionari, i giovani, gli artisti, insomma tutti quelli che non possono non pensarla bene, perché a pensarla male ci pensano gli altri, non lasciano incustodito il tempo vuoto. Le identità in formazione, per esempio, lo riempiono senza fare nulla.

I granelli di sabbia scivolano dal palmo della mano, sembrano l’amalgama della pasta di nonna. Nel tegame ci va la farina, le uova, il latte e lo zucchero. La nonna, Luca l’avrà vista un milione di volte mescolare l’impasto. Lei ha le braccia muscolose. No, macchè palestrata, la nonna s’è fatta i muscoli col tempo. Da ragazza andava a lavare i panni al fiume, con le altre. Avevano tutte le sottane, le gambe coperte da calze di lana e le mani rosse dal freddo. I bicipiti della nonna sono il prodotto di anni difficili. Qualcuna adesso direbbe: ‘Poverina’, ma chissà chi è veramente povero, nel suo paese è povero chi non si può permettere una lavatrice. ‘Poverissimi’, direbbe la nonna a proposito dei diversamente debosciati/e, possessori di cose e smaniosi di salire la scala sociale, che tenterebbero un golpe politico sollecitati da minacce sobillate per pericoli inesistenti. Prodotti del benessere in lamiera, cemento e cellophane, che dire, mica le puoi schiaffeggiare. Nel tegame evocato dalla sabbia-clessidra la nonna ci mette il cioccolato oppure il liquore, a seconda del dolce da preparare. Succede così anche con le persone, ma non con tutte. Ti impasti, sì. È il voler bene a mescolare, ma se un ingrediente viene a mancare strappa via tutto e tu rimani senza quell’elemento che è parte di te. Lo strappo è fisiologico, il dolore pure, come il broncio a 17 anni. L’estate di Luca scorre dalla sua mano, simile alla sabbia che scandisce il tempo, compie volute ardimentose e ritorna su di sé come una novità.

‘Luca, Lucaaaa!!!’, gli amici lo chiamano. Daniel, Adele, Raphael, Yasmine, Fatima e Ibrahim, sbucano dalla collina e gli corrono incontro. D’estate i ragazzi e le ragazze fanno a cambiare il mondo, ma solo i giovani stanno al mare, davanti alla terra di Atlantide, dove gli adulti non possono arrivare.

Manuela Grillo Spina

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Nati sotto una buona stella.

L’edificio è o non è un palazzo? No, ha le pareti di vetro. Centinaia di teste ondeggiano al ritmo della musica. Psichedelici fasci di luce, visibili da fuori, spremono energia: bumm, bumm, bumm. La tecno imita il cuore umano. Il rito tribale è qui, non c’è nessun cartello con questa indicazione e meno male.
Il suono ipnotico dei tamburi coinvolge gli astanti, li seduce e li porta nel centro vero più degli altri, il centro in cui da spettatori si diventa partecipanti. Paura? No. I cerimonieri, dal palco, agitano le braccia, forse pronunciano parole magiche. L’orchestra degli spiriti estratti dai petti si assiepa al centro del cerchio. Restano un poco sospesi sopra i corpi che continuano a danzare.
Beatrice e Ginevra hanno 23 anni, sono amiche amiche. L’evento è imperdibile, ci saranno trecento persone. Però, sbaglia chi interpreta, non vuol dire che l’edificio trabocca di gente. Si potrebbe utilizzare l’aggettivo gremito che funziona quando si parla di ritrovi tra gente anonima. La folla si ignora garbatamente. In questo caso gremito è un termine poco appropriato. I raduni come questo sono diversi dalle serate cui le ragazze partecipano con genitori o coetanei imbalsamati. Poveri, non che non condividano gli stessi interessi, li condividono e chiacchierano di cose importanti!. Ma proprio non ce la fanno a generare quel tanto in più che ad un tratto si stacca dal grembo del gruppo, sovrasta i creatori e, da creatura, diventa qualcos’altro: uno spirito che c’è e poi svanisce. ‘Avete mai partecipato a feste in cui nessuno vi chiedeva di dimezzare le volizioni in buoni propositi?’, nel corso di una serata con gli zombie Ginevra se ne uscì così. ‘Non capiamo’, risposero i più audaci. La maggior parte non capiva e se ne vantava. Si vantavano di non capire e tutto ciò li rassicurava. In fondo non avrebbero corso il pericolo di entusiasmarsi, desiderando veramente qualcosa. In ogni modo, la cosa veramente ridicola era la pretesa. Pretendevano di capire non volendo capire la persona-Ginevra, così come non capivano più se stessi.
Gomiti appoggiati alla balaustra, al piano superiore della discoteca Ginevra e Beatrice guardano la pista, i compagni, illuminati di luce propria, nati sotto una buona stella. Tutto sommato le cose stanno in questo modo. Noi, nati in tempi di pace, non sapevamo che per averla la pace avremmo dovuto fare la guerra. La buona sorte è una prospettiva, chiara. Un punto di osservazione spesso oscurato dalle luci artificiali. Molti coetanei dimenticheranno la festa, la vivono come una parentesi dell’io nella versione approvata dagli altri. Magari, la ricorderanno in pochi, un po’ perché gli altri sono troppo fatti e perché scambiano la libertà con la libertà di dimenticare la responsabilità di far esistere la realtà.
I corpi si abbandonano alla volontà. Non c’è uno spazio vuoto, solo onde, fatte di persone che si muovono all’unisono. Vocalist e dj in veste di cerimonieri hanno potere. Il rito ha inizio. Cos’è il potere se non la capacità di condurre la danza. Beatrice, Ginevra, Andrea, Benedetto, interpretano se stessi, chè il potere si trasmette mica resta in mano a pochi. Una è Beatrice, una è Ginevra e sono amiche.

Manuela Grillo Spina.

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Alieni

All’inizio era un esserino. Le donnette saputelle andavano a casa della madre per vedere la creatura. Tutte in fila, al santuario. Chi le augurava di sposarsi e fare tanti figli, chi di essere bella. Insomma, a sentire loro, era nata un’altra ausiliare. Di domenica invadevano la casa, ma non da sole, con i congiunti. Quelle di una certa età prima o dopo la messa, le cosiddette famigliole giovani nel pomeriggio. Allungavano il collo sulla culla per poterla vedere. Il giorno che la madre si sottopose al test dell’amniocentesi le amiche cominciarono a miagolare: ‘Speriamo che sia femmina!!’. Le bestiolione aggiogate al padrone dicevano così, tutte melliflue, mentre auguravano l’esatto contrario. ‘Le femmine sono solo guai, la gente non ti dice: ‘brava’, come quando partorisci un maschio. Noi siamo niente, non valiamo niente’, questo dicevano veramente. Le bestioline erano doppiamente incoscienti: lo erano nei confronti dei pensieri che non dicevano ed erano incoscienti di averne di pensieri. Quando uscivano dai loro petti, mostrati per mostrare l’attaccatura del seno, la madre li leggeva. Sapeva udire i rumori di fondo, quelle cose che gli individui emettono a mo’ di radar e non vogliono confessare neanche a se stessi.

Quell’essere vulnerabile era un grumo di vita, condensata in 4 chili di peso. Dunque, altro che vulnerabile. Il corpicino rachitico metteva a dura prova l’ipocrisia del mondo. Quanto facevano ridere quelli: più si sforzavano di sorridere più palesavano i pensieri sgradevoli in cui sguazzavano e non si davano pace se non rubandola a qualcun altro. Chiusa la porta ai convenevoli, la madre non sapeva se doveva amare quell’essere femmina nel modo in cui avrebbe amato un maschio senza dubbio. Dentro di sé si chiedeva che vita avrebbe vissuto la figlia, qualora avesse scelto fermamente di vivere da donna, ma sul serio.

Gli alieni esistono, sono tra noi, hanno sembianze umane e vorrebbero tutte le risposte del mondo. L’aliena aveva bisogno di lei. Le comunicava gioia, stupore, dolore, parlava col pianto e con il sorriso. La cercava quando si allontanava. Avrebbe ottenuto un’immediata e meritata gratificazione se, al posto di una femmina, ci fosse stato un maschio di cui prendersi cura. Il maschio va adorato. Va adorato come una piccola divinità sin dalla culla. La reverenza è un diritto inalienabile del malcapitato ducetto in erba ed è un dovere sociale. La ricompensa della madre consiste nella celebrazione pubblica della serva. Non siamo tutti alieni, la femmina è più aliena del maschio ed è un vantaggio. Infatti, occorre solo e nient’altro che l’amore per prendersi cura di una nata femmina. Non l’amore banale, ma un amore che non sai ancora di avere nel cuore. Non lo sai, ma ce l’hai. Di solito le madri si identificano con le figlie, danno vita a rapporti collosi, che solo raramente evolvono nel rispetto dell’indipenza della persona. C’è da volersi bene per voler bene.

La madre osserva quell’essere, colta da un amore piovuto dal cielo, di quella specie di amore che dà una ragione a tutto, mette in ordine le cose e anche a quelle storte trova una legittimazione. Le cose storte le allontana a mille chilometri di distanza, tipo le cantilene delle madri antiche che servivano a scacciare entità malvagie dalla culla dei neonati. Gli adulti si ricordano di se stessi quasi mai, ma quando fanno i figli si ricordano e si impietosiscono come i vecchi che piagnucolano per ogni sussulto del cuore.

L’esserino sgambetta emette dei suoni. Ormai, è nel mondo. Una bocca in più da sfamare, una goccia caduta da una nuvola divina. Nessun altro è come lei. Dei tanti mondi piovuti su questa terra, la madre ne ha davanti un altro, un’aliena.

La madre si tranquillizza, il suo compito non è così gravoso. Ha partorito una femmina, ora deve farla crescere. Un giorno, quando si accorgerà degli inganni, delle menzogne e delle ingiustizie su cui la maggior parte della gente basa la propria non esistenza, vorrà schierarsi dalla parte di quelli cui non danno quasi mai ragione. In ogni modo avrà un posto nel mondo, avrà dei progetti, degli obiettivi per cui vivere. Lei non deve far altro che crescere una femmina. Scompariranno le aspettative mal riposte. Gli altri vorranno qualcosa da entrambe e non esiteranno a farglielo sapere. Ordineranno, perché la società alla donna dà degli ordini. Secondo alcuni tutto ciò è normale. La madre rinuncerà a plasmare quell’essere femmina per farlo a sua immagine e somiglianza. Le rimprovereranno di essere libere, di non avergli chiesto il permesso di vivere come credono. Non sarà una figlia-capolavoro, con il compito ben preciso di risarcire i genitori dei loro sogni non realizzati. In età da marito non esporrà la figlia al mercato, affinché il mondo sia costretto a riconoscerla, affinché si avvicini il miglior offerente, ovvero uno dei peggiori ometti che si possano incontrare. Sarà un aliena per tutta la vita, forse. Ma libera.

Manuela Grillo Spina.

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L’isola che c’è.

‘El duende’ guizza sulle onde, segue la linea di mezzeria. Mi sembra il momento di giocare sul serio. Sono convinta che il luna park rustico, cioè quello di un tempo, sia un luogo estremamente importante, che molti sottovalutano. A mo’ di esempio dirò che la casa degli orrori è una perfetta rappresentazione di ciò che succede nella vita reale. Ti siedi nella carrozza e fuggi dall’assalto del vampiro. Zombie e streghe si avvicinano e non ti toccano, poiché è stabilito che, nel luna park, la paura è soltanto fantasia. Il brivido è proprio questo. Nella realtà sono altre le figure inquietanti, ma il principio è lo stesso. Infatti, tanto nel parco giochi quanto nella vita reale, l’orrore ti sfiora e mai ti raggiunge.

Ho una barca. Ce l’ho dal giorno del mio 40esimo compleanno, me l’hanno lasciata i miei. Da allora l’ho osservata come si osservano le sfere di cristallo. Non la guardavo e basta, la contemplavo. Fissavo l’idea di imbarcarmi nel vero senso della parola. Assorbivo l’idea e la metabolizzavo, chè non tutte le idee sono uguali, alcune si assimilano lentamente.

Quando si naviga è sempre estate. Stamattina il mare ancora sonnecchia. Si stropiccia gli occhi, girandosi nel letto. Cammino con il mio fedele amico sulla spiaggia. Tra qualche ora uno stormo di ragazzini con genitori a seguito costringerà il mare ad esibirsi nel solito gioco di prestigio della domenica. Il mare, travestito da abile incantatore di serpenti, suonerà sul mondo. Dalla cesta usciranno scintillii. La bellezza non è che una carezza sulla testa degli esseri senzienti, per rendergli meno faticoso il vivere. Alcune famigliole, spalmate di creme abbronzanti, confonderanno tutto ciò con gli spettacoli dei parchi giochi a tema. Gambe e braccia bivaccheranno stese al sole fino a sera.

La meta è l’isola che c’è. Sì, quella della favola. Se la gente non è ancora approdata, significa che non vuole veramente vivere su quest’isola. Per questo motivo il viaggio inizia con un pre-viaggio, cioè bisogna avere un’incrollabile fiducia nel fatto che questo posto esiste. Nell’isola io ci andai spesso con l’immaginazione, ma a una certa età tutto ciò non basta più. Se l’idea persiste, invece di consultare il medico, come ti direbbe la gente rassegnata, la devi raggiungere davvero. L’isola è un luogo dove scorre il tempo, in un movimento a spirale, cosicchè cambia colore e stagione. Tra la propria casa e l’isola, come luogo affettivo, ci sono elementi di continuità. È chiaro.  In genere si pensa ad andare da qualche parte per trovare chissà cosa. Nell’isola che c’è, trovi ciò che desideri, la meraviglia dopo averla intuita, vista e sentita per lungo tempo.

I sogni non si pesano. Il giudizio su un grande sogno è estremamente soggettivo. L’impegno per realizzarli è una delle caratteristiche che accomunano i grandi sogni. Più facile la valutazione sui desideri meschini, i quali sono talmente tanto diffusi che, per evitare l’imbarazzo, la gente tende a nasconderli.

‘Tu vuoi il successo, dai sforzati di desiderarlo, vuoi i soldi e la reverenza ipocrita dei vili, vuoi questo. Vuoi un marito a cui servi come l’auto di marca, ma in modo diverso dall’auto di marca. E lui serve a te. Dai pigliati il foglio giustificativo. Vuoi essere sempre la prima per non sentirti l’ultima. Vuoi acculturarti e frequentare luoghi chic, intellettuali, dove all’ora del buffet si pigliano a testate per arrivare primi. Vuoi la libertà e l’uguaglianza. Vuoi tirare un sospiro di sollievo guardando dall’alto in basso lo straniero. Vuoi la libertà femminile per avere il dispotismo. Vuoi inchinarti come una geisha al cospetto dell’ultimo degli uomini. Tu vuoi una casa di proprietà e si sappia in giro che hai delle proprietà poiché tu non ti appartieni. Vuoi un lavoro in cui ti sottoponi a degli ordini facendo finta di darne’. ‘No’, dissi io, ‘non voglio niente di tutto ciò, voglio vivere’.

Il timone è nelle mie mani. Evito gli ostacoli. L’isola che c’è, fa parte di un arcipelago, non lo sapevate? La vedo, si staglia all’orizzonte, come una certezza non destinata a cambiare.

Manuela Grillo Spina.

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Affrettati lentamente

Dalla pagina le parole sottolineate a matita balzano in superficie, fecondano la testa, tamburellando come la bacchetta del rabdomante. Dalla sorgente fluisce ciò che può diventare altro, però la fonte non muta. Rodolfo, da qualche giorno, tiene quel pezzo di carta in tasca, quello che stava sulla mensola, nel corridoio dell’atelier. C’era scritto di una rivoluzione da fare, anzi, di una rivoluzione liberata. Una volta terminato il lavoro nella biblioteca, di solito si mette a leggere. Per fortuna il senso delle cose rimane un mistero. Dicono male delle nevrosi moderne, eppure servono a qualcosa. Togliersele, a volte, è peggio. Poi ti chiedi quale sia il senso della vita e ti metti a cercarlo. La gente è vile, non se lo chiede, riferisce di eventi che si ripetono e ripetendosi rassicurano. Sempre le stesse cose, interpretate nello stesso modo. Non conta che l’interpretazione sia parziale e spesso sbagliata. Conta la certezza. Affidarsi al falso consolatorio, per molti è meglio che andare a cercare il significato. Se gli stuzzichi la coscienza fanno come le serpi che s’aizzano. Appunto, farebbero meglio a riflettere, almeno si calmerebbero. Rodolfo, invece, avverte il bisogno di rassicurarsi sul modo in cui la gente si rassicura e della nausea quale effetto collaterale. La sintesi è il prodotto del tempo o della fonte? Di entrambe le cose, quindi è parziale.

In questo ottobre cangiante, i radar delle aziende aerospaziali registreranno precipitazioni sparse di corpuscoli invisibili all’occhio umano. In ogni angolo del pianeta il mondo della scienza punterà un plotone di telescopi potentissimi verso l’origine del fenomeno. Qualcuno dalla fantasia particolarmente fervida, assocerà il fatto a suggestive immagini cinematografiche. Alzate il capo e strofinate gli occhi, dunque. Chissà quante volte sono cadute le parole delle stelle. Poi, impigliate nei capelli come fiocchi di neve, si sono sciolte in un sussulto, al tocco improvviso del linguaggio del nostro primo vagito.

All’una di notte i gatti stanno accovacciati sul cofano delle automobili. Nella strada dove abita Dario l’enigma è formulato in questi termini: ‘Dovete sostituire il falso con il vero’. Chi è stato a scrivere quelle parole e cosa voleva trasmettere al lettore?. Rodolfo ricorda anche di essersi sentito in balìa di una tempesta.

Rodolfo e Dario raggiungono trepidanti l’atelier. Clara sta smontando le tende della sala per far entrare la luce. Non ci vuole mica fare un vestito alla Rossella O’hara. I ragazzi le raccontano dell’accaduto, posano lo sguardo sulle pareti della stanza e un pensiero fulmineo gli attraversa la testa. È l’idea di un linguaggio antico per una nuova stirpe. Se fosse un colore, sarebbe il blu mare.

Manuela Grillo Spina

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