Il mondo di lana.

Vesto bene o vesto male?. I vestiti sono maschere, finzioni che hanno un’utilità sociale. Mi vesto, sono autorizzata a circolare nel mondo, facile facile. L’immagine conta, la gente dà importanza ai vestiti, interpreta anche quelli come un tutto, per trovare una logica confortante e sottile sottile. La moda determina l’abbigliamento. La moda è utile, fa riconoscere le persone a prima vista, pertanto inganna, infatti si dice che l’abito non fa il monaco. Infatti, che ne sa la gente di un abito, bisognerebbe chiederlo al monaco. Una gonna o un vestito aderiscono al carattere, alcuni più di altri, e lo sai solo tu. Ben presto te ne accorgi, mentre molto di rado fai caso ai vestiti che ti mettono addosso gli altri. E lo fai tanto più malvolentieri quanto più gli indumenti non combaciano con quello che sei veramente. Eppure, una gonna di lana prende la piega dei tuoi passi, come l’allegro indugiare ai pensieri senza guerra. Il mondo fatto di lana è popolato di sole che filtra tra le fronde e da alberi che spandono giovinezza in ombre e luci. Non si mette mai in lizza per ottenere il certificato, nonostante ciò esiste affianco al traffico, alle lancette che scandiscono un tempo sordo e inesorabile. Chissà se hanno ragione quelli che dicono che per fare la rivoluzione servono le bombe. Sarà l’incedere calmo nella devastazione, nel fragore dei bastoni dei padroni strusciati sulle gabbie degli schiavi, tre le urla bestiali, sarà questo la rivoluzione?. Tolgo i vestiti che non ho mai messo.

Vivere, come si dice? L’immagine del cuore che pulsa è generica. Dalle molte vite vissute cucio immagini recenti. Voce, ritmo, andatura. Il corpo dentro l’abito fende il vuoto. Il corpo percorre strade, è anche fuori, frizza a contatto con l’ossigeno. Un breve compendio prima di svoltare l’angolo, quindi attraverso la strada assieme al cielo. Il cielo: coperto di nuvole o sereno, un turbinio di foglie d’inverno. Sono i colori delle albe estive. L’incedere calmo brucia nelle strade a contatto con la gente che teme la rivoluzione. Produce immagini in gestazione come semi nella terra. La musica cambia in tonalità di mare che lambisce i miei piedi. Quante volte non ho detto: questo è il momento, l’attimo irripetibile. Ho agito, non l’ho detto. Passano gli anni, ascoltando i tg. Leggendo vivo, con le orecchie tese ad ascoltare anche il più lieve rumore che annunci l’onda. Tolti i vestiti che non ho mai messo, il mare avanza e diventa realtà. L’onda lambisce i miei piedi, sotto al braccio tengo gli ideali e i sogni con cui starci su.

Manuela Grillo Spina.

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Un giorno particolare.

La rugiada scivola nel solco di una foglia, gli occhi brillano di luce nuova. Dettagli per chi è distratto dalla velocità vincente e superficiale. È vincente per forza ed è superficiale per essere vincente. La rissosa quotidianità irreale sbiadisce al cospetto di un prato coperto di brina, delimitato da linee invisibili, dove non arriva il rumore dei clacson. Il cieco arrivismo urta contro il muro e cade, incespicando se ne va. Il sole illumina di sbieco una pozza gelata, si posa sulle foglie lisce e bianche di rugiada, fitte fitte come le onde del mare, sfiorate da sguardi intrepidi e sfuggenti, che scambiano gli effetti del clima per magie. Luca ha un amico, si chiama Giovanni. Un pensiero trasversale scontenta i pensieri appropriati per classe ed età. Immagini predefinite indietreggiano sino a sparire, corucciate e vendicative, niente affatto convinte che esistano altri dèi all’infuori di loro.

Le vacanze di Natale. Luca guarda fuori dalla finestra, attraverso lo stesso cerchio sul vetro appannato da cui Giovanni osserva il mondo. Appare sovente ad entrambi la teglia con l’amalgama per i dolci, quella della nonna, perché sia Luca che Giovanni hanno mischiato da tempo e per sempre gli ingredienti che gli appartengono con altri ben scelti, s’intende.

È la sera della vigilia. La madre prepara i fritti, l’animo del marito e il suo sorriso, il sorriso di quando è felice. Chissà che emozione proverà a rivedere il padre vecchio invecchiato. La pace vera è un privilegio, che spunta come un fiore selvatico. La vita scalcia ed è una fortuna a saperla dire. Quelli che non se ne accorgono, o che mentre vivono fanno altro, sono nocivi, gli urge la ricerca del sentimento sprofondato in giorni cupi. La madre immerge la ricotta e i broccoli nella pastella, mette i pezzi nella padella con l’olio bollente, poi si asciuga le mani sul grembiule. L’odore di frittura pervade la casa, annuncia che stasera è la vigilia di Natale. L’idea di un giorno particolare infonde nei cuori la speranza di un sentimento genuino. Luca apparecchia la tavola con la governante, che, ormai, è una di famiglia. La tovaglia del Natale è rossa, con al centro quattro candele di diversa grandezza. Oltre alla tovaglia rossa e alle candele i bicchieri di cristallo confermano che è festa. Ciascuno ha il suo posto. Luca esita domandandosi se i tovaglioli vadano nei bicchieri o vicino al piatto. L’attesa è come un filo che unisce le persone. Improvvisamente le vedi più partecipi e non sempre ti sanno dire perché. Poi capisci che è grazie alla gioia inedita che si prova a voler bene a qualcuno. Frammenti di felicità condivisa: nonno indosserà il maglione nuovo, quello a scacchi viola e celesti, la zia la collana delle grandi occasioni. Ciascuno avrà un profumo con cui distinguersi. I cappotti andranno sul letto. Cappotti e borse rimarranno chiusi, al buio, per tutta la sera, se qualcuno dimenticherà le sigarette o il telefono allora dirà: ‘Dove sono i giacconi?’ e mamma risponderà: ‘Nella stanza da letto’. Luca li accompagnerà.

Luca non sarà l’unico a dedicarsi ai dettagli. Luca, non avendo vizi privati da nascondere, lo sfoggio di pubbliche virtù gli fa schifo. L’uniforme ordinaria gli va stretta, ma a Natale, quando anche gli uni si permettono di vivere, è felice, per gli altri non c’è speranza.

Manuela Grillo Spina.

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L’estate di Luca.

Luca raccoglie la sabbia, con la mano a paletta improvvisa una clessidra Il viso ha il broncio scolpito. L’aria densa di salsedine arruffa la frangia, resta nelle ciglia folte. Luca fissa la tempesta di sabbia: un piccolo terremoto nella sua mano. Si trastulla, come i semplici che contemplano lo scorrere del tempo. Gli adulti, variamente impegnati nei trastulli da salotto, passano il tempo perdendolo. Lui lo contempla. Nessuno avrà da ridire fino alla maggiore età. Al compimento dei 18 anni raggiungerà l’età della ragione e del voto. Tanto più ci si avvicina alla fatidica età della patente, quanto più la visuale si restringe, per finire nell’imbuto asfissiante del ruolo e della funzione previsti dalla società per il/la giovane gagliardo/a e di belle speranze. Una specie di vicolo cieco, da cui, una volta entrati, è difficile uscire. Da giovani le priorità che contano sono diverse. La realtà molteplice implica il tempo vuoto, che non è vuoto per niente. I visionari, i giovani, gli artisti, insomma tutti quelli che non possono non pensarla bene, perché a pensarla male ci pensano gli altri, non lasciano incustodito il tempo vuoto. Le identità in formazione, per esempio, lo riempiono senza fare nulla.

I granelli di sabbia scivolano dal palmo della mano, sembrano l’amalgama della pasta di nonna. Nel tegame ci va la farina, le uova, il latte e lo zucchero. La nonna, Luca l’avrà vista un milione di volte mescolare l’impasto. Lei ha le braccia muscolose. No, macchè palestrata, la nonna s’è fatta i muscoli col tempo. Da ragazza andava a lavare i panni al fiume, con le altre. Avevano tutte le sottane, le gambe coperte da calze di lana e le mani rosse dal freddo. I bicipiti della nonna sono il prodotto di anni difficili. Qualcuna adesso direbbe: ‘Poverina’, ma chissà chi è veramente povero, nel suo paese è povero chi non si può permettere una lavatrice. ‘Poverissimi’, direbbe la nonna a proposito dei diversamente debosciati/e, possessori di cose e smaniosi di salire la scala sociale, che tenterebbero un golpe politico sollecitati da minacce sobillate per pericoli inesistenti. Prodotti del benessere in lamiera, cemento e cellophane, che dire, mica le puoi schiaffeggiare. Nel tegame evocato dalla sabbia-clessidra la nonna ci mette il cioccolato oppure il liquore, a seconda del dolce da preparare. Succede così anche con le persone, ma non con tutte. Ti impasti, sì. È il voler bene a mescolare, ma se un ingrediente viene a mancare strappa via tutto e tu rimani senza quell’elemento che è parte di te. Lo strappo è fisiologico, il dolore pure, come il broncio a 17 anni. L’estate di Luca scorre dalla sua mano, simile alla sabbia che scandisce il tempo, compie volute ardimentose e ritorna su di sé come una novità.

‘Luca, Lucaaaa!!!’, gli amici lo chiamano. Daniel, Adele, Raphael, Yasmine, Fatima e Ibrahim, sbucano dalla collina e gli corrono incontro. D’estate i ragazzi e le ragazze fanno a cambiare il mondo, ma solo i giovani stanno al mare, davanti alla terra di Atlantide, dove gli adulti non possono arrivare.

Manuela Grillo Spina

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Nati sotto una buona stella.

L’edificio è o non è un palazzo? No, ha le pareti di vetro. Centinaia di teste ondeggiano al ritmo della musica. Psichedelici fasci di luce, visibili da fuori, spremono energia: bumm, bumm, bumm. La tecno imita il cuore umano. Il rito tribale è qui, non c’è nessun cartello con questa indicazione e meno male.
Il suono ipnotico dei tamburi coinvolge gli astanti, li seduce e li porta nel centro vero più degli altri, il centro in cui da spettatori si diventa partecipanti. Paura? No. I cerimonieri, dal palco, agitano le braccia, forse pronunciano parole magiche. L’orchestra degli spiriti estratti dai petti si assiepa al centro del cerchio. Restano un poco sospesi sopra i corpi che continuano a danzare.
Beatrice e Ginevra hanno 23 anni, sono amiche amiche. L’evento è imperdibile, ci saranno trecento persone. Però, sbaglia chi interpreta, non vuol dire che l’edificio trabocca di gente. Si potrebbe utilizzare l’aggettivo gremito che funziona quando si parla di ritrovi tra gente anonima. La folla si ignora garbatamente. In questo caso gremito è un termine poco appropriato. I raduni come questo sono diversi dalle serate cui le ragazze partecipano con genitori o coetanei imbalsamati. Poveri, non che non condividano gli stessi interessi, li condividono e chiacchierano di cose importanti!. Ma proprio non ce la fanno a generare quel tanto in più che ad un tratto si stacca dal grembo del gruppo, sovrasta i creatori e, da creatura, diventa qualcos’altro: uno spirito che c’è e poi svanisce. ‘Avete mai partecipato a feste in cui nessuno vi chiedeva di dimezzare le volizioni in buoni propositi?’, nel corso di una serata con gli zombie Ginevra se ne uscì così. ‘Non capiamo’, risposero i più audaci. La maggior parte non capiva e se ne vantava. Si vantavano di non capire e tutto ciò li rassicurava. In fondo non avrebbero corso il pericolo di entusiasmarsi, desiderando veramente qualcosa. In ogni modo, la cosa veramente ridicola era la pretesa. Pretendevano di capire non volendo capire la persona-Ginevra, così come non capivano più se stessi.
Gomiti appoggiati alla balaustra, al piano superiore della discoteca Ginevra e Beatrice guardano la pista, i compagni, illuminati di luce propria, nati sotto una buona stella. Tutto sommato le cose stanno in questo modo. Noi, nati in tempi di pace, non sapevamo che per averla la pace avremmo dovuto fare la guerra. La buona sorte è una prospettiva, chiara. Un punto di osservazione spesso oscurato dalle luci artificiali. Molti coetanei dimenticheranno la festa, la vivono come una parentesi dell’io nella versione approvata dagli altri. Magari, la ricorderanno in pochi, un po’ perché gli altri sono troppo fatti e perché scambiano la libertà con la libertà di dimenticare la responsabilità di far esistere la realtà.
I corpi si abbandonano alla volontà. Non c’è uno spazio vuoto, solo onde, fatte di persone che si muovono all’unisono. Vocalist e dj in veste di cerimonieri hanno potere. Il rito ha inizio. Cos’è il potere se non la capacità di condurre la danza. Beatrice, Ginevra, Andrea, Benedetto, interpretano se stessi, chè il potere si trasmette mica resta in mano a pochi. Una è Beatrice, una è Ginevra e sono amiche.

Manuela Grillo Spina.

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Alieni

All’inizio era un esserino. Le donnette saputelle andavano a casa della madre per vedere la creatura. Tutte in fila, al santuario. Chi le augurava di sposarsi e fare tanti figli, chi di essere bella. Insomma, a sentire loro, era nata un’altra ausiliare. Di domenica invadevano la casa, ma non da sole, con i congiunti. Quelle di una certa età prima o dopo la messa, le cosiddette famigliole giovani nel pomeriggio. Allungavano il collo sulla culla per poterla vedere. Il giorno che la madre si sottopose al test dell’amniocentesi le amiche cominciarono a miagolare: ‘Speriamo che sia femmina!!’. Le bestiolione aggiogate al padrone dicevano così, tutte melliflue, mentre auguravano l’esatto contrario. ‘Le femmine sono solo guai, la gente non ti dice: ‘brava’, come quando partorisci un maschio. Noi siamo niente, non valiamo niente’, questo dicevano veramente. Le bestioline erano doppiamente incoscienti: lo erano nei confronti dei pensieri che non dicevano ed erano incoscienti di averne di pensieri. Quando uscivano dai loro petti, mostrati per mostrare l’attaccatura del seno, la madre li leggeva. Sapeva udire i rumori di fondo, quelle cose che gli individui emettono a mo’ di radar e non vogliono confessare neanche a se stessi.

Quell’essere vulnerabile era un grumo di vita, condensata in 4 chili di peso. Dunque, altro che vulnerabile. Il corpicino rachitico metteva a dura prova l’ipocrisia del mondo. Quanto facevano ridere quelli: più si sforzavano di sorridere più palesavano i pensieri sgradevoli in cui sguazzavano e non si davano pace se non rubandola a qualcun altro. Chiusa la porta ai convenevoli, la madre non sapeva se doveva amare quell’essere femmina nel modo in cui avrebbe amato un maschio senza dubbio. Dentro di sé si chiedeva che vita avrebbe vissuto la figlia, qualora avesse scelto fermamente di vivere da donna, ma sul serio.

Gli alieni esistono, sono tra noi, hanno sembianze umane e vorrebbero tutte le risposte del mondo. L’aliena aveva bisogno di lei. Le comunicava gioia, stupore, dolore, parlava col pianto e con il sorriso. La cercava quando si allontanava. Avrebbe ottenuto un’immediata e meritata gratificazione se, al posto di una femmina, ci fosse stato un maschio di cui prendersi cura. Il maschio va adorato. Va adorato come una piccola divinità sin dalla culla. La reverenza è un diritto inalienabile del malcapitato ducetto in erba ed è un dovere sociale. La ricompensa della madre consiste nella celebrazione pubblica della serva. Non siamo tutti alieni, la femmina è più aliena del maschio ed è un vantaggio. Infatti, occorre solo e nient’altro che l’amore per prendersi cura di una nata femmina. Non l’amore banale, ma un amore che non sai ancora di avere nel cuore. Non lo sai, ma ce l’hai. Di solito le madri si identificano con le figlie, danno vita a rapporti collosi, che solo raramente evolvono nel rispetto dell’indipenza della persona. C’è da volersi bene per voler bene.

La madre osserva quell’essere, colta da un amore piovuto dal cielo, di quella specie di amore che dà una ragione a tutto, mette in ordine le cose e anche a quelle storte trova una legittimazione. Le cose storte le allontana a mille chilometri di distanza, tipo le cantilene delle madri antiche che servivano a scacciare entità malvagie dalla culla dei neonati. Gli adulti si ricordano di se stessi quasi mai, ma quando fanno i figli si ricordano e si impietosiscono come i vecchi che piagnucolano per ogni sussulto del cuore.

L’esserino sgambetta emette dei suoni. Ormai, è nel mondo. Una bocca in più da sfamare, una goccia caduta da una nuvola divina. Nessun altro è come lei. Dei tanti mondi piovuti su questa terra, la madre ne ha davanti un altro, un’aliena.

La madre si tranquillizza, il suo compito non è così gravoso. Ha partorito una femmina, ora deve farla crescere. Un giorno, quando si accorgerà degli inganni, delle menzogne e delle ingiustizie su cui la maggior parte della gente basa la propria non esistenza, vorrà schierarsi dalla parte di quelli cui non danno quasi mai ragione. In ogni modo avrà un posto nel mondo, avrà dei progetti, degli obiettivi per cui vivere. Lei non deve far altro che crescere una femmina. Scompariranno le aspettative mal riposte. Gli altri vorranno qualcosa da entrambe e non esiteranno a farglielo sapere. Ordineranno, perché la società alla donna dà degli ordini. Secondo alcuni tutto ciò è normale. La madre rinuncerà a plasmare quell’essere femmina per farlo a sua immagine e somiglianza. Le rimprovereranno di essere libere, di non avergli chiesto il permesso di vivere come credono. Non sarà una figlia-capolavoro, con il compito ben preciso di risarcire i genitori dei loro sogni non realizzati. In età da marito non esporrà la figlia al mercato, affinché il mondo sia costretto a riconoscerla, affinché si avvicini il miglior offerente, ovvero uno dei peggiori ometti che si possano incontrare. Sarà un aliena per tutta la vita, forse. Ma libera.

Manuela Grillo Spina.

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L’isola che c’è.

‘El duende’ guizza sulle onde, segue la linea di mezzeria. Mi sembra il momento di giocare sul serio. Sono convinta che il luna park rustico, cioè quello di un tempo, sia un luogo estremamente importante, che molti sottovalutano. A mo’ di esempio dirò che la casa degli orrori è una perfetta rappresentazione di ciò che succede nella vita reale. Ti siedi nella carrozza e fuggi dall’assalto del vampiro. Zombie e streghe si avvicinano e non ti toccano, poiché è stabilito che, nel luna park, la paura è soltanto fantasia. Il brivido è proprio questo. Nella realtà sono altre le figure inquietanti, ma il principio è lo stesso. Infatti, tanto nel parco giochi quanto nella vita reale, l’orrore ti sfiora e mai ti raggiunge.

Ho una barca. Ce l’ho dal giorno del mio 40esimo compleanno, me l’hanno lasciata i miei. Da allora l’ho osservata come si osservano le sfere di cristallo. Non la guardavo e basta, la contemplavo. Fissavo l’idea di imbarcarmi nel vero senso della parola. Assorbivo l’idea e la metabolizzavo, chè non tutte le idee sono uguali, alcune si assimilano lentamente.

Quando si naviga è sempre estate. Stamattina il mare ancora sonnecchia. Si stropiccia gli occhi, girandosi nel letto. Cammino con il mio fedele amico sulla spiaggia. Tra qualche ora uno stormo di ragazzini con genitori a seguito costringerà il mare ad esibirsi nel solito gioco di prestigio della domenica. Il mare, travestito da abile incantatore di serpenti, suonerà sul mondo. Dalla cesta usciranno scintillii. La bellezza non è che una carezza sulla testa degli esseri senzienti, per rendergli meno faticoso il vivere. Alcune famigliole, spalmate di creme abbronzanti, confonderanno tutto ciò con gli spettacoli dei parchi giochi a tema. Gambe e braccia bivaccheranno stese al sole fino a sera.

La meta è l’isola che c’è. Sì, quella della favola. Se la gente non è ancora approdata, significa che non vuole veramente vivere su quest’isola. Per questo motivo il viaggio inizia con un pre-viaggio, cioè bisogna avere un’incrollabile fiducia nel fatto che questo posto esiste. Nell’isola io ci andai spesso con l’immaginazione, ma a una certa età tutto ciò non basta più. Se l’idea persiste, invece di consultare il medico, come ti direbbe la gente rassegnata, la devi raggiungere davvero. L’isola è un luogo dove scorre il tempo, in un movimento a spirale, cosicchè cambia colore e stagione. Tra la propria casa e l’isola, come luogo affettivo, ci sono elementi di continuità. È chiaro.  In genere si pensa ad andare da qualche parte per trovare chissà cosa. Nell’isola che c’è, trovi ciò che desideri, la meraviglia dopo averla intuita, vista e sentita per lungo tempo.

I sogni non si pesano. Il giudizio su un grande sogno è estremamente soggettivo. L’impegno per realizzarli è una delle caratteristiche che accomunano i grandi sogni. Più facile la valutazione sui desideri meschini, i quali sono talmente tanto diffusi che, per evitare l’imbarazzo, la gente tende a nasconderli.

‘Tu vuoi il successo, dai sforzati di desiderarlo, vuoi i soldi e la reverenza ipocrita dei vili, vuoi questo. Vuoi un marito a cui servi come l’auto di marca, ma in modo diverso dall’auto di marca. E lui serve a te. Dai pigliati il foglio giustificativo. Vuoi essere sempre la prima per non sentirti l’ultima. Vuoi acculturarti e frequentare luoghi chic, intellettuali, dove all’ora del buffet si pigliano a testate per arrivare primi. Vuoi la libertà e l’uguaglianza. Vuoi tirare un sospiro di sollievo guardando dall’alto in basso lo straniero. Vuoi la libertà femminile per avere il dispotismo. Vuoi inchinarti come una geisha al cospetto dell’ultimo degli uomini. Tu vuoi una casa di proprietà e si sappia in giro che hai delle proprietà poiché tu non ti appartieni. Vuoi un lavoro in cui ti sottoponi a degli ordini facendo finta di darne’. ‘No’, dissi io, ‘non voglio niente di tutto ciò, voglio vivere’.

Il timone è nelle mie mani. Evito gli ostacoli. L’isola che c’è, fa parte di un arcipelago, non lo sapevate? La vedo, si staglia all’orizzonte, come una certezza non destinata a cambiare.

Manuela Grillo Spina.

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Affrettati lentamente

Dalla pagina le parole sottolineate a matita balzano in superficie, fecondano la testa, tamburellando come la bacchetta del rabdomante. Dalla sorgente fluisce ciò che può diventare altro, però la fonte non muta. Rodolfo, da qualche giorno, tiene quel pezzo di carta in tasca, quello che stava sulla mensola, nel corridoio dell’atelier. C’era scritto di una rivoluzione da fare, anzi, di una rivoluzione liberata. Una volta terminato il lavoro nella biblioteca, di solito si mette a leggere. Per fortuna il senso delle cose rimane un mistero. Dicono male delle nevrosi moderne, eppure servono a qualcosa. Togliersele, a volte, è peggio. Poi ti chiedi quale sia il senso della vita e ti metti a cercarlo. La gente è vile, non se lo chiede, riferisce di eventi che si ripetono e ripetendosi rassicurano. Sempre le stesse cose, interpretate nello stesso modo. Non conta che l’interpretazione sia parziale e spesso sbagliata. Conta la certezza. Affidarsi al falso consolatorio, per molti è meglio che andare a cercare il significato. Se gli stuzzichi la coscienza fanno come le serpi che s’aizzano. Appunto, farebbero meglio a riflettere, almeno si calmerebbero. Rodolfo, invece, avverte il bisogno di rassicurarsi sul modo in cui la gente si rassicura e della nausea quale effetto collaterale. La sintesi è il prodotto del tempo o della fonte? Di entrambe le cose, quindi è parziale.

In questo ottobre cangiante, i radar delle aziende aerospaziali registreranno precipitazioni sparse di corpuscoli invisibili all’occhio umano. In ogni angolo del pianeta il mondo della scienza punterà un plotone di telescopi potentissimi verso l’origine del fenomeno. Qualcuno dalla fantasia particolarmente fervida, assocerà il fatto a suggestive immagini cinematografiche. Alzate il capo e strofinate gli occhi, dunque. Chissà quante volte sono cadute le parole delle stelle. Poi, impigliate nei capelli come fiocchi di neve, si sono sciolte in un sussulto, al tocco improvviso del linguaggio del nostro primo vagito.

All’una di notte i gatti stanno accovacciati sul cofano delle automobili. Nella strada dove abita Dario l’enigma è formulato in questi termini: ‘Dovete sostituire il falso con il vero’. Chi è stato a scrivere quelle parole e cosa voleva trasmettere al lettore?. Rodolfo ricorda anche di essersi sentito in balìa di una tempesta.

Rodolfo e Dario raggiungono trepidanti l’atelier. Clara sta smontando le tende della sala per far entrare la luce. Non ci vuole mica fare un vestito alla Rossella O’hara. I ragazzi le raccontano dell’accaduto, posano lo sguardo sulle pareti della stanza e un pensiero fulmineo gli attraversa la testa. È l’idea di un linguaggio antico per una nuova stirpe. Se fosse un colore, sarebbe il blu mare.

Manuela Grillo Spina

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Dategli qualcosa da distruggere… che lo ricostruiremo

Cacciarono la vecchia. Dario supplicò il padre affinché scrivesse un documento con cui nominava i ragazzi ‘consulenti’ per la riqualificazione del luogo in questione. Avevano rischiato tutti, il padre di Dario in primis, poichè l’atto era finto, ma ormai la notizia della casetta misteriosa si era diffusa ovunque, così come la ferocia della vecchia e non solo di quella. Il giorno fatidico intervenne la polizia. Le forze dell’ordine allontanarono una frotta di reazionari pusillanimi, dopati d’arroganza e aizzati come un branco di bestie da un potere morente che non voleva morire.
Alle porte della città è affisso il listino prezzi degli insulti e delle ingiurie contrattabili sul piano politico, economico e sociale, cioè l’ingiusto mezzo per ottenere favori e prestigio, per questo nessuno dei rispettabili cittadini/e è posto a guardia delle stesse.

Clara, Rodolfo e Dario camminano sul selciato pulito dalla pioggia della notte passata. Il tempo sfodera un mattino nuovo, più nuovo degli altri. I ragazzi sono diretti verso la casetta, con la gratitudine nel cuore, tra poco scopriranno un pezzo di verità, un tassello da mettere nel quadro generale e non importa che il componimento sia bello o brutto, ciò che conta è che sia vero. Rodolfo prende un registratore su cui incide la sua voce: ‘Interno giorno, nella casa dei misteri viste da dentro le stanze sono grandi, pare una città silenziosa, all’ombra del Kicth dell’urbe…’. Dario lo rimprovera bonariamente: ‘Devi limitarti a registrare i fatti, non le tue impressioni’, ma non può ignorare che lì stanno tutti zitti. Infatti, nessuno parla. Cade, sbriciolandosi poco a poco, l’obbedienza alla norma. Regola numero uno: riempire di parole la distanza x y z tra pianeti, prima che tale distanza diventi evidente, colmabile e necessiti di altre parole. Regola numero due: utilizzare il lessico prodotto e distribuito dal sistema per stipare polli d’allevamento, attuare norme di controllo e distorcere il buon senso, oltre che vari principi tra cui quello di uguaglianza. Regola numero tre: rendere piacevole il soggiorno nel parco giochi finché ce n’è, affinché gli schiavi felici accettino la stessa sorte. Chi sono le persone di carne che sbalzano fuori dal silenzio, vivono, inventano personaggi, cuciono abiti e li vestono?. Si alzano al mattino, con il mattino dentro. Un tempo percorrevano strade portandovi il proprio mondo. Nel luogo in cui gli è consentito muoversi e soltanto qui, prendono arnesi imprimendo sul lavoro l’impronta di sè. La colpa da principio fu l’immunità. Rei di essere immuni al disincanto, furono segregati e puniti con la vergogna che i vili non riuscivano a provare per la loro viltà. Ma nulla poterono, i prigionieri resistettero con i cuori carichi sino ad esplodere. Tracotanti di superbia, i molti inventarono il Nemico, ovvero la vita. Poi tentarono di spegnere con la violenza il fuoco che ardeva nei petti dei pochi e con la guerra la meraviglia che si desta al mattino in quanto mattino.
‘Perché stanno in silenzio?’, Rodolfo si rivolge a Clara.
‘Non parlano, da quando le parole non riescono più a nominare le cose. I corpi dicono la realtà e non c’è bisogno di aggiungere altro’.
La reticenza dell’amica non lo scoraggia, fissandola negli occhi le chiede di continuare.
‘Prima le parole erano come i corpi, toccavano le cose da vicino e le potevi sentire sotto le dita mentre le dicevi. Le persone di questo posto sono il doppio delle persone-parole che hanno perso la capacità di dire la realtà.’
Ai margini dell’urbe la discarica, con tanto di gabbiani svolazzanti, aspetta le anime morte stipate negli armadi per un definitivo cambio di stagione. Pregasi mandare al macero la stagione del declino delle speranze, delle anime messe a marcire nei corpi ingombranti, pregni di malafede, capaci soltanto di distruggere, consumare lentamente le cose dandogli nomi sbagliati.

Un corridoio stretto e lungo conduce in uno stanzone dove Rodolfo è solo con l’urgenza di perdersi negli inutili discorsi di chi ha soltanto da pensare. Ingaggiato in base all’obbligo del tirocinio formativo per gli studenti universitari, sistema il materiale librario e audiovisivo di biblioteche dimenticate, se non da Dio, sicuramente dagli uomini. Gli appunti a matita di uno studente fantasioso al margine di un manuale di navigazione gli forniscono importanti ragguagli, oltre che l’opportunità di distrarsi perdendosi. A tale proposito si riporta per intero lo scritto semiserio intitolato: ‘Manuale di sopravvivenza contro persone, informazioni e cose scellerate.’ Dunque, ‘immaginate di non sapere niente, per qualcuno non sarà difficile. Quando sarete abbastanza convinti di non sapere niente, osservate e ascoltate. Lasciate cuocere il tutto a fuoco lento per il tempo necessario, poi aggiungete del sentimento e immaginate di avere un pilastro al centro del petto. Dopodichè smistate la mole di informazioni e decodificate ciò che vi interessa’. Rodolfo sorride, vorrebbe rintracciare lo svitato che ha scritto una ricetta del genere per fare come in Matrix e disinnescare la scheda che invia immagini e pensieri a circuito chiuso nel kitch abituale. Ripensa all’atelier, il ventre di un nuovo mondo. Nel pomeriggio torna nella casetta, l’attenzione cade su un foglio di carta posto sulla mensola del salone. Lo scritto presagisce il futuro, parla di una rivoluzione liberata: ‘Gli schiavi felici ostacolano subdolamente la ribellione dei nati liberi, ma il principio di realtà preannuncia rapidi quanto inevitabili cambiamenti. Sospinti gli abitanti di questo luogo chiamato terra a sostituire il vero al falso con funzione adattiva con funambolici giochi linguistici contro il potere e con il potere delle nuove parole’. Rodolfo fa scrocchiare il foglio tra le dita, scoprendosi nel bel mezzo di una vera tempesta, con il timone tra le mani.

Manuela Grillo Spina.

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Intanto il dicibile, per lo scibile si vedrà.

La vecchia non voleva farli entrare. S’era messa davanti alla porta, con le braccia aperte per sbarrare l’entrata. Qualcuno avrebbe potuto sapere e certamente non doveva. Da tempo girava la voce che la casetta custodisse un mistero. Nessuno aveva la certezza che si trattasse dei soliti misteri d’Italia. Per saperlo più di un viandante che non aveva intenzione di pellegrinare passava giornate intere davanti alla dimora in cui Clara aveva condotto i suoi amici. Voleva svelargli il segreto. ‘Signora si tolga, per favore’, sussurrarono i ragazzi. La vecchiaccia non ascoltava nulla, sentiva soltanto il rancore che nutriva nei confronti delle persone che curiosavano. Aveva paura che entrassero. ‘È una donna cattiva, quindi molto stupida’, Clara aveva avuto a che fare con quell’essere detestabile, sapeva che non l’avrebbero convinta ad andarsene fintantoché fossero rimasti lì. Implorarla non serviva a molto, anzi la vecchia si compiaceva del suo modo di fare, da anni cacciava via chiunque si avvicinasse alla casetta. Nonostante quella presenza inquietante il luogo era meraviglioso. Al centro del cortile c’era un pozzo, intorno un piccolo giardino fiorito, chiaramente qualcuno se ne prendeva cura e quel qualcuno non era la vecchia che lo odiava. Per l’esattezza invidiava lo sbocciare dei fiori, poiché ciò, ripetuto di continuo, ha le sembianze della vita. Se fosse dipeso da lei, avrebbe mandato in malora il giardino, maledicendo il sole che lo scaldava e le farfalle che si posavano sulle piante. Infatti, quel luogo le faceva tintinnare un sonaglio, che prometteva la felicità come solo la vita che scorre sa evocare. Siccome ci aveva rinunciato da parecchio, non voleva che altri cogliessero l’attimo. Purtroppo, s’era accaparrata il diritto di mandar via le persone, soprattutto se animate da un interesse genuino. Non è che se l’era preso, in fondo il diritto glielo avevano concesso, a mo’ di risarcimento per le rinunce e per i sacrifici cui si era sottoposta. Dei sessantasei anni ne aveva vissuti la metà o un quarto. Tale accidente, comune a molti, le garantiva la complicità degli ottusi contenti, rinfrancati dalla viltà condivisa. Insomma, di quella gente che, ammantandosi con orgoglio del cinismo più bieco, per quanto esso riveli in modo imbarazzante intollerabili frustrazioni, pare si senta autorizzata a tracimare astio.
Sebbene negli anni fosse apparsa a chi poteva sapere, alle anime pure ma terribilmente sole, Clara era l’unica depositaria di storie che altrove si sarebbero raccontate e ciò le pesava. Ormai era decisa a svelare il segreto, Rodolfo e Dario l’avrebbero aiutata. C’era da mandare via la vecchia, era l’unica cosa da fare. Con i ragazzi si allontanò dall’atroce signora per escogitare un piano, mentre i raggi del sole avvampavano ovunque, tanto che nulla poteva restare nascosto alla luce.

Manuela Grillo Spina.

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Cielo in prevalenza sereno, moto ondoso in aumento

La porta dell’atelier è quasi tutta liscia, tranne ai bordi. È ben tenuta, il portiere la lucida con la cera ogni giovedì. I pomelli dorati, due per l’esattezza, sono situati al centro, affianco il campanello specifica che si tratta di una sartoria teatrale. Sono trascorsi due mesi da quella sera in discoteca. A volte capita che un desiderio si appresti ad intervenire nell’avvicendarsi dei pensieri scombinandone l’ordine. D’un tratto la sequenza viene stravolta dal vorrei, che si palesa innanzitutto in qualità di visione, poi, non senza sforzo della mente immaginante, attraverso le parole. Diversamente dalla gestazione e il parto, per l’espressione compiuta di un vorrei nessuno ha stabilito ancora quale sia il tempo necessario. Rodolfo e Dario si crogiolano nella soddisfazione di un bisogno più alto di quelli legati alla sopravvivenza, escogitando una provvisoria accettazione della routine quale strategia idonea ad accrescerlo.

Il sisma sconquassò le viscere della terra e salì in superficie con un boato. Pochi lo sentirono. Nel mattino brumoso, ornato da spirali di fumo che si mescolavano alla luce, la città appariva disabitata, sembrava un luogo primordiale. L’asfalto esalava vapori, segno che c’era un fuoco immediatamente sotto. Pochi erano i passanti nelle strade, c’era qualche anima sparsa sul marciapiede. Nella stasi dopo la tempesta, ammiravano il panorama sgombro dal vecchio. Pareva che un meteorite si fosse abbattuto sulla terra o il diluvio universale avesse imperversato per giorni. Un passerotto stava sui fili del treno e Dario lo guardava con tenerezza, era il regalo in un mattino non come gli altri. Donata arrivò trafelata, qualche minuto di ritardo e avrebbe perso il treno, mancato l’incontro con Dario. Era cambiata, i capelli spettinati indicavano una certa rilassatezza nel porsi al mondo, così come le unghie vere al posto di quelle finte, per giunta lo sguardo dimostrava sicurezza. Tutt’altro che un dettaglio la trasformazione della ragazza. Nell’insieme era molto apprezzata dal giovane, ma soprattutto da Donata stessa, la quale proferiva parole che a volte a Dario sembravano incomprensibili. Parlava un linguaggio sconosciuto, nato dall’impatto con il corpo celeste, oppure mai veramente dimenticato ed ora risorto da un lungo sonno. Dario arrancava e, per capirla meglio, guardava fuori dal finestrino quello che guardava lei, poiché solo in quel modo riusciva ad avere la stessa sua visione. Scesero dal treno e si salutarono. Dario chiamò Rodolfo che faceva colazione impastato di sonno. Insieme pensarono a Clara. Così decisero di andare da lei nel pomeriggio, mentre il cielo non era più lo stesso e spargeva nuvole bianche come il mare col sale sugli scogli. Ne uscì un disegno indecifrabile, nel mentre i ragazzi bussarono all’elegante porta dell’atelier.

Le idee sognano. Nessuno potrà mai affermare con certezza il contrario, così come nessuno ha mai visto Dio eppure lo pregano in molti.
Globuli rossi, globuli bianchi, piastrine, Ves nella norma. Il sole del pomeriggio fendeva i vetri dell’ambulatorio, Clara, lì dentro, aveva percezioni contrastanti. L’organismo della paziente s’era spazientito. Quindi, sognò l’immagine di un approdo e mise il punto. Quel posto non l’avrebbe mai più rivista. Le diedero il referto, lei ci scrisse sopra un pensiero. Non fu tanto per l’irrequietezza né per la felicità ingestibile che spesso chiamano irrequietezza. Fu per un insieme di fattori che le vene della terra iniziarono a ribollire e, riflettendosi nel corpo di Clara, davano l’impulso per l’inizio di una nuova scrittura dei fatti.
L’analista mette i prodotti umani nel microscopio, i quali prestano malvolentieri il fianco all’ennesima ispezione. Il declassamento a prodotto provoca un notevole fastidio e fa increspare l’epidermide del mondo. Nel cielo scorrono di continuo le nubi, luce ed ombra si alternano, un rombo proviene dalla cavità terrestre, fa tremare la terra che, ondeggiando, scuote gli alberi e le case nelle città. Animali e cose assecondano il movimento che li culla con estremo vigore. L’acqua del mare sale ogni notte. La marea travolge gli animi, ma non li distrugge.
Adesso un coacervo di energie addensate in campi magnetici sembra che abbia spazzato via il male.
Clara nell’atelier cuce l’abito di Nora. La casa di bambola moderna consta di un appartamento con due camere, salone, cucina e bagno. Nora fa l’impiegata, ha due figli e un marito, un cellulare, due macchine, una colf e una baby sitter e, a cena, lei e il marito si raccontano dei calci affibbiati a varia umanità. Poi si congratulano. È convinta di essere lei a comandare. Nora non vestirà abiti del XIX sec., avrà una mise moderna e sul petto le iniziali ricamate, come Esther Prinn. Clara: ‘Mi avete cercata, sono qui’. Sincronia perfetta, il cuore dei ragazzi sussulta. ‘Siamo venuti a trovarti, ci mancavi’, rispondono loro candidamente. L’atelier è un luogo caldo, ben presto si popolerà di varie maestranze per la rappresentazione in corso.

Manuela Grillo Spina.

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