We are open.

openbis1L’idea le venne così. Il cuore la pompò in superficie a velocità massima, come la prima pagina del quotidiano che frulla nelle scene dei vecchi film. Notizia sensazionale: Elisa  nasconde le buste gialle, quelle dell’indifferenziata. In effetti, no, non voleva dargliele, voleva che andasse a chiederle nei negozi del posto, poiché ognuno ha o dovrebbe avere il suo in questo mondo. Lo smaltimento dell’immondizia è un ottimo indicatore dei loschi traffici che si svolgono nelle case. Abbiamo fatto passi da giganti, siamo andati nello spazio, abbiamo quasi scoperto cos’è la materia oscura, ma non sappiamo ancora cosa succede lì dentro. Ci servono i rifiuti. I rifiuti sono fatti concreti, stanno dove sta chi li produce, non possono essere trasferiti o nascosti. I panni stesi sono una metafora e nient’altro che quella, consentono delle imprecise approssimazioni alla realtà, sono soggetti a strumentalizzazioni di gente dappoco, poiché ognuno può vederci quello che vuole, come in genere accade. ‘Guarda ha steso i panni’, dicevano le pettegole del paese quando non avevano informazioni sufficienti sul conto di qualcuno. Allora, su quel tale gli ricamavano addosso il vestito peggiore, uno di quei vestiti che avrebbero potuto indossare loro, per intenderci. Nella vita può capitare tale sventura, che poi passa come cambia il vento, ma prima di allora qualsiasi gesto, anche il più insospettabile, assume un significato che tu non gli hai dato o sarà riferito a qualcuno cui non hai nemmeno pensato. Elisa aveva escogitato una strategia d’emergenza, in risposta a un piano messo in opera a sua insaputa, il che significava partecipare al gioco rimettendo in discussione le regole. Così l’immondizia con il suo peso e il suo fetore indicava il qui ed ora di qualsiasi tal de’ tali. Era solo un inizio, ma ciò bastava. Poteva varcare la soglia ed entrare nella dimensione esoterica spargendo nell’aria un olezzo inconfondibile.

‘Quante ne vuoi di indifferenziate, due? Dove abiti? Allora conosci i Ribelloni’, domande del genere le cadevano addosso come chance. A qualcuno sarebbero sembrate irriverenti, moleste. Ad altri una questione di potere. Valka voleva il poter forgiare il volto della realtà che più le garbava. Non importava se non era la verità. ‘Sì, lavoro da quelli’, e proseguiva elogiando le qualità di lui, al contempo atterrando lei, che nessuno conosceva bene, quindi poteva dire quello che le veniva in mente. La gente di malaffare non ha tempo per la poesia, ma soprattutto non si limita al pettegolezzo se non può siringarlo di imbroglio. Per raccapezzarsi e dipanare la matassa tessuta da creature orrende, occorreva una spiegazione diversa dal luogo comune o dalla metafora.

L’aveva presa sul serio la questione, preoccupata com’era dal repentino sit-down che avevano imposto alla sua vita. ‘Le presenze occulte agiscono all’insaputa di Elisa e, ovviamente, contro il suo benessere’, affermavano le voci più informate. Effettivamente la donna si sentiva risucchiata in un mondo piccolo piccolo, circondato da un’atmosfera cupa che l’avvolgeva come le spire di un serpente. Di primo acchito il passante non ci fa caso, ma, chi si trattiene per qualche tempo, non può non notare che anche i fiori colorati sui davanzali mostrano una bellezza incerta, come se, tutto a un tratto, dovessero appassire, complici di un mutamento generale tendente al tetro, che rende inquietante il soggiorno in quel luogo. I più saggi sostenevano che l’incertezza era una caratteristica dei proprietari dei fiori, i quali non capivano la bellezza, nonostante ciò li volevano sui balconi come simbolo della grazia che gli stessi proprietari non avevano. Case curate, muri contenenti esondazioni di paure e rancori. Vi erano strade senza storia, senza nessuno che le percorresse, condannate a non dire nulla. Come un ubriaco che biascica, languivano di parole dette nel tentativo di spiegare le cose. Tutti erano senza entusiasmo e non sentivano il desiderio di dare un significato al mondo. Forse Elisa non aveva capito. Così le suggerivano quegli sguardi insidiosi. I discorsi che ascoltava erano a volte laconici, a volte prolissi e noiosi, spesso una lettura ne conteneva un’altra. Come matrioska, le parole contenevano sciocchi doppi sensi, che Elisa non voleva andare a cercare. Era come vedere malvolentieri una brutta telenovela, ammesso che ce ne siano di belle. Infatti, non li avrebbe cercati neanche adesso, se non fosse stato per quell’evento. Un giorno, mentre tornava a casa, trovò una sua borsa sul ciglio della strada. Non era sicura fosse la sua, dunque, scese dalla macchina per accertarsene. Quando l’aprì provò un senso di stupore e disgusto trovando al suo interno la macchina fotografica che il compagno aveva cercato invano nei giorni precedenti.  Lui la guardò ferito e disorientato. Sapeva che Elisa non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Infatti, non era stata Elisa, ce l’aveva messa Valka per incastrarla, ma, a causa di quella maledetta bolla di sapone che avvolgeva la realtà, la versione ufficiale sarebbe stata quella di uno scandalo a casa Ribelloni. Nelle persone del luogo abitava una sorta di timore a scoppiare la bolla per far entrare nuove prospettive sul mondo e su se stesse. Anche la persona più squallida poteva credersi una regina, era sufficiente che la sua versione falsa fosse anche rassicurante. Così, per colpa di quella coltre impenetrabile, svanì la tenacia con cui ci si schierava sempre dalla parte del giusto colpito dal prepotente, svanì l’amicizia delle compagnie e l’amore. Era chiaro che quel sit-down doveva finire.

Nei giorni seguenti al ritrovamento pilotato della finta refurtiva Elisa fu molto delusa dell’umanità intera. ‘Non è nulla’, diceva Giuseppe, ‘sappiamo chi è stato, Valka l’ha fatto per incastrarti’. Incastrare, stringere, comprimere, atti compiuti da entità nascoste, come gli occhi che spiano dietro le persiane. Rulli compressori, braccia armate del senso di vuoto diffuso che prende vari nomi. Stavolta la funzionaria Valka voleva stringere Elisa all’angolo, per farla perdere, soffrire, rinunciare a qualcosa che amava. Non è il mistero, ma è la realtà che non vuole essere raccontata. Essa s’acquatta nei giacconi, nelle maglie, dentro i petti. Non ci sono orecchie disposte ad ascoltare, la famiglia è come una gabbia di doveri ed egoismi, la madre una succhia sangue: il suo lato B è l’amore a strozzo, quello che riprende dopo aver dato. Gente malmessa ti cammina accanto, rantola come zombie, ma mostra il lato A di normalità. Tutto di nuovo confluisce in una vertigine di senso. Bassezze, cattiverie gratuite, pettegolezzi e invidie. Ma la luna si vede bene dappertutto, quando è piena il cielo è blu, lucido, come un vetro intarsiato di stelle. Lo spicchio di luna che ispira i poeti confina con quello degli assassini, ma non è lo stesso. Elisa pensava da poeta. Sentiva l’ingordigia dei vampiri che s’avventano famelici sui versi e sui sogni come fossero bastoncini per il fuoco. I versi dei poeti non ancora convinti di esserlo bruciano meglio. Avidi di vita, condannati alle tenebre, senza pensare, i vampiri distruggono per il gusto di farlo, nutrono la rabbia di essere creature a metà, né vive né morte.

Elisa si svegliò prima che s’avvicinassero alla carne. I versi non scorrevano dritti sul foglio, ma, con andatura ondivaga, s’infrangevano nel margine, come il mare sul bagnasciuga. Elisa pensava da poeta, ma non era convinta di esserlo. La divertiva smorzare la noia della routine, sopportare la gente che mette le mani avanti per respingerti e ti sorride leziosa per non ammettere di volerlo fare. La sua energia per fortuna era ancora intatta. Sentiva da lontano un odore acre di spazzatura e vedeva Valka che apriva i sacchi, buttava in aria il contenuto nauseante, se lo accostava addosso, per imparare la differenziata.

Manuela Grillo Spina.

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La cucina nuova.

Per le violette fiorite.

Chissà come sarebbe la mia vita se le persone che ho accanto mi dessero ragione quando ho ragione e facessero lo stesso quando ho torto, cioè mi dessero torto dopo avermi ascoltata. Non come adesso che neanche ho finito la frase che già mi contraddicono. Chissà perché dicono tutti di capirmi molto bene, annuendo come chi la sa lunga, e poi mi fanno dire la stessa cosa dieci volte. Lara si domandava tutte queste cose mentre era in cucina. Una cucina bella, tutta colorata, di quelle cucine che si comprano nei grandi magazzini a poco prezzo, così dicono. Sì, insomma quelle cucine delle sit-com, dove c’è una lei sui quaranta, con figli e marito fuori scena, che sdrammatizza sulle cose gravi e fa ridere con arguzia per il resto. Mbe’, questa non è una sit-com, con un ritmo di battute esilaranti ben cadenzato, che rendono interessante anche i momenti in cui sei in cucina da sola e non sai che fare. Veramente non sai neanche a cosa pensare, mentre lì, nelle sit-com, il copione te lo scrivono. Certo, son tutti buoni a fare così.

Questa cucina nuova è il simbolo di una nuova vita o il prosieguo della vecchia in posti nuovi? Lei aveva sperato con tutta se stessa che un giorno, cioè il giorno in cui avrebbe abitato con lui e avuto quella cucina, le cose sarebbero andate meglio. Anzi, sapeva che sarebbe stata tutta un’altra cosa. E aspettava quel giorno per vivere di nuovo, essere felice, cantare se sentiva una canzone alla radio e ridere sguaiatamente se lo desiderava. Perché tutto questo era svanito nel nulla? Mbe’, forse perché, se l’avessero ascoltata veramente, avrebbe avuto il tempo per fare se stessa e non per spiegare agli altri i motivi della sua presenza su questa terra. Mica fantasticava solo Lara, eh, no. Infatti, quando lui parlava della nuova casa dotata di cucina glamour citava le tende dei Simpson, sì, quelle con le pannocchie. Così le aveva detto e lei aveva pensato che anche lui sognasse quel giorno. Perché entrambi non avevano potuto vivere la vita che volevano? Le ragioni erano diverse, endogene ed esogene. Cominciamo dai fattori esterni. Innanzitutto c’erano state varie intrusioni, difficili da gestire e da tenere a bada. Poi un dì Lara si rese conto che l’amore era possibile solo in rari momenti, e che una volta passati le facevano sentire un’immensa nostalgia di loro due. Subito dopo e nei giorni a venire, lei lo cercava nell’uomo che aveva di fronte e che non era più quello. Cercava i suoi grandi occhi neri mentre la guardavano tutta, proprio tutta. Quel modo di vedersi le scioglieva il cuore. L’amore non è fatto per vivere su questa terra, pensava. Almeno facesse uno strappo alla regola, accontentandosi di stare in questa cucina più a lungo possibile.

Manuela Grillo Spina.

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Il mio cuore non è una maiolica.

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Un giorno ti chiameranno mamma. Parolina magica, schiude tutte le porte, rende accessibili spazi che rimarrebbero preclusi se non fossi disposta a farti chiamare così. Nome comune di persona, sillabato con cura, consonante, lettera dell’alfabeto, né più né meno delle altre lettere. Ora la ‘M’ riempie le bocche femminili, trabocca da quella dei nati maschi, pericolosamente, forse per sempre. Finalmente anche tu entri nell’empireo delle sante. La casa si trasforma d’incanto in un luogo da favola, soltanto adesso la casa assume l’aspetto di dimora reale. Lunghi corridoi e stanze impreziosite da affreschi e mobili pregiati accecano le adepte, le quali scorrazzano, pensando di essere felici. Lunghi corridoi vuoti, spazi disabitati in cui sei sola, la regina di un regno senza nessuno. E’ lo spazio domestico.

Oggi mi chiamo mamma, ho pensato, ancor prima di esserlo. Fu quando sentii che nasceva uno spazio in me, tanto grande da far posto a qualcuno che voleva abitarlo. Quel qualcuno avrebbe consumato la stessa sostanza mia, avrebbe succhiato la mia linfa, io glielo avrei lasciato fare. Avrei accettato di farmi assorbire solo da lui o da lei. Solo a qualcuno che non avrebbe preteso nulla avrei dato tutto, cioè la vita. Desidero essere Manuela, pensavo. Quando sarà il momento mi presenterò, gli o le dirò: ‘Ciao, benvenuto/a, io sono tua madre, ma preferisco fare me stessa, poi capirai perché’. Mi dicevo: ‘Be’, non devo sottovalutare l’intelligenza degli esserini, basterà dire la prima parte, fino a ‘sono tua madre’, chè certi sforzi per spiegare la differenza tra un ruolo e uno stato d’animo si fanno solo con gli adulti.’

T’ho sentito quasi subito, ho sentito la fatica che facevi per abitare quella stanza che avevo preparato per te. Volevi uscire dal nulla, ti immaginavo identico alla vita, anzi eri la vita che si manifesta sbraitando, tirando calci contro il niente. Eri un miracolo. Prendesti forma tormentandoti e tormentandomi, come un artista mentre crea. Io tifavo per te, rimanevo senza forze per dartele, lo facevo volentieri. Allora, sì, obbedivo alla vita senza protestare.

Siccome nel mondo di quaggiù contano di più i ruoli e i doveri ad essi associati che i sentimenti delle persone, iniziarono a elencarne una sfilza di doveri. Infatti, loro erano nel ruolo, al punto da confondersi e dimenticare chi erano, cosa volevano e che senso aveva la loro vita. Sulla base di questo ragionamento i genitori ‘devono’ sempre dire qualcosa e fare qualcos’altro, ignorando la personalità di coloro che hanno di fronte, cioè dei figli/e. E’ una comodità che costa poco, poiché essi dicono che agiscono così per il nostro (loro) bene e ciò gli rende tanto in termini di certezze. Quante volte ho pensato di non sentirmi affatto capita, dato che quello non era il bene per me, ma un’esistenza ceduta alle convenzioni sociali. Ecco, la parola ‘mamma’ serra le sbarre di gabbie più o meno dorate. Maglie spesse, tessute da doveri e schemi comportamentali adeguati ai ruoli. Anche un animale si ribellerebbe per la disumanità. ‘Devi fare questo, devi fare quello. Dimenticare te stessa, se no non vuoi bene a tuo figlio/a.’ Ma che razza d’amore è questo, dicevo. No, io ho sentimenti diversi, il mio cuore non è una maiolica.

Adesso non ci sei più, sento che mi mancherai all’infinito. Non dar retta ai mistificatori, detentori del verbo senza logica né cuore. Io ti ho voluto bene senza indugi, come la femmina di un animale che obbedisce alla legge della natura. Mi hai fatto credere alla vita, accettandone di nuovo il patto. Dubiterò sempre di chi vuole farmi sentire insicura, non adeguata. Ti sentivo parte di me e sentivo che eri altro da me. Ho rischiato me stessa per te, spinta dal demone che mette a repentaglio le false certezze e spinge a palpare la finitezza delle persone che vivono su questo pianeta. Generosità, è l’eterno inizio. Nel corso della vita può capitare di percepirti come un grande utero senziente.

Manuela Grillo Spina.

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L’odio dà dipendenza.

IMG_0130[1].JPG‘Chi odia avvelena anche te. Digli di smettere.’

La città ha un’anima da padrona. Sono tentacoli le periferie, satelliti le campagne e i borghi. Chi vi abita non sa della gerarchia dei luoghi, non sa di essere il centro da cui si srotola la vita. Perché?

Manuela scruta scartoffie: progetti, delibere e contributi. Sulla carta c’è un ettaro di terra da trasformare in un tripudio di colori, esempio tangibile che un altro sistema in cui vivere è possibile. Lo dicono sempre, lo vorranno anche, pensa lei. Una sera, di fronte al baluginio delle luci di città, compone un numero di telefono.

Manuela: ‘Buona sera, parlo con Gianluca?’

Gianluca: ‘Sì.’

Manuela: ‘Salve, telefono per conto del gestore x, vorrei parlarle delle promozioni vantaggiose per lei.’

Gianluca: ‘Io ho il gestore y’.

Manuela: ‘Gianluca, sono Manuela’. Lei prende forma nella testa di lui. E si sforma, come nei sogni strani, quei sogni che sai chi hai sognato, ma è una persona diversa.

Manuela: ‘Ti ho chiamato per chiederti un favore.’ E’ quando vuoi dire una cosa e ne dici un’altra, se non altro per prendere fiato e conservare da qualche parte l’intenzione autentica. ‘Ti ho chiamato per sentire un amico, per ascoltare la voce di qualcuno che ti vuole bene. Vorrei parlare con una delle persone più allegre che io conosca.’ No, questo non lo dice.

Manuela: ‘Come te la passi?’

Gianluca: ‘Bene, cioè è un periodaccio, sto pure senza lavoro.’ La disgrazia non esisteva negli anni della gioventù, la rassegnazione nemmeno. Allora non c’era nulla che avesse importanza, nulla al di fuori della gioventù e di loro stessi.

Silenzio. Sembrava di aver nuotato e, al compiersi dell’ennesima bracciata, un semplice: ‘Ci sentiamo presto’, pronunciato da entrambi. La parola ‘presto’, al momento del saluto, è rassicurante. Certo, bisogna vedere chi la dice, se è lo strozzino che vuole i soldi, oppure un amico caro. In casi come questo, si tace sui giorni, anzi sugli attimi, passati l’uno senza l’altra. La separazione da qualcuno cui vuoi bene si conta in attimi, non in anni. Infatti, è negli attimi che manca la voce e il sorriso suo, il sorriso di lui, l’intuizione pazzoide divertente.

Se l’esame di statistica vuoi superare, il corso devi frequentare. Un pasto frugale: panino integrale e stracchino, la lezione inizia alle 14. Manuela studia nella biblioteca del parco, nel cuore della città. Nel cuore di Manuela c’è spazio per la statistica, il campo, il progetto. C’è spazio per Orlando e per Gianluca. La statistica probabilistica studia la probabilità che un fatto accada nella modalità prevista dalle ipotesi. Panchina del parco, pausa. Gianluca non è come gli altri uomini, lui è un essere speciale, è qualcuno con cui sbeffeggiare la malasorte o mostrare le ferite inferte dalla vita. Come tutti i clown è triste, capace di sprofondare in un abisso e restare lì, nascosto a se stesso, fino a che non ritorni un po’ di sole.

‘Mi chiami giovedì?’, dice lui nel messaggio.

‘Sì’, risponde Manuela, ma poi non lo chiama.

Natale. L’anno sta per finire, chiama il giro. Cambierà questa brutta mano di carte che mi è capitata, ricomincerà una vita nuova. Stessi pensieri, è la facoltà dei neuroni specchio?

Gianluca: ‘Vuoi metterti con me?’

‘Sì’, risponde Manuela. Non è quel giovedì, ma il 363° giorno dell’anno che appare di nuovo il dolce. Dulicis in fundo.

I bambini donano il loro cuore completamente, senza remore. Il dono di sè è una bella cosa, tipica delle società semplici. Secondo i punti di vista, potremmo dire, dato che l’ingenuità non è fatta di dolci visioni, ma comporta uno sguardo spietato sulla realtà. Ingenui, ci dicono. Forse, perché, invece che il superfluo affannarsi degli altri, vediamo la trama. Ma, ormai adulti, la stessa trama diventa un’illusione, che scappa via come una farfalla. L’ingenuità non fa più rima con felicità, poiché l’ingenuità è in estinzione, la felicità non è mai stata una condizione costante del vivere umano. Molte cose scompaiono agli albori dell’età adulta, poiché, come diceva quello, non tutte le cose che contano possono essere contate e non tutte le cose contate contano.

I borghesi vogliono sistemi alternativi in cui vivere, sono pacifisti per non cambiare nulla. In fondo la lotta di classe la fa il popolo. Il popolo non esiste più, esiste la gente, che non vuole faticare, ma vuole orti biologici e giardini in fiore. Insomma, la terra non s’affitta. Ci si è messo pure il Comune di Roma a dare lotti di terreno in concessione gratuita. Lotti gratis, patti con le istituzioni. Il cambiamento è monitorato dall’alto: addio lotta di classe, il cambiamento va bene, purchè sia pianificato. Ma non finisce mica qui.

‘Le anomalie del mondo pare ci sbattano sulla faccia come i moschini a chi va in moto.’ In due la normalità non è poi così normale. In due ci si sente come Adamo ed Eva, nelle mani due biglietti per l’ingresso libero nel paradiso terrestre. E’ giusto, d’altronde quaggiù siamo abituati a vivere da precari. Il bar della piazza è un’istituzione, come la chiesa, il municipio o la caserma dei carabinieri. Il bar è anche di più: una sorta di stargate, in cui i bucaneve sull’espositore, quelli che l’infili nel dito prima di mangiarli, uniscono presente, passato e futuro, portando in un altrove Manuela e Gianluca. Chissà se c’entra il fattore biologico o culturale, ma in condizioni sfavorevoli l’energia vitale si risveglia. ‘Non fare anticamera, ribellati. Il futuro non è finito come dicono. Siete vivi.’ E’ la voce di un cane che parla a entrambi nel sogno. Il sole del mattino seguente fissa nella mente gli umori notturni. I sogni indelebili si ricordano come un alter ego che ci fa compagnia.

‘Ciao Gianluca, sono Tiberio, vorrei parlarti della casa di famiglia. Ho paura che cada qualche pezzo, forse è il caso di mettere una rete o un cancello. Dovresti andare al comune e chiedere la visura catastale’. L’sms del cugino dice così. Tradotto significa rogne. Le case in co-proprietà sono rogne o soltanto case in co-proprietà?. Di solito di domenica uno ha tanto tempo libero, in ogni caso, il tempo in cui succedono certe cose non è quello ordinario.

‘Dai andiamo a vedere quanto è malandata questa casa’, Manuela spinge Gianluca ad entrare nel rudere, come Eva mangia il frutto della conoscenza. Qui inizia la storia.

‘Vabbe’ se vuoi andiamo’, Gianluca lo fa perché l’ama, non sa più niente, non ricorda più nulla.

Aris è un border collie, ma di quella specie di cani che sembrano delle vecchie zie chiassose, cioè quelle donne tintinnanti che ti accolgono con il sorriso. Insieme al loro cuore ti offrono i dolci e il caffè, tanto è grande che ce n’è per tutti. Ecco, Aris li aspetta, come il bianconiglio. Il tempo è un’invenzione necessaria, altrimenti le cose accadrebbero tutte insieme. Le dimensioni spazio-tempo, molti ne parlano, nessuno le nota, finchè quel nessuno diventa qualcuno, senza la Q maiuscola e si accorge di abitarvi.

Gianluca orna il suo comportamento con ostentato stupore, mentre Manuela esplora la casa, così come la schiena del compagno. Prima la cantina, poi le stanze, il pavimento pericolante e la cucina. Una scala ammicca, giusto il tempo di mettere il piede sul primo gradino. ‘Attenta, ci sono i pipistrelli’, è l’avviso di Gianluca, ma, ormai, non può fermarsi. A metà scorge l’ampia sala con l’ospite indesiderato: una sfilza di piante di marijuana a testa ingiù. Tante, ma veramente tante.

Gianluca suda, ha gli occhi sgranati: ‘Dai, andiamo via, se ci beccano sono cazzi nostri.’

Manuela: ‘Chi ci becca? Dovrebbero preoccuparsi i trafficanti di marijuana, non noi.’

‘Scappiamo.’ Correre, dunque, ma in quale direzione? Al comando dei carabinieri Gianluca ci va controvoglia. ‘La cosa giusta da fare è denunciare il fatto’, Manuela non ha paura, non aveva paura nella casa. L’attitudine di stare sulle proprie gambe, qualsiasi cosa accada, adesso la chiamano incoscienza. Manuela ci sta perché abita il mondo senza nascondere il mondo.

‘Vi ha visto qualcuno?’, chiede il Maresciallo.

‘Un cane, un border collie’, risponde Gianluca, co-proprietario della casa e querelante. Querelante lui, che s’era tenuto per tutta la vita a debita distanza da polizia e carabinieri. Certo, per rispetto, ma anche per non avere rogne. Ecco, proprio lui ora è nella parte giusta, ma ha la sensazione di stare dalla parte del torto.

Maresciallo: ‘Bene, andiamo a fare un sopralluogo nell’abitazione, requisiremo la droga e la porteremo al comando.’

Gianluca: ‘Ma come, non mettete un piantone per scoprire il colpevole?’

Maresciallo: ‘No, l’ordine è di procedere nel modo che vi ho detto.’

Il maresciallo perlustra tutta la zona, sembra impegnato in una battuta di caccia, ma della marijuana neanche l’ombra, anzi l’odore.

‘30 chili d’erba? Mica uno scherzo, producono un ricavo pari ad euro 100.000’, così aveva detto Zarathustra, ovvero un amico di Gianluca.

Gianluca: ‘Mica male, è come trovare il gratta e vinci fortunato’.

‘Hai dubbi?’, dice Manuela prendendo al lazo il pensiero del compagno.

Gianluca: ‘Sì, potevamo svoltare con quei soldi.’

Manuela: ‘Avremmo svoltato nella direzione galera.’

Di galere ce ne sono di tanti tipi: quelle reali, quelle dorate, quelle invisibili. Dunque, quale galera avevano scampato?

‘Massimo, dai, ci sentiamo dopo, adesso non posso parlare’, Gianluca aggancia il telefono sussurrando, al contempo gorgheggia: ‘Amore, stasera andiamo a cena fuori’.

‘Dove?’, risponde lei.

Gianluca: ‘Al giorno del pregiudizio’. Questo è.

Il giorno del pregiudizio ha cinque sale: una dei discriminati per il colore della pelle, una dei discriminati per le idee politiche e un’altra per il credo religioso. Una sala è dedicata alle discriminazioni basate sugli orientamenti sessuali e una alla discriminazione di genere. Le foto e i dipinti dei discriminati di tutti i secoli potrebbero stare in un museo, in una biblioteca, ma le vedono di più se stanno nelle sale di un ristorante.

Lui: ‘Balliamo?’.

Le luci psichedeliche modificano il tempo ordinario al ritmo della musica. I corpi ondeggiano nella sala da ballo. Corpi con gli occhi chiusi, per sentire meglio se stessi.

‘Che cazzo fai?’, il tipo vestito di nero spintona Gianluca, portandolo nei bagni.

Gianluca: ‘Non so chi siete, non vi conosco’.

Il tipo: ‘Certo che sai chi siamo. Dov’è?’.

Gianluca: ‘Cosa?, dov’è cosa, ma che volete da me?’.

‘Dai, lascia perdere’, fa il compare del tipo losco, ‘arriva qualcuno’. I due se ne vanno.

Manuela: ‘Ti cerco da mezz’ora, ma dove eri?’

Gianluca: ‘Scusa, sono rimasto chiuso nel bagno’.

Manuela: ‘Mbe’, potevi telefonarmi. Sai, a volte credo che tu mi dica delle bugie’

Gianluca: ‘Ma quali bugie, Dio cane. Sono rimasto chiuso nel bagno, tutto qui!’.

Il dispiacere arriva come un’intramuscolare, ti entra dentro veloce che non riesci a rispondere, mentre pensi: ‘Siete delle bestie’. La musica svanisce, il disco scricchiola, il sogno accoglie la nota stonata come il fango necessario che usano chiamare realtà.

Al bar si forgia la realtà, appunto. Perciò gli avventori sono come gli speaker radio-tv.

Un tizio: ‘Racconta un po’ de ‘sta storia, ma è vero che hanno messo la marijuana a casa tua?’,

Gianluca: ‘Stavo con Manuela, mandati dall’ingegnere di mio cugino per mettere dei cartelli di inagibilità. Sono voluto entrare in casa per farla vedere a Manuela che senza ascoltarmi a preso le scale puntellate del piano superiore. Io gliel’ho detto di non andare oltre, ma lei arrivò fino su ed esclamò: ‘Qui è pieno di rosmarino!’.

Si mettono tutti a ridere, pure lui rideva, ma in modo diverso e sapeva perché.

Un altro tizio: ‘Sei diventato un eroe, tutti parlano di te’.

Gianluca: ‘Non dovete parlare di me, dovete parlare di chi ha messo la marijuana a casa mia’.

Il terzo tizio: ‘Io me la sarei tenuta, c’avrei fatto qualche soldo. Ma non è che ce l’hai messa tu quella roba?’

Gianluca: ‘Ma che cazzo dici? Se acchiappo quell’infame gli spezzo le gambe’.

Tutti fanno silenzio. Gianluca ha detto qualcosa da maschio, mica come quelle teste di minchia che credono di combattere la criminalità con la legge. La storia scritta potrebbe celebrare la vittoria del bene sul male, il trionfo della giustizia fai da te, tanto va di moda. Il racconto è declinato al maschile, infatti, è di competenza sua, di lui, non di lei, così come l’agire e il capire. Lo fanno quando lei parla, si vede che non sono contenti, la guardano seccati, come se avesse interrotto il discorso con una cosa di poco conto. La apostrofano, lanciandole occhiate di rimprovero. Mbe’, che hanno da rimproverarle e da quale pulpito viene la predica? Le rimproverano forse di essersi appropriata del discorso che appartiene a loro? Ella può esibire il corpo, comportarsi da santa o da puttana, ma parlare, no. Parlare è sconveniente, poichè le sue sono parole diverse da quelle maschili. Ella è pericolosa, procura fastidio e, soprattutto, dispiacere, la colpa più grave di tutte. Gianluca ha lo sguardo intenso, non capisce le cattive intenzioni degli altri. D’altronde è questo lo scacchiere in cui bisogna muoversi come pedine di un gioco, le cui regole sono state già decise da altri, poco o per nulla competenti non importa.

C’è una fermata del bus. Un balordo s’appoggia al palo e mostra estraneità sia alla fermata sia alla regola. ‘E così te ne vai in giro a vantarti di aver scovato un traffico di marijuana. Bravo, agli amici non ci pensi più, sei passato dalla parte dei bastardi in divisa’.

Gianluca: ‘Chi te lo dice che sto dalla loro? Se gli parlo è per farli contenti’.

Un altro balordo: ‘Quella lì, chi è? Vedo la fierezza nei suoi occhi. Ecco chi ti ha convinto’.

‘Lascia stare Manuela, e non parlare di lei, non la guardare con quegli occhiacci’.

Il primo balordo: ‘Ah, è così che si chiama la ganza. Sai, ieri mattina l’ho vista che parlava con uno e gli sorrideva. Sta attento giustiziere dei miei coglioni’

Gianluca: ‘Tu non la guardare, fatti i cazzi tuoi.’

‘Oh, mo’ mi hai rotto i coglioni’, il tipo fa per colpire Gianluca, ma non finisce la frase che cade a terra svenuto.

Gianluca: ‘Che ci fai qui?’

Manuela: ‘Ti ho seguito, ho sentito tutto’, Manuela ha ancora la pala nelle mani, trema per la rabbia.

‘Andiamo via’, sussurra Gianluca, ‘tra un po’ verranno a cercarlo. Poi cercheranno noi.’

Se non riesci a cambiare il mondo, cambia te stesso, ma fino a un certo punto. Al mattino spuntano i pensieri più sinceri. La quotidianità li offuscherà variabilmente con nuvole nere di tempesta.

Manuela: ‘Devi dirmi qualcosa.’

Gianluca: ‘No, non devo dirti niente. Perché neanch’io so più niente di me.’

A lui piace vestire i panni di quel personaggio. Sì, quel tipo che ha in mente. Lui è di nobili principi. Come tutti gli incorruttibili è odiato dai molti, pervasi da un odio immotivato. I molti odiano l’onestà che non hanno e seguono volentieri le cattive abitudini. In quanto abitudini non sono poi così cattive, no? Ci sarebbe da invecchiare intristendosi. Allora, che fai, segui le indicazioni, oppure cambi rotta? Prendi il timone, poi vira con tutta la forza. Va’ a cercare la genuina essenza di un giovane sepolto dal disprezzo, somministrato come il veleno in piccole dosi quotidiane. Quel sé nuovo di zecca gli piace tanto, mentre il vecchio occhieggia vendicativo e s’acquatta nel lato destro dello stomaco. L’odio ha una funzione illusoria, illude di essere Uno, di essere Dio. L’odio tiene a bada la realtà molteplice, sa illudere con raffinatezza. L’odio ha la funzione di difendere l’aspirante dominatore dalla realtà che lo smentisce. L’odio fa solo del male, è vero. Ma chi odia non ama la verità, forse. L’odio è adrenalina, sorregge, è come una dose di cocaina. L’odio dà dipendenza.

La storia non celebra nessun trionfo, né del bene sul male né del male sul bene. Il racconto vorrebbe dire di tutte queste cose.

‘Se mi metterai da parte mi vendicherò, ti sfascerai come un maglione di lana’, bisbiglia lo stomaco teso a mantenere un sé che non serve più. E l’altro: ‘Dunque, ora fa come ti dico: sfila e riavvolgi. Per tagliare c’è tempo, ci pensa una ditta in appalto.’

Manuela Grillo Spina.

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Babele.

torre

Non m’accosto al mondo come un vestito al corpo. Il mio sentire va sprecato. Spreco il tempo, ne ho troppo. E’ l’eccedenza, che si posa come una farfalla sul muro di casa. Il bene, come l’acqua, non conosce le leggi di mercato. Non accumula, si dà.

Io e Sancho camminiamo solennemente, affondando i piedi nella sabbia. La torre solitaria è la meta che sognavamo e splende, formando vortici di luce infantili in cui perdersi. Il vento sfiora i nostri petti, sparge nell’aria quello che c’è dentro.

‘Vacanza, sole, mare. Usiamo concetti e parole adatti all’occasione?’

‘No, Sancho, chiudi il libretto delle istruzioni del mondo’.

I primi che incontriamo hanno le sembianze di una coppia: un uomo e una donna, con appresso piccole copie di se stessi. Sono figure ambigue, escono da un’automobile gigante, aprono il portellone del bagagliaio che sembra il magazzino di un negozio di giocattoli. I bambini indossano vestiti da adulti, sia il maschio che la femmina sono come i genitori in miniatura. Lei urla nervosa. Abbaia, anzi latra e manda dei sicari per punire chi osa suscitare la sua ira, lo può fare perché lavora al Comune. Lui cammina che sembra un pezzo di legno. Sicuro di sé, vuole suscitare approvazione. E’ macho visto da dietro, sulla schiena, perché si vergogna e si indigna per aver bisogno di sentirsi così.

Da lontano scorgiamo una donna grassa e attempata affacciata al balcone. Lei accudisce i vecchi. Ha l’espressione arcigna e, mentre sbatte i tappeti, bestemmia in una lingua straniera, però è una gran brava donna. I suoi, sotto al porticato, con le braccia conserte, gridano: ‘Maledetti, ingannatori, sfruttatori!’. Sono delusi, perché il paradiso che hanno visto dentro la scatola che parla non c’è. Anch’essi non hanno patria, ma non per scelta.

‘Sancho, hanno rubato la realtà’

‘L’hanno inghiottita, messa in un sacco, come fa il giorno con la notte’

‘Ascolta Sancho, rumori che fanno immaginare battaglie cruenti, andiamo a vedere’

‘Che brusio insopportabile, che odore nauseante! Cos’è quella macchia informe a mezz’aria che sbanda?’. Cimici furibonde volano in sciami, colpiscono ovunque. Devastano un fiore, poi sfregano le zampe in segno di vittoria.

Oltre l’inferno delle cimici la torre spunta come un sorriso nei cuori d’inverno. C’è una ragazzina e un ragazzo in sella alla bici. Lui la guarda senza parlare, come si guarda una cosa bizzarra. Fotte il mondo perché vede quello che nessuno riesce a vedere. Forse è bella, forse le attribuisce il merito di piacergli e l’ammira come i fiori sui prati per non perdere l’infanzia.  Il sole si sbriciola sul mare in miliardi di frammenti di luce. Da una piega del tempo si sentono voci grasse di mangiafuoco. Creature orrende monitorano la crescita dei ragazzini servendosi di schermi giganti. Controllano il futuro per non farlo essere troppo diverso dal presente. Demoni sabotatori e dozzinali, abbinati a ciascuno e mandati da non si sa chi, narrano la storia secondo il volere dei capi. ‘Il ragazzino e la ragazzina devono essere trattati’, strilla qualcuno da fuori. ‘Iniettate ogni giorno gocce di paura, poche per carità, finchè da grandi ecco cosa accadrà’. Uno schermo coperto da un telo proietta le immagini di ciò che diventeranno. Gonfie le vene del collo, gli occhi furenti consumano lo sguardo. Voltati dalla parte opposta ai loro sentimenti, soggiogati e costretti ad odiarsi, annientano se stessi. ‘Nessuno se ne accorgerà saranno tutti anestetizzati, grida la voce. ‘Fammi sentire qualcosa’, grida il ragazzo impazzito mentre la scuote. Lei lo guarda severamente, il demone gli sussurra: ‘Infilale una mano nel petto, se vuoi strappa, fa a pezzi quello che trovi, rompi, uccidi’. Un solco di dolore segna all’improvviso il volto del giovane: è dolore e amore. La piega del tempo, chiusa come si chiude una lampo, svanisce e i demoni pure.

L’esitazione è bellezza.

‘Le parole sono tornate, Sancho’. Parlo, guardando il mio compagno.

Io e Sancho, fieri dell’immunità concessaci, con i piedi immersi nella sabbia, ancheggiamo sgraziati. Portiamo ovunque il nome di cavalieri erranti.

Manuela Grillo Spina.

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Idiozia.

Può succedere di avvertire un sentimento di continuità, di essere riflessa nel mondo circostante. Può succedere che, dopo tanto incespicare su identità ad uso e consumo della clientela che bazzica nel supermarket-mondo, cercandone e rimestando con enorme pazienza stralci adattabili all’ambiente, per cucirsele addosso, una scelga di imitare il modo di nascere, crescere e vivere della natura. La diversità biologica non è costrittiva, dunque è possibile adattarsi senza morire. La natura, cos’è? E qual è il mondo circostante? Certo la realtà non è qualcosa che metti in un imbuto, bisogna sempre scegliere. La natura è l’ambiente, con cui gli individui pensano di interloquire traendo il maggior guadagno con il minimo sforzo? Oppure la natura è qualcosa da ignorare passandoci accanto?. Quelli che sfiorano i paesaggi, li sfiorano con sguardi vuoti. Poveri paesaggi, o poveri quelli. Poveri, ormai non gli dicono più nulla.

La natura esiste, è un orizzonte di senso. La natura non sempre è accessibile come il collegamento ad internet. Anzi, la bellezza ama nascondersi, ma mica lo fa per dispetto. Forse è perché la natura non è natura se non ci si mette del proprio. Il lampo e la tempesta, diciamo che hanno la funzione di destare la coscienza del soggetto votante. Diciamo così, per parlare il linguaggio comprensibile alla maggioranza, che capisce un qualcosa che serve a qualcos’altro. Al cospetto della natura il/la cittadino/a dello Stato democratico è esonerato dall’esercizio del diritto di voto, un diritto alquanto inutile in prospettiva di un corretto uso della democrazia. Perciò, Il soggetto votante non sa che fare, non è abituato a sentire, ma a fare qualcosa o a non farla, a pensare e desiderare ciò che deve pensare e desiderare, egli non sente un sentimento che lo scuote. La natura ama nascondersi, ci deve essere un motivo. Questo motivo risulta chiaro, poiché la natura è maggiormente ignorata nei luoghi dove più è presente.

Dapprima è silenzio e poi parole da cercare. Vedo la bianca luce del mattino che non indugia, anzi si spinge oltre la coltre scura della notte. La bellezza è un dialogo costante, spesso mi chiama. Perché è più attraente il mio cane quando mette il muso nella cassetta di legno dove razzolano i pulcini pigolanti che si ritraggono, ma non sono impauriti. E’ più attraente il comportamento del cane che le scaramucce, le scenette da operetta che bollono nel pentolone del quotidiano. Io, che guardo divertita un quadrupede affettuoso e dei pulcini sfrontati, come un’idiota mi diverto. La bellezza ama nascondersi e infatti si nasconde. Solo alcuni possono vederla.

Manuela Grillo Spina.

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Alibi.

Appariva come un arazzo ornato dalla fantasia. Invece era un’idea, non una fuga dalla realtà. Il castello nacque nei giorni che il calendario riporta più per consuetudine che per importanza. Insomma, nei giorni qualsiasi, mentre la gente in macchina va al lavoro o torna dal lavoro, passando per l’asilo, il supermarket o la palestra. Ci deve essere. Anzi, è lì, sulla collina, dove le dimensioni del tempo si sfiorano. Capitati per scelta, una di quelle scelte che scaturiscono dall’interno, sedimentate come i cerchi degli alberi e non ti chiedi se siano giuste perché sai che lo sono. Mica si trattava dei soliti fantasmi, la gente del luogo non raccontava aneddoti terrificanti, nè sentiva rumori di catene né urla o lamenti strazianti. C’erano occhi nella notte e sbucavano tra i cespugli. Insomma, nemmeno quella scarica adrenalinica che di questi tempi serve per ricordare alla gente di essere viva. Benché non si neghi a nessuno non c’era nemmeno quella. Il divertimento di massa è divertente, ma alla lunga va stretto. Come i sequel in tv, i centri commerciali e le presentazioni di libri con buffet. Il divertimento di massa è programmato sin nei minimi dettagli per non lasciare nulla di imprevisto, dunque non è sovversivo, non diverte. Anche gli esperti del settore avrebbero detto che si trattava di una casa popolata da fantasmi scalcagnati: ‘La paura non è assicurata, fate la fila da un’altra parte’, avrebbero detto e tutti a cambiare rotta per affollare luoghi nuovi.

Le presenze, noi ce le avevano messe negli anni, durante le ore vuote di riposo, di serenità, di solitudine o di noia, quando per ogni sentimento che provavamo ci aspettavamo un qualcosa di più da farci qualcosa, un ricamo o un quadro, per esempio, una canzone, oppure il verso di una poesia. Erano di più del sentire normale, ma non si poteva tagliarli come la pasta avanzata da un dolce steso nella teglia. Così, frementi, entrammo in stanze abbandonate per pigrizia o capriccio, fecemmo rivivere personaggi sbilenchi e non fummo per niente affatto a disagio a causa di quelle presenze reali eppure effimere come i sogni. Produzione propria, è il marchio. Come potevamo biasimare la fanciulla scapigliata che ci guardava attonita e divertita. Il gentiluomo con gli occhi liquidi raccontava storie, seduto accanto al tavolo, con una mano appoggiata al ginocchio, diceva cose così. Nello suo sguardo scorrevano nuvole bianche come il cielo nei giorni di vento. Raccontava di scorrazzate lungo le strade di città, di luoghi e di persone, vivi nel racconto per quel di più del sentire che non esaurisce mai la vita nell’attimo vissuto. Le immagini sono come i fiori sbocciati e appassiti in un soffio di aria fredda, cambiano forma e colore. Le immagini cangianti, il gentiluomo le scansava da davanti, con le dita, come la frangia dei capelli. La fanciulla guardava fuori della finestra. I suoi pensieri, custoditi gelosamente da anni, la separavano dal mondo. E quando sentiva la musica nella testa, il cuore si apriva e si chiudeva come una fisarmonica. A chi avrebbe potuto dirlo?. Quel ragazzo è tutto per lei, lo rivede a parlar del mondo e delle cose. A lei piacciono le sue parole sgorgate da sorgente limpida e più lo ascolta più si innamora di lui. Solo nel castello potevano esistere i doppi, ossia zavorre di una realtà incerta, dislocazioni, prodotti dell’obbligo di essere normali.

Andammo sin lassù, per vederli e ricongiungerli alla concretezza dei sogni veri. Alibi sgangherati, effetti di un mondo che non capivamo.

Manuela Grillo Spina.

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Il mondo di lana.

Vesto bene o vesto male?. I vestiti sono maschere, finzioni che hanno un’utilità sociale. Mi vesto, sono autorizzata a circolare nel mondo, facile facile. L’immagine conta, la gente dà importanza ai vestiti, interpreta anche quelli come un tutto, per trovare una logica confortante e sottile sottile. La moda determina l’abbigliamento. La moda è utile, fa riconoscere le persone a prima vista, pertanto inganna, infatti si dice che l’abito non fa il monaco. Infatti, che ne sa la gente di un abito, bisognerebbe chiederlo al monaco. Una gonna o un vestito aderiscono al carattere, alcuni più di altri, e lo sai solo tu. Ben presto te ne accorgi, mentre molto di rado fai caso ai vestiti che ti mettono addosso gli altri. E lo fai tanto più malvolentieri quanto più gli indumenti non combaciano con quello che sei veramente. Eppure, una gonna di lana prende la piega dei tuoi passi, come l’allegro indugiare ai pensieri senza guerra. Il mondo fatto di lana è popolato di sole che filtra tra le fronde e da alberi che spandono giovinezza in ombre e luci. Non si mette mai in lizza per ottenere il certificato, nonostante ciò esiste affianco al traffico, alle lancette che scandiscono un tempo sordo e inesorabile. Chissà se hanno ragione quelli che dicono che per fare la rivoluzione servono le bombe. Sarà l’incedere calmo nella devastazione, nel fragore dei bastoni dei padroni strusciati sulle gabbie degli schiavi, tre le urla bestiali, sarà questo la rivoluzione?. Tolgo i vestiti che non ho mai messo.

Vivere, come si dice? L’immagine del cuore che pulsa è generica. Dalle molte vite vissute cucio immagini recenti. Voce, ritmo, andatura. Il corpo dentro l’abito fende il vuoto. Il corpo percorre strade, è anche fuori, frizza a contatto con l’ossigeno. Un breve compendio prima di svoltare l’angolo, quindi attraverso la strada assieme al cielo. Il cielo: coperto di nuvole o sereno, un turbinio di foglie d’inverno. Sono i colori delle albe estive. L’incedere calmo brucia nelle strade a contatto con la gente che teme la rivoluzione. Produce immagini in gestazione come semi nella terra. La musica cambia in tonalità di mare che lambisce i miei piedi. Quante volte non ho detto: questo è il momento, l’attimo irripetibile. Ho agito, non l’ho detto. Passano gli anni, ascoltando i tg. Leggendo vivo, con le orecchie tese ad ascoltare anche il più lieve rumore che annunci l’onda. Tolti i vestiti che non ho mai messo, il mare avanza e diventa realtà. L’onda lambisce i miei piedi, sotto al braccio tengo gli ideali e i sogni con cui starci su.

Manuela Grillo Spina.

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Un giorno particolare.

La rugiada scivola nel solco di una foglia, gli occhi brillano di luce nuova. Dettagli per chi è distratto dalla velocità vincente e superficiale. È vincente per forza ed è superficiale per essere vincente. La rissosa quotidianità irreale sbiadisce al cospetto di un prato coperto di brina, delimitato da linee invisibili, dove non arriva il rumore dei clacson. Il cieco arrivismo urta contro il muro e cade, incespicando se ne va. Il sole illumina di sbieco una pozza gelata, si posa sulle foglie lisce e bianche di rugiada, fitte fitte come le onde del mare, sfiorate da sguardi intrepidi e sfuggenti, che scambiano gli effetti del clima per magie. Luca ha un amico, si chiama Giovanni. Un pensiero trasversale scontenta i pensieri appropriati per classe ed età. Immagini predefinite indietreggiano sino a sparire, corucciate e vendicative, niente affatto convinte che esistano altri dèi all’infuori di loro.

Le vacanze di Natale. Luca guarda fuori dalla finestra, attraverso lo stesso cerchio sul vetro appannato da cui Giovanni osserva il mondo. Appare sovente ad entrambi la teglia con l’amalgama per i dolci, quella della nonna, perché sia Luca che Giovanni hanno mischiato da tempo e per sempre gli ingredienti che gli appartengono con altri ben scelti, s’intende.

È la sera della vigilia. La madre prepara i fritti, l’animo del marito e il suo sorriso, il sorriso di quando è felice. Chissà che emozione proverà a rivedere il padre vecchio invecchiato. La pace vera è un privilegio, che spunta come un fiore selvatico. La vita scalcia ed è una fortuna a saperla dire. Quelli che non se ne accorgono, o che mentre vivono fanno altro, sono nocivi, gli urge la ricerca del sentimento sprofondato in giorni cupi. La madre immerge la ricotta e i broccoli nella pastella, mette i pezzi nella padella con l’olio bollente, poi si asciuga le mani sul grembiule. L’odore di frittura pervade la casa, annuncia che stasera è la vigilia di Natale. L’idea di un giorno particolare infonde nei cuori la speranza di un sentimento genuino. Luca apparecchia la tavola con la governante, che, ormai, è una di famiglia. La tovaglia del Natale è rossa, con al centro quattro candele di diversa grandezza. Oltre alla tovaglia rossa e alle candele i bicchieri di cristallo confermano che è festa. Ciascuno ha il suo posto. Luca esita domandandosi se i tovaglioli vadano nei bicchieri o vicino al piatto. L’attesa è come un filo che unisce le persone. Improvvisamente le vedi più partecipi e non sempre ti sanno dire perché. Poi capisci che è grazie alla gioia inedita che si prova a voler bene a qualcuno. Frammenti di felicità condivisa: nonno indosserà il maglione nuovo, quello a scacchi viola e celesti, la zia la collana delle grandi occasioni. Ciascuno avrà un profumo con cui distinguersi. I cappotti andranno sul letto. Cappotti e borse rimarranno chiusi, al buio, per tutta la sera, se qualcuno dimenticherà le sigarette o il telefono allora dirà: ‘Dove sono i giacconi?’ e mamma risponderà: ‘Nella stanza da letto’. Luca li accompagnerà.

Luca non sarà l’unico a dedicarsi ai dettagli. Luca, non avendo vizi privati da nascondere, lo sfoggio di pubbliche virtù gli fa schifo. L’uniforme ordinaria gli va stretta, ma a Natale, quando anche gli uni si permettono di vivere, è felice, per gli altri non c’è speranza.

Manuela Grillo Spina.

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L’estate di Luca.

Luca raccoglie la sabbia, con la mano a paletta improvvisa una clessidra Il viso ha il broncio scolpito. L’aria densa di salsedine arruffa la frangia, resta nelle ciglia folte. Luca fissa la tempesta di sabbia: un piccolo terremoto nella sua mano. Si trastulla, come i semplici che contemplano lo scorrere del tempo. Gli adulti, variamente impegnati nei trastulli da salotto, passano il tempo perdendolo. Lui lo contempla. Nessuno avrà da ridire fino alla maggiore età. Al compimento dei 18 anni raggiungerà l’età della ragione e del voto. Tanto più ci si avvicina alla fatidica età della patente, quanto più la visuale si restringe, per finire nell’imbuto asfissiante del ruolo e della funzione previsti dalla società per il/la giovane gagliardo/a e di belle speranze. Una specie di vicolo cieco, da cui, una volta entrati, è difficile uscire. Da giovani le priorità che contano sono diverse. La realtà molteplice implica il tempo vuoto, che non è vuoto per niente. I visionari, i giovani, gli artisti, insomma tutti quelli che non possono non pensarla bene, perché a pensarla male ci pensano gli altri, non lasciano incustodito il tempo vuoto. Le identità in formazione, per esempio, lo riempiono senza fare nulla.

I granelli di sabbia scivolano dal palmo della mano, sembrano l’amalgama della pasta di nonna. Nel tegame ci va la farina, le uova, il latte e lo zucchero. La nonna, Luca l’avrà vista un milione di volte mescolare l’impasto. Lei ha le braccia muscolose. No, macchè palestrata, la nonna s’è fatta i muscoli col tempo. Da ragazza andava a lavare i panni al fiume, con le altre. Avevano tutte le sottane, le gambe coperte da calze di lana e le mani rosse dal freddo. I bicipiti della nonna sono il prodotto di anni difficili. Qualcuna adesso direbbe: ‘Poverina’, ma chissà chi è veramente povero, nel suo paese è povero chi non si può permettere una lavatrice. ‘Poverissimi’, direbbe la nonna a proposito dei diversamente debosciati/e, possessori di cose e smaniosi di salire la scala sociale, che tenterebbero un golpe politico sollecitati da minacce sobillate per pericoli inesistenti. Prodotti del benessere in lamiera, cemento e cellophane, che dire, mica le puoi schiaffeggiare. Nel tegame evocato dalla sabbia-clessidra la nonna ci mette il cioccolato oppure il liquore, a seconda del dolce da preparare. Succede così anche con le persone, ma non con tutte. Ti impasti, sì. È il voler bene a mescolare, ma se un ingrediente viene a mancare strappa via tutto e tu rimani senza quell’elemento che è parte di te. Lo strappo è fisiologico, il dolore pure, come il broncio a 17 anni. L’estate di Luca scorre dalla sua mano, simile alla sabbia che scandisce il tempo, compie volute ardimentose e ritorna su di sé come una novità.

‘Luca, Lucaaaa!!!’, gli amici lo chiamano. Daniel, Adele, Raphael, Yasmine, Fatima e Ibrahim, sbucano dalla collina e gli corrono incontro. D’estate i ragazzi e le ragazze fanno a cambiare il mondo, ma solo i giovani stanno al mare, davanti alla terra di Atlantide, dove gli adulti non possono arrivare.

Manuela Grillo Spina

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